San Martino

Momenti vissuti in modo drammatico, accettati tuttavia con dignitosa rassegnazione come una consuetudine legata alla condizione di contadini: questo il “San Martino” lombardo e nelle cascine della Pianura Padana durante buona parte del secolo scorso.

 

Alla fine di marzo, il signor Mainardi chiamò mio padre. Gli comunicò che il numero del bestiame da custodire era aumentato. Non intendeva però assumere un altro dipendente. Gli serviva ancora uno dei suoi figli, l’ultimo; quello ero io. Mio padre tentò di convincerlo che ero avviato a un altro mestiere, che non avevo alcuna passione per la campagna, che era mio desiderio fare il prete, che ero fisicamente piuttosto delicato. Il padrone rimase indifferente e irremovibile. Il 1 aprile Guido doveva diventare il nuovo aiutante, in caso contrario l’intera famiglia sarebbe stata licenziata, l’11 novembre obbligata a traslocare presso un’altra azienda agricola e fare San Martino.
Appresi la notizia dalla mamma; il papà non ebbe il coraggio di comunicarmela. Ascoltai in silenzio. Poi mi accasciai sullo sgabello all’angolo del camino. Il fuoco era spento, come me. Sfiduciato e depresso, piansi di un dolore misto a rabbia. Ero vittima di un’ingiustizia, la mia famiglia di un ricatto. Se la passione mi sussurrava di ribellarmi, il cuore e la ragione m’invitavano ad accettare: i miei genitori, le sorelle e i fratelli non potevano pagare per me.
Lo spettro del San Martino era in agguato e, nel caso di un mio rifiuto, si prospettava ciò che avevo già visto subire da altre persone della cascina: l’abbandono della casa, di affetti e amicizie, la ricerca di una nuova sistemazione.
Questi “traslochi” erano frequentissimi all’epoca.
L’anno lavorativo agrario iniziava e finiva a novembre. Se il padrone non si riteneva soddisfatto di un suo dipendente o il bracciante reclamava qualche diritto, il contratto non era rinnovato. Il povero contadino non aveva difese, non poteva nemmeno rivolgersi al Podestà del Comune, la più alta autorità locale di allora, perché questa carica era ricoperta da un possidente terriero. Anche il parroco non interveniva: avrebbe perso il sostegno economico degli agricoltori. Per non parlare del medico condotto, colluso con i proprietari delle cascine e spesso coinvolto nei loro interessi. Nessuna via di scampo: scegliere per un salariato non era contrattualmente previsto. Esisteva la concessione del preavviso: a maggio o ad agosto i capifamiglia erano convocati dai padroni e informati del loro destino. Bontà loro… E così, la mattina dell’11 novembre, giorno di San Martino, vedevamo entrare in cascina uno o due carri agricoli trainati da cavalli o buoi. Il nuovo padrone mandava a prendere i “suoi” braccianti e le loro cose. Mobili, masserizie, attrezzi, scorte di viveri, cassapanca del vestiario, legna per l’inverno, stia con i polli e gabbia dei conigli: i carri erano stracarichi. I bambini venivano sistemati alla bell’e meglio su uno dei veicoli mentre gli adulti seguivano a piedi verso la nuova abitazione.
Scene di cui ho un ricordo struggente: i saluti di commiato delle altre famiglie, gli abbracci silenziosi fra le lacrime regalavano il senso di un dolore condiviso, ma non bastavano a bilanciare la rabbia e il disprezzo per la mancanza di umanità, giustizia e carità della classe padronale.

Quella sera sotto le coperte riflettevo tra i singhiozzi. La mia famiglia avrebbe dovuto subire un simile trattamento? Mi sentivo schiacciato dal peso di una grande responsabilità.
Non ero solo nella stanza quella notte, i miei fratelli e le mie sorelle dormivano. Ma era come se lo fossi, isolato nei miei pensieri. Mi risuonava nella mente la voce di mio padre che raccontava.

