Ponti

Ponte sul fiume Po – Cremona

Un caldo e afosissimo pomeriggio di metà luglio. Il grande fiume sonnecchia. La corrente biancastra, quasi immobile, è specchio per la mandria verde sulla riva, bruciata dal sole, china in richiesta di refrigerio e smania di abbeverarsi.

Il ponte cinge le sponde dormienti. La struttura in ferro avvampa, luccica al solleone in bagliori smorzati da un filtro nebuloso. La natura è esperto fotografo.

Il ponte è il senso stesso del mio sentire in questi tempi: abbraccio, mano tesa, dialogo, apertura, inclusione. Lo schiaffo di una parola come l’insulto del non detto, l’offesa dell’arroganza come l’umiliazione dell’irridente condiscendenza sono ponti interrotti.

Il ponte è razionalità ed equilibrio: non isola e non divide, ma nemmeno identifica, assimila e annulla. Racchiude differenza e unità: le identità sono mobili e distinte e riconoscendosi tali – ma non antagoniste – arrivano a congiungersi.

È coesistenza: la chiave dell’agire a ogni livello, spesso inceppata nel meccanismo della serratura.

 

Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla, secondo me, è più bello e più prezioso dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri, perché più utili, dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre innalzati, sensatamente, nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di ogni altra costruzione, mai asserviti a trame oscure o a poteri malvagi.

I grandi ponti di pietra grigia, erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati sugli angoli acuti, testimoni di epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva diversamente. Nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l’erba sottile e gli uccelli fanno il nido.

I sottili ponti di ferro, un filo d’acciaio da una sponda all’altra, che vibrano ed echeggiano per ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e la perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti. I ponti di legno all’entrata delle cittadine bosniache, le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come lamine di uno xilofono. E infine, i minuscoli ponti di montagna, spesso solo un unico grande tronco ovale, o al massimo due, gettati uno accanto all’altro sopra qualche torrente che altrimenti sarebbe impossibile superare. Due volte all’anno, il torrente si ingrossa e, impetuoso, li trascina via, ma i contadini, con l’ostinazione cieca delle formiche, continuano a tagliare e a segare, per rimetterne di nuovi. Ecco perché, vicino ai corsi d’acqua di montagna, nelle anse tra le pietre dilavate, spesso si vedono questi «ponti» precedenti: giacciono lì insieme all’altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi che un tempo servivano e oggi sono condannati a bruciare o a marcire sono comunque diversi  dal resto del legname:  ricordano sempre lo scopo per il quale sono serviti.

Sono tutti un unico ponte e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato un ostacolo e non si è fermato, ma lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue idee, il suo gusto e le condizioni circostanti.

Quando evoco i ponti, non mi vengono in mente quelli che ho attraversato più spesso, ma quelli che più hanno impegnato il mio spirito, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.

I ponti di Sarajevo, prima di tutto: vertebre di pietra su quella spina dorsale della città che è il fiume Miljacka. Li vedo e li conto. Conosco ogni arcata, ricordo ogni parapetto. Ce n’è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo, un ponte minuscolo ma eterno, che sembra ritirarsi in se stesso, una piccola e accogliente fortezza che non conosce né resa né tradimento.

Poi i ponti visti durante viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti di edera e come impensieriti dalla propria immagine riflessa nell’acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, riparati da tetti che li difendono dalle abbondanti nevicate, simili a lunghi silos e ornati all’interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, che poggiano sul terreno come per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma e dell’Italia meridionale, in candida pietra, da cui il tempo ha preso tutto ciò che ha potuto e che rimangono, accanto ai ponti nuovi che da cent’anni vengono costruiti, come sentinelle di pietra.

Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada e si fermi, trova ponti fedeli e operosi, simboli dell’eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, separazioni.

Così, anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella o più triste, improvvisamente mi appare dinanzi agli occhi il ponte di pietra troncato a metà, con le parti spezzate dell’arco dolosamente interrotto che si protendono l’una verso l’altra in un ultimo sforzo di mostrare l’unica linea possibile dell’arcata scomparsa. È la fedeltà e l’estrema ostinazione della bellezza, che oltre a se stessa permette un’unica possibilità: la non esistenza.

Ogni cosa esprima questa nostra vita – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta che sola dia alla vita stessa un senso. Ogni cosa ci porta ad andare oltre, a superare il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché ogni cosa è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto i ponti della terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. E la nostra speranza è tutta su quell’altra sponda.»

