Cartolina

Alta Val Badia - fotografia di Primula, Ma Bohème

Alta Val Badia – fotografia di Primula, Ma Bohème

 

Si cammina per avvicinarsi alle montagne e le distanze ritornano vere. La lentezza permette di entrare nel paesaggio, di registrare i sensi su di esso. Mi fermo spesso per annusare, bere, salutare le persone che incontro. I saluti aprono le porte.

(Erri de Luca, Sulla traccia di Nives, ed. Mondadori 2005)

 

Una cartolina e un pensiero affettuoso da quassù a voi amiche e amici.:-)

A presto!

 

Sensazioni d’estate

Pomeriggio di metà luglio. Pedalo nel piccolo angolo di mondo che è la pianura cremonese. Ho bisogno di non pensare. Sembra ieri, l’altro ieri, ieri l’altro, ancora ieri, oggi, i fatti di cronaca mi hanno travolta mostrando colori impazziti in un quadro surreale. Ho bisogno di aria, luce, punti fermi. Apparentemente tranquilla, rilassata, percorro stradine strette e tortuose che ben conosco. Attraverso la campagna con loro e la mia bicicletta. Grandi campi di mais e rari filari di piante interrompono l’orizzonte monotono.

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campo di mais a Trigolo (Cremona) – fotografia di Primula, Ma Bohème

Percezioni sensoriali s’incrociano, inebriano e fanno dire a chi ha vissuto a lungo qui: questa è la nostra estate. Una certezza.

Scruto il cielo azzurro pallido, solcato a tratti da striature biancastre per l’umidità.

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La pianura nei pressi di Cremona – fotografia di Primula, Ma Bohème

Spio il silenzio interrotto solo dal frinire delle cicale, una cadenza regolare, un suono stridente e monocorde.

Ascolto il canto ripetitivo e osservo l’uniformità del paesaggio: nulla di più convergente e assonante tra ciò che sento e vedo, i sensi uniscono e armonizzano.

Dalle cascine mi richiamano le persiane semichiuse. Le guardo: emergono i racconti dei nonni, percepisco la frescura degli interni, l’abbraccio dell’ombra ristoratrice dal caldo afoso.

Sensazioni di calma piatta e di un tempo che sembra essersi fermato.

Cantano gli odori dalle finestre di cucine: profumo di peperonata, aromi della stagione estiva.

In lontananza, l’eco di cigolii in sequenza, dal ritmo costante. Forse il rumore di un’altalena arrugginita. Ancora, ascolto e vedo: riaffiora l’immagine della vecchia “tromba dell’acqua” nella casa di campagna della nonna.

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“tromba dell’acqua” in un casolare di Moscona (Cremona) – fotografia di Primula, Ma Bohème

Che fatica pompare spingendo la maniglia!
Ritrovo la forma del cocomero deposto nel lavandino in pietra come in una culla, accarezzato per ore dall’acqua corrente del pozzo, ne inspiro il profumo, ne gusto il sapore fresco e dolce. Era la merenda di noi bambini. Un bellissimo e piacevole ricordo, un quadro dalle tinte luminose.

Ho bisogno di aria pulita.

È sera ormai

 

foto di Primula - Ma Bohème

foto di Primula – Ma Bohème

 

Ferro sfasciato.

Sole decapitato,

rintocchi gravi.

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In un folle giorno d’estate

© Primula

Amarcord

Quando per vari motivi mi reco a Pavia, e capita spesso, è sempre un tuffo nel passato. Nessun amarcord malinconico, solo ricordi di episodi gioiosi e felici legati agli anni trascorsi all’Università, uno dei periodi più belli della mia vita. Inevitabile, quindi, che ogni volta ricavi del tempo per rivedere luoghi di incontri e momenti importanti, di studio e divertimento. È nel contempo una passeggiata per la città e un viaggio interiore, nel cuore e nella mente.

La “mia” Pavia è bella, ai miei occhi pressoché immutabile. Negli anni mi appare sempre uguale a se stessa: un po’ dormiente in estate, più vivace nelle altre stagioni per la presenza di numerosissimi universitari, mollemente adagiata lungo il Ticino con il suo caratteristico borgo, Borgo Ticino appunto, che si affaccia proprio sul fiume.

