Fatti non foste a viver come bruti…

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ma per seguir virtute e canoscenza”: versi danteschi che spesso mi frullano in testa e, di recente, martellano quasi ininterrotti. La disonestà intellettuale mi rattrista sempre, la mancanza di cultura pure con la premessa che la tuttologia non esiste e non è umano avere una conoscenza enciclopedica. Ritengo tuttavia doveroso affermare di non sapere e abbandonare la spocchia di non ammettere il proprio torto. È leale e serio.

Il 9 febbraio, a Torino, Giorgia Meloni ha organizzato una manifestazione all’esterno del Museo Egizio per contestare l’iniziativa “fortunato chi parla arabo”. Poco dopo, il direttore del museo ha raggiunto il gruppo dei contestatori per spiegare spirito, intenzioni e dettagli del progetto. Credo che ormai l’incontro di Giorgia Meloni con Christian Greco sia notissimo. La signora Meloni non ne esce proprio bene, anzi. Tralasciando le convinzioni politiche di ciascuno, di cui non intendo affatto discutere poiché sarebbero anche fuori tema, non è accettabile creare un caso di «discriminazione razziale, in cui i discriminati sono gli italiani», di «razzismo al contrario» (parole di Giorgia Meloni) ed esibire lo striscione «No all’islamizzazione» riferito alla promozione specifica del Museo Egizio.

Basta consultare il sito per capire di cosa si tratta. Se la Meloni e il suo staff si fossero documentati, sarebbe stato un nuovo ingresso nell’universo della cultura. L’iniziativa “fortunato chi parla arabo” è temporanea come ogni altra proposta del museo e dura dal 6 dicembre 2017 al 31 marzo 2018. Non prevede gratuità totale, ma sconto: i cittadini di lingua araba potranno entrare in due al costo di un biglietto intero. Non si tratta di favorire i musulmani, la religione non c’entra nulla. Per Giorgia Meloni, tuttavia, esiste solo l’equazione arabo=musulmano, dimenticando, o ignorando, che esistono arabi copti, ossia cristiani, cattolici, una minoranza documentata, e guarda un po’, anche atei. Basta farsi un giretto nel Maghreb, parlare con le persone oppure leggere Arabi senza Dio. Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente di Brian Whitaker (ed. Corpo60, 2015) ed evitare gli stereotipi.

Un progetto identico era stato realizzato nel 2016 con grande riscontro; ebbene, all’epoca nessuno aveva obiettato. Il museo propone offerte particolari: le feste di mamme e papà con ingresso gratuito per il genitore di turno accompagnato dai figli; i compleanni; il giorno di San Valentino – anche quest’anno – con un biglietto unico per la coppia. L’8 marzo 2017, le donne – tutte – hanno fruito di una riduzione. Restando in ambiente arabo, il 24 giugno 2017, il museo ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato con un’apertura serale straordinaria e gratuita e, nel 2015, ha organizzato #egizio2015 ospitando centoventi donne “velate” tra egiziane, marocchine, tunisine, siriane e di altri paesi africani.  Anche in questi casi nessuna protesta, almeno di risonanza nazionale.

Si è in seguito diffusa la notizia che «una volta (centrodestra, ndr.) al governo», Greco sarebbe stato «cacciato», notizia smentita dalla stessa Meloni attraverso un video sulla sua pagina Facebook in cui spiega la fake news, e fin qui tutto ok. Nel farlo, rincara tuttavia la dose sulla presunta «discriminazione» confondendo ancora una volta lingua e religione. Le feste di mamme, papà, innamorati sono «casi specifici», il resto si sintetizza nell’aggettivo «discriminatorio». Perché mai? Cosa rende esclusiva e diversa da altre un’iniziativa a favore di chi parla arabo se non la lettura politica e, considerato il periodo, anche utilitaristica dell’evento culturale? Attendo con ansia “fortunato chi parla cinese”, idea peraltro abbozzata nel 2015, in seguito abbandonata forse «per mancanza di utenza in quantità adeguata», mi riferisce un’addetta del museo che ho interpellato.

La cultura è apertura.

È ormai trascorsa una settimana dal famoso monologo di Pierfrancesco Favino sul palco di Sanremo e ancora si leggono strascichi di polemiche. Post indignati, attacchi al buonismo ipocrita pro immigrati, sfottò del politically correct, confusione tra monologo teatrale e comizio politico.