«Tuo nonno Luigi è stato fattore dell’azienda Mainardi per molti anni. È morto qui, ai Quadri.»
Era una domenica pomeriggio, avevo ben presente il momento e le parole: seduti al tavolino dell’osteria a parlare con calma, il lavoro che non incombeva, io che mi godevo il mio papà, occasione rara durante la giornata! E ascoltavo incuriosito.
«Sai Guido, il fattore ha delle responsabilità, non è un dipendente come gli altri. Il padrone dà direttamente gli ordini a lui e lui li dice ai contadini. Non solo, ma deve anche saper scegliere l’uomo giusto per una certa mansione. Quello, mica glielo suggerisce il padrone, è lui che conosce i suoi uomini!»
Nonno Luigi dirigeva una trentina di contadini, ognuno con le proprie capacità e bagaglio di esperienza. Non tutti erano brillanti o veloci sul lavoro.
«Gli capitava spesso – continuò papà – di dover richiamare qualcuno…»
Avevo anche intuito che il padrone premiava o lodava raramente chi s’impegnava con ottimi risultati.
«E lǜü, l’éra pròpia bràao, l’éra bòon de fáa…¹ , sapeva come trattare i suoi uomini e parlare con il padrone. Tutti gli volevano bene, anche il signor Mainardi, sai?»
Nonno Luigi doveva essere una persona molto equilibrata, pensai.

Mi rigiravo nel letto sempre quella sera. Non riuscivo a prendere sonno. La mia famiglia era al servizio ai Quadri da generazioni, possibile tanta irriconoscenza e incom-prensione verso un ragazzino?
I racconti di mio padre si mischiavano alle mie domande.

Era stato alle dipendenze del nonno quando questi era fattore. Lavorava come e quanto gli altri, per nonno Luigi era un contadino come tutti. E come tutti subiva rimproveri, si accorgeva delle ingiustizie, sentiva le lamentele dei compagni. Il malcontento nei confronti del datore di lavoro serpeggiava e da semplice malumore si era progressivamente trasformato in pensiero di lotta contro i padroni sfruttatori, complice l’adesione sempre più massiccia alle idee socialiste da tempo radicate nella campagna cremonese. L’associazionismo operaio e bracciantile si era concretizzato nelle cooperative; sapevo che papà aveva partecipato alla fondazione di una sede proprio a Pessina, poi chiusa dal Prefetto durante il ventennio, come molte altre nella Bassa Padana.
«Tuo nonno non approvava – mi diceva papà – per lui ero un rivoluzionario, per il padrone poi!»
E infatti, alla morte del nonno, non prese il suo posto di fattore come di solito accadeva. Rimase un semplice contadino. La mamma era dispiaciuta, un aumento di salario avrebbe consentito di mantenere la famiglia e cinque figli con minore difficoltà.

Episodi di vita che affollavano la mia mente quella notte: non avevamo già dato abbastanza? Il ricatto del padrone, la spada di Damocle del San Martino, volermi a tutti costi come bracciante erano forse il prolungamento dell’espiazione?
A me, adolescente, tutto ciò appariva assurdo.
E ancora, perché mio fratello Aldo ce l’aveva fatta, era riuscito ad abbandonare il lavoro nei campi per un’occupazione diversa? Aveva conseguito la licenza elementare andando a lezione, di sera, dalla maestra del paese. In seguito fece domanda d’assunzione alle Ferrovie dello Stato e fu accettato. Si sposò con una ragazza della cascina e andò a vivere a Cremona. Il padrone era molto irritato: non solo perdeva “due braccia”, creava soprattutto un precedente per altri giovani contadini e poteva essere per loro un esempio da seguire. Il figlio Giannino invece, legato a mio fratello da sincera amicizia, era felice per lui e appoggiava la sua scelta di una nuova vita.
Perché lui sì, io no?
Gli interrogativi, sempre quella notte, si accavallavano, le perplessità rimanevano ma ero sicuro di un fatto: non potevo anch’io mettere la mia famiglia in cattiva luce.
Perciò accettai e iniziai ad aiutare mio padre nella stalla, come da ordini.

dal libro  Le radici nell’anima  Primula Bazzani – Guido Rampi, Apostrofo Editore, 2016

 

 

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¹ e lui era proprio bravo, ci sapeva fare

 

 

Smisurata preghiera

 

Per chi, in direzione ostinata e contraria, dedica se stesso alla realizzazione dell’utopia di un’umanità migliore, molto spesso pagandone il prezzo.

Per chi oppone il fare allo stare di una maggioranza distante.

Per chi non si abitua mai.

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

 

 

 

Doppia dedica

 

May you build a ladder to the stars
And climb on every rung,
May you stay forever young
……………………………………….
May your song always be sung,
May you stay forever young

Pensieri che uniscono due personalità, Dario Fo e Bob Dylan, oggi intimamente legate benché in percorsi diversi.

La morte consacra e consegna al per sempre un artista e le sue invenzioni linguistiche, un Premio esalta e conferma il valore letterario di un musicista e dei suoi testi.

Oggi è il momento dell’Arte. Ogni altra considerazione dovrebbe essere tralasciata, ma si è troppo borghesi per sfuggire alle catene di un perbenismo qualunquista che invade ogni ambito: sociale, mentale, culturale.

