Il suono dell’inverno

Cremona - Il fiume Po gennaio 2017

Cremona – Il fiume Po, gennaio 2017

Sbuffi di nubi
accarezzano
un sole rarefatto
nell’orizzonte lontano di un angolo di mondo.

In un quadro statico,
echi di ore stanche,
cigolii di barche pigre:
composizioni armoniche di virtuali accordi.

Le acque del grande fiume,
sentiero dai guizzi lattescenti,
si aggrappano alle chiglie stanche come a radici appassite,
si arrendono in mulinelli bizzarri a perle di ghiaccio sulle sponde.

La fissità opalina
di uno spazio senza fretta
e di un tempo sospeso
partorisce pensieri.

Sono il suono dell’inverno,
vita inerte solo in apparenza.

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 It’s a kind of magic
One dream one soul, one prize
One goal, one golden glance of what should be
This flame that burns inside of me
I’m hearing secret harmonies
It’s a kind of magic
The bell that rings inside your mind
It’s challenging the doors of time
It’s a kind of magic
……………………..
This rage that lasts a thousand years
………………………
Will soon be gone
……………………..
This is a kind of magic

 

Cin cin!

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Cin cin ! Cheers ! Za zdoròvie ! Cin cin !
Saúder ! Salud ! Prost ! À la santé!
Yung sing ! Gom bui! Kanpai!
Riempire il bicchiere, Cin!
ricordare fino a immagi-
nare, corteggiare idee
refrattarie, trasfor –
mare schizzo in
realizzo,  fi –
losofia in
sceno-
gra-
fia.
È
il
n
u
o
v
o
cantiere. Bilancio? No, rilancio. La ripartenza è consistenza.
Cin cin ! Cheers ! Za zdoròvie ! Saúder ! Salud ! Prost ! À la santé!

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Ma Bohème continua il suo viaggio insieme a voi.

© Primula

Iniziamo da noi

La routine di carrelli in fila in un supermarket, alcuni più ricchi di altri: il cenone di Natale impone acquisti straordinari a chi può. Tre o quattro persone mi separano dalla cassa. Per ingannare l’attesa giocherello con lo smartphone. Brusio di voci concitate nei pressi del rullo, mi scosto leggermente per vedere. Una donna parla animatamente con la cassiera, il viso delizioso incorniciato da un hijab non è tuttavia contratto.
Conosco gli islamici, so la loro consuetudine a concitarsi anche in una normale conversazione. Non discutono, comunicano.
La donna non ha sufficiente denaro per pagare la spesa, chiede pertanto di togliere alcuni articoli dal suo mucchietto. Non riesco a distinguere quali, forse sono di prima necessità.
All’istante, il mio pensiero corre alla signora Teresa: episodio analogo con una diversa protagonista. La ristrettezza non ha nazionalità.
Condivido le mie riflessioni di allora che restano quelle di oggi.
Natale e la prospettiva di un Nuovo Anno, di una stagione speriamo più felice, si trovano nella concretezza di un quotidiano vissuto al meglio delle possibilità personali.
Bastano piccoli gesti, frasi pronunciate senza la volontà di imporre con violenza se stessi e la propria idea, l’umiltà di conoscere prima di esprimersi, la delicatezza del non giudicare, l’intelligenza dell’autocritica, la capacità di distinguere tra convivenza civile e politica sull’immigrazione, lo sforzo per non scadere negli -ismi di ogni genere – alterazioni linguistiche e comportamentali -, l’assunzione della responsabilità, l’abbandono del comodo e tranquillo delegare.

goccia_nell_oceanoUn augurio a me stessa e a tutti: iniziamo da noi.

