Dolomiti: vacanze e storia in controluce

Panorama della Val Badia dal Passo Gardena

Panorama della Val Badia dal Passo Gardena    (foto by Primula – Ma Bohème)

San Cassiano, in una vallata laterale della splendida Val Badia, ultimo paese prima del Passo Valparola se si esclude il piccolo centro abitato di Armentarola.

San Cassiano - Alta Badia

San Cassiano – Alta Badia   (foto by Primula – Ma Bohème)

San Cassiano dal Passo Valparola

San Cassiano dal Passo Valparola   (foto by Primula – Ma Bohème)

Fra il Monte Lagazuoi e il Sass de Stria, la strada conduce rapidamente al Passo Falzarego, e poi giù fino a Cortina! Siamo nel cuore delle Dolomiti.

Passo Valparola - sullo sfondo il Monte Averau

Passo Valparola – sullo sfondo il Monte Averau   (foto by Primula – Ma Bohème)

Qui trascorro gran parte delle mie vacanze estive da molti anni, una trentina circa, forse di più; conosco quindi bene questi luoghi, i prati, i sentieri, le rocce.
Ricordo San Cassiano quando ancora era formato da un gruppetto di case, un paio di hotel, quelli “storici” oggi diventati di lusso, che allora erano quasi delle baite. L’ho visto svilupparsi negli anni, arricchirsi di negozi anche esclusivi, ma l’atmosfera per me non è mai cambiata. È aumentata l’affluenza dei turisti, è vero; basta tuttavia pochissimo per ritrovarsi pressoché in solitudine su una roccia o in mezzo ai boschi per rilassarsi e godere delle bellezze della natura.
Passeggiare in montagna è spesso faticoso; lo sforzo è comunque sempre ricompensato dallo splendore del paesaggio, soprattutto se contemplato dall’alto di una cima.

Gruppo Conturines La Varella, sopra San Cassiano, al tramonto

Gruppo Conturines La Varella, sopra San Cassiano, al tramonto   (foto by Primula – Ma Bohème)

La Tofana

La Tofana    (foto by Primula – Ma Bohème)

Mentre ci si inerpica su tracciati talora ripidi e difficili e si osservano i meravigliosi scenari naturali, è spontaneo pensare agli avvenimenti bellici di cui queste montagne sono state teatro e ai numerosissimi caduti della Prima Guerra Mondiale.

Partire in escursione sulle Dolomiti non è solo sinonimo di vacanza. È anche andare a camminare sulle tracce di una storia recente, che è la nostra, capirne la drammaticità che un testo, forse, non riesce a trasmettere fino in fondo. È riviverla “in controluce”, come se la pagina scritta messa contro un vetro permettesse di vedere ciò che, leggendo, si può solo intuire.
Credo sia questo spirito ad avere animato il bellissimo progetto di Paolo Rumiz su Repubblica Paolo Rumiz “La Grande Guerra, i sentieri del sangue perduto” resoconto a puntate di “ un viaggio … sul fronte italo-austriaco per scoprire un’Italia meravigliosa e terribile”.

Ma attenzione! Voglio premettere che ciò che segue non è affatto una lezione di storia! È semplicemente la condivisione di una giornata particolare trascorsa sulle Dolomiti quest’estate e, se volete, anche un consiglio, perché no?, per un momento di vacanza un po’ diverso.

Le possibilità di ripercorrere alcune tappe della Grande Guerra non mancano in Val Badia.
Il Sass de Stria, il Lagazuoi, Le Cinque Torri, il Col di Lana sono praticamente musei all’aperto: durante la guerra furono costruite postazioni, scavati tunnel, trincee e camminamenti da qualche anno visitabili grazie al lodevole lavoro di recupero ad opera degli Alpini della Protezione Civile, con patrocini e finanziamenti vari.