Rimando la riflessione a momenti più opportuni. Oggi medito in silenzio sull’Artista che sopravvive al contingente.

 

I giorni più freddi (II^ parte)

 ⇐  I^ parte

 

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disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

 

«Vi prego – scoppiò a piangere la ragazza – lasciatemi scappare dalla regina Mycred!»
«Tu conosci la regina del regno Tutto-Colorato? – chiese emozionato il Gatto delle Nevi – non ti ucciderò se mi porti da lei!»

Il Gatto delle Nevi, infatti, era nato nel reame dove vivono i gatti come lui. Yirr era stato rapito da re Ian quando era solo un cucciolo: una creatura così potente sarebbe stata un ottimo guardiano per il regno.

«Prima, però, toglimi il collare, non riesco a slacciarlo!» disse Yirr indicando l’anello di ghiaccio al collo che gli impediva di uscire dal regno Sempre-Bianco.

Dopo averlo liberato, la bella fruttivendola saltò in groppa al Gatto delle Nevi, che, con un grande balzo, entrò subito nel sentiero. Marlen si teneva ben stretta al collo di Yirr perché percorreva il sentiero a grande velocità. Sembrava quasi volasse: le sue zampe non lasciavano tracce!
Arrivarono nel regno di Mycred quella stessa notte. Qui tutto è colorato: luci bianche e sfavillanti illuminano le case e decorano le strade. Marlen e Yirr trovarono subito il castello della regina poiché luccicava quanto una stella. Sul portone d’ingresso due Gatti delle Nevi riconobbero subito il loro amico da tempo scomparso. I guardiani li fecero entrare e li annunciarono alla regina che sedeva sul trono, avvolta in un ampio mantello dorato. Corse subito ad abbracciare Yirr e Marlen le chiese se poteva aiutarla a fuggire da re Ian.

«Purtroppo cara ragazza – disse dispiaciuta la regina – non posso cancellare l’amore che Ian prova per te. Una cosa, però, potrei fare… – e, dopo averci pensato, la regina esclamò – posso trasformarti in una merla!»

La fruttivendola acconsentì e, in un attimo, cambiò aspetto: la regina l’aveva avvolta nell’enorme mantello e l’aveva tramutata in una merla bianca dagli occhi verdi.

«Ora, finalmente, – aggiunse la regina – puoi fuggire senza che re Ian possa inseguirti!»

Marlen, la merla bianca, ringraziò Mycred con un grande inchino, salutò Yirr e prese il volo. Nel frattempo re Ian era già ritornato nel suo regno. Di Marlen non c’era traccia né nel villaggio né nel castello. Uscì di corsa a chiedere agli abeti se l’avessero vista. Ma nessuno gli disse la verità. Ian, allora, sfoderò la spada bianca e fece un taglio così profondo nel tronco di un albero che questo cadde. Poi, minacciò tutti quanti:

«Questa sarà la vostra punizione se scopro quanto è successo!»
«Ѐ scappata dalla regina Mycred!» disse un piccolo abete impaurito.

Re Ian, quindi, cavalcò verso il Regno Tutto-Colorato e scoprì l’accaduto. Ritornato nel suo reame, andò a cercare un oggetto magico che aveva nascosto sotto la neve. Si trattava di un corno di ghiaccio. Soffiò dentro e, all’istante, ne uscì il Vento Freddo.

«Perché mi hai disturbato?» esclamò il Vento stizzito.
«Voglio che tu soffi più forte che puoi su tutti i regni, devi trovare una merla bianca dagli occhi verdi!» gli ordinò il re.
«Come desideri! – gli rispose il Vento Freddo – Ma ricorda! Oggi, con un suono, tu mi hai convocato. Suona due volte e io ritornerò dentro il corno. Quando sarà passato un anno, potrai risvegliarmi nello stesso giorno in cui mi hai chiamato quest’anno.»

Il Vento Freddo partì subito: soffiava così forte che spazzava via le case e graffiava volti e alberi. Marlen, nel frattempo, volava a fatica, cercando di non farsi trascinare dal Vento. Viaggiava da giorni perché non aveva ancora trovato dove rifugiarsi: i ripari nei tronchi delle piante erano già pieni di animali infreddoliti. Decise, perciò, di entrare nel camino fumante di una casetta. Non sapeva tuttavia dove si trovasse. Il Vento Freddo era stato così rapido da raggiungerla e l’aveva vista, scoprendo quindi il suo nascondiglio. Più potente di prima, ritornò in un attimo nel Regno Sempre-Bianco.