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Miseria e nobiltà

Supermercato, ore 11,30.
Alla cassa davanti a me una signora anziana, circa ottant’anni anni, pulita, profumata, vestiti dismessi, vecchi ma dignitosi.
Dalla busta estrae mezzo litro di latte, un pacchetto di biscotti secchi, uno di fette biscottate, una confezione di tè, una di camomilla e un pacchettino di prosciutto cotto, tutto rigorosamente di sottomarca. La cassiera batte lo scontrino: €. 3,38. La signora apre un borsello piccolo piccolo e inizia a contare tutte le monetine. Arriva a due euro e trentacinque centesimi, mancano un euro e tre centesimi. Cerca nelle tasche. La cassiera chiede cosa deve stornare. La signora guarda i prodotti acquistati e sussurra: « I biscotti… nel latte metterò le fette biscottate.»

Non riesco a trattenermi. Deposito un euro e dieci centesimi sulla cassa e cortesemente ma con decisione: « Alla Signora non storna proprio niente.»
Mi guarda.  «Sono mortificata….che Dio la benedica….questi soldi glieli ridarò, appena mi vede mi chiami, sono Teresa… »
«Non si preoccupi Signora, non glieli regalo, glieli presto, stia tranquilla, magari la prossima volta sarà lei a doverli prestare a me… »
Piango di commozione mentre rientro a casa. Sono sicura che la rivedrò e certamente farò finta di non vederla. Voglio che pensi che non ci siamo più incontrate…

Se si volesse cercare e trovare una definizione al termine dignità, nulla di più efficace del comportamento e delle parole della signora Teresa. Nessuna pretesa alla richiesta su “cosa stornare”; piuttosto che umiliarsi a chiedere, ecco la rinuncia a qualche biscotto secco. Nessuna traccia di orgoglio tuttavia nel suo gesto o acredine nei confronti della cassiera: è talmente signorile da capire che quella ragazza sta facendo il suo lavoro.

Se esiste un alone di poesia” nella povertà, questo ne è un esempio.
La Signora Teresa potrebbe davvero essere quasi una figura letteraria, un personaggio d’invenzione, il soggetto di una lirica, assurgendo a simbolo di una condizione esistenziale precaria e difficile, ma vissuta con estremo decoro. Questo racconto sembrerebbe allora un aneddoto e sarebbe quindi irrilevante sapere se è reale e vero. Emergerebbe il legame strettissimo tra un’immagine e un’idea: un individuo povero e la sua grandezza morale, la sua miseria e la sua nobiltà.

Questa donna è un ossimoro vivente: in lei contrastano armoniosamente indigenza e ricchezza interiore, antitesi che si annulla quando pronuncia il suo nome: Teresa. Non è una persona anonima, ha un nome, un’identità; si presenta proprio per essere identificata e riconosciuta non come quella povera ma come la signora Teresa.

Un momento di vita quotidiana che mi ha fatto riflettere molto sulla necessità di pensare ai meno abbienti, a ognuno di loro, come singoli individui con le loro peculiari necessità, di non fermarsi a filosofeggiare sul concetto astratto di povertà imbevuto di discorsi belli ma retorici, a scapito talora dell’azione concreta.

Paragonata alla miseria morale “senza poesia” di mentitori professionisti, arrivisti, arricchiti ipocriti incalliti, amministratori e politici corrotti, ci si può solo inchinare di fronte a tanta dignità, al rifiuto di un’elemosina, alzare il cappello e salutare con rispetto e ammirazione.

 

La mia ultima “vera” Santa Lucia

Scritto tempo fa, ma i ricordi e i sentimenti sono indelebili

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Il 13 dicembre è da sempre per noi lombardi la giornata in cui tanti bambini ricevono doni da Santa Lucia.

È una giornata speciale.

Ricordo la mia infanzia e l’attesa di quello che per mio fratello e me era il più grande avvenimento prima del Natale.

