“Come un cane in chiesa”

Anche in un’occasione dolorosa come la scomparsa di Don Andrea Gallo, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione di ribaltare la normale logica comportamentale.
Ancora una volta “un mondo a rovescio” … e non solo perché il quotidiano L’Avvenire dedica alla notizia un articolo di taglio basso in tredicesima pagina

È morto don Andrea Gallo,«prete di strada per i deboli»

mentre Il Manifesto si apre con una grande fotografia che lo ritrae a braccia aperte sventolando un fazzoletto rosso

don Gallo

e infine, una breve nota dell’Osservatore Romano è postata su Il Sismografo alle 16.30 di oggi pomeriggio

Osservatore Romano. La morte di Don Andrea Gallo. Ricordato specialmente per la dedizione ai poveri

È vero che, come scrive Marco Damilano su L’Espresso, bisognerebbe pensare “con un sorriso a don Andrea Gallo che fuma il sigaro in cielo”. Forse, aggiungo io, lui sarebbe contento di non avere troppe prime pagine “formali” e “ufficiali”: era un grande, anche se non stava in mezzo ai “grandi”, o lo era proprio per questo.
Quello che mi imbarazza un po’, e che considero una logica “a rovescio”, è appropriarsi o meno dell’immagine, delle azioni e del ricordo di un prete facendone una bandiera ideologica, elogiandolo o prendendone le distanze come Matteo Salvini ha ritenuto opportuno fare su Facebook oggi

E’ morto a Genova Don Gallo, pace alla sua Anima.
A tutti i “beatificatori” postumi ricordo però, fra le sue gesta, il suo cantare “Bella Ciao” a fine Messa, lo spinello fumato in Comune a Genova, la sua partecipazione con gli ultrà di sinistra alle manifestazioni contro la Lega e a favore di una moschea a Genova, il suo sogno di avere “un Papa omosessuale” e matrimoni gay, i suoi attacchi alla Lega.
Un prete che parla di Amore e di Tolleranza, ma che attacca e disprezza chi non la pensa come lui, non mi piace fino in fondo.
Un pensiero comunque a lui, e a quella splendida città che è Genova.

Le etichette “prete di strada”, “prete dei poveri” .. come se fossero definizioni particolari sono, a mio avviso, delle forzature perché il prete, nel senso pieno del termine, è esattamente questo.
Don Gallo è stato un sacerdote tout court, dagli atteggiamenti un po’ stravaganti, è innegabile, ma ha svolto la sua missione seguendo appieno il messaggio evangelico. Leggendo i suoi libri sono attratta dall’entusiasmo con cui ha operato tra i più indigenti e gli emarginati e dalla gioia con cui ha affrontato mille difficoltà. Ma mai ho trovato una sola frase in cui mettesse in dubbio il Magistero della Chiesa o l’autorità del suo Vescovo di turno. Lo dimostra il fatto che nessuno abbia mai richiesto un suo allontanamento o addirittura una scomunica. Criticava alcuni atteggiamenti clericali, ma è ben altro che porsi in contrasto con la fede. E la sua era veramente profonda.
Mi sembra quindi corretto e doveroso ricordarlo con le sue parole che sono la migliore testimonianza di un uomo che ha saputo far convivere “il ribelle”, come lui si definisce in Come un cane in chiesa, e il servitore ubbidiente, il frequentatore al contempo delle piazze e della ribalta televisiva.
Perché i bisognosi sono ovunque.

I peccati della carne sono sicuramente meno gravi di quelli dello spirito. Secondo me, ad esempio, i peccati di omissione possono essere molto più dannosi delle infrazioni commesse con il proprio corpo, ma il peccato veramente imperdonabile in cui tutti incorrono …. è il peccato contro la luce. E qual è questa luce? Il perdono.
Chi giudica l’altro commette il più grave dei peccati. Dice Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (Vangelo di Luca 6, 37) Chi non sa accogliere e ascoltare le ragioni dell’altro si chiude alla misericordia, alla luce. Chiudere per sempre la porta all’individuo che ha sbagliato e non dargli una possibilità di riscatto è un atto che cancella la speranza. È evidente che non sto parlando della giustizia legale che deve fare il suo corso, pretendendo il giusto pagamento del debito alla società, ma anche la giustizia legale deve preoccuparsi di recuperare la persona che ha sbagliato.
Il giudizio sugli altri, a volte addirittura il pregiudizio, striscia beffardo in tutti gli ambienti di vita: in famiglia, tra gli amici e in questa nostra Italia di oggi, che vive una stagione di profonda crisi di pathos etico e di rapporti umani. Tutti hanno sempre ragione, tutti litigano, tutti giudicano gli altri, anche nella Chiesa. Non si perdona più niente, e la ricerca del colpevole, del capro espiatorio, va per la maggiore. ……
Accogliere l’altro può non essere esercizio di virtù civica della nostra politica o della nostra giustizia, ma deve essere, e sottolineo la parola deve, un esercizio di verità della nostra amata Chiesa. Mi arrabbio se il mio sindaco o il mio capo del governo non approfondisce le ragioni delle proteste sociali e delle ingiustizie, ma capisco che forse non è la sua sensibilità, la sua missione. Mi arrabbio assai di più se scopro che a essere carente di ascolto è un presbitero, un vescovo o un cristiano che si batte il petto la domenica a Messa per far bella figura di fronte al suo parroco ma poi condanna senza appello chi sbaglia.
Perdonare è aiutare l’altro a far emergere la parte luminosa di sé. È l’atto più alto di tutta la Creazione. Significa rifare una novità di vita a partire dalle esperienze sbagliate, far rifiorire una creatura spenta …. Perdonare non significa cancellare la colpa, il cui segno e ricordo rimane, significa chiedere una riparazione e da questa riparazione sboccia sempre una fioritura di bellezza.

don gallo

Non mi sembra proprio un programma di vita fuori dagli schemi, anzi .
Vorrei salutare don Andrea Gallo con un auspicio, un desiderio che lui condividerebbe, ne sono certa: che si possa un giorno, con volontà e tanta azione, elminare il contrasto tra l’opulenza del nostro mondo e l’indigenza di un continente, quello africano, che non stiamo affatto aiutando, di cui ci occupiamo solo per trarre profitto dalle ricchezze naturali che offre; che l’interesse per le persone pevalga su quelli economici vincendo un problema che stava molto a cuore a Don Andrea : l’omissione, il non fare che, forse, sono davvero i mali della nostra cosiddetta civiltà occidentale.

 

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