«Ho trovato chi stai cercando – disse al re – e ora ascolta bene: questa notte suona il corno due volte. Poi, raggiungi alla svelta il Regno Nero, la tua merla si nasconde nell’unica casa al confine di quel reame. Vedrai che al mattino uscirà subito dal camino perché penserà che il Vento Freddo non è più in circolazione.»

Quella notte re Ian suonò il corno due volte e il Vento Freddo ritornò nel corno. Al mattino presto, arrivò davanti a quella casa del Regno Nero. Il camino era stato appena spento e Marlen uscì fuori proprio in quell’istante. Ma che delusione! La fuliggine l’aveva sporcata tutta e da bianca era diventata una merla nera! Ian non la riconobbe affatto; andò su tutte le furie e lanciò un ruggito che echeggiò ovunque.

Da quel momento, il re non desiderò altro che uccidere Marlen: ogni anno, suonava il corno di ghiaccio sempre nello stesso giorno e, per tre giorni consecutivi, il Vento Freddo soffiava forte in tutti i regni alla ricerca della merla bianca. Ma, ormai, la bella fruttivendola era tranquilla: nessuno poteva più riconoscerla.

Accade alla fine del mese di gennaio. Da quando Marlen è stata trasformata in una merla, è da sempre il periodo più freddo dell’anno.

separatore-verde                                                                                            Se della fuliggine
cade dall’alto,
alza lo sguardo:
Marlen la merla,
nei giorni più freddi,
la tua città
sta sorvolando,
per cercare
un rifugio
caldo!

© Harfang Diseuse

separatore-verdeRingrazio l’amica Harfang Diseuse per la sua gradita presenza qui e la preziosa collaborazione.
La fiaba: un genere da rivalutare, una lettura non solo per bambini.

Le fiabe
Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita (…) al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno tutto (…) e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste.
Italo Calvino,  Fiabe italiane, 1956

 

I giorni più freddi ( I^ parte)

Ecco ritornata Harfang Diseuse con una nuova fiaba.
Auguro a tutti, amici e passanti occasionali,  buona lettura.🙂

disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

C’era una volta un re di nome Ian: alto, non più giovane ma prestante, canuto, dal viso lungo e magro, la chioma sciolta sulle spalle. Anche gli occhi, il vestito, il mantello, gli stivali e persino la spada erano lattescenti. Sovrano del Regno Sempre-Bianco, abitava nel Castello degli Spifferi. Durante l’inverno, quando anche negli altri reami faceva freddo, re Ian li percorreva a cavallo per fare visita a tutti i sovrani.

Un giorno, arrivò nel regno della regina Lolien e si diresse subito verso il suo castello. Mentre cavalcava, quasi urtò una ragazza che attraversava la strada. Le guance della giovane erano rosa come le nuvole al tramonto, i capelli biondi come i raggi del sole e gli occhi verdi come gli stracci che indossava. Calzava scarpe nere e bucate qua e là. Si chiamava Marlen. Povera, viveva da sola in una casa piccola e rovinata. Faceva la fruttivendola per guadagnare qualche soldino. Quella gelida mattina, infatti, spingeva un carretto pieno di frutta per andare al mercato.
Re Ian, arrabbiato, scese da cavallo per punirla, ma la ragazza era così giovane e bella che se ne innamorò a prima vista. Marlen, invece, si spaventò tanto nel vedere quell’uomo così… bianco! che, inoltre, non le piaceva affatto. Allora, indietreggiò tutta infreddolita e raccolse alla svelta la frutta sparsa a terra.

«Dove andate così di fretta?» chiese Ian.
«Vado al mercato a vendere questi frutti. – rispose la ragazza – Poi comprerò della legna: farà molto freddo questo inverno.»
«Potreste essere al caldo, invece, se voi foste al mio fianco!» esclamò il re.
«Con chi credete di avere a che fare? – rispose Marlen infastidita – Non mi conoscete nemmeno e già mi mancate di rispetto!»
«Perdonatemi, mia adorata, se vi ho offesa. Io sono re Ian – le disse facendo un inchino – sovrano del Regno Sempre-Bianco. Accettate di essere la mia sposa, ve ne prego, e non avrete più bisogno di nulla.»

In quell’istante, Marlen capì chi fosse veramente il re: era l’uomo più crudele e più freddo del mondo. Si diceva che, nel suo regno, non abitasse nessuno: laggiù era sempre inverno.

«Voi siete un uomo così arrogante e gelido che non potreste mai darmi calore e affetto! – esclamò Marlen senza paura – Non si può amare una persona che ha solo neve e ghiaccio nel cuore!»

