Cultura, privilegio o diritto?

Lunedì 28 gennaio. Teatro Ponchielli di Cremona.
In scena lo spettacolo “Planetario” creato dal gruppo Deproducers che sta lavorando a un progetto di ricerca molto interessante: “Musica con entusiasmo. La Scienza come poesia”.
 
Ecco come lo presentano gli stessi ideatori e interpreti: “progetto innovativo e coinvolgente, un connubio senza precedenti tra musica e scienza. Deproducers è una sorta di collettivo …… che si ripropone di musicare dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile. Planetario, il primo capitolo di questa “collana”, unirà la musica alle conferenze spaziali dell’astrofisico e direttore del Planetario di Milano Fabio Peri” che “illustrerà le meraviglie del cosmo e il mistero della sua nascita, le costellazioni e la loro mitologia, il rapporto tra l’Uomo e l’Infinito, il tutto veicolato da un’incredibile capacità di coinvolgere il pubblico con un linguaggio semplice ed accessibile. Con lui i quattro produttori, insieme alla batteria di Dodo Nkishi ed alla direzione “cosmonautica” di Howie B, stenderanno un tappeto sonoro dal vivo che trascinerà l’ascoltatore dritto nel centro della volta celeste, rendendo il concerto un vero e proprio viaggio intergalattico”.
 
 
È proprio ciò che è avvenuto quel lunedì mattina sul palcoscenico del teatro.
Quindi un gruppo di seri professionisti che hanno mantenuto la loro promessa. E allora? È così che si lavora, o almeno si dovrebbe. Dove sta la notizia, oltre l’interesse della proposta culturale?
Ebbene, il fatto è diventato un “caso” sul quotidiano della mia piccola città, Cremona appunto.
Il pubblico di quel giorno era formato da studenti delle scuole superiori. Come spesso accade, alcuni ragazzi hanno apprezzato e seguito con entusiasmo, altri no.
Non ero presente all’evento, ma la cronaca locale parla di atti di maleducazione; in realtà pare si sia trattato di gesti di autentica inciviltà al punto che un’insegnante ha deciso di rendere pubblica la sua indignazione inviando una lettera al Direttore del quotidiano La Provincia.
La questione è che, leggendo quelle parole, mi sono indignata io.
Premetto che non intendo affatto giustificare il comportamento di alcuni studenti che nella lettera sono definiti “una masnada di incivili”, “una bolgia infernale” e che si sono “distinti” non solo per schiamazzi, interventi inopportuni, uscite inadeguate, commenti fuori luogo, ma, cito, per “sputi, lanci di oggetti vari, rutti”.
Tuttavia quello scritto mi irrita perché propone un’idea di cultura, di formazione e una visione del mondo della scuola che non condivido per nulla.
Innanzitutto la mancanza della firma mi inquieta, e non poco. Qualificarsi solo come “una docente indignata” è vile. Noi adulti, inoltre educatori, dobbiamo avere il coraggio delle nostre opinioni, “metterci la faccia” quando prendiamo posizione. Come possiamo pretendere che lo facciano i nostri figli o i nostri alunni se noi per primi ci sottraiamo?
E ora la parte cruciale.
Così si esprime la mia ex collega (di cui ovviamente ignoro l’identità):
 