Borgo Ticino

Borgo Ticino                                                                                                  foto Primula, Ma Bohème

Quelle costruzioni variopinte, che possono sembrare vetuste a chi non ha vissuto qui anche solo qualche anno, mi sembrano in realtà sempre giovani. Alcune ospitano le vecchie osterie in cui noi studenti trascorrevamo molte serate bevendo vino nelle scodelle e gustando il piacere della compagnia. Oggi quei locali sono diventati trattorie alla moda, pur rimanendo rustici, e si sono trasformati in ambienti che io amo definire fintamente popolani. Ma non importa… entro e respiro ancora l’atmosfera gaudente ma sana legata ai canti goliardici dai contenuti argutamente trasgressivi. Testi che considero geniali anche nel loro essere sopra le righe, di antica tradizione e origini medievali; basti pensare alla “tragedia classica in 3 atti” Ifigonìa con tanto di coro delle Vergini. Parodia burlesca e capolavoro d’arte goliardica,spettacolo esilarante per chi ha potuto gustarne qualche rappresentazione anche amatoriale come lo erano le nostre. Ironia irriverente, ma sagace e intelligente. Abitudini, queste, ormai datate e purtroppo dimenticate dai giovani universitari di oggi. Peccato!

Ecco il barcone sul fiume …

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Barcone sul fiume                                                                                        foto Primula, Ma Bohème

Lo ricordo illuminato, le sere di maggio e giugno. E riaffiorano i dopo cena di musica e balli, un po’ genere film “Vacanze Romane”.

dal film "Vacanze romane"

dal film “Vacanze romane”

Lo stile non era certamente da Grand Hôtel, ma immaginate lo spasso! Oggi sicuramente gli happy hour saranno più gettonati. Anche il “nostro” bar, fratello minore del mitico Voltone, è ancora lì.

Il Voltino

Il Voltino                                                                                                         foto Primula, Ma Bohème

Questa spensieratezza incorniciava giornate di lavoro. Perché a Pavia si studiava, eccome! Il fascino di quel periodo, dei mei 19/23 anni, era proprio la capacità di unire impegno, svago e relax in una sintesi armoniosa.

Ed ecco allora l’Università.

Ingresso principale Università di Pavia

Ingresso principale Università di Pavia                                                    foto Primula, Ma Bohème

Entro, attraverso i cortili dove ho vissuto le attese per una lezione, un esame, la discussione della tesi di Laurea, mai sola, sempre in gruppo.

Cortile Alessandro Volta Università Pavia foto Primula, Ma Bohème

Cortile Alessandro Volta
Università Pavia
foto Primula, Ma Bohème

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Studenti in uno dei cortili interni Universtà Pavia                                 foto Primula, Ma Bohème

Cazzeggi e discorsi seri si alternavano in modo assolutamente naturale durante le nostre conversazioni.

Stranamente (è inizio luglio e non è data di esami) la porta di una vecchia aula è aperta. Entro …

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Aula Facoltà di Lettere e Filosofia Università di Pavia                               foto Primula, Ma Bohème

Ricordo perfettamente che qui ho sostenuto il mio ultimo esame di Letteratura Francese, seduta alla cattedra, spalle alla finestra. Mi rivedo, ripasso persino il programma, ne ho un nitido beau souvenir. Allora era un’afosa giornata di metà luglio .

Tutto qui trasuda cultura, sapere; vecchie e nuove generazioni s’incontrano nello stesso desiderio di apprendere.

Pavia università

Cammino lentamente e dalla Facoltà di Lettere e Filosofia mi sposto via via a quelle di Matematica, Scienze Politiche, Giurisprudenza passando per cortili simili a chiostri di un convento e corridoi dai muri un po’ crepati, testimonianze dell’antichità di questo edificio.

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Un cortile interno Uniiversità di Pavia                                                         foto Primula, Ma Bohème

È un itinerario che ormai potrei percorrere a occhi chiusi. E infatti, quasi senza rifletterci, per abitudine, mi ritrovo di fronte al famoso collegio universitario Fraccaro, letteralmente una protuberanza dell’Università: è parte integrante della stessa struttura.

Collegio Fraccaro

Collegio Fraccaro                                                                                          foto Primula, Ma Bohème

collegio Fraccaro

Collegio Fraccaro                                                                                                foto Primula, Ma Bohème

Questo muro! Sorrido divertita rivivendo un episodio tragi-comico del mio passato da studente.

