Melancholia

Albrecht Dürer, Melancholia I, 1514

«Quant’è rumoroso questo inizio secolo!» immagino esclami sconsolato l’angelo di Dürer contemplando il mondo.

Orecchie e occhi invischiati in un’orgia quotidiana di parole, scritte, maiuscolate, sottolineate, urlate, abusate, enfatizzate, smentite, rinnegate, riaffermate, ribadite e di nuovo sconfessate.

Un baccanale.

Giornali, radio, tv, social conferiscono un potere di ubiquità, regalano l’illusione dell’onnipresenza. Le voci del mondo ci raggiungono in ogni momento, simultaneamente, da qualunque parte del globo. È sufficiente un gesto: scorrere pagine, premere un pulsante.

Avere tutto a portata di mano e di click è un’opportunità innegabile; la proliferazione di parole è senza dubbio positiva in sé, sintomo di buona salute, di un robusto appetito finché non si trasforma in ingordigia. L’equivoco tra conoscenza e accumulazione di dati, nozioni, riferimenti diventa il piatto forte della dieta.

Il rumore assordante di un torrente di parole ostacola la concentrazione; l’ammasso di frasi, affermazioni, conferme, rettifiche e smentite ingombra la mente, occupa l’area della riflessione, bicchiere d’acqua benefico, utile a diluire l’accumulo di cibo.

Il pensiero ha bisogno di tempo e spazio, desidera momenti e luoghi dove incontrare opinioni che si espongono e non s’impongono, parole davvero nutrienti, non un menù abbondante e tuttavia poco energetico.

La bulimia nuoce. Satura e costantemente sotto sforzo, la ragione si affatica, si snerva, si sfianca. L’eccesso di cibo la debilita, l’inappetenza si afferma quindi come necessità dello spirito immerso in un mondo alla rovescia, in cui i ruoli pubblici si destabilizzano e confondono, i pulpiti reali e virtuali – balconi esultanti in ogni caso – non demarcano più i loro confini, le piazze si (ri)trasformano in punti di consenso a un potere già costituito, assemblee che ossequiano comizianti dispensatori del verbo «giusto» e di «grazie» ai «fratelli» plaudenti. Il monarca parla ai sudditi.

Al di là delle numerose interpretazioni date all’ incisione, ai miei occhi la rassegnazione malinconica dell’angelo di Dürer è metafora di una certa reazione verso l’oggi: la figura alata, seduta, circondata da oggetti simbolici, il capo appoggiato sulla mano in una sorta di stato d’inazione e inerzia, osserva triste la realtà e medita, lo sguardo accigliato e perso verso l’orizzonte marino.

I capitani delle navi sembrano purtroppo barcamenarsi in mari chiusi.

and when I find the reason I still can’t get used to it
e se trovo il motivo non riesco a farci l’abitudine

It's a mystery to me, the game commences
for the usual fee plus expenses
confidential information contained in a diary
this is my investigation, not a public inquiry

I go checking out the reports digging up the dirt
you get to meet all sorts in this line of work
treachery and treason, there's always an excuse for it
and when I find the reason I still can't get used to it

And what have you got at the end of the day?
What have you got to take away?
A bottle of whisky and a new set of lies
blinds on the windows and a pain behind the eyes

Scarred for life, no compensation
private investigations
È un mistero per me, il gioco ha inizio
Per la tariffa ordinaria più spese
Informazioni riservate contenute in un diario
Questa è la mia investigazione, non un'indagine pubblica



Verifico le soffiate, scavo nella menzogna
Arriverai a vedere di tutto facendo questo lavoro
Slealtà e tradimento trovano sempre una scusa
E se trovo il motivo non riesco a farci l'abitudine


E cos'hai alla fine del giorno?
Cosa resta da portar via?
Una bottiglia di whisky e nuove bugie
persiane alla finestra e un dolore dietro gli occhi


Ferito per la vita, nessuna ricompensa
Investigazioni private

 

 

Simmetrico stupore

foto di Mauro Tironi

 

Incantevole
incontro idilliaco.
– Incredulità.