Nella mia famiglia, ma anche in quella dei miei amichetti, si rispettavano rigorosamente la tradizione e un rituale tramandato da generazioni. A scuola, aiutati dalla maestra, noi bambini scrivevamo una letterina indirizzata alla Santa in cui chiedevamo in regalo dei doni e giustificavamo la nostra richiesta dicendo che eravamo stati buoni, che ci eravamo comportati bene. Sapevamo che Santa Lucia sarebbe arrivata nelle nostre case con i regali la notte del 12 dicembre a bordo del suo carretto trainato da un asinello. Per accoglierli, preparavamo una ciotola con del latte o dell’acqua e un piattino con un po’ di fieno per sfamare l’asinello.

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Poi …. tutti a nanna molto presto! La Santa sarebbe potuta arrivare in ogni momento e, se ci avesse trovati alzati, ci avrebbe lanciato della cenere o della sabbia negli occhi per punirci della nostra impazienza. Rischio: la cecità.

Mio fratello e io vivevamo la giornata e la sera del 12 dicembre con ansia e frenesia. Seguivamo le indicazioni, attenti a non sbagliare e, con complicità, ci accordavamo sull’orario del ritiro nella stanzetta che condividevamo. Ricordo che al buio mio fratello mi confessava a volte la sua paura e che improvvisamente spariva sotto le coperte al suono di un campanellino fuori casa, segno che la Santa era arrivata: altra tradizione che mia mamma rispettava sempre.

Miti, leggende che rendevano magica quella notte.

La mattina del 13 dicembre ci alzavamo veramente all’alba, per verificare. Mamma organizzava tutto in modo perfetto. Delimitava con caramelle i bordi di un ipotetico sentiero che dalla nostra cameretta conduceva in salotto dove, aperta la porta, trovavamo uno sfavillio di luci, colori, dolcetti, scatole da aprire, sorprese…
E noi …. stupiti, meravigliati, felici!
Spesso non erano nemmeno doni grandi e costosi; non era importante. La nostra gioia era la conclusione del periodo di attesa, il godimento di un abbraccio e di una festa condivisa dalla e nella famiglia.

La mia mamma è sempre stata capace di rendere meravigliosi quei momenti. Ricordo distintamente; le immagini sono nitide, ancora oggi dopo tanti anni. Avevo quasi sette anni e “quella Santa Lucia” fu veramente speciale. Si era davvero superata nei preparativi; l’atmosfera della nostra casa, quel 13 dicembre, era spettacolare per i colori ma soprattutto per il calore dell’affetto.

Dopo qualche mese la mia mamma ci lasciò.
Improvvisamente.
Malata da tempo, ma per me è stato improvvisamente. Era una mattina di fine marzo e io, ferma sulla soglia della porta della stanza dei miei genitori, guardavo attonita il suo corpo che mio papà disperato stringeva a sé fino a farlo sembrare la silhouette di un manichino.
Così appariva ai miei occhi di bambina, ma avevo capito tutto.

Non dimenticherò mai.

Ci sono state altre “Santa Lucia” in seguito, anche più sfarzose, con regali più importanti, feste più adulte perché svuotate dall’alone di magia e mito che le circondava quando ero piccola.
La mia ultima “vera Santa Lucia” fu tuttavia quella dei miei sette anni e la voglio immortalare nella mia mente in una sorta di fermo immagine.
Mamma Maria (questo il suo bellissimo nome) non mi ha visto crescere, diventare adolescente, poi donna, in seguito moglie, e non è con me. Mi piace tuttavia pensarla non con malinconia, bensì con la gioia di avere vissuto insieme a lei una parte, seppur breve, della mia vita.

Con gioia …. esattamente come in “quella Santa Lucia”.

 

Borghesia

H. Daumier, Les bons bourgeois, 1846

H. Daumier, Les bons bourgeois, 1846

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Sei contenta se un ladro muore o se si arresta una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui, ti tieni stretta i denari tuoi
assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica, vestita a festa, con i capi famiglia in testa
ti raduni nelle tue chiese in ogni città, in ogni paese,
presti ascolto all’omelia rinunciando all’osteria
così grigia così per bene, ti porti a spasso le tue catene.