Il Sass de Stria ripreso dal Passo Valparola

Il Sass de Stria ripreso dal Passo Valparola   (foto by Primula – Ma Bohème)

Le Cinque Torri

Le Cinque Torri   (foto by Primula – Ma Bohème)

Cinque Torri - Trincea Prima Guerra Mondiale

Cinque Torri – Trincea Prima Guerra Mondiale   (foto by Primula – Ma Bohème)

Cinque Torri - camminamento trincee Prima Guerra Mondiale

Cinque Torri – camminamento trincee Prima Guerra Mondiale   (foto by Primula – Ma Bohème)

Galleria del Lagazuoi

Galleria del Lagazuoi  (foto by Primula – Ma Bohème)

Oggi i sentieri che conducono sulle cime di queste montagne coincidono per quasi tutto il percorso con camminamenti, trincee e gallerie. È impossibile non riflettere: si suda, salendo, si ansima … e si ripensa alla tragica fatica di quei soldati, giovani, ragazzini, che avanzavano piegati sotto il peso degli zaini e degli armamenti che dovevano trasportare, “come pecore sotto il loro stesso peso” li descrive uno Standschützen (tiratore al bersaglio) in un suo diario. Nel giugno del 1915, mese dei primi scontri a fuoco, qui c‘era la neve.

Sul Passo Valparola, tra l’alta Val Badia (Trento, Alto Adige) e il Passo Falzarego (Belluno, Veneto) esiste un fortino austriaco costruito tra il 1897 e il 1901 dall’esercito austro-ungarico. Fu bombardato durante il primo anno della guerra e rimase sotto forma di rudere per molto tempo.
Da alcuni anni il Forte 3 Sassi ospita il Museo della Grande Guerra.

Museo Valparola
È una magnifica giornata di agosto: cielo terso, scarsissime nubi, fatto molto inusuale da queste parti. Decidiamo di trascorrere una mattinata immersi in quella che ho chiamato “la storia in controluce” e ci fermiamo al fortino.

Forte 3 Sassi

Forte 3 Sassi   (foto by Primula – Ma Bohème)

Al Forte 3 Sassi - Sentinella con uniforme degli Jäger bavaresi. Sulla destra uno scorcio del Sass de Stria

               Al Forte 3 Sassi – Sentinella con uniforme degli Jäger bavaresi. Sulla destra uno scorcio del Sass de Stria                    (foto by Primula – Ma Bohème)

Incontriamo un ragazzo che funge da guida all’interno e all’esterno del Forte. È un volontario, come tutti in questo museo. Parliamo un po’ con lui, gli chiedo se posso citarlo in un mio eventuale resoconto della visita e riportare alcuni dei suoi racconti. Mi autorizza lasciando trasparire un certo orgoglio, lo stesso con cui indossa l’uniforme del bisnonno.

Grande Guerra4

foto by Primula – Ma Bohème

Era un soldato semplice, di fanteria” mi spiega “un soldato infanterist del 97° reggimento”. Sebastian Franzò ha 20 anni e molti aneddoti non li ha letti sui libri; li ha sentiti, quando era bambino, dalla viva voce proprio del suo bisnonno e più tardi dal nonno. Lo dice con la consapevolezza di chi sta testimoniando un impegno, un ideale, una vita sacrificata per quell’ideale.
Strano” replico “mi è difficile associare la parola ideale ad azioni di guerra”. Mi risponde che quei soldati, austriaci o italiani che fossero, onoravano un giuramento, “non quello fatto alla bandiera o alla nazione, ma quello fatto a se stessi con un incredibile senso del dovere verso i propri compagni”. “È a loro” prosegue “che è dedicato questo museo, a questi uomini normali cui sono state chieste azioni straordinarie e che in molti casi ce l’hanno fatta”.

