Ester: da donna reale a figura letteraria

Graziella Borgna In volo, olio, 1988

Il volo della Tortorella è il racconto romanzato di una storia vera, che risale a più di cent’anni fa, la cui trama ruota attorno alla figura di una donna.

Lo ripropongo nella forma di libro, raccogliendo i capitoli che si sono succeduti qui per mesi.

Chi desiderasse ripercorrere le tappe della narrazione può sfogliare le pagine, leggere a tutto schermo, fermarsi e riprendere.

La speranza è di essere riuscita a trasmettere il coinvolgimento emotivo personale in una vicenda umana che mi ha appassionato davvero molto per numerosi aspetti.

Buona lettura!

 

 

 

Comunicazione

Carissime/i,

qualcuno di voi mi ha fatto notare che, da alcuni giorni, non riesce più a commentare su questo blog. Me ne rammarico poiché considero l’interazione l’anima del blogging. In effetti, tra l’ultimo post e il precedente, i commenti si sono ridotti a zero. Sia ben chiaro, nessuno è obbligato a lasciarne se non lo ritiene opportuno, non è presente tuttavia nulla nemmeno nella casella spam, il che mi fa riflettere.

Non ho modificato alcuna impostazione per cui mi piacerebbe verificare se il problema è il mio sito o è imputabile a qualche difetto della piattaforma WordPress, spesso colpevole di malfunzionamento.

Chiederei pertanto cortesemente la vostra collaborazione: chi lo desidera, lasciarmi un breve cenno del passaggio, anche solo un emoji 😉 .

Nel caso trovaste difficoltà, potreste per favore segnalarmelo brevemente via mail (fbprimula@gmail.com) o via Whatsapp per chi ha il mio numero?

Vi ringrazio tantissimo per l’aiuto.

 

Il volo della Tortorella – 13 –

Il fascino dell’enigma
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Lapide di Cesira Ferrari, accoltellata dal marito nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1889. 
Aveva venticinque anni.

– 13 –

Della Tortorella, di un caso che oggi definiremmo femminicidio, non resta nulla e il responsabile è un’incognita.
Giochi erotici sfuggiti al controllo o un rifiuto non motivano la ferocia di cinquantun coltellate. Quei colpi inferti a ripetizione esprimono la rabbia cieca verso una resistenza, la reazione dissennata al respingimento di richieste insistenti, la brutale volontà del dominio esclusivo, un lucido disegno per stroncare un’eventuale rivelazione che qualcuno non poteva consentire o permettersi. Un delitto frutto anche di lucida follia: ossimoro che ben si addice alla portata abnorme di un gesto così aberrante.

Ester Demicheli non è la prima donna trucidata a Cremona.

Risalendo nel tempo al luglio 1865, Rosa Vaccari fu accoltellata nella casa di tolleranza di vicolo del Torchio (oggi via Stretta). L’assassino fu però trovato, colto in flagrante nonostante il tentativo di nascondersi sentendo arrivare le colleghe della donna. Aveva già conficcato la lama del coltello nel corpo di Rosa dopo aver fatto l’amore con lei. Il movente? La gelosia e l’ossessione del possesso ravvivate dalla repulsione verso la convivenza con un uomo assillante e molesto da tempo.
Almeno Rosa è stata vendicata dalla condanna all’ergastolo inflitta al suo assassino.

Come non ricordare, inoltre, l’omicidio di Cesira Ferrari? Non una meretrice in questo caso, bensì “bella e purissima sposa” che “fu nella notte dal 13 al 14 aprile 1889 in età di 25 anni vilmente scannata dal marito” recita la scritta sulla lapide originaria, oggi piccola stele che si trova nella parte più antica del cimitero di Cremona.
Era moglie fedele e operaia onesta, una delle numerose ragazze che all’epoca lavoravano come filatrici di seta. La uccise il marito, già arrestato più volte per altri reati, che, causa supposizioni, fantasie di tradimento, amore malato, la massacrò con ventisette coltellate di cui quindici alla testa. Non pago, assassinò anche il suocero per il sospetto di avere istigato Cesira a comportamenti libertini e addirittura d’intrattenere una relazione incestuosa con lei. Arrestato, condannato ai lavori forzati a vita poi all’ergastolo, Giuseppe Manara, detto Babila, non si pentì mai anzi si vantò di avere riscattato il suo orgoglio maschile ferito.