Godi quando gli anormali son trattati da criminali
chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali.
Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia
tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare.
Sai rubare con discrezione, meschinità e moderazione
alterando bilanci e conti, fatture e bolle di commissione.
Sai mentire con cortesia, con cinismo e vigliaccheria
hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.

Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana
chi lo fa per più di due ore o chi lo fa in maniera strana.
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista
oppure un figlio non commerciante, o peggio ancora uno comunista.
Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto,
sempre fissa lì a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto,
sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa
e sempre pronta a leccar le ossa al più ricco e ai suoi cani.

Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia
per piccina che tu sia il vento un giorno, forse, ti spazzerà via.

Poesia? È possibile. Una lirica moderna in verso libero, dallo schema metrico non canonico, ricca di rime talora baciate, interne o sciolte alternate ad assonanze. Sembra quasi prosa in alcuni punti, ma la letteratura moderna ci ha abituati alla contaminazione dei generi.
Ebbene, in realtà, è musica: la canzone Borghesia, contenuta nel disco di esordio di Claudio Lolli Aspettando Godot del 1972. Sono certa che, proposta a una classe di ragazzini ignari di chi sia il cantautore, questi avrebbero letto il testo come un esempio di letteratura.
Avevo quindici anni quando uscì. Quante riunioni con gli amici ascoltando brani come Michel, Quelli come noi, Quello che mi resta, Aspettando Godot appunto, che abbiamo cantato miliardi di volte in gruppo accompagnati da una chitarra… e Borghesia ovviamente. Possiedo ancora la prima edizione dell’album, quella con la copertina apribile rimasta nell’immaginario della mia generazione. Un cimelio! Vi è raffigurata, ingrandita, la vecchia banconota da cinquemila lire circolante negli anni ’70 con il ritratto di Lolli in sostituzione dell’immagine di Cristoforo Colombo.

claudio-lolliBorghesia… Borghesia…
Che dire dell’affresco che Rimbaud dipinge in A la musique / Alla musica?

Rimbaud, Oeuvres, éd. Garnier, 1960

Rimbaud, Oeuvres, éd. Garnier, 1960

Sulla piazza divisa in striminzite aiuole erbose,
dove tutto è a posto, alberi e fiori,
i bolsi borghesi soffocati dal calore
portano a passeggio, il giovedì sera, le menti stupide e invidiose.

– L’orchestra militare, in mezzo al giardino,
fa oscillare i kepì al suono di valzer flautati;
-Intorno, in prima fila, si pavoneggia il damerino;
il notaio sta appeso ai suoi ciondoli cifrati.

Redditieri in monocolo rimarcano le stecche:
gonfi e tronfi burocrati trascinano le loro obese spose
Accompagnate, quali servizievoli cornacchie,
da dame con volants simili a insegne vistose.

Sulle verdi panchine, gruppi di droghieri pensionati
attizzano la ghiaia col bastoncino a pomolo,
e con aria seria discutono di trattati
sniffando dalle tabacchiere d’argento, poi riprendono: “Rieccolo!…”

Adagiando sulla panca i fianchi ben grassocci,
un borghese con bottoni chiari, il pancione debordando,
fuma la sua pipa “onnaing” da cui traboccano filacci
di tabacco – sapete, roba di contrabbando; –
………………………………………………………

(traduzione di Primula Bazzani)

Rimbaud, Oeuvres, éd. Garnier, 1960

Stessa presentazione ironica e satirica della borghesia, quartine che sembrano quadri, caricature di atteggiamenti e abitudini degli abitanti “importanti” della cittadina di Charleville dove il giovane Arthur viveva, ma che assurgono a simbolo di un certo modo di vivere.
Lolli, oltre quarant’anni fa, ne ha scattato una fotografia, anche politicamente orientata, in quella che è forse una della sue canzoni più famose; già cent’anni prima (la poesia è del 1870) Rimbaud irrideva il mondo borghese e i suoi rituali con una disarmante intensità. E aveva solo sedici anni.
Affascinante quindi ascoltare Borghesia e nel contempo rileggere Alla musica : musica e poesia, un binomio per me perfetto.

