Le trappole del linguaggio

Capita a tutti di trascorrere ogni tanto parte della propria mattinata in qualche ufficio (posta, banca ecc..) e di imbattersi talora in una coda più o meno lunga.
L’attesa è sempre poco piacevole, “perdiamo tempo prezioso”, diciamo. E pensiamo di ottimizzarlo facendo qualcosa.
Io appartengo a questa categoria di persone.
O accendo l’Ipad e do una rapida occhiata ai titoli dei quotidiani e se riesco leggo anche parte di qualche articolo; o invio sms o twitto.
Spesso è anche divertente e umanamente istruttivo ascoltare le conversazioni altrui (nelle quali vengo mio malgrado coinvolta) che sono di una sconcertante banalità, dati i luoghi e la situazione. A volte può succedere di assistere a veri e propri battibecchi sul “c’ero prima io”, inconveniente che da qualche anno, almeno all’ufficio postale, è evitato grazie ai “miracolosi” ticket numerati che personalmente non finirò mai di ringraziare.
Proprio in un ufficio postale mi sono recentemente imbattuta in una lunga fila davanti a uno sportello. Ho come al solito ingannato l’attesa, ma quel giorno in modo diverso.
La mia attenzione è stata attirata da un cartello: riportava il testo di alcune normative e vi erano indicati riferimenti a leggi e decreti.
Ho iniziato a leggere le prime frasi con lo stesso interesse che dimostro quando tento di decifrare la composizione chimica di un detersivo (non capendone nulla): il linguaggio giuridico è per me ostico esattamente come quello tecnico-scientifico.
Ho comunque focalizzato il problema. Le norme riguardavano le attenzioni da usare nei confronti dei “diversamente abili”.
È scattata la molla dell’analisi testuale.
Ho riletto con maggiore concentrazione e mi sono chiesta perché il nostro linguaggio debba essere talora così elegantemente impietoso.
Da alcuni anni sono state introdotte espressioni come “non vedente”, “non udente” accanto al già citato “diversamente abile”.
Perché chiamare “non vedente” un cieco, “non udente” un sordo , “diversamente abile” un portatore di handicap?
Sono artifici linguistici che definiscono un individuo in negativo mettendone in evidenza la diversità, non la peculiarità.
Per cercare di essere più gentili, per evitare di essere troppo diretti e forse, pensiamo, offensivi nel linguaggio, siamo caduti nella trappola di una latente crudeltà.
Queste scelte linguistiche, a mio avviso discutibili, tendono a “ghettizzare” le persone, a isolarle in un “non essere” ancora più pesante della loro stessa condizione.
In un’epoca in cui lo spirito di tolleranza e di convivenza civile è diventato la bandiera di tante battaglie, sarebbe secondo me davvero opportuno riconoscere l’altro nella sua peculiarità, non nella sua diversità.
E questo anche nell’uso della parola.

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