1 Maggio, auguri al lavoro

1 Maggio, molti avranno poco o nulla da festeggiare. Precarietà, disoccupazione, fine prematura di un’attività in cui si è investita una vita, magari in età scarsamente “spendibile” sul mercato: nella realtà odierna, a cinquant’anni è davvero difficile reintegrarsi nel mondo del lavoro.

Necessario reinventarsi, ma come? Ci si ritrova all’improvviso a ridimensionare o ribaltare la propria esistenza personale e quella di una famiglia.

Il brano di Fabio Concato affronta il tema con la raffinatezza e la classe tipiche del suo autore, sempre capace di esprimere grandi verità senza caricarle di retorica, come in questo caso, o di raccontare realtà semplici senza trasformarle in banalità, come nelle sue canzoni d’amore.

Oltre il giardino
E pensare di poter cambiar mestiere…
Sono ancora forte
potrei fare il giardiniere.
Mentre tu mi stai guardando, c’è una lacrima che scende e fa rumore
ed io non so che cosa fare
ma mi devo reinventare.

L’ho già fatto un tempo e posso farlo ancora.
Lavorare all’aria aperta mi rincuora.
Farò in modo che i colori e quel profumo siano la mia vita nuova.
Ma tu non dici una parola.

L’hai capito o no, mi hanno mandato a casa
senza dirmi una parola né una scusa.
Dimmi adesso cosa faccio a cinquant’anni,
dovrei dare quel che resta del mio culo
per campare!

Dunque vedi che bisogna andare via,
ce lo chiede questa nuova economia.
Come questi figli, adesso, che ci chiedono
perché non si può fare, perché non posso andare,
perché non so spiegare…

Proverò così a cambiare la mia vita
perché tutto intorno cambia, ed è fatica,
riconoscere i bisogni, quelli veri, dai fasulli che sono tanti
e sono così prepotenti.

Ma mi vedi adesso in mezzo a questi fiori
ho ricominciato a vivere a colori.
Ma i più belli, forse, sono dentro al cuore e
te li posso raccontare e condividerli con te.

A me piace più di prima la mia vita,
perché ridimensionata, si è pulita
come questa pianta e questi fiori nuovi
che profumano la sera,
e che danno un senso nuovo,
danno un senso che non c’era…

E pensare di poter cambiar mestiere…
Sono ancora forte
potrei fare il giardiniere.

Cinquant’anni.

L’umiliazione del licenziamento, la fine di un’attività, il dolore di “sentire” le lacrime della compagna il cui rumore pesa come un macigno. Il silenzio è più assordante di tante parole, come pesante è la condizione psicologica forzata di dover distinguere necessità e desideri, bisogni veri e fasulli che ora vengono vissuti come tali, ma che incombono con prepotenza.

Alla fine, il paradosso: l’ambivalenza della visione oltre il giardino, di una vita – inverosimilmente ai più – migliore di prima.

Il giardiniere è metafora di un ritorno, di chi rivede una prospettiva ancora a colori, ne risente il profumo, segno che prima era in bianco e nero, che non sapeva di buono.
Com’è possibile? Ora è senza busta paga, non ha un nuovo “mestiere” vero, non sa che cosa fare e si deve ancora reinventare.

Denuncia di una società che scarta i cinquantenni ancora nel pieno delle forze e capacità, che difficilmente dà loro una nuova chance e, nel contempo, presa di posizione nei confronti di un certo modo di lavorare, qualunque sia la professione svolta.

Desiderio di ripartire, perché tutto intorno cambia, capovolgimento che costa tuttavia fatica e se ne è coscienti, nonostante spesso intorno anche le persone più care non comprendano e si chiudano in un mutismo poco confortante ancorché comprensibile.

Stipendio e quantità del tempo occupato sono assolutamente indispensabili, ma è altrettanto fondamentale la qualità del lavoro.

Buon 1 Maggio perciò al valore del lavoro, qualunque lavoro, in cui, costruendo, costruiamo noi stessi. O almeno ce la mettiamo tutta gettando l’ostacolo oltre i limiti di un giardino.

 

 

Mare nostro

Mare Mediterraneo, 22 aprile 2021: centotrenta esseri umani inghiottiti dal mare e vomitati da una politica incapace di umanità gestita.

Per me conta solo questo, ben consapevole del cinismo dominante in nome della realpolitik.

Un canto laico, che è comunque preghiera, per le centotrenta anime di oggi, per quelle di ieri e (purtroppo) di domani.