Prostitute, mogli, amanti, compagne: persone con scelte di vita diverse, alcune condivisibili altre meno, comunque donne, morte perché femmine su cui si è accanita la ferocia in un’inaudita violenza di genere.

Chissà come avrebbe reagito Ester Demicheli guardando la sua piccola dimora in via dei Rustici trasformata, negli anni ’30, in un’elegante casa d’appuntamenti nota in città come Il Polluce, il bordello in di Cremona con le ragazze più belle, frequentato da giovani e uomini dei ceti medio alti! Forse avrebbe sorriso mentre la Teresona sbirciava dallo spioncino della “sua” porta in vicolo Polluce, riconosceva gli habitués e li salutava con un cordiale: «Àra chì i mée regàs!»¹ Si sarebbe probabilmente identificata in Mimma, la tenutaria, mentre riscuoteva i pagamenti o concedeva il libero a un cliente importante con la conseguente possibilità di scegliere la ragazza da solo, usufruire della casa per il tempo concordato, anche una notte intera, con la garanzia della massima riservatezza.
Chi può dirlo? Nemmeno i frequentatori più affezionati del Polluce nel secondo dopoguerra, da cui si può carpire oggi qualche confidenza, hanno mai sentito pronunciare il nomignolo “Tortorella”.
Eppure quella era la “sua” zona, la porta in vicolo Polluce l’ingresso della “sua” casa, il soprannominato Villino Verde, secondo le indicazioni di qualche ottantenne, la “sua” palazzina a due piani. All’interno, accanto al tariffario, si racconta fosse appeso un cartello: “Niente bastoni, né ombrelli, né coltelli”. Forse un richiamo sotteso di quel fatto cruento?

A oltre cent’anni dall’omicidio, non esiste più alcun ricordo di Ester Demicheli. È possibile leggere un riferimento all’episodio nel libro di Maria Biselli Il mio regno d’oro (1900- 1945): “In vicolo Polluce un postribolo di lusso dove, al tempo della guerra del ’15, un soldato ha ammazzato una prostituta”, evocazione peraltro vaga e, come si è visto, inesatta.

Di lei non resta il nome nemmeno su una lapide. Dopo la riesumazione della salma, i suoi resti sono deposti nell’ossario 9, comparto XXXIV, 6a fila, secondo i documenti presso l’ufficio cimiteriale. La lastra color avorio della piccola cella a colombaia è consunta, annerita ai lati dal tempo. Nessuna foto, nessuna scritta, una piastra nuda. Guardando da vicino e con attenzione, s’intravedono linee incise, incolori, che disegnano due parole: Giovanni Demicheli, il fratello.

Negli anni, tutti si sono dimenticati di lei, l’oblio totale ha avvolto questa donna. Sul suo brutale assassinio gravano l’enigma di un silenzio comprato, il mistero di una condotta omertosa, il segreto di una testimonianza mai resa, l’ossessione di un rifiuto, l’eco di passi affrettati, un’ombra che scompare e si perde tra i vicoli del centro città nella notte tra il 27 e il 28 maggio 1916, accompagnata per sempre dal volo di una tortorella.

pianta del Civico Cimitero di Cremona

Richiesta di autorizzazione per l’apertura della casa di tolleranza Il Polluce

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¹ Eccoli qui i miei ragazzi!

 

Il volo della Tortorella – 12 –

Il fascino dell’enigma
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Mappa di Cremona, 1906

– 12 –

I giorni trascorrono, il tempo passa, il caso Tortorella che tanto ha appassionato e sconvolto la città di Cremona sfuma a poco a poco nel ricordo sbiadito di un orribile fatto di cronaca. I quartieri malfamati hanno sentito lo shock in modo più intenso, è evidente, eppure anche nel giro della leggera pian piano la botta è assorbita e la quotidianità di sesso a pagamento, piccoli furti, attività illegali riprende il consueto trantran.