Chi si sente investito di un ruolo importante nella formazione di giovani, chi crede fermamente nel valore educativo della Scuola e assolve il suo compito con serietà e responsabilità, si indigna di fronte ad eventi così spiacevoli e si chiede se forse non sia il caso di riflettere bene prima di estendere a tutti, indistintamente, certe proposte.
Forse è il caso di calibrarle e di diversificarle a seconda della tipologia di scuola. Il teatro era quasi completo ma – ad essere ottimisti – forse la metà delle presenze era effettivamente motivata a partecipare. Per la restante metà si è trattato di una “giornata di scuola” persa.
Allora, chiedo ai miei colleghi insegnanti: crediamo davvero nella validità didattica di determinate proposte culturali extra-scolastiche? Consideriamo le uscite didattiche come ulteriori occasioni di crescita per noi e per i ragazzi che ci sono affidati oppure siamo i primi ad approfittare di una giornata di diversivo? “
Una docente indignata
Questo sfogo sottintende un concetto elitario della cultura che mal si addice proprio alla missione educativa della scuola.
Perché mai si dovrebbero preventivamente escludere determinati indirizzi di studio da offerte formative extracurricolari? E riservarle magari solo ai Licei discriminando gli Istituti Professionali?
La cultura è un diritto, non è un privilegio e anziché privare alcuni del suo godimento andrebbe ampliato il numero dei fruitori.
È vero che è talora difficile coinvolgere certi ragazzi in proposte che sembrano ai loro occhi inutili ai fini pratici, ma sono sempre stata convinta, e lo ribadisco ora, che “nessuno è nulla”, che ogni studente ha qualcosa da dare e da dire.
È dovere del docente scoprirlo e valorizzarlo, con lavoro, pazienza e soprattutto l’umiltà di mettere le sue competenze al servizio di chi deve imparare.
Non ho mai creduto allo studente bravo a priori.
E non ho nemmeno mai sostenuto la figura dell’insegnante – amico che piace, “è figo”, “non rompe”, non esige, ma non fa sentire la sua presenza come educatore, ad esempio in momenti importanti come quello qui raccontato, non per reprimere ma per fare capire.
La severità, autorevole non autoritaria, è l’anticamera di future amicizie perché è sintomo di interesse verso chi educhiamo.
Dopo una bocciatura, onestamente motivata, un alunno mi ha scritto “grazie”: commozione e certezza che l’anno successivo avrei avuto di fronte un uomo.
Trasmettere cultura a scuola, in varie forme e modalità, è una sfida appassionata per chi ci crede davvero. E non deve essere calata dall’alto ma proposta e offerta, a tutti, indistintamente.
Mi sono sempre chiesta perché i piani di studio non prevedano l’insegnamento, ad esempio, della Filosofia in un Istituto Professionale. Futuri elettricisti o periti chimici non possono conoscere Platone o Aristotele? Perché mai? O ancora, perché l’apprendimento del Greco sia riservato al Liceo Classico quando un’altissima percentuale delle parole che usiamo, anche quotidianamente, ha un’etimologia greca. Tutti saprebbero scrivere e parlare meglio.
Probabilmente la mia ex collega “docente indignata” non approverebbe queste proposte; le giudicherebbe forse “non calibrate” e “non diversificate”.
 

10 thoughts on “Cultura, privilegio o diritto?

  1. Spesso dico a mio marito che l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni avrebbe dovuto portare con sé una rivoluzione della scuola: una sorta di liceo uguale per tutti, in cui i fondamenti della cultura potessero essere fruibili da futuri medici e futuri saldatori. Utopia? Forse sì, ma forse no: chi l’ha detto che un idraulico deve essere per forza ignorante? Grazie per il tuo pensiero.

    • Hai perfettamente ragione. La realtà è purtroppo diversa. Sottolineo inoltre che anziché aggiungere discipline o estendere quelle già esistenti a tutti gli indirizzi, come ipotizzo nel post, (con le varie modulazioni ovviamente) i vari Ministri (e in questo caso specifico mi riferisco a Gelmini) hanno tolto o ne hanno ridotto le ore di insegnamento. Penso a Storia dell’Arte, a Storia della Musica che è riservata solo ai Conservatori in una sorta di castello incantato, mentre potrebbe accompagnare e completare benissimo lo studio delle letterature. Penso ancora a Diritto riservato ad alcuni istituti mentre tutti dovrebbero averne almeno le nozioni base, visto che l’ignoranza della legge non è ammessa. Rispondono che confluisce in Educazone Civica … ma hanno idea lor signori di quanto poco spazio abbia questa materia nel biennio delle Superiori? Nel triennio, poi, nessuno.
      Richieste non ascoltate.
      Grazie a te di esserti soffermata a leggere e a regalarmi le tue riflessioni.
      A presto
      Primula