Mi permetto di consigliare la lettura del testo La nuit juste avant les forêtsLa notte poco prima della foresta (ci trasciniamo questa traduzione al singolare fin dalla prima edizione in italiano del 1990) dell’autore francese Bernard-Marie Koltès, opera teatrale del 1977, da cui è tratto l’assolo. Si capirà che si tratta di molto altro.

Il testo è un lungo soliloquio formato da una frase di sessanta pagine, nessun capitolo, nessun paragrafo, frasi da percorrere senza sosta restando privi di fiato. Si prospetta un desiderio di dialogo con un personaggio che rimane in silenzio, forse un tentativo per parlare con se stesso e leggersi dentro, giacché il protagonista evita gli specchi.

«Il testo è difficile – confessa Koltès in una lettera del 14 giugno 1977 scritta alla mamma – Con tutte le parole che può, un uomo tenta di trattenere uno sconosciuto avvicinato all’angolo di una strada, una sera in cui è solo. Parla del suo universo. Una periferia in cui piove, in cui si è stranieri, dove non si lavora più; un mondo notturno che egli attraversa, per fuggire, senza voltarsi indietro; parla di tutto e dell’amore come si può parlarne solo a uno sconosciuto come quello, forse un bambino, silenzioso, immobile» (Koltès, Lettere)

È un mondo di emarginati, in una periferia notturna e piovosa, un universo cupo di esclusi – tutti – l’omosessuale, il disoccupato, la puttana, il pazzo, l’immigrato, il negro, l’arabo, una società imputridita, tra prostitute, apolidi, ricchi e omologati, violenza e chiacchiere inutili. “Siamo tutti più o meno stranieri“, si legge nel testo, e il personaggio identifica “zone”.

Il soggetto non è lo straniero fine a se stesso, inteso come personaggio venuto da un altro luogo, ma l’individuo che rifiuta l’omologazione sociale. Il tema è l’estraneità, l’essere o sentirsi straniero o estraneo, la solitudine metropolitana alimento di un disagio collettivo. Lo straniero non è solo il senza patria e il senza radici, ma chi è “extra”, fuori rispetto a un sistema di convenzioni o forzature. E il flusso di coscienza del testo è anch’esso una forma di nomadismo.

Di fronte a proteste e interpretazioni fantasiose, mi chiedo alla fine se un italiano non possa provare un simile stato d’animo all’interno del proprio paese, un francese (e altro) nella sua stessa nazione. Perché il pensiero è corso subito ai migranti sui barconi quando il messaggio del monologo di Koltès era rivolto anche ai suoi connazionali negli anni in cui ha scritto questo testo? Forse perché Favino ha pronunciato la parola Nicaragua? In realtà, è riferimento simbolico, citato solo alla fine del testo, a un luogo di frontiera, di foreste, spazio del caos in cui è necessario ripristinare un ordine. Non si tratta perciò di una collocazione geografica.

Sarebbe buona abitudine parlare solo di ciò che si conosce, evitare di emettere sentenze senza sapere, tacere sul resto e ascoltare chi è competente. Non è un obbligo conoscere Koltès; è opportuno, invece, ammettere di non conoscerlo e, semmai, informarsi prima di giudicare.

Sono moltissimi gli argomenti su cui sono del tutto impreparata, direi proprio ignorante. Non è un problema, non li affronto, ascolto, leggo e cerco d’imparare. La cultura rende liberi, è la mia certezza, e permette di rispettare la sostanza dell’essere umano, la semenza.

Così, anche la terzina dantesca è ricomposta

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza

Oltre la nebbia

In un’alba di gennaio umida e fredda, l’occhio e la mente immaginano situazioni.

 

Bozzoli d’oro
in bambagia silente –
Stelle appese.

Lumi, decoro
di felpato presente –
Mute attese.

 

Ascoltando Rêverie di Debussy nella superba interpretazione di Samson François

 

 

 

L’anno in musica e poesia

Ho sempre considerato Canzone dei dodici mesi Di Francesco Guccini (dall’album Radici del 1972) una stupenda sintesi dello scorrere del Tempo nell’arco dell’anno, qualunque anno.