Ivo Andrić, I Ponti, da Racconti di Bosnia (traduzione a cura di Dunja Badnjević)

Sarò sempre grata a Moni Ovadia. Qualche anno fa, in un breve colloquio al termine di una sua rappresentazione, mi ha fatto conoscere Ivo Andrić, premio Nobel per la Letteratura nel 1961, e i Racconti di Bosnia, una raccolta di testi affascinanti in cui il senso di umanità pervade tutto, persone, animali, natura e cose. Terra geograficamente a noi molto vicina, il bosniaco è in realtà un universo lontano e comunque da conoscere poiché emoziona proprio come il suo I ponti, vero e proprio inno alla loro laica sacralità.

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Ester: da donna reale a figura letteraria

Graziella Borgna In volo, olio, 1988

Il volo della Tortorella è il racconto romanzato di una storia vera, che risale a più di cent’anni fa, la cui trama ruota attorno alla figura di una donna.

Lo ripropongo nella forma di libro, raccogliendo i capitoli che si sono succeduti qui per mesi.

Chi desiderasse ripercorrere le tappe della narrazione può sfogliare le pagine, leggere a tutto schermo, fermarsi e riprendere.

La speranza è di essere riuscita a trasmettere il coinvolgimento emotivo personale in una vicenda umana che mi ha appassionato davvero molto per numerosi aspetti.

Buona lettura!

 

 

 

Comunicazione

Carissime/i,

qualcuno di voi mi ha fatto notare che, da alcuni giorni, non riesce più a commentare su questo blog. Me ne rammarico poiché considero l’interazione l’anima del blogging. In effetti, tra l’ultimo post e il precedente, i commenti si sono ridotti a zero. Sia ben chiaro, nessuno è obbligato a lasciarne se non lo ritiene opportuno, non è presente tuttavia nulla nemmeno nella casella spam, il che mi fa riflettere.

Non ho modificato alcuna impostazione per cui mi piacerebbe verificare se il problema è il mio sito o è imputabile a qualche difetto della piattaforma WordPress, spesso colpevole di malfunzionamento.

Chiederei pertanto cortesemente la vostra collaborazione: chi lo desidera, lasciarmi un breve cenno del passaggio, anche solo un emoji 😉 .

Nel caso trovaste difficoltà, potreste per favore segnalarmelo brevemente via mail (fbprimula@gmail.com) o via Whatsapp per chi ha il mio numero?

Vi ringrazio tantissimo per l’aiuto.

 

Il volo della Tortorella – 13 –

Il fascino dell’enigma
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Lapide di Cesira Ferrari, accoltellata dal marito nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1889. 
Aveva venticinque anni.

– 13 –

Della Tortorella, di un caso che oggi definiremmo femminicidio, non resta nulla e il responsabile è un’incognita.
Giochi erotici sfuggiti al controllo o un rifiuto non motivano la ferocia di cinquantun coltellate. Quei colpi inferti a ripetizione esprimono la rabbia cieca verso una resistenza, la reazione dissennata al respingimento di richieste insistenti, la brutale volontà del dominio esclusivo, un lucido disegno per stroncare un’eventuale rivelazione che qualcuno non poteva consentire o permettersi. Un delitto frutto anche di lucida follia: ossimoro che ben si addice alla portata abnorme di un gesto così aberrante.

Ester Demicheli non è la prima donna trucidata a Cremona.

Risalendo nel tempo al luglio 1865, Rosa Vaccari fu accoltellata nella casa di tolleranza di vicolo del Torchio (oggi via Stretta). L’assassino fu però trovato, colto in flagrante nonostante il tentativo di nascondersi sentendo arrivare le colleghe della donna. Aveva già conficcato la lama del coltello nel corpo di Rosa dopo aver fatto l’amore con lei. Il movente? La gelosia e l’ossessione del possesso ravvivate dalla repulsione verso la convivenza con un uomo assillante e molesto da tempo.
Almeno Rosa è stata vendicata dalla condanna all’ergastolo inflitta al suo assassino.

Come non ricordare, inoltre, l’omicidio di Cesira Ferrari? Non una meretrice in questo caso, bensì “bella e purissima sposa” che “fu nella notte dal 13 al 14 aprile 1889 in età di 25 anni vilmente scannata dal marito” recita la scritta sulla lapide originaria, oggi piccola stele che si trova nella parte più antica del cimitero di Cremona.
Era moglie fedele e operaia onesta, una delle numerose ragazze che all’epoca lavoravano come filatrici di seta. La uccise il marito, già arrestato più volte per altri reati, che, causa supposizioni, fantasie di tradimento, amore malato, la massacrò con ventisette coltellate di cui quindici alla testa. Non pago, assassinò anche il suocero per il sospetto di avere istigato Cesira a comportamenti libertini e addirittura d’intrattenere una relazione incestuosa con lei. Arrestato, condannato ai lavori forzati a vita poi all’ergastolo, Giuseppe Manara, detto Babila, non si pentì mai anzi si vantò di avere riscattato il suo orgoglio maschile ferito.