      • Hai ragione: attribuisco a Gelmini molte colpe. Non ultima quella di aver ucciso la geografia. Ci sono materie che sarebbero di grande stimolo per gli studenti, come la musica, che invece dopo le Medie si abbandonano. E anche la matematica è sottovalutata in molte scuole, prima fra tutte il Liceo Classico. Musica e matematica fano bene a tutti, secondo me: grandi palestre per menti elastiche! Abbiamo tanta strada davanti. Ciao!

  2. Uhm… La questione che poni non è affatto semplice da affrontare…
    Mi spiego meglio: se da una parte la penso esattamente come te, da un’altra mi rendo conto che questa tenda un po’ all’idealismo.
    Intendo dire che, sforzandomi, ricordo le mie esperienze da studente, e nella pochezza di stimoli che ricevevo (come tutti i miei compagni) vivevo quelle poche occasioni “culturali” principalmente come una giornata di scuola persa, dedita al fancazzismo, come un 14 luglio francese: in particolare ricordo che una mattina – sarò stato in seconda o terza superiore, chi si ricorda più! – portarono gran parte del politecnico (che comprendeva il mio ITIS, un ITAS, e un IPSCT) a guardare un film sulla guerra, se non sbaglio un film serbo sull’ultimo conflitto balcanico, che pensandoci ora era decisamente interessante, seguito dall’intervento di Toni Capuozzo, a quei tempi inviato di guerra.
    Beh, credimi: a quell’età, se non vieni “adeguatamente preparato prima” dal corpo docente (penso ad una introduzione in classe o altro) alla maggior parte degli studenti non importerà mai un fico secco, perché non ha né gli strumenti per capire, né una maturità necessaria per vivere quell’esperienza “atipica” in modo diverso e costruttivo!
    Da quello che ho scritto spero si capisca che per me il problema non è la stupidità di certi scolari (povero Toni, non l’abbiamo quasi lasciato parlare! e colgo così l’occasione per chiedergli scusa) ma il sistema scolastico nei suoi meccanismi perversi, in cui, immaginandomi professore, già non hai il tempo per completare il programma della tua materia (che spesso e volentieri ti viene sempre imposto dall’alto) figurati se ne trovi per “educare alla cultura”!
    Naturalmente ci sono le eccezioni: ricordo una professoressa di matematica che ripetendoci l’idea che uno studente potesse rimanere concentrato per 40-45 minuti al massimo, dedicava gli ultimi scampoli della lezione per discutere di attualità o qualsiasi altra cosa ci venisse in mente.
    Il problema quindi è sia strutturale che “formativo”, in quanto, come ti dicevo anche a Torino, per fare il professore penso ci voglia innanzitutto una sana Vocazione 😉
    Mi ritrovo pienamente d’accordo con l’idea di specializzare il meno possibile soprattutto il biennio, in quanto a quell’età (ma ad esser sinceri fino alle soglie dei trenta) un ragazzo o una ragazza difficilmente sanno cosa vogliono fare nella loro vita!
    Altra questione che qui aggiungo è una differenziazione tra ciò che uno “vuole” fare (in base ai suoi interessi) e ciò che invece “sa” fare (in relazione alle sue capacità), che, come nel mio caso, possono benissimo non coincidere…
    Ho messo mica troppa carne al fuoco…?! 😉 Scusa, ma l’argomento è decisamente interessante!