La stampa non ne parla più. La lieve condanna al maresciallo Manca non fa notizia, nessuno si pone domande sulla condotta e il silenzio del sottufficiale. Se ne ignora la sorte, le sue tracce si perdono in carte diventate forse macerie. L’esercito è d’altronde inghiottito nel vortice dell’attualità e i destini dei militari si svolgono altrove. Ben diverse sono, infatti, le preoccupazioni in questo scorcio di fine estate e inizio autunno 1916: la cruda realtà della Storia invade la vita di tutti e occupa le pagine dei giornali.

Già in conflitto contro l’Austria-Ungheria dopo l’uscita dalla Triplice Alleanza l’anno precedente, il 27 agosto l’Italia dichiara guerra alla Germania, in settembre/ottobre s’intensificano le battaglie sull’Isonzo che impegnano il nostro esercito contro le truppe austro-ungariche in condizioni climatiche proibitive. Scarso il terreno guadagnato, numerose le vittime tra i soldati, la tattica delle “spallate” ideata dal generale Cadorna non è efficace e ben se ne conosce l’esito tragico a Caporetto l’anno successivo.

E lo spagnolo? Sparito? No. Dopo l’assoluzione, l’autorità militare ne decide il congedo. In attesa che il console venezuelano disponga per il rimpatrio, Carlo bazzica ancora alla caserma La Marmora. I commilitoni lo aiutano come possono, continuano a farsi radere da lui, non temono il rasoio a lama che impugna, il processo e la fatidica baionetta non hanno incrinato il rapporto di fiducia.

Qualcosa tuttavia non va. Sorride meno, si mostra malinconico e preoccupato. Il cruccio è la mamma. Le ha sempre scritto molte lettere, corrispondenza che si è ulteriormente intensificata in carcere con le confessioni sulla sua condizione e frasi poetiche di affetto immenso verso di lei. L’apprensione nel pensarla malata aumenta in modo esponenziale, il dolore si acuisce ed evolve in angoscia. Eppure non ne ha motivo o, almeno, nessuna notizia drammatica gli è giunta dal Venezuela. A dire il vero, i suoi messaggi rimangono per la maggior parte senza risposta, forse le lettere non sono spedite oppure si perdono nell’ondata di scritti che arrivano dal fronte. Inoltre disegna. Già, è un caricaturista «muy distinguido»¹ in Sudamerica, ha sempre sostenuto, oltre che noto barbiere. Mette alla prova la sua abilità in figure astratte, spesso indecifrabili, si cimenta in volti e silhouette umane dai tratti infantili, invia persino un suo autoritratto alla Provincia per ringraziare i giornalisti della loro presenza al processo e dei «diarios»².
“Soltanto che il ‘muy distinguido’ pupazzettatore venezuelano aveva fatto uno sgorbio da ragazzino della quarta elementare, non solo non pubblicabile per l’imperizia del disegno, ma per l’assoluta inesistenza di un qualunque supporto di rassomiglianza.” (La Provincia-Corriere di Cremona, venerdì 1 settembre 1916)

La recente esperienza vissuta ha definitivamente minato una psiche fragile. Lo squilibrio è ormai evidente: nella fissità dello sguardo, nel tormento per la madre perseguitata da parenti malvagi e le grida di aiuto che sente arrivare da lontano. Idealmente è un tutt’uno con la mamma e la sua mente affonda nel buio della pazzia. Un giorno, viene trovato in una stanza in preda ad allucinazioni mentre, con la lingua, traccia croci sul pavimento recitando preghiere confuse e invocando il nome di Marcelina.