Prostitute, mogli, amanti, compagne: persone con scelte di vita diverse, alcune condivisibili altre meno, comunque donne, morte perché femmine su cui si è accanita la ferocia in un’inaudita violenza di genere.

Chissà come avrebbe reagito Ester Demicheli guardando la sua piccola dimora in via dei Rustici trasformata, negli anni ’30, in un’elegante casa d’appuntamenti nota in città come Il Polluce, il bordello in di Cremona con le ragazze più belle, frequentato da giovani e uomini dei ceti medio alti! Forse avrebbe sorriso mentre la Teresona sbirciava dallo spioncino della “sua” porta in vicolo Polluce, riconosceva gli habitués e li salutava con un cordiale: «Àra chì i mée regàs!»¹ Si sarebbe probabilmente identificata in Mimma, la tenutaria, mentre riscuoteva i pagamenti o concedeva il libero a un cliente importante con la conseguente possibilità di scegliere la ragazza da solo, usufruire della casa per il tempo concordato, anche una notte intera, con la garanzia della massima riservatezza.
Chi può dirlo? Nemmeno i frequentatori più affezionati del Polluce nel secondo dopoguerra, da cui si può carpire oggi qualche confidenza, hanno mai sentito pronunciare il nomignolo “Tortorella”.
Eppure quella era la “sua” zona, la porta in vicolo Polluce l’ingresso della “sua” casa, il soprannominato Villino Verde, secondo le indicazioni di qualche ottantenne, la “sua” palazzina a due piani. All’interno, accanto al tariffario, si racconta fosse appeso un cartello: “Niente bastoni, né ombrelli, né coltelli”. Forse un richiamo sotteso di quel fatto cruento?

A oltre cent’anni dall’omicidio, non esiste più alcun ricordo di Ester Demicheli. È possibile leggere un riferimento all’episodio nel libro di Maria Biselli Il mio regno d’oro (1900- 1945): “In vicolo Polluce un postribolo di lusso dove, al tempo della guerra del ’15, un soldato ha ammazzato una prostituta”, evocazione peraltro vaga e, come si è visto, inesatta.

Di lei non resta il nome nemmeno su una lapide. Dopo la riesumazione della salma, i suoi resti sono deposti nell’ossario 9, comparto XXXIV, 6a fila, secondo i documenti presso l’ufficio cimiteriale. La lastra color avorio della piccola cella a colombaia è consunta, annerita ai lati dal tempo. Nessuna foto, nessuna scritta, una piastra nuda. Guardando da vicino e con attenzione, s’intravedono linee incise, incolori, che disegnano due parole: Giovanni Demicheli, il fratello.

Negli anni, tutti si sono dimenticati di lei, l’oblio totale ha avvolto questa donna. Sul suo brutale assassinio gravano l’enigma di un silenzio comprato, il mistero di una condotta omertosa, il segreto di una testimonianza mai resa, l’ossessione di un rifiuto, l’eco di passi affrettati, un’ombra che scompare e si perde tra i vicoli del centro città nella notte tra il 27 e il 28 maggio 1916, accompagnata per sempre dal volo di una tortorella.

pianta del Civico Cimitero di Cremona

Richiesta di autorizzazione per l’apertura della casa di tolleranza Il Polluce

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¹ Eccoli qui i miei ragazzi!

 

Il volo della Tortorella – 12 –

Il fascino dell’enigma
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Mappa di Cremona, 1906

– 12 –

I giorni trascorrono, il tempo passa, il caso Tortorella che tanto ha appassionato e sconvolto la città di Cremona sfuma a poco a poco nel ricordo sbiadito di un orribile fatto di cronaca. I quartieri malfamati hanno sentito lo shock in modo più intenso, è evidente, eppure anche nel giro della leggera pian piano la botta è assorbita e la quotidianità di sesso a pagamento, piccoli furti, attività illegali riprende il consueto trantran.

La stampa non ne parla più. La lieve condanna al maresciallo Manca non fa notizia, nessuno si pone domande sulla condotta e il silenzio del sottufficiale. Se ne ignora la sorte, le sue tracce si perdono in carte diventate forse macerie. L’esercito è d’altronde inghiottito nel vortice dell’attualità e i destini dei militari si svolgono altrove. Ben diverse sono, infatti, le preoccupazioni in questo scorcio di fine estate e inizio autunno 1916: la cruda realtà della Storia invade la vita di tutti e occupa le pagine dei giornali.