Le mie riflessioni non sono nuove, le ripropongo in armonia con il testo del brano (ri)dedicandole all’anno in senso lato

diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale

al susseguirsi di mesi e stagioni come metafora della vita, e a tutti noi con l’auspicio che il Tempo sia sempre un regalo.

Ogni strofa è un quadro che ritrae con intensità i mesi in successione, fondendo sapientemente peculiarità stagionali e visioni personali.

Alla calma di un Gennaio dormiente, silenzioso e lieve, segue il dualismo di Febbraio: l’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza, nei primi giorni di malato sole la primavera danza.

Arrivano poi le piogge di Marzo canterino, quando porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo e la rinascita è palpabile.

Aprile è dolce. In questo punto il testo è stupendo. Con l’abilità di un grande scrittore, Guccini passa dall’evocazione del detto popolare “aprile, dolce dormire”

con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene

a riferimenti colti

quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele

un T. S. Eliot che nell’incipit della Terra Desolata (1922) così si esprime

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.

La canzone di Guccini è armonia poetica che unisce aspetto popolano e tono aulico delle allusioni dotte senza alcuna forzatura.

Maggio è il trionfo della primavera. È la rosa che è dei poeti il fiore:  per lui cantautore con la mia chitarra,  per Cenne e Folgóre, entrambi compositori di Una corona dei mesi, con forma parodistica  in  Cenne da la Chitarra e stile elegante-cortese in Folgóre da San Gimignano. Ennesima conferma che la musica raggiunge la poesia.

Bellissimi i “quadri” dedicati all’estate: Giugno, maturità dell’anno; Luglio, con i colori chiari del solleone e l’afa della pianura; le lunghe oziose ore di Agosto, mese del godimento della vita in cui è bello inebriarsi di vino e di calore. È l’apice dell’entusiasmo vitale.

Con Settembre, mese del ripensamento, la parabola si fa discendente.

Superata la parentesi della grande bellezza di Ottobre con i suoi tini grassi come pance, il suo mosto e ebbrezza, questo inno alla simbolica fecondità della vendemmia lascia spazio alle inquietanti nebbie di Novembre.

La pioggia che cade non è quella del Marzo canterino, è l’acqua delle lacrime versate nei cimiteri, i giardini consacrati al pianto, che solcano anche il volto di chi è consapevole che pure lui un giorno, cambierà la sorte in fango della strada.

A Dicembre il ciclo finisce, il cerchio si chiude, ci si addormenta come in un letargo risvegliati solo dalla nascita di Cristo, la tigre che irrompe con violenza nella Storia – altro omaggio a T. S. Eliot:

I segni sono presi per miracoli. “Vogliamo vedere un segno!”
La parola in una parola, incapace di dire una parola,
Fasciata di tenebra. Nell’adolescenza dell’anno
Venne Cristo la tigre
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda
In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto
Fra i bisbigli; …………………………………………………………….

(Gerontion, in Poesie 1920)

La melodia accompagna con arrangiamenti diversi il passaggio da un mese all’altro; il motivo dominante si arricchisce di più strumenti, dal flauto, al clavicembalo medievale, al sax, alla chitarra ovviamente. Sintesi musicale che unisce il classico a variazioni quasi jazz; sintesi lirica che sposa un genere popolare come la ballata a riferimenti letterari importanti. Nessuna scelta, testuale o musicale, è dovuta al caso come in ogni produzione artistica che si rispetti.

E ora gustiamoci il sonoro.

 

 

Il regalo della fiducia

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Rembrandt (1606 – 1669)
The Adoration of the Shepherds (1646)
Museum National Gallery, London

Da più parti, sento e leggo indifferenza verso il Natale, talora insofferenza, anche fastidio. È in fondo una giornata come molte se ridotta al natalismo: romanticismo di fiammelle tremolanti sulle candele, sfavillio di luci fuori e dentro casa, tavole imbandite, impreziosite da belle tovaglie con agrifogli e arricchite da centritavola creati per l’evento, stagionali ‘rivoluzioni del presepe’.

In base alla propria idea del Natale, da credenti o no, per alcuni è una circostanza come molte, per altri la più importante, in ogni caso occasione da raccogliere e trasformare in opportunità.

Per me, il Natale è trascendenza che si fa concretezza.