Alienazione mentale: è la diagnosi del capitano medico della caserma La Marmora, cui segue il ricovero in manicomio. Si trascina tra “scemi di guerra”, soldati afflitti da delirio di persecuzione e shock da combattimento, emarginati, disadattati sociali, disabili e “famigli”, orfani accolti in casa di estranei e mandati via quando non più utili per i lavori stagionali in campagna.
Di competenza del Ministero degli Interni, in questi anni l’ospedale psichiatrico svolge soprattutto un ruolo sociale piuttosto che curativo: un luogo dove rinchiudere individui pericolosi, per sé e gli altri, o possibili cause di scandalo. Si entra non solo perché malati, ma in quanto elementi di disturbo della quiete pubblica. Molto facile l’ingresso, più complessa l’uscita nonostante la legge Giolitti del 14 febbraio 1904 preveda un massimo di trenta giorni di osservazione per i militari, periodo prorogato a tre mesi dal Decreto Luogotenenziale del 25 maggio 1916. Le dimissioni del paziente avvengono solo dopo delibera del Tribunale su richiesta del direttore del manicomio.
Carlos Dominguez non ha nemmeno il tempo di usufruirne, i suoi giorni finiscono in questo luogo, si apprende da una cronaca rapida e sommaria qualche tempo dopo. Sui documenti ufficiali ritrovati, è ormai però Carlo Del Vecchio, il cognome del padre, ragione che l’aveva spinto a lasciare il suo paese e raggiungere l’Italia. Forse non ne sarà mai davvero cosciente.

¹ molto rinomato
² articoli

cap. 13

Il volo della Tortorella – 11 –

Il fascino dell’enigma
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– 11 –

Folla raddoppiata per l’occasione.
Il sottotenente Dolfini, incaricato di effettuare le analisi chimiche sulle tracce di sangue, espone le risultanze.
Le macchie riscontrate su letto, baionetta e pantaloni dell’imputato sono incompatibili con lo scempio trovato sul cadavere: di dimensioni ridotte e a forma di goccia, mentre il telo di spugna ritrovato sulla scena del delitto era letteralmente impregnato.
L’unica striscia di sangue rinvenuta sulla lama della baionetta è molto piccola e il resto dell’arma completamente intatto. Anche l’impugnatura risulta immacolata.
«Qualcuno può averla pulita con cura?» s’informa il Presidente.
«Forse sì, ma persino il lavaggio più meticoloso avrebbe lasciato una certa quantità, anche minima, perlomeno tra il legno e il metallo. L’abbiamo rotta per verificare meglio, con esito negativo.»
«Per quanto riguarda i pantaloni dell’imputato?»
«Stesse conclusioni pure in quel caso: segni minuscoli riconducibili alla punta di un dito con ogni probabilità sfregato sulla stoffa.»
Del Vecchio, questa volta attento, si permette un solo gesto: allarga le braccia come a significare “Che vi avevo detto?”.
Risatine sommesse in sala, prima immersa nel silenzio carico di tensione.

Dominguez si conferma un buontempone, incapace di valutare le circostanze, con atteggiamenti talora inopportuni «ma individuo di carattere mite, propenso al mendacio e d’indole vanagloriosa» rivela l’analisi medica dello psichiatra prof. Pardo. È insomma un megalomane millantatore dalla predisposizione naturale a deformare la realtà spesso a suo rischio e pericolo, un uomo rimasto adolescente dentro e il cui profilo psicologico non rientrerebbe nello standard di un assassino.
La conclusione della perizia psichiatrica non sorprende più di tanto. Durante tutto il processo, infatti, la tranquillità e l’apparente assenza dell’imputato non sono avvertite come ostentazioni costruite ad arte. La maggioranza le percepisce come innate manifestazioni di autocompiacimento, segnali di una personalità non molto equilibrata ma all’apparenza innocua.

Attesissime la requisitoria del P. M. e l’arringa del difensore, sempre momenti ricchi di pathos.