Già in conflitto contro l’Austria-Ungheria dopo l’uscita dalla Triplice Alleanza l’anno precedente, il 27 agosto l’Italia dichiara guerra alla Germania, in settembre/ottobre s’intensificano le battaglie sull’Isonzo che impegnano il nostro esercito contro le truppe austro-ungariche in condizioni climatiche proibitive. Scarso il terreno guadagnato, numerose le vittime tra i soldati, la tattica delle “spallate” ideata dal generale Cadorna non è efficace e ben se ne conosce l’esito tragico a Caporetto l’anno successivo.

E lo spagnolo? Sparito? No. Dopo l’assoluzione, l’autorità militare ne decide il congedo. In attesa che il console venezuelano disponga per il rimpatrio, Carlo bazzica ancora alla caserma La Marmora. I commilitoni lo aiutano come possono, continuano a farsi radere da lui, non temono il rasoio a lama che impugna, il processo e la fatidica baionetta non hanno incrinato il rapporto di fiducia.

Qualcosa tuttavia non va. Sorride meno, si mostra malinconico e preoccupato. Il cruccio è la mamma. Le ha sempre scritto molte lettere, corrispondenza che si è ulteriormente intensificata in carcere con le confessioni sulla sua condizione e frasi poetiche di affetto immenso verso di lei. L’apprensione nel pensarla malata aumenta in modo esponenziale, il dolore si acuisce ed evolve in angoscia. Eppure non ne ha motivo o, almeno, nessuna notizia drammatica gli è giunta dal Venezuela. A dire il vero, i suoi messaggi rimangono per la maggior parte senza risposta, forse le lettere non sono spedite oppure si perdono nell’ondata di scritti che arrivano dal fronte. Inoltre disegna. Già, è un caricaturista «muy distinguido»¹ in Sudamerica, ha sempre sostenuto, oltre che noto barbiere. Mette alla prova la sua abilità in figure astratte, spesso indecifrabili, si cimenta in volti e silhouette umane dai tratti infantili, invia persino un suo autoritratto alla Provincia per ringraziare i giornalisti della loro presenza al processo e dei «diarios»².
“Soltanto che il ‘muy distinguido’ pupazzettatore venezuelano aveva fatto uno sgorbio da ragazzino della quarta elementare, non solo non pubblicabile per l’imperizia del disegno, ma per l’assoluta inesistenza di un qualunque supporto di rassomiglianza.” (La Provincia-Corriere di Cremona, venerdì 1 settembre 1916)

La recente esperienza vissuta ha definitivamente minato una psiche fragile. Lo squilibrio è ormai evidente: nella fissità dello sguardo, nel tormento per la madre perseguitata da parenti malvagi e le grida di aiuto che sente arrivare da lontano. Idealmente è un tutt’uno con la mamma e la sua mente affonda nel buio della pazzia. Un giorno, viene trovato in una stanza in preda ad allucinazioni mentre, con la lingua, traccia croci sul pavimento recitando preghiere confuse e invocando il nome di Marcelina.

Alienazione mentale: è la diagnosi del capitano medico della caserma La Marmora, cui segue il ricovero in manicomio. Si trascina tra “scemi di guerra”, soldati afflitti da delirio di persecuzione e shock da combattimento, emarginati, disadattati sociali, disabili e “famigli”, orfani accolti in casa di estranei e mandati via quando non più utili per i lavori stagionali in campagna.
Di competenza del Ministero degli Interni, in questi anni l’ospedale psichiatrico svolge soprattutto un ruolo sociale piuttosto che curativo: un luogo dove rinchiudere individui pericolosi, per sé e gli altri, o possibili cause di scandalo. Si entra non solo perché malati, ma in quanto elementi di disturbo della quiete pubblica. Molto facile l’ingresso, più complessa l’uscita nonostante la legge Giolitti del 14 febbraio 1904 preveda un massimo di trenta giorni di osservazione per i militari, periodo prorogato a tre mesi dal Decreto Luogotenenziale del 25 maggio 1916. Le dimissioni del paziente avvengono solo dopo delibera del Tribunale su richiesta del direttore del manicomio.
Carlos Dominguez non ha nemmeno il tempo di usufruirne, i suoi giorni finiscono in questo luogo, si apprende da una cronaca rapida e sommaria qualche tempo dopo. Sui documenti ufficiali ritrovati, è ormai però Carlo Del Vecchio, il cognome del padre, ragione che l’aveva spinto a lasciare il suo paese e raggiungere l’Italia. Forse non ne sarà mai davvero cosciente.

¹ molto rinomato
² articoli

cap. 13