Esiste tuttavia una dimensione laica della vita, di tutto rispetto, accompagnata da cuore, anima e mente, metaforici Re Magi come sostegno e guida. Tutti hanno la propria stella cometa, un punto di riferimento personale che può apparire talora poco brillante e sfocato, ma c’è.

Il Natale è sempre motivo di riflessione, recupero, riesame, scelta, possibilità di essere parte di una comunione, laica o spirituale che sia, momenti da coltivare con coerenza il resto dell’anno.

Auspico quindi per tutti il regalo della fiducia, se non proprio della fede nell’accezione religiosa del termine.

Tanti auguri e buon inverno!

 

 

 

Il valzer sull’orlo del pozzo

Uno dei miei ricordi più belli è quando io e la nonna poggiavamo un piccolo mangianastri sull’orlo di Merlino, alimentato da una prolunga che partiva da casa, e insieme ballavamo il valzer. Era il ballo preferito della nonna. Io non ero un grande ballerino, anche perché la mia altezza non dava l’immagine di un degno cavaliere adatto a lei. Nelle sue mani ero un piccolo burattino, ma i nostri corpi erano lì, la nostra essenza era trascinata dal vortice dell’illusione. Diventavamo piccolissimi e cominciavamo a ballare sull’orlo del pozzo, mentre lo stereo si trasformava in un’orchestra con archi, viole, arpe, chitarre, clarinetti, fisarmoniche, e il gracidare delle rane un coro stonato; l’acqua del pozzo traboccava fino a diventare un lago argentato e noi volteggiavamo intorno dimenticando il mondo intero. Non esisteva più nessuno, all’infuori di noi e della nostra voglia di ballare. Ed io ero contentissimo.
«Nonna ma che cos’è questa musica?» Le domandavo mentre ballavamo.
«È la felicità, Cesare».
E ridevamo.

È un breve estratto dal romanzo Il valzer sull’orlo del pozzo di Ro Meo, blogger, caro amico, ora anche promettente scrittore nonostante lui non ritenga calzante per sé l’appellativo e si protegga dietro una naturale modestia.

Erodaria legge queste parole a degna conclusione dell’incontro, bellissimo, di sabato 16 dicembre presso l’atelier di Cecilia Gattullo a Torino. Un’atmosfera ricca di calore, un gruppo riunito attorno a un ideale focolare: il libro di Romeo, appunto. Coinvolgente, si legge d’un fiato, regala emozioni e numerosi spunti per riflettere sulla vita. Opera prima, non sembra tuttavia tale valutando la maestria con cui è gestita la narrazione.

Cesare, il protagonista, si racconta e dispone scampoli della sua biografia che il lettore ricuce sino al nodo di chiusura, un punto fermo dopo un ricamo a zigzag.

Il Prologo informa sulla data di nascita del libro: «questo 1995». Il lettore è proiettato in un periodo ben preciso, si accomoda vicino all’io narrante in uno spazio indefinito: una camera con un’ «unica finestra» dove giunge l’eco di una canzone che qualcuno ascolta nella «stanza accanto». Fuori «piove inesorabilmente da giorni». Un luogo qualunque, quindi, e nessun’altra indicazione. Solo la certezza del riferimento al presente degli anni ‘90. Un flashback fa ritornare all’improvviso «indietro nel tempo», precisamente al 1971, anno in cui nasce Cesare. La ricostruzione narrativa può iniziare.

Da un capitolo all’altro, ci si sposta in continuazione nel tempo e nello spazio seguendo due direzioni parallele: lo ieri a Inverno, «piccolissima frazione» di una città mai nominata nel romanzo, si alterna all’oggi nell’ospedale psichiatrico. Man mano che il racconto procede, la distanza temporale tra passato e presente diminuisce fino a scomparire e ad annullarsi in una notte di tentativi e confusione, sogni da realizzare e crollo della speranza, voli da spiccare e mani come tenaglie a impedire il decollo. Notte di contrasti: luci intermittenti, alba spezzata, sole decapitato, cielo nero stracarico di pioggia. Svolta radicale nella vita di Cesare, lui, timoroso del cambiamento, vissuto in un paesino di circa mille abitanti dove tutti si conoscono, nel quale ogni cosa pare avere la fissità della neve ghiacciata sui rami e l’immobilità della bambagia familiare che l’ha protetto. Quella notte smuove la coscienza, strappa le radici, taglia il cordone ombelicale, getta una luce retroattiva sui perché, conferisce consistenza – nella rottura – alla ricerca di un «posto nel mondo».