Oops…

Strani stridori,
sgradevoli schiamazzi.
– Sbalordimento.

 

Spesso, oggi, words like violence break the silence

 

 

 

Contrasti

immagine da Repubblica

Volano colori.

Applausi, fiori e palloncini vestono la nudità di chi ha dormito sul marciapiede di una società atrofizzata, entro le mura di uno zoo, pareti di miseria.

Il pianto trasforma la passata assenza in presente virtù, il vecchio distacco in moderna partecipazione.

I muratori sono pronti per il restauro, fulminei nello sverniciare il loro «mioddio, che schifo», preparàti – ora – a ripulire una biblioteca umana chiusa, storie da leggere ieri, ben prima che diventassero frammenti di un’apocalisse.

Una nuvola policroma matura nel blu, grappoli – lassù – di non spazio e non tempo. Vendemmia, infine! Vino vigoroso.

Quaggiù – sommelier monocromi degustano situazioni conservate sotto spirito. Momenti narcotizzanti.

 

 

 

Sabato nero

volantino del rastrellamento nazista (immagine da Roma sparita)

Giulia e Massimo si amano. Il loro desiderio è sposarsi e formare una famiglia, lei ebrea lui cattolico. Per amore, Giulia riceve il battesimo e si prepara così al matrimonio, una scelta che potrebbe salvarle la vita, decisione che in realtà non si concretizzerà mai.

È il 16 ottobre 1943, nel ghetto di Roma. I nazisti scelgono il sabato, giorno festivo per gli ebrei. Nella retata, hanno gioco facile anche grazie al censimento voluto da Mussolini tra il ’38 e il ’39, presupposto per l’emanazione delle leggi razziali. Il Ministero dell’Interno incaricato è ribattezzato Demorazza (Direzione generale per la demografia e la razza). Risulta che la percentuale di ebrei presenti sul territorio italiano ammonta allo 0,1% della popolazione. Si procede comunque all’enfatizzazione di un “pericolo” di fatto inesistente.

Il film di Carlo Lizzani L’oro di Roma (1961) è una delle numerose pellicole dedicate al rastrellamento degli ebrei di Roma, una vergogna, una «ferita insanabile – così l’ha definita il Presidente Mattarella – non solo per la comunità tragicamente violata, ma per l’intero popolo italiano.» Delle oltre mille persone catturate e in seguito deportate ad Auschwitz solo sedici sono sopravvissute, quindici uomini e una donna. Nessun bambino ha più fatto ritorno.

L’opera di Lizzani non è forse un capolavoro cinematrografico, tecnicamente parlando. Mi ha tuttavia sempre emozionato nell’uso dei dialoghi, della parola, che forse è ciò che ne resta, con maggiore intensità, a testimonianza di un dramma.

La telefonata di addio di Giulia a Massimo si conclude con un invito universale, un monito:

«Ciao Massimo, non dimenticarlo il nostro ottobre…»

 

 

 

Paradigma

primo giorno d’autunno in Pianura Padana

 

Lassù, il sole osserva il moto delle cose. Sfoggia ancora l’abito estivo che non si decide a riporre. Con ilare irriverenza e autoritaria disinvoltura, scruta in basso verso le stoppie in attesa di decomposizione, di un erpice a miscelarle nel terreno.

In un torrido inizio d’autunno, una brillante presenza, quasi insolente e sfacciata, signoreggia su scure zolle deferenti e paglie monche: fermezza sovrasta fragilità.

Il terreno dissodato diventa tomba in cui tutto si assembla – semina, germinazione, mietitura, vita e morte, spazio e tempo – e si rincorre nell’estinzione apparente.

Restano solchi tracciati: culle di futuri neonati, monumenti di sopravvivenza.

Ed Elios è lassù: caldo punto fermo, risoluto nel contrastare il passaggio ineluttabile del tempo; riferimento rassicurante, determinato nel fronteggiare l’incertezza della transizione.

Quasi una sfida. O un orientamento? Espressione di solidarietà? Invito alla resistenza?

In un angolino della bassa padana, la natura diventa paradigma di un oggi in buona parte barcollante, che chiede e cerca chiarezza.