Capisco che quella raccontata in questo luogo e su queste montagne non è la storia scritta dai Generali o dai politici, ma è quella di chi, mosso dal senso del sacrificio, ha avuto molti oneri ricevendone poi pochissimi (se non nessun) onore.
Forse sto pensando a voce alta o forse Sebastian interpreta la mia espressione di sdegno. Ci tiene infatti a sottolineare che, contrariamente a quanto avveniva nell’esercito austriaco, i militari italiani non ricevevano onorificenze importanti. Non si poteva mostrare all’opinione pubblica e alla stampa che chi stava davvero vincendo la guerra erano i soldati semplici. Nonostante i numerosi rapporti che attestavano il loro eroismo, al massimo era loro assegnata una medaglia di bronzo. Quelle d’oro erano riservate agli ufficiali e ai capi di Stato Maggiore.

Logica perversa che si aggiunge, aggravandola, all’assurdità della guerra.
Anche sentire l’espressione “vincere la guerra” quando l’Italia ha perso migliaia di uomini su queste montagne, e non solo, mi fa rabbrividire. Il bilancio già al primo assalto a fuoco in questa zona è stato di 249 morti tra gli italiani, 1 tra gli austriaci.
Un disastro …. e la guerra l’abbiamo vinta….

Il mondo era/è davvero a rovescio.

Questo inoltre è stato un conflitto non solo combattuto da uomini contro uomini, ma anche da uomini contro le montagne, “giganti di roccia che ci bloccano il cammino” come le avevano definite, dice Sebastian, i fanti della Brigata Reggio, giovani sardi che non erano certo abituati a questi colossi.
Scavare gallerie e trincee significava creare postazioni per assaltare il nemico e sorprenderlo, ma anche costruire ripari non momentanei, veri e propri posizionamenti in cui rimanere magari per moltissimo tempo. La guerra di trincea è statica e sulle montagne si combatteva, si sparava, si moriva, si “viveva” in condizioni disumane.

All’esterno del Forte si segue un sentiero che percorre l’Edelweiss, avamposto militare austriaco di prima linea al cui interno i soldati avevano scavato una trincea di collegamento.

Grande Guerra6

foto by Primula – Ma Bohème

Grande Guerra12

foto by Primula – Ma Bohème

Avamposto Edelweiss

Avamposto Edelweiss   (foto by Primula – Ma Bohème)

Camminamento avamposto Edelweiss

Camminamento avamposto Edelweiss   (foto by Primula – Ma Bohème)

La ricostruzione del 2004 permette oggi di vedere le simulazioni della vita del soldato nelle baracche.

Baracca cucina

Baracca cucina   (foto by Primula – Ma Bohème)

Interno della baracca cucina

Interno della baracca cucina  (foto by Primula – Ma Bohème)

Baracca degli Ufficiali

Baracca degli Ufficiali   (foto by Primula – Ma Bohème)

Interno della baracca degli ufficiali

Interno della baracca degli Ufficiali   (foto by Primula – Ma Bohème)

Foto del 1915 - ufficiali nella baracca in un momento di "relax" attorno al tavolo, elemento importante nella baracca

Foto del 1916 – Ufficiali in un momento di “relax” attorno al tavolo, elemento importante nella baracca

Interno di una baracca per i soldati comuni

Interno di una baracca per i soldati comuni   (foto by Primula – Ma Bohème)

Da una piccola finestra della baracca per soldati comuni

Da una piccola finestra della baracca per i soldati comuni   (foto by Primula – Ma Bohème)

Contrariamente alla baracca degli ufficiali, in cui i letti erano singoli, qui erano comuni. Destinati a 12 persone, in realtà ve ne dormivano anche venti. La stufa garantiva una temperatura costante di – 5 gradi, il massimo che si poteva avere. Ci si coricava vestiti, si mangiava nel letto quando il freddo era particolarmente pungente. Nel caso di attacco del nemico (italiano in questo caso) era difficilissimo sparare perché le mani congelate impedivano di premere il grilletto. Osservando l’ambiente, ora ordinato e pulito, è inevitabile immaginarlo pieno di uomini che non potevano uscire da lì: all’esterno il manto della neve arrivava all’altezza delle finestre, all’interno le condizioni erano di promiscuità e di scarsissima igiene; inoltre la postazione non era adeguatamente protetta (lo si può constatare ancora oggi) ed era facile bersaglio degli italiani sulle cime circostanti, ad esempio il Col di Lana.

la prima linea austriaca sotto il Sass de Stria

La prima linea austriaca sotto il Sass de Stria   (foto by Primula – Ma Bohème)

Il racconto di Sebastian è particolarmente appassionante.