Il capitano Martini delinea un quadro efficace dell’ambiente in cui si è dovuta muovere la giustizia, costellato di ostacoli, comportamenti omertosi, affermazioni fallaci, dichiarazioni difficilmente documentabili. Le circostanze pesanti a sfavore di Del Vecchio sono state via via smontate nel corso del dibattimento: troppe incongruenze, eccessive contraddizioni, l’ombra di quel presunto borghese visto uscire dalla casa della Tortorella. La deposizione del maresciallo Manca ha insinuato più di un dubbio.
«Nella mia coscienza di magistrato, non mi resta che dire al Tribunale che su Carlo Del Vecchio non gravano sufficienti indizi che lo indichino quale autore dell’assassinio di Ester Demicheli» termina il Pubblico Ministero.

Un leggero brusio rianima il folto pubblico finora immobile, muto e concentratissimo. Un gruppo di statuine che riprendono vita e respiro dopo momenti di apnea, sciolte da parole liberatorie.

Le arringhe sono occasioni per fare sfoggio di elegante eloquenza. Con molta onestà intellettuale, l’avvocato Mazza rinuncia invece a proporre una disamina dettagliata degli esiti del dibattimento.
«Farei torto alla serietà del Tribunale – dichiara – dopo che il Pubblico Ministero con coscienza di uomo e di magistrato ha creduto di dover ritirare l’accusa.»
Prosegue dando voce all’anima più che alla fredda razionalità del giurista. Non ne nuoce l’immagine professionale, al contrario la ingentilisce. Rievoca le titubanze d’inizio processo, non perché scettico sull’innocenza del suo assistito bensì timoroso che gli indizi potessero trasformarsi in prove senza troppi sforzi. Pressato dalla rapidità di un interrogatorio incalzante e ben congegnato, un ragazzo «in fondo buono» come Dominguez, un guascone fantasioso e giocherellone, poteva facilmente cadere in trappola. Plaude alla serietà e saggezza del Presidente colonnello Rasini e pronuncia parole di compianto per la vittima, sgozzata senza pietà.
«Ma, lasciatemelo dire, non tutti hanno fatto il loro dovere! – esclama con vigore alludendo alla condotta del maresciallo Manca sul quale il suo giudizio è severissimo – Non ha agito né da uomo né da soldato. »
«Ester Demicheli – prosegue – è meritevole di giustizia come ogni essere umano, seppur donna perduta.»

Non è tuttavia oggetto di questo dibattimento, circoscritto alla posizione di Carlos.
I familiari di una prostituta avranno la forza di ricorrere a una nuova causa? La Tortorella vale la richiesta di un rinvio a giudizio? Servirebbero prove concrete di un comportamento reticente, certezze riguardanti indagini magari faziose, il coraggio di far sedere sul banco degli imputati un sottufficiale, chiamare in causa altre persone non coinvolte in questa sede, per esempio Annibale, il cognato ostinatamente desideroso di sposarla, assillante, quasi molesto e che Ester aveva più volte respinto con decisione.
Le chiamate al fronte incombono tuttavia. I giudicanti sono Tribunali di Guerra impegnati nel perseguire e punire i disertori. I processi inoltre sarebbero due: uno militare e l’altro civile. Quanto durerebbero? Le condizioni sono tali da poter ottenere procedure lineari e verdetti sicuri?
Domande sospese e aperte.

La Corte si ritira per deliberare. La gente non si muove dall’aula, vuole sentire e vedere, non ha pazienza di aspettare il quotidiano dell’indomani.

Dopo una mezz’ora circa di attesa febbrile, la Corte rientra e il Presidente legge la sentenza: Carlo Del Vecchio è assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. A latere, la condanna a due mesi di reclusione al maresciallo Manca per mancata comparizione.

Cala il sipario su un processo breve ma intenso, ricco di colpi di scena, che ha visto magistrati operare con rettitudine, svincolati dall’influenza di un perbenismo latente e accorti a evitare cadute su rivelazioni piccanti e morbose.
Il mostro sbattuto in prima pagina non ha in alcun modo condizionato la valutazione della Corte. O Del Vecchio è stato così scaltro da ingannare chiunque, persino giudici esperti e abili avvocati?
Restano la tristezza della mancata giustizia verso una donna trucidata e il rammarico per il mistero di un omicidio che rimarrà per sempre senza colpevole.

cap. 12