Smarrimento, disagio, estraneità: sensazioni che accompagnano Cesare tutta la vita, a Inverno come in ospedale, e lo fanno sentire fuori contesto anche quando gli altri sono come lui.

Cominciai a sentirmi solo e ridicolo nell’orribile divisa da studente: grembiule nero e fiocchetto blu. Sembravamo usciti da una tipografia dove ci avevano stampato tutti con la stessa matrice e nonostante fossimo tutti uguali, continuavo a sentirmi inadeguato e fuori luogo.

A volte mi stupisco di me stesso. Mi ritrovo a dialogare con persone che sono totalmente fuori di testa o forse devo leggere la cosa in un’altra prospettiva: sono loro che dialogano con uno fuori di testa?

Chi è sano? Chi malato? Cos’è la normalità? Il silenzio di Antonio, la loquacità ripetitiva di Gianna, il can-can di Moira, sconclusionato e comunque solare, i medici in salute che devono valutare i matti e sono tuttavia anch’essi strani agli occhi di Cesare? La sua visione della realtà circostante in manicomio è molto lucida. Osserva, analizza, fotografa e coglie dettagli significativi. Diffidente nei colloqui con gli specialisti, fatica a rispondere non perché non sappia cosa dire, lo trova semplicemente inutile. Ogni affermazione sarebbe inadeguata e forse non capita fino in fondo. Spesso dà «la risposta che volevano loro».

Cesare, in realtà, non mi appare estraneo a tutto. Da bambino, non ama la scuola ma gli piace studiare, non la considera come luogo di relazioni ma adora la cultura. Si sente bene quando è nei campi, a contatto con la natura, vicino al suo amico pozzo Merlino con cui parla, sui libri che spesso legge appoggiato al muretto o seduto sull’orlo. Da paziente, prova solidarietà verso i suoi «compagni di viaggio» e i loro gesti spontanei che suore e infermieri vogliono bloccare e sedare. Non esterna tuttavia i sentimenti e non si apre con i dottori. Lo vedo perciò estraneo al gioco sociale, alla commedia verbale del linguaggio che si rifiuta di recitare e di cui respinge le convenzioni. Ha sprazzi di felicità quando percepisce il mondo come lontano, quando balla il valzer con la nonna o fa l’amore per la prima volta. In questi momenti conta il presente, essere lì, ora, con tutto se stesso, capace di «non sprecare la vita» come il nonno gli suggerisce spesso.

Alla fine del percorso, Cesare ha completato la formazione interiore e si appresta a ripartire.

Auspico che non tema la pioggia il cui rumore ha scandito ogni momento della sua vita: diluvio, tempesta, temporale, secchiate d’acqua, scrosci, grandine tamburellante in un pomeriggio d’intenso dolore, ticchettio costante sui vetri dell’ospedale, anche acqua dolce, delicata e calda in occasione del primo bacio. Cesare è nato insieme al pozzo, il pozzo ha ripreso vita il giorno in cui è nato Cesare: talmente uniti da essere interdipendenti. Hanno un destino comune, un’aspirazione condivisa: tentare un viaggio insieme. Nell’acqua esiste il rischio di naufragare, è vero, ma dove scorre c’è fertilità.

Auguro a Cesare di piantare i semi che gli hanno regalato con la consapevolezza che alcuni germineranno, altri no. Nessuna paura però: ha imparato a estirpare ciò che lega e rende statici, un passato da non cancellare semmai da sublimare in nuove prospettive e progetti di moderne mongolfiere.

Brindo con lui alla leggiadria di un ballo. Gli archi e i fiati del Valzer dei fiori cederanno spesso all’aggressività di ritmi e beat pesanti, ricordando che ogni riff di chitarra ha comunque la propria armonia.

Faccio il tifo, infine, affinché Cesare, che adora la musica, possa tirare un calcio di rigore come Nino del suo amato Degre e perdersi nel mondo in un altrove cui lui, e solo lui, darà colore e forma.