Come detto, Forte 3 Sassi è stato un avamposto austriaco, ma questo giovane alpino sa trasmettere le emozioni di entrambe le parti in lotta l’una contro l’altra. Ora è italiano, il suo bisnonno gli ha testimoniato il punto di vista opposto e lui sa farne una sintesi obiettiva e avvincente.
La violenza della guerra, le difficoltà che tutti indistintamente hanno incontrato su queste montagne rendono uguali.

Sebastian ci mostra alcune uniformi italiane facendo notare come gli indumenti fossero inidonei per quei luoghi e le temperature invernali.

Alpino italiano

Alpino italiano   (foto by Primula – Ma Bohème)

È la classica uniforme della fanteria, quella da combattimento: una giacca grigio verde, senza tasche, molto povera, e la mantellina tipica di questo corpo dell’esercito italiano. Essendo di panno, la protezione contro il freddo, la pioggia, la neve e il vento era quasi nulla.
Del resto, la vita di un soldato valeva veramente poco.

In una bacheca vedo delle pinze.
Sono taglia reticolato” mi corregge Sebastian “ed erano usate dalle compagnie della morte italiane, volontari con il compito di uscire dalle trincee, soprattutto di notte, e di andare a tagliare e aprire dei varchi nei blocchi di filo spinato a cui gli austriaci avevano aggiunto piccoli cavi elettrici che, se recisi, facevano accendere luci o funzionare sirene per localizzare il nemico
I protagonisti del racconto di Sebastian mi sembrano un po’ diversi da quelli descritti ad esempio qui.
Ha letto questa testimonianza sicuramente in uno dei reperti cartacei ritrovati in zona.
Una notte, due assaltatori caddero in trappola e furono individuati dagli austriaci. Si liberarono dell’equipaggiamento che indossavano e riuscirono a raggiungere la trincea. Fecero rapporto al tenente che, anziché chiedere delle loro condizioni o se avessero aperto il varco, domandò dove avessero lasciato le pinze. Uno rispose di averle perse: gli austriaci li avevano individuati e loro avevano pensato solo a salvarsi. Il tenente ordinò di andarle a riprendere: erano strumenti importanti e costavano molto. Il soldato obbedì, uscì dalla trincea e non tornò mai più
Una pinza valeva più della vita di un uomo” mormoro guardando la bacheca.
Tra il rammaricato e il cinico, Sebastian mi spiega che “in effetti il suo prezzo era di 40/42 lire mentre un soldato italiano riceveva 1,40 lire al giorno, detratti i costi dell’uniforme che portava, la sua usura, i proiettili che sparava, il cibo e la legna che usava per scaldarsi
Resta il fatto che un oggetto, tagliafili, fucile, corazza che fosse, era più importante della vita di un soldato.

In questo dramma, era un grande aiuto recitare una preghiera, ricevere una benedizione, ascoltare la Messa.

Piccolo altare da campo

Piccolo altare da campo   (foto by Primula – Ma Bohème)

Il “prete da campo” o “prete da guerra” diventava allora una figura di riferimento non solo per il supporto morale che poteva dare ma anche perché era un tramite tra i soldati e le loro famiglie. I giovani alpini erano per lo più analfabeti e potevano dettare le lettere ai sacerdoti che, a loro volta, le comunicavano ai parroci delle località di provenienza dei ragazzi. Le loro parole venivano trascritte e lette ai familiari.
Che ruolo importante! E quanta tristezza in queste lettere dal fronte (ce ne sono molte nelle bacheche del museo), quanta nostalgia ma al contempo fierezza e desiderio di farcela per sé e per i compagni.
Sentimento di unità e senso di appartenenza davvero commoventi per gli atti eroici che hanno animato e che la storia della cengia Martini testimonia in modo emblematico.
Rumiz l’ha evocata in questo articolo del 23 agosto 2013 su Repubblica

Io lascio parlare Sebastian.