E cosa significa per i due cantori essere borghesi? La connotazione ideologica di cui il termine si è caricato per anni non ha più ragione di esistere, a mio avviso. Borghesia non è appartenenza a un ceto sociale; è piuttosto una mentalità, uno stile di vita caratterizzato da mediocrità – non certo l’aurea latina – adeguamento al pensiero prevalente, mancanza d’idealità, autocompiacimento, condanna e disprezzo per quanto non rientra in uno schema fisso e acquisito in pratica da sempre.

Quiconque pense bassement est bourgeois”, “è borghese colui che ha pensieri mediocri” scriveva Flaubert intendendo definire una condizione di bassezza di spirito e mente.

Il borghese è una sintesi di opinioni, una copia di mille riassunti per citare Samuele Bersani, parla per sentito dire, pensa forse pure in questo modo. Non ha slanci, non sa nemmeno scegliere, si appropria persino di aspirazioni altrui. Incapace di affermare una sua originale identità che lo renderebbe unico e irripetibile, preferisce affermarsi confondendosi nella maggioranza, confortante e protettiva. Sorretto dalla sua presunta competenza, giudica, pontifica, addita, critica senza essersi documentato, si basa su analisi già filtrate, si permette valutazioni ironiche su chi segue una direzione contraria alla dominante o momentaneamente vittoriosa, con la boria tipica di chi sa di essere tutelato dall’appoggio dei più. Non sa rispettare, se tollera è per gentil concessione o paternalistica benevolenza.

Per Lolli

l’ipocrisia è la formula
di poesia
della borghesia

Per Rimbaud

il grasso debordante è simbolo di
ricchezza traboccante
e apparenza trionfante

Mi permetto una nuova rima:

la paranza
della tracotanza.

Quanta ne ho letta in questo periodo? Incontrata o incrociata per caso, incapace di sostenere un confronto a viso aperto, tranquillo e costruttivo? La sicurezza del ciò che si ha, che è stato sperimentato da anni, la novità che irrompe nella routine e ne sconvolge i ritmi rassicuranti impediscono ogni tentativo di modificare l’antica architettura.

Queste riflessioni non sono un verdetto né soprattutto un’autoassoluzione: a chiunque può capitare la ricerca dell’accettazione da parte del gruppo vincente e aderire, pur per breve tempo, a un modus vivendi fatto solo di apparenza e adeguamento alle idee di terzi. Esiste una borghesia dell’eschimo accanto a quella della cravatta. Tutti i mezzi sono allora leciti, l’attacco verbale gratuito ne è la massima espressione, quando l’onestà intellettuale diventa un optional.

Mi piacerebbe si recuperasse il valore della parola, nel senso etimologico di Paràbola (dal basso latino), con il significato d’insegnamento e discorso, parola come creazione, metafora, immagine che racchiude al suo interno un universo anticonformista, scomodo, ricco di spirito d’iniziativa, lontano anche dal nostro mondo personale, da preconcetti e sovrastrutture, in grado di far riflettere, mettere nel cuore pensieri che “disturbano” in senso positivo e salutare, liberare da pregiudizi e rivolgersi alla parte ancora vergine del nostro pensiero e intelletto.

Le note sono un mezzo, la penna uno strumento, la sostanza è la parola, la parola è vita, nell’accezione ampia del termine: un pensiero che non suggerisce una conclusione finale, definitiva, univoca e preconfezionata, semplicemente perché questa non esiste.
Tesi, antitesi, sintesi: l’unica dialettica esistenziale possibile.

E ora, buon ascolto.