E corse via infreddolita, spingendo il suo carretto. Infuriato per essere stato respinto, il re rapì Marlen: voleva portarla nel Regno Sempre-Bianco per sposarla. Veloce e furioso come un fulmine, Ian montò in sella al suo destriero tenendo tra le braccia la povera fruttivendola e, lanciando un urlo terribile, partì.

In poche ore, arrivarono nel Regno Sempre-Bianco. Laggiù, tutto era davvero candido: la neve e il ghiaccio coprivano ogni cosa, non si sentiva alcun rumore né si vedeva anima viva. C’erano solo moltitudini di abeti nel villaggio e tantissimi orsi bianchi nel maniero.
Marlen era prigioniera nel Castello degli Spifferi. Dalle porte e dalle finestre non poteva fuggire, tutte bloccate perché re Ian era andato ad annunciare le sue imminenti nozze ai vari sovrani. Rinchiusa nella sua camera in cima alla fortezza, la fruttivendola si ripeteva, notte e giorno, piangendo:

«Quanto freddo fa qui dentro!»

mentre dal soffitto, dalle porte e dalle finestre entravano refoli gelidi. Una mattina, addirittura, Marlen si accorse che le scendevano dagli occhi delle lacrime di neve! Spiandola dal buco della serratura, gli orsi bianchi, allora, si dissero preoccupati:

«La ragazza non può restare più a lungo: le sue ore sono contate!»

Infatti, se fosse rimasta ancora un solo giorno nel castello, Marlen sarebbe morta di freddo. Un orso bianco, allora, buttò giù la porta e ruppe la finestra della stanza.

«Ecco Marlen, scappa e non tornare più!» le disse in fretta.
«Come mai parli?» gli domandò molto stupita.
«Una volta – le rispose l’orso bianco – eravamo persone e in molti abitavamo in questo regno. Ma, qui c’è così tanta neve e ghiaccio che stavamo per morire di freddo. Ci salvò la regina Mycred. Ci trasformò in creature che resistono all’inverno: gli abeti erano gli abitanti del borgo noi quelli del castello.»
Poi, esclamò: «Adesso vattene in fretta, re Ian ritornerà presto!»

Nel frattempo, un altro orso aveva chiamato un abete.

«Se in vita Marlen vuole restare, dalla regina Mycred deve andare! – gli sussurrò all’orecchio – solo lei la può salvare!»

La ragazza scavalcò la finestra: non voleva perdere l’occasione per fuggire da quel regno.

«Non puoi saltare da quell’altezza… – esclamò subito l’abete – ti romperai la testa!»

Quando si accorse che era l’abete a parlare, Marlen si spaventò così tanto che rischiò di cadere davvero dal davanzale.

«Non avere paura – le disse subito l’albero – noi ti trasporteremo fino ai confini del regno!»

Afferrò la bella fruttivendola e la consegnò all’abete più vicino, dicendogli:

«Tieni nord-ovest come direzione: la frontiera è la destinazione.»

Così, passandosi la ragazza, in poco tempo riuscirono a trasportarla alla fine del Regno Sempre-Bianco. Posandola a terra, l’ultimo abete le disse:

«Segui il sentiero, quello delle bacche e degli agrifogli: arriverai nel regno della regina Mycred in tre giorni!»

Marlen lo ringraziò. Quando si voltò verso la stradina, qualcuno le aveva ostacolato il passaggio. Un grande gatto, metà color oro e metà bianco, con gli occhi dorati e il naso rosa, la stava fissando.

«Dove stai andando?» le chiese sornione.
«Da nessuna parte… – mentì Marlen per non essere scoperta– Ma… voi chi siete?»
«Io mi chiamo Yirr e sono il Gatto delle Nevi. – rispose sogghignando – Sono il guardiano di questo regno e se stai cercando di scappare, finirai proprio male! In fiocchi di neve ti posso trasformare se questa zampa dorata lecco e porto dietro l’orecchio! »

La zampa destra era magica, tutta dorata tranne la punta, che era bianca.

«Oppure, se sbatto la coda due volte, con una valanga ti sotterro!» minacciò infine il gatto.
«A che serve – esclamò Marlen rassegnata – tanto morirei lo stesso se resto ancora un giorno in questo regno!»
«Allora – esclamò Yirr – non decidere tu come morire perché sarò io a scegliere la tua fine!»

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© Harfang Diseuse

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Riuscirà la nostra amica Marlen a sopravvivere e scampare alla rabbiosa bramosia di re Ian?