    • Caro Cris, finalmente eccomi qui!
      Quello che poni, e cho ho proposto anch’io, è una questione annosa.
      Come conciliare i programmi scolastici con le cosiddette “uscite culturali”? Io credo che sia possibile, occorre ovviamente tanta buona volontà e pazienza da parte dei prof e un’ottima organizzazione a livello di collegio docenti/consigli di classe. Un ineccepibile lavoro di équipe, insomma, ed è qui che si incontrano i maggiori problemi, dai più pratici (“io non voglio perdere le mie ore” ecc…) a quelli di concetto o pre-concetto (“a cosa serve tutto questo?” ecc…)
      Sono fermamente convinta che la scuola non si basi solo sui programmi previsti dal Ministero, o come dici tu, imposti dall’alto. Peraltro, esiste un certo margine di discrezionalità e scelta personale; è vero che non si può non conoscere Manzoni, che non si può non sapere chi era Verga (cito i casi più eclatanti e mi limito all’Italiano), ma continuando con tutti questi “non si può” i ragazzi non conoscono nulla della seconda metà del ‘900 e siamo nel XXI secolo!
      Non intendo dire che vadano “eliminati” i grandi del passato, figurati! anzi!, come potremmo conoscere ciò che segue. Ma è possibile ridimensionare, evitare di dedicare due mesi a Manzoni, ad esempio, per lasciare spazio ad autori o avvenimenti più vicini a noi e che permettano di prendere le misure del presente.
      I giornali! Perché non introdurre qualche minuto dedicato alla lettura dei quotidiani … i ragazzi imparerebbero a gestire i media che invadono le loro vite. Dio benedica la tua ex prof di Matematica che già faceva questo lavoro, in un certo senso.
      Tornando al problema del post, è ovvio che le “uscite culturali” (film o mostre …) debbano essere preventivamente preparate in classe ed eventualmente seguite da una discussione dopo. Io lo facevo e cercavo di trovare il modo di collegare i contenuti di un film visto a un autore del mio programma. Tutto è possibile con un po’ di elasticità e di conoscenze da parte dei prof. A volte coinvolgevo direttamente i ragazzi, soprattutto quelli apparentemente più distratti – diciamo così – in un lavoro di ricerca che li gratificasse. In genere funzionava.
      Ma vedi Cris, tutto ciò richiede doppio lavoro da parte di chi insegna. Questa è la mia contestazione. Se si decide di fare l’insegnante si devono mettere preventivamente in conto ore di aggiornamento, letture, studio. Non sempre è così.
      Altro argomento: quali materie studiare.
      Qui la questione è strettamente ministeriale e mi chiedo, anche tuttora, se ci capiscono qualcosa. Si procede sempre per sottrazione, di ore e di materie, mai per aggiunta. Ne abbiamo già parlato a Torino. Ma ti sembra logico che non si preveda lo studio del Diritto in tutti gli indirizzi quando non è ammessa l’ignoranza della Legge? Farlo confluire in Educazione Civica mi fa davvero sorridere; significa che questi “ministeriali” non hanno mai insegnanto nemmeno un’ora in una scuola.
      Ancora, si limitano, in alcuni casi si tolgono, le ore di Storia dell’Arte che sarebbe invece un naturale completamento allo studio della Letteratura Italiana (e di quelle straniere, ovvio!). Figurati che io aggiungerei anche Storia della Musica! Basterebbe un’ora alla settimana, ben gestita, non certo un corso di specialistica!
      La scuola superiore deve dare gli strumenti per una cultura che successivamente va affinata e completata se uno lo vuole fare, in caso contrario le basi esisterebbero già.
      Infine, e concludo, oggi l’istruzione procede con il concetto di “materia leader”, ossia in un Liceo Scientifico sarà Matematica e affini, Linguistico le Lingue, un Istituto Tecnico Chimica piuttosto che Meccanica. Ecco, io ho sempre lottato anche nella mia scuola contro questa idea che porta davvero a una concezione elitaria delle materie scolastiche: perché in un Liceo Linguistico, dove io insegnavo, in caso di insufficienza non grave devo dare automaticamente l’esame (oggi si chiamano “debiti”) in Inglese o Francese (perché materie leader) e non in Matematica in quanto materia secondaria? La non sufficienza in Matematica vale meno?
      Perché, durante l’esame di Stato, Italiano in un Liceo deve avere più peso di Scienze nella valutazione finale? Esistono conoscenze secondarie nella vita o una formazione a compartimenti stagni?
      E, ancora, chi frequenta un Liceo è automaticamente migliore di chi frequenta un Istituto Tecnico? Io credo di no. Tu, Francis, Aldo (ma potrei fare molti altri esempi) siete una testimonianza di questa mia idea.
      Sono idealista lo so, ma queste sono mie precise convinzioni che mi hanno fatto sempre discutere molto con alcuni colleghi.
      Accipicchia!! Ti ho superato in papiro! Non me ne ero nemmeno accorta. 😀
      Non so se la risposta sia soddisfacente per te, mi farai sapere. (perché te lo chiedo, poi? 😉 )
      Un abbraccio Cris e ti lascio alla riflessione.
      Primula