Il suo racconto è dettagliato, ma lo riporto integralmente perché mi emoziona proprio per questo: mentre lo ascolto mi sembra di vedere passare davanti ai miei occhi la scena di un film. Purtroppo è realtà.

Scorcio della cengia Martini nel 1917

Scorcio della cengia Martini nel 1917

La cengia Martini oggi

La cengia Martini oggi    (foto by Primula – Ma Bohème)

Questa cengia fu occupata a lungo da un gruppo di soldati toscani, comandati dal senese Ettore Martini.
Gli alpini non arrivarono qui arrampicandosi; era impossibile a causa degli austriaci che tenevano queste pareti sempre sotto tiro. Vi arrivarono scavando una galleria che sfocia sulla cengia e tennero questa posizione per due anni. Due inverni di guerra che passarono arroccati su questo balcone di roccia in condizioni di inferiorità sia numerica che strategica. Di fatto erano letteralmente accerchiati: sulla cima del Piccolo Lagazuoi c’erano KaiserSchützen e StandSchützen; i nemici sparavano ai lati della cengia; dietro di loro, a 500 metri in linea d’aria, anche la cima del Sass de Stria era austriaca. Ricevevano rifornimenti tramite quella galleria che avevano scavato per arrivare alla cengia.
Gli austriaci tentavano di colpirli ogni giorno con bombe a mano e mitragliatrici. A ogni sparo i soldati italiani rispondevano in tono canzonatorio “più a destra”, “più a sinistra”, “mancato il tiro”, “aggiusta la mira”. I militari dell’esercito austriaco erano ampezzani, di Cortina; capivano bene l’italiano, si sentivano presi in giro, anche stupiti che gli italiani fossero così di buon umore in quella situazione. Non riuscivano comunque a farli spostare dalla loro posizione.
Si decise quindi di distruggere la cengia con delle mine. Ne furono esplose quattro nell’arco di un anno

Il tempo durante la Grande Guerra su queste montagne era veramente dilatato.

Furono scavate tre differenti gallerie, ma le mine non risolsero nulla: ogni volta che esplodevano, nel corso del tunnel venivano deviate dalla roccia che sembrava quasi proteggere gli alpini. La postazione sulla cengia sembrava indistruttibile.
Ci provarono una quarta volta, nel luglio del ’17. I soldati italiani sentivano il nemico scavare e arrivare molto vicino a loro da dentro la montagna. Andarono a sentire direttamente là dove pensavano fosse stata piazzata la mina: erano abituati a questa operazione. Non sentire più il nemico scavare significava che la galleria stava per esplodere.
Quindi Martini ordinò ai suoi soldati di ritirarsi e di rifugiarsi proprio in quella galleria che loro stessi avevano scavato e che li aveva condotti lì. Tutti tranne uno che si offrì volontariamente di non lasciare scoperta la posizione nel caso in cui la mina non fosse esplosa. Si posizionò a una trentina di metri dal punto in cui si pensava fosse stata collocata.
La mina esplose alle due di notte; il corpo di quel volontario non fu ritrovato mai più.
Gli austriaci cominciarono a festeggiare. Guardando dall’alto della cresta del Piccolo Lagazuoi non vedevano più nulla, né cengia né uomini.”

Annuisco mentre Sebastian parla perché avevo già letto la storia di questa esplosione.
Alcuni dettagli però li ignoravo completamente e resto basita mentre ascolto ciò che avvenne in seguito.

Martini passò in rassegna i suoi uomini: alcuni erano feriti, molti intossicati dal gas dell’esplosione ma ancora in grado di rispondere ai suoi ordini. Chiese a tutti quelli che possedevano uno strumento di suonare, agli altri di cantare.