Era una serena serata primaverile, forse nel mese di aprile.
Si giocava la finale del torneo maschile intercollegiale di basket tra due storici collegi, il Cairoli e il Fraccaro, appunto. Partita e trofeo vinti da quest’ultimo. Seguirono i festeggiamenti di rito. Giocatori, supporters tra cui noi ragazze che, anche se non direttamente coinvolte (i citati collegi sono maschili), non potevamo certo far mancare sostegno e tifo ai nostri amici!
Tutti insieme quindi per una pizza e ci scappò qualche bicchiere di troppo. Si tirò davvero tardi e una quarantina di ragazzi e ragazze percorrevano in piena notte le strade e stradine deserte di Pavia cantando l’inno del collegio, urlando slogan e sventolando bandiere.
Questo corteo poteva assomigliare benissimo a una manifestazione, talmente era chiassoso. Com ogni probabilità questo timore, d’altronde giustificato – erano gli anni ’70-’80, anni difficili – indusse qualcuno a chiamare la polizia, la Digos più precisamente.
Una scena davvero da film. Ora la ricordo persino divertita, ma allora nessuno rideva. La macchina con lampeggiante seguiva il gruppo che, noncurante, continuava negli schiamazzi. A un certo punto non si scherzò più. Con una sgommata l’auto superò i “manifestanti” e si fermò proprio sul piazzale antistante al collegio Fraccaro. I poliziotti scesero e fecero disporre in fila contro il muro (quel muro!) i più scalmanati. Alla notte fu restituito il dovuto silenzio.
Più tardi alcuni amici mi confessarono che mentre erano con le spalle al muro i pensieri più strani avevano affollato la loro mente: chi aveva immaginato fustigazioni fantozziane, chi pensato all’arresto, chi addirittura si vedeva minacciato con la pistola… l’alcol stava senza dubbio facendo il suo effetto.😉 Nulla di tutto ciò, ovviamente. Gli agenti chiesero di visionare i documenti, ma non tutti ne erano provvisti. E in questo preciso istante la scena divenne davvero comica: qualcuno si profuse in pietosi tentativi di giustificazione e s’inginocchiò implorando addirittura misericordia e perdono!
Tutto si concluse con una filippica del poliziotto che con voce stentorea, l’unico suono che si poteva percepire in quel momento, e dito puntato verso i ragazzi disse: “Voi studenti potete prendervela comoda… la gente domani deve andare a lavorare!” E intimò l’immediato rientro a casa, che fu mesto e muto in una sorta di corteo funebre.

La “mia” Pavia è stata anche questo. Chissà se oggi gli agenti della Digos hanno lo stesso comportamento indulgente nei confronti di studenti che disturbano la quiete pubblica di notte. Mah, allora anche la polizia capiva la goliardia un po’ folle, e soprattutto la nostra era sana spensierata allegria. Null’altro.

Infine, un omaggio in versi a questa città che mi ha dato tanto.

I GIARDINI NASCOSTI

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolìo sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace

Ada Negri, Il dono, Mondadori, Milano, 1936

un vicolo nel centro di Pavia

un vicolo nel centro di Pavia                                                                       foto di Primula, Ma Bohème

 

Imagine

Mi capita di leggere un articolo di Repubblica che risale a una settimana fa. Di solito non lascio arretrati, ma questa volta mi ero persa una notiziola. E nel frattempo succede che, da qualche giorno, sia montata sui social una polemica la cui protagonista è la neosindaca di Cascina, Susanna Ceccardi. Pare che Facebook e Twitter, di recente, vivano solo di diatribe.

Premessa importante:
1. non sapevo nemmeno chi fosse Susanna Ceccardi
2. ora apprendo che è la giovane e rampante sindaca leghista del comune pisano che Salvini si vanta di avere strappato alla rossa Toscana. E va benissimo così, gli elettori hanno scelto l’amministratore più adeguato alla loro comunità
2. che la sindaca Ceccardi sia leghista proprio non m’interessa.

Il punto infatti non è questo.

L’articolo di Repubblica rispolvera un vecchio post che la Ceccardi ha pubblicato sul suo profilo Facebook nel gennaio 2016.

1300 bambini hanno cantato Imagine di John Lennon sotto al comune di Cascina. Idea del sindaco. Cosa dice la canzone? Dice immagina…Immagina un mondo senza religione, senza paradiso, senza proprietà privata. Qualcuno lo ha immaginato davvero questo mondo, e lo ha realizzato. Si chiama Comunismo e ha fatto milioni di morti. La musica sarà anche carina, ma le parole sono aberranti. Un mondo senza fede, senza valori, senza proprietà privata guadagnata col frutto del proprio lavoro è un mondo non umano. Andrebbe spiegato ai bambini che sono stati usati per questa ennesima pagliacciata.