  3. Certo che sono soddisfatto! 😉
    L’unica cosa che mi viene in mente – e che puoi confermare solo tu da ex “interna” al sistema – è che noi due facciamo parte di una minoranza, soprattutto di prof. che hanno un approccio come il tuo! Agli studenti, bene o male, puoi far fare di tutto (parlo dei contenuti) in quanto ricoprono un ruolo passivo: son come spugne da riempire d’acqua; se nessuno le spinge in una bacinella piena, restano asciutte 😉
    Sulla gerarchia delle materie sono completamente d’accordo con te: penso che l’unico elemento differenziale da un istituto all’altro dovrebbe essere il monte ore (parlo sempre dei trienni di specializzazione).
    La verità comunque è che – non ricordo se ti ho esposto questo pensiero anche a Torino – la fascia scolastica caratterizzata da maggior criticità è quella delle medie inferiori: è lì che s’iniziano a formare i pensieri critici negli studenti, è lì che gli ormoni rendono tutto più difficile, è lì che si finisce col fare più danni! Lo dico per esperienza, in quanto è alle medie che ho capito che potevo permettermi di non studiare e fare i compiti (sfruttando le mie capacità mnemoniche) e si può dire che sia lì che abbia incontrato le sirene dell’ozio 😉
    E a cosa serve poi che tutti s’iscrivano all’università e tutti si laureino? In questo sono parecchio cinico, e nella consapevolezza non ci sia tutto questo bisogno di laureati vedo l’attuazione del trattato di Lisbona (il passaggio al 3+2) come un modo per ritardare quanto più possibile l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani (se aumenti l’età pensionabile e cala allo stesso tempo il lavoro disponibile, è quasi una soluzione obbligata), aumentando di molto la spesa privata nel sostenere questi studi, con tutto l’indotto che ci sta dietro…
    Mi fermo, perché sto andando oltre con i pensieri, e mi vengono in mente tutte le porcate che i nostri rappresentanti stanno facendo in politica (sempre con la p minuscola) e c’è il rischio che mi venga un’ulcera perforante lol
    Però è confortante sapere di non essere “soli” 🙂

    • Lucido come sempre 😉
      Sono d’accordo su tutto, dalla questione del monte ore diversificato per diversi Istituti ma materie comunque analoghe alla gestione maldestra (e sono gentile) dell’iter universitario. La mia speranza è che le promesse fatte recentemente dalla politica sugli investimenti per la cultura vengano mantenute, e che la politica ritorni con la P maiuscola, ma questo è un altro film.
      La scuola media? Anni da inserire in una riforma globale del percorso formativo, cambiarla in modo isolato non darebbe alcun risultato.
      Credi che potremmo dichiarare archiviata l’analisi di questo argomento? 😉
      Parlarne a quattr’occhi però è decisamente meglio! 🙂
      A presto Cris
      Primula

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