E tu Austria che scendi dai monti
Vieni avanti se hai del coraggio
E se la Buffa ti lascerà il passaggio
Noi altri alpini fermarti saprem

Gli austriaci ampezzani, che capivano, non potevano credere alle loro orecchie. Non solo gli italiani erano ancora vivi, ma avevano la forza di cantare.
Ebbene questo canto aveva uno scopo.
Dall’altra parte del Falzarego, sul Col Gallina, erano sistemati altri alpini che avevano assistito all’esplosione. Il loro comandante spiegò perché stavano cantando: non solo volevano far capire agli austriaci che la loro volontà di resistere non era stata distrutta, ma soprattutto intendevano comunicare ai loro compagni del Col Gallina che il fronte non era caduto, che la prima linea non si era spostata. A queste parole gli alpini, che avevano già impugnato le armi, tentarono di scendere dal Col Gallina, di attraversare il Passo Falzarego e quindi di rompere l’accerchiamento. Era notte, gli austriaci sparavano da tutte le parti; missione perciò difficile se non impossibile.
All’alba, i soldati di Martini uscirono dalla galleria e ripresero posizione sulla cengia. Notarono dei cambiamenti: l’esplosione aveva fatto cadere un enorme masso che si incastrò tra la cengia stessa e la prima posizione nemica. Servirà da ponte per andare a consegnare un messaggio agli austriaci, conservato perché trascritto dall’ufficiale nel suo diario.

“Grazie di averci prolungato la cengia. Molto presto verrete a fare la nostra conoscenza.
224a compagnia Alpini Minatori
W l’Italia “

Questi soldati rimasero su questa postazione fino alla disfatta di Caporetto. Caduto tutto il fronte italiano, anche loro furono costretti a ritirarsi nel basso Veneto, verso il Piave. Quando avvenne, gli austriaci si alzarono il cappello e non spararono; il loro comandante definì gli alpini italiani “non uomini, ma duri come la roccia”.
Finita la guerra, molti di loro restarono in montagna, qui o altrove, a continuare il lavoro che facevano anche prima; erano minatori e ora scavavano la roccia non più per uccidere ma per portare a casa un pezzo di pane.
Martini verrà a trovarli, si commuoverà nel vedere, come dirà, i loro “volti di bambini messi in corpi di uomini” ”.

Qui termina la celebre storia della cengia Martini e anche la nostra visita al Museo.
Salutiamo Sebastian, lo ringraziamo per la sua disponibilità, la sua esposizione coinvolgente.
Prima di uscire dal Fortino una scritta mi colpisce. Non posso esimermi dal fotografarla anche perché sintetizza una grande verità

Grande Guerra43

foto by Primula – Ma Bohème

Questa ruota non smetterà mai di girare.
Quante guerre ci sono ancora oggi nel mondo, più o meno dimenticate? Non impareremo mai dalla storia, purtroppo.

Fuori incontriamo la sentinella che ha lasciato la sua postazione per un momento di pausa e per fumarsi un sigaro. Ci fermiamo a scambiare quattro chiacchiere.
Complimenti per il vostro impegno. Questo è davvero un grande servizio per i cittadini. Verranno senz’altro molti studenti qui con i loro prof” chiedo interessata, da ex insegnante.
A dire il vero non molti” doccia fredda per me. “Poche scuole, anche delle zone attorno.
Non approfondisco. Mi arrabbierei troppo.
Ma come? Esiste la possibilità di far “vivere la storia” e non la sfruttiamo? Posso capire che l’organizzazione non sia delle più semplici, ad esempio per istituti lontani da qui. Ma le gite scolastiche oggi si chiamano “viaggi di istruzione” : mi sono sempre battuta per dare un senso a questa denominazione.
È vero che i ragazzi amano divertirsi in quei giorni, desiderio assolutamente logico e comprensibile. Tuttavia c’è tempo e spazio per ogni cosa: per lo “struscio” a Cortina, per un salto in discoteca la sera e per un tuffo nella nostra storia.
Basta pianificare e, soprattutto, basta volerlo.