Marenostro ascolta ti prego
questa notte porta pazienza
c’è una barca in mezzo alle onde
è una barca che porta speranza

Non ha vela e non ha motore
non c’è porto e non c’è faro
ma son tanti lì sopra li vedi
quella barca è il loro riparo

Marenostro guardali bene
sotto i piedi portano il mondo
e negli occhi chissà quanta cenere
quante lacrime avranno sepolto

Sono loro la storia del grano
il fuoco che torna al tramonto
il pane spezzato e diviso
alla fine del giorno
mare ti prego stanotte non li affogare
mare nostro mare

Marenostro tu sai chi li guida
è quel dio che non ha frontiere
che cammina sull’acqua e sul fuoco
e che spezza tutte le catene

È il dio di tutti i colori
che combatte la fame e la guerra
e per lui nessuno è straniero
come in cielo così come in terra

Sono loro la storia del grano
il fuoco che torna al tramonto
il pane spezzato e diviso alla fine del giorno
mare ti prego stanotte falli passare
mare nostro mare

Marenostro portali a riva
prima che muoia l’ultima stella
prima del cambio di guardia
che non li veda la sentinella

e la terra non sia galera
né manette né foglio di via
ma sia strada bagnata dal sole
non sia mai strada cattiva

Sono loro la storia del grano
il fuoco che torna al tramonto
il pane spezzato e diviso
alla fine del giorno
mare ti prego stanotte falli arrivare
mare nostro mare.

 

 

Primavera, comunque.

I pensieri sono molti, forse troppi, al punto che la difficoltà di convogliarli in un percorso ordinato e strutturarli in riflessioni organiche si fa sentire, e non poco.

È così che perdersi nella natura primaverile, durante le rare passeggiate di questi giorni, diventa salutare per il fisico e la mente.

 

Accarezzare con lo sguardo le viole ormai numerose nei giardini

 

Salutare le gemme su rami all’apparenza poco vitali solo qualche tempo addietro

 

Osservare il  nascondino di ramificazioni fiorite che, quasi giocando, sbucano dietro tronchi imponenti, ancora restii a mostrare la ripresa della nuova vita

 

Scrutare dall’alto la rinascita di un parco, ornamento di un quartiere silenzioso

 

Ringraziare per il regalo di una serata color oro sul grande fiume,
dono prezioso di serenità.

 

 

La giornata della memoria parla al presente

Canto dei morti invano

Sedete e contrattate
A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
Purchè trattiate e contrattiate
Le vite dei vostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
Converga a benedire le vostre menti
E vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
L’esercito dei morti invano,
Noi della Marna e di Montecassino
Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con noi
I lebbrosi e i tracomatosi,
Gli scomparsi di Buenos Aires,
I morti di Cambogia e i morituri d’Etiopia,
I patteggiati di Praga,
Gli esangui di Calcutta,
Gl’innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
Sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perchè siamo i vinti.
Invulnerabili perchè già spenti:
Noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
Finché la lingua vi si secchi:
Se dureranno il danno e la vergogna
Vi annegheremo nella nostra putredine.‎

 
          Primo LeviLa Stampa 27 febbraio 1985

testo pubblicato nel libro Auschwitz, città tranquilla  con altri racconti.

I potenti della terra immaginati adunati in una riunione plenaria, rinchiusi fino al raggiungimento di un accordo di annullamento perpetuo di guerre, armamenti nucleari, genocidi, persecuzioni, segregazioni, ogni circostanza nefasta in cui l’uomo diventa un numero, un individuo l’elemento di un calcolo percentuale.

Un’amara accusa allo «spregiudicato gioco politico»  (ultime parole del libro I sommersi e i salvati, 1986) che oggi come ieri governa le sorti dell’umanità.

Un testo del 1985 che, con la lista dei morti invano, parla a noi, si rivolge al presente. Se Primo Levi fosse ancora in vita, avrebbe senza dubbio allungato l’elenco. La voce del canto non riferisce solo quanto successo, mantiene soprattutto in ansia su quello che accade oggi: lager libici, affondamenti nel Mediterraneo, duecentocinquanta minori non accompagnati trattenuti in condizioni disumane a Clint nel Texas, a pochi chilometri dal confine col Messico, circa quattro milioni di rifugiati siriani nei campi profughi in Turchia, genocidio dei Rohingya, laogai cinesi, migranti in Bosnia in ciabatte e seminudi nel gelo, tendopoli di Lesbo…

anche questo un inventario certamente incompleto.

La giornata della memoria serve a ricordare che Auschwitz «è stato», (Se questo è un uomo), ad affrontare e risolvere quello che è, a evitare quel che sarà. Così ha davvero un senso profondo.

 

Infuturiamoci!

Il tempo che uguale s’infutura
con sé vi trasporta nell’oscura
monotonia che rinnova le vite.

(Pier Paolo Pasolini, L’umile Italia da Le ceneri di Gramsci, 1957)

 

Con l’augurio, dal cuore e per tutti, di una direzione interna al futuro:

 

d’infuturarsi con la mente nel tempo che viene,

d’infuturare l’immaginazione di chi ci ascolta,

per una politica e e un impegno sociale che infuturino la loro prospettiva.

 

Il tempo corre e s’infutura,

noi, infuturiamoci con qualche proposito,

purché sia insieme.

 

Infiniti auguri!