Blog: moda o necessità?

In quest’ultimo anno, navigando sempre di più in rete, avendo aperto un account Twitter e leggendo i quotidiani soprattutto in formato digitale, mi sono resa conto che il fenomeno del blog sta assumendo proporzioni veramente importanti.
Ne esistono di tutti i generi: letterari, tematici, blog diario, di cucina, di fotografia, di moda … l’elenco sarebbe davvero lungo.
Accanto a quelli professionali, redatti e gestiti da giornalisti o da esperti in un determinato settore, mi colpisce particolarmente la proliferazione di piccoli blog “artigianali” che arricchiscono quasi quotidianamente l’universo del web-log. Tra questi devo annoverare anche il mio che amo definire un modesto esercizio di scrittura e riflessione.
Recentemente la lettura di un tweet mi ha fatto meditare: “Ditemi che non sono l’unico a non avere un blog”, parole che fanno emergere una questione di fondo.
Perché “blogghiamo”?
Questa tendenza diffusa risponde a una moda o a un’esigenza più profonda legata alle dinamiche della scrittura?
Perfettamente consapevole che all’argomento sono state dedicate numerose pubblicazioni, come analisi giornalistiche e sociologiche, tesi universitarie e libri (cito per brevità Blog Generation di G. Granieri del 2009), vorrei umilmente proporre la mia esperienza personale.
È palese che creando un blog ci si adegui alle nuove e moderne tecniche comunicative e ci si conformi a un costume dilagante che vede ormai nel web il futuro non solo dell’informazione ma anche dell’espressione letteraria.
E forse in questo senso si segue una moda.
Penso tuttavia che alla base di questa scelta esista la necessità di esprimersi, di dire e di dare, di esternare la propria ricchezza interiore, di vivere la scrittura come una meravigliosa terapia in un mondo sempre più veloce che lascia poco spazio e tempo per la riflessione personale.
Si scrive su un blog per condividere, pensando sempre quindi a un ipotetico lettore. In caso contrario, terremmo un diario privato, segreto, cosa che abbiamo fatto più o meno tutti, credo, nella nostra adolescenza.
Si scrive per trasmettere un messaggio la cui natura non ci è stata imposta da nessuno se non dai nostri interessi, dalle nostre inclinazioni, dal nostro modo di essere e di pensare.
Scrivere aiuta ad analizzare le nostre idee e i nostri sentimenti, a identificarne meglio i contorni.
La parola scritta è quindi, anche, un lavoro su se stessi e per se stessi, il che non significa crogiolarsi con compiacimento nelle proprie emozioni e nei propri stati d’animo.
Si può, infatti, scrivere per se stessi non per narcisismo ma per mettersi in discussione. Fissando su una pagina un pensiero o un sentimento, creiamo le condizioni per consolidarli o per superarli e modificarli. Ciò non accadrebbe se li lasciassimo liberi: si ripeterebbero all’infinito senza essere esplorati e analizzati con lucidità.
E ci conosceremmo di meno.
Scrivere diventa perciò un’esperienza di vita, per molti un’esigenza esistenziale nel dare forma, su una pagina, al proprio universo, quasi fosse un mondo parallelo al reale.
Queste sono le motivazioni almeno della mia scelta.
Perché non preferire altre modalità diverse dal blog, mi si potrà obiettare.
Semplicemente perché il post coniuga l’immediatezza comunicativa con l’esigenza di analisi o autoanalisi e non include a priori lo sbocco editoriale. Lo visualizzo come una sorta di corrispondenza epistolare con un orientamento al contempo orizzontale e verticale: una proiezione verso l’esterno e una lente che mette a fuoco una dimensione più intima.

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