21 thoughts on “Dolomiti: vacanze e storia in controluce

  1. Bellissima testimonianza, veramente, e anche commovente come tutte quelle che riguardano la Grande Guerra, e ce ne sono. Non conoscevo la storia della cengia Martini, ma non mancherò di visitarla alla prossima occasione. Grazie del racconto e complimenti!

    • Grazie Alessandro! Visto che sei spesso in montagna, quando hai occasione passa da quelle parti a visitare il museo. E’ veramente molto interessante e potrebbe piacere anche al tuo bambino. E’ vero che è ancora piccolo ma credo già in grado di apprezzare.
      Un carissimo saluto 🙂
      Primula

    • Ma grazie Ugo! Conosco il tuo amore per la montagna purtroppo fonte di gioia e soddisfazioni ma anche luogo di dolore e morte. E’ un po’ la metafora della vita.
      Un abbraccio
      Primula

    • Grazie a te per avere letto e condiviso. Per quanto riguarda il “resto”, stendo un velo pietoso e un silenzio colmo di sdegno che forse, prossimamente, esploderà in un urlo di sfogo sulla pagina.
      Buona domenica Alessandro:)
      Primula

  2. Cara Primula veramente interessante il tuo post. Tu sai che amo molto le Dolomiti,conosco la Val Badia, Colfosco, Corvara ma non ho mai affrontato l’itinerario di cui parli. Dovrò rimediare. In compenso conosco altre zone in cui si è svolta la prima guerra mondiale, a me più familiari essendo le mie origini di quelle zone :ti parlo del Veneto come regione e del Monte Grappa in particolare. Potri scrivere qualcosa, chissà, mai dire mai…un abbraccio Isabella

    • Grazie Isabella!
      Quello che ho descritto è in realtà solo una parte dell’itinerario dei Sentieri della Grande Guerra sul lato Valparola Falzarego. Tutto il percorso è molto lungo (da fare in più giorni ovviamente), anche faticoso, devo ammetterlo, ma di un interesse enorme. Se hai occasione fai tappa qui, sono certa che ti piacerà.
      Attendo allora un tuo post riguardante un altro lato del fronte … dai! che poi uniamo le nostre “fatiche”!
      Un abbraccio affettuoso 🙂
      Primula

  3. Complimenti Primula! Fin troppo facile decantare la bellezza dei nostri monti, tu invece hai reso onore ai tanti soldati senza nome che qui hanno sudato, sofferto e sanguinato in nome di una Patria irriconoscente.
    Grazie!

    • Grazie a te Andrea! Hai proprio ragione, dobbiamo essere orgogliosi di ciò che quei soldati hanno fatto e mi rammarico davvero che le scuole non organizzino visite in luoghi come questi (ce ne sono tanti!) per “vedere” la Storia oltre che leggerla sui libri. Inoltre, quando si parla della nostra nazione, tutti dovrebbero pensare a quante lacrime e sangue è costato quello che abbiamo ora.
      Una carissimo saluto e a presto.
      Primula

  4. Cara Primula, sei un’ottima divulgatrice! Della Cengia Martini non ne sapevo nulla, personalmente conosco di più i luoghi e le storie del fronte (chiamiamolo) sloveno – monte San Michele, monte Sabotino, monte Nero ecc. – ma leggendoti è stato come rivivere quei tragici momenti, che hanno unito uomini di nazionalità diversa nelle privazioni e avversità, in un momento buio della storia dell’umanità…
    Quando verrò a trovarti mi porto l’hard-disk con le foto di un’escursione che ho fatto anni fa con un corso universitario!
    E concordo con te con il pensiero riguardante i viaggi d’istruzione: almeno per le scuole nel raggio di 200 km dai vari “fronti” (Dolomiti, Carnia e Alpi Giulie) penso che potrebbero pure fare delle visite in giornata! E di sicuro sarebbe un’esperienza ben più formativa del mero studio sui libri, per esperienze che non devono esser dimenticate.
    Un abbraccio

