La mia personale “campagna no astensionismo”

Curiosa coincidenza.
Martedì 19 febbraio, mentre veniva postato su Twitter il link di un articolo del giornale Il Fatto Quotidiano “Super poliziotti o capi popolo? Grazie non voto” di Barbara Collevecchio, pressoché contemporaneamente proseguivo, twittando, la mia personale “campagna no astensionismo”, di modeste dimensioni ovviamente essendo ridotta entro i limiti dei 140 caratteri. Riflessioni reiterate, le mie, ma pur sempre prive dell’adeguata argomentazione analitica che la sintesi di Twitter impedisce.
Ne approfitto in questa sede
Segnalo per par condicio il link di questo interessante articolo

Votare è un diritto e un dovere. Il futuro è adesso e dipende da noi

Quindi, da un lato la profonda convinzione di altri e mia che astenersi non è una forma di protesta e che può essere anche controproducente, dall’altro l’opposta ma altrettanto convinta affermazione dell’inutilità del voto.
Contrariamente alla giornalista del Fatto, e invece in perfetta sintonia con Dario Seminara, sostengo che recarsi alle urne sia un dovere, sancito come tale peraltro dalla nostra Costituzione (art. 48). Non è l’unico modo, ma è indubbiamente il principale con il quale noi cittadini partecipiamo alla vita politica del nostro Paese, proprio perché l’Italia è una “Repubblica democratica” e votando esercitiamo la nostra “sovranità” popolare (art. 1 della Costituzione)
Non è stato facile conquistare quello che è anche un diritto di tutti i cittadini (art. 4 DPR 1957 e successive modifiche del Testo Unico delle Leggi Elettorali); è costato “lacrime e sangue” ai nostri padri, non calpestiamolo!
Basterebbe anche solo questo pensiero a rendere un impegno civico parte del nostro DNA.
Nel suo articolo, Barbara Collevecchio giustifica così il suo “non voto”: una democrazia non rappresentativa di tutti, “gli oppressi” ne sono esclusi, afferma; un sistema elettorale inadeguato, “una vergogna”, lo definisce; delegittimazione dell’istituzione dei partiti … In sintesi, il suo astensionismo è motivato dal desiderio di “fare politica dal basso” e dall’auspicio di una “rivoluzione culturale”.
Sarebbe ipocrita non concordare su alcuni punti. È il metodo che mi permetto di non condividere.
Comunque la si pensi, recarsi alle urne è essenziale; è il modo per dire che “noi ci siamo”, che siamo cittadini consapevoli e responsabili. Presentarsi al seggio elettorale non implica necessariamente un adeguamento o l’espressione di un consenso: si risponde a un dovere, si esercita un diritto. Molto semplice.
In questi giorni sul web si sta scrivendo molto sull’ipotesi di rifiuto della scheda dopo essere stati preventivamente registrati al voto.
Gesto dimostrativo, anche plateale se si vuole, comunque di sicuro effetto ma solo se realizzato su vasta scala. Forse non servirebbe a nulla nell’immediato, ma se fosse compiuto da tutti coloro che formano il cosiddetto “partito dell’astensione” avrebbe quanto meno la risonanza di una “rivoluzione”, tanto auspicata dalla giornalista del Fatto. E questa forma di dissenso nei confronti di una classe politica nella quale molti non credono più non potrebbe passare inosservata. Ma bisognerebbe organizzarsi….
Personalmente credo da sempre nell’assunzione di responsabilità. E per me il voto lo è.
Moltissimo deve essere modificato nella vita politica del nostro Paese, è innegabile, iniziando proprio dal concetto di politica come servizio …. il resto ne è una logica conseguenza.
Non si può tuttavia, a mio avviso, delegare questo cambiamento a un “non fare”, a un “non votare”. Credo nella “rivoluzione culturale” e nella “politica dal basso” evocate e invocate da Barbara Collevecchio, ma le concepisco solo condotte dall’interno delle istituzioni.
Il nichilismo in sé non ha mai portato a nulla di positivo se non sorretto in seguito da una fattiva progettualità: la storia, anche letteraria e artistica, lo insegna.

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