Premetto che trovo stucchevole l’operazione di Repubblica, non capisco il senso politico nel riprendere simili dichiarazioni rilasciate peraltro tempo fa e che si svalutano da sole. Ritengo tuttavia davvero inopportune (e sono gentile) le affermazioni della signorina in questione. Molti sono ancora ossessionati dalla parola Comunismo, ne vedono oggi manifestazioni ovunque e quando la sentono si comportano come i tori con il capote rosso o la muleta scarlatta: perdono il senno, partono a testa bassa e i neuroni se ne vanno a spasso.

Una canzone può non piacere, la libertà di pensiero è un bene prezioso. Ma le cazzate (pardon) restano tali e non hanno colore politico. Parlare di “parole aberranti” e “milioni di morti” a proposito di Imagine che è un inno alla pace è proprio l’apice del non conoscere. Mi chiedo se la sign.na Susanna abbia mai letto il testo con attenzione, se sappia che dice, tra altre stupende evocazioni,

Imagine…
Nothing to kill or die for
…………………..
Imagine all the people
Living life in peace
………………….
Imagine…
No need for greed or hunger
A brotherhood of man

e se è al corrente che, volendo proprio buttare la musica in politica anche quando questa non c’entra, Lennon aveva anche dichiarato:

“I’m not particularly a Communist and I do not belong to any movement.” ¹

e ancora:

Q: “Tell me about your philosophy of life. Many of your comments have been construed as extreme left wing or communist.”
JOHN: “They knock me for saying ‘Power To The People’ and say that no one section should have the power. Rubbish. The people aren’t a section. The people means everyone.”
“I think that everyone should own everything equally and that people should own part of the factories and they should have some say in who is the boss and who does what. Students should be able to select teachers.”
“It may be like communism but I don’t really know what real communism is. There is no real communism state in the world — you must realize that Russia isn’t. It’s a facist state. The socialism I talk about is ‘British socialism,’ not where some daft Russian might do it or the Chinese might do it. That might suit them. Us, we’d rather have a nice socialism here — a British socialism.” ²

Stendiamo un velo sull’inutile operazione di Repubblica, dimentichiamo il post e la cantonata interpretativa della novella sindaca (che allora era consigliere comunale), ma leggere in questi giorni anche una pseudo difesa della sua posizione in un articolo che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, limita il giudizio su un brano musicale alla sola “melodia celestiale” come se il testo fosse un accessorio, rileva troppi no, un senso generale di without con una conseguente assenza di prospettiva, è stato davvero il massimo.

Imagine Lennon

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Un’analisi non isolata, tuttavia. Pare che di recente sia di moda etichettare Imagine come l’espressione della mentalità radical-chic che si culla in pacifismo buonista e si nutre di ovvietà, interpretarla come un manifesto ateo poiché invita a immaginare no heaven… no religion suscitando stupore se è cantata persino in ambienti cattolici, ormai degradati dalla dicotomia tra fede e coerenza secondo un’opinione diffusa da cui mi dissocio, o identificarla con l’abulia di uno stupido sognatore.

A mio avviso, significa avere frainteso il senso del testo che non è un programma politico o l’enunciazione di questa o quella morale, non è didascalico, è una poesia. E come tale vede altrove, proietta in un mondo virtuale, in una sorta di Eden antecedente il peccato originale, dove la distinzione tra Bene e Male non esisteva, no heaven… no hell below us, dove Adamo ed Eva potevano camminare nudi senza percepire la loro corporeità e provare senso di peccato, un Paradiso perduto cui aspiriamo ritornare per vivere senza passato né futuro, living for today. Facilmente intuibile che sky è un non-luogo, possessions e hunger sono metafore del non-bisogno, l’intero brano è uno slancio metafisico.

John Lennon, a dire il vero, non ha inventato nulla. Poeti come Blake, Nerval, Baudelaire, Rimbaud, alcuni versi purtroppo troppo poco noti di Victor Hugo nelle Contemplazioni hanno espresso il concetto della permanenza del ricordo, quasi idea platonica, di un déjà vu e déjà vécu, di un altrove spaziale e temporale già noto e quindi presente nel nostro io più profondo. Il loro Imagine è un ritorno a casa.

 

 

¹ Blaney, John Lennon and McCartney: Together Alone (1st ed.). Jawbone Press, 2007
² Intervista rilasciata ad Alan Smith per il New Musical Express e pubblicata su NME in Gran Bretagna, poi ristampata per gli USA su Hit Parader magazine’s , Febbraio 1972