    • Grazie Cristian, troppo gentile … ma credo onestamente che il taglio “giornalistico” ai post sia quello maggiormente nelle mie corde.
      Vedrò volentieri le foto della tua escursione, questi sono argomenti che mi interessano moltissimo! Sorvolo sulla questione “viaggi d’istruzione” … mi arrabbierei troppo. 😦
      Un abbraccio 🙂
      Primula

      • Da bravo integralista ti dico: lascia perdere il giornalismo 😉
        Non lo so, ho una concezione iper-idealizzata di ciò che dovrebbe fare un giornalista: un giornalista dovrebbe attenersi ai fatti, tendere quanto più possibile all’oggettivismo, per permettere a più lettori possibili di capire cos’è successo traendo da soli le proprie conclusioni; un giornalista secondo me dovrebbe “commentare” il meno possibile, epurare la propria personalità da ciò che scrive, perché l’oggettivismo non fa parte delle persone. È per questo che ti scrivo di non “fare” la giornalista, perché secondo me, se ti piace scrivere, non c’è approccio peggiore…
        Ma spiegami cosa intendi tu per giornalismo, che magari riusciamo a venirci incontro 😉

        • Caro Cris,
          ti rispondo con estrema sintesi perché l’idea di scrivere un post sulla differenza tra il giornalista e lo scrittore l’avevo in mente da tempo. Provvederò a breve (spero …) Uff, da aggiungere anche questa al carrello delle idee!
          In questo caso ho parlato di “taglio giornalistico” che è un po’ lo stile di tutti i miei post (tranne quelli in cui mi metto a giocare alla poetessa … 😀 ). Intendo la spiegazione di un evento, letterario, storico, un episodio di vita vissuta, e sviscerarne gli aspetti come in questo caso o come anche nell’articolo sulla questione gay che hai già commentato. Divulgare, insomma, con quel tantino di mio.
          Non so se ho chiarito … e non proccuparti! ché il mondo del giornalismo è una giungla e io sono troppo avanti negli anni per tentare quella strada. Parlo seriamente, non è la solita battuta sull’età. Avrei dovuto, forse, pensarci prima ma avrei perso l’importantissima esperienza dell’insegnamento, fondamentale forse anche nel mio “taglio giornalistico” 😉
          Bacioni
          Primula

          • Eh, mi sa che siamo incappati nel solito problema semantico dei termini: se però mi dici “documentarista” allora mi tranquillizzo 😉
            E cosa sono queste uscite “son troppo vecchia”, “avrei dovuto”, ecc? Va beh che te lo dice un “giovane vecchio”, ma tu (e Aldo) siete molto più giovani di tanti miei coetanei!!! E non è la solita sviolinata, è un dato oggettivo, ok? Son comunque contento che il tuo non sia un rimpianto 🙂
            Ciao e buona serata!

          • Nessun rimpianto, ci mancherebbe! Se mi conosci un po’ sai che non ne ho.
            La questione età? Ma non era una lamentela, semplicemente un’oggettiva constatazione anagrafica: a una certa età l’ingresso in un mondo come quello giornalistico è un’assoluta utopia. Già fanno fatica i più giovani!
            Buona serata a te 🙂
            Primula
            p.s. Ora leggo cosa mi hai lasciato d’interessante negli altri commenti.

          • Già letto … mi sarebbe piaciuta però una bagarre verbale tra commentatori sul mio blog con la padrona di casa come moderatrice 😉
            Sai che pubblicità per tutti? 😄

  5. Ah se vuoi mi lancio, una cosa tipo D’Agostino vs. Sgarbi che ne dici? Insulti e bicchieri d’acqua in faccia ahahahhaha
    No, sarò duro, ma la dialettica ha senso solo se le posizioni di partenza sono paritarie e aperte, e quel commento chilometrico non aveva certo la sostanza di qualche nostra sana discussione!
    Che poi sfogarsi con estranei possa essere terapeutico è tutta un’altra questione lol
    Tu sei stata molto diplomatica, io non so se sarei stato capace di fare altrettanto 😉

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