Statale? Privata? La missione educativa non ha colori

Domenica 26 maggio i bolognesi sono stati chiamati a esprimere la loro opinione sull’opportunità o meno di proseguire con il finanziamento statale alle scuole paritarie.
Referendum consultivo, riferito a una sola città e unicamente alla convenzione comunale con le scuole private per l’infanzia; pertanto limitato, ma solo in apparenza. In realtà, pone un problema che riguarda molti: famiglie, studenti, insegnanti, l’intero mondo della scuola, dalle materne alle superiori.
La questione è di una tale importanza che mi sono stupita della bassa percentuale di votanti: il 28,7%.

I nostri figli non frequentano tutti la scuola? Questo è un aspetto secondario della loro vita? Gli interessi “veri” dei nostri ragazzi sono altri?
Domande che mi sono naturalmente posta in questa circostanza e che ritornano prepotentemente ogni qualvolta si affronta il tema, con tutto ciò che comporta.

Come credo sia noto, dell’esiguo 30% circa, il 59% ha votato per la soppressione dei finanziamenti statali, il 41% per il mantenimento.
Il quesito referendario è stato riproposto on line dal quotidiano La Stampa martedì 28 maggio con un esito interessante : il quadro è ribaltato rispetto a Bologna; vero che le due consultazioni non sono paragonabili non avendo il sondaggio della Stampa alcun valore statistico, ma il risultato merita comunque una riflessione.

Mi sento chiamata in causa in qualità di ex “operatore del settore”: ho insegnato, per scelta, ben trentun anni proprio in una scuola paritaria privata, in più cattolica. Insomma la categoria più vilipesa.
La mia esperienza mi ha purtroppo insegnato che tra docenti “statali” e “privati” c’è sempre una sottile guerriglia: da un lato si sostiene che “statale” è meglio e che “privato” è sinonimo di facili promozioni e favoritismi; dall’altro si ribatte che “statale” significa talora anche assenteismo più facile, disimpegno più ricorrente, tanto nessuno controlla o prende provvedimenti.

Questa visione manichea non mi appartiene: chi lavora seriamente, con dedizione, si aggiorna, è autorevole, segue gli studenti con competenza, sensibilità e ottiene risultati, è un buon insegnante e un bravo educatore, ovunque si trovi.
Tutti i docenti hanno un unico obiettivo: far crescere individui consapevoli grazie a un’offerta formativa e culturale degna. Dove questo avviene non ha, a mio avviso, alcuna importanza. L’insegnamento come missione, prima che come professione, non ha spazi definibili migliori a priori.
L’educare, in ambito scolastico, ha per natura una funzione pubblica; voglio credere, o almeno sperare, che tutti concordino su tale concetto. La legge Berlinguer del 2000 ha finalmente sciolto un malinteso ridando a questo termine il suo corretto significato: l’attività della scuola nel suo complesso è pubblica; la distinzione è semmai tra “statale” e “paritario privato”.
E ciò giustifica il finanziamento alle private?
Assolutamente no. Paradossale, vero? Io, ex docente di un Liceo Linguistico paritario, non sono favorevole all’attuale sistema di sovvenzioni.

Ho trovato particolarmente interessante un articolo apparso il 25 maggio sul Sole 24 Ore Scuole paritarie, un diritto e un risparmio per lo Stato di cui riprenderei la parte conclusiva ribadendo con forza e convinzione il diritto alla scelta.

Vogliamo riconoscere ai genitori la libertà di iscrivere i propri figli al tipo di scuola che più preferiscono e agli stessi figli il piacere di frequentare l’istituto che più desiderano? Statale o privato: sono due opzioni, entrambe valide e rispettabili. So perfettamente che avrei tutte risposte positive, con l’aggiunta …. purché lo Stato non abbia oneri.
Giustissimo, replico.
L’art. 33 della Costituzione è molto chiaro al riguardo e va rispettato.
Credo pertanto che finanziare direttamente gli istituti paritari sia un errore.
È mia precisa convinzione, da sempre, che l’attenzione debba essere focalizzata sulle famiglie, ossia a chi fruisce dell’erogazione del servizio e non a chi lo eroga. In questo modo sarebbero salvaguardati il diritto individuale alla libera scelta e il rispetto della Costituzione, perché lo Stato non avrebbe oneri.

Faccio un’ipotesi:
1. A frequenta un istituto statale X e costa n euro allo Stato
2. B frequenta un istituto paritario, paga ovviamente la retta all’ente privato e non costa nulla allo Stato
Legittimo che la famiglia possa chiedere il corrispettivo che lo Stato avrebbe erogato se B, come A, si fosse iscritto a una scuola statale. Corretto darlo a lei, non all’ente.
Varie le modalità (voucher, detassazione ecc…) da valutare, da studiare…

Qualcuno dovrebbe comunque prendere davvero in considerazione questa via: è l’unica possibilità di autentica parità senza intaccare i dettami costituzionali, senza togliere fondi sacrosanti al sistema scolastico statale e senza ledere il diritto alla libertà di scegliere.
Figure autorevoli lo sostengono da molti anni, ad esempio il prof. Stefano Zamagni che molto ha scritto sul tema e che ha riaffermato la sua tesi anche recentemente, proprio in occasione del referendum bolognese.
Sarebbe anche opportuno che la questione scuola statale vs paritaria non fosse sventolata come una bandiera ideologica, e mi riferisco a entrambi gli schieramenti: la missione educativa non ha colori, o almeno non dovrebbe averne.
Ne discutiamo?

scuola1

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