In treno …

È un mezzo di trasporto che uso raramente e forse le impressioni che sto scrivendo mentre sono proprio sul treno potrebbero sembrare normale routine per chi ne è un abituale fruitore.
Per me invece c’è un universo strano intorno e davanti : un insieme di rumori, immagini, odori…

Immagini di varia umanità; odori di varia umanità, alcuni piacevoli altri un po’ meno, ma che “trasudano” vita comunque; rumori solo meccanici, invece, perché se isolassi lo stridore delle rotaie sui binari, attorno a me ci sarebbe il silenzio.

Osservo le persone nello scompartimento. I posti a sedere sono tutti occupati. Chi dorme, chi legge, chi armeggia con il telefonino, … io scrivo.
Non si parla. O meglio, lo fanno tra loro quelli che sono saliti insieme o che raggiungono un gruppo alle fermate; in ogni caso si tratta di conoscenza pregressa.
Noi altri ci ignoriamo. Ognuno isolato nel proprio mondo.

Una signora, qualche sedile davanti a me, abbozza un tentativo di dialogo: puntualità o meno dei treni, il tempo atmosferico, la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno che in questa prima parte di autunno comincia a farsi sentire. Argomenti banali indubbiamente, ma legati alla situazione. Risposte a monosillabi senza sollevare lo sguardo dalla propria occupazione o occhiatine dal significato “non vedi che sto facendo altro?”
Conversazione interrotta sul nascere.

Ora passa un ragazzo sordomuto. Lascia un biglietto sulla piccola mensola del finestrino, un fogliettino color rosa sbiadito su cui è sinteticamente descritta la sua condizione e sono segnalate le sue richieste: ha bisogno di un aiuto, in denaro, sottinteso, poiché non si potrebbe fare altro in questo contesto.
Quasi nessuno lo legge. Già sappiamo… conosciamo il soggetto… siamo alle solite…
Il ragazzo ricompare dopo un quarto d’ora circa; avrà percorso tutte le carrozze del treno, ripetuto lo stesso gesto e, presumo, con lo stesso esito che ha in quella in cui mi trovo io. Qualcuno di noi depone nel palmo della sua mano delle monetine quasi senza guardarlo, con un atteggiamento forse più arrogante di chi non gli dà nulla, come per dire “vattene velocemente, ora hai ottenuto quello che vuoi, non disturbare più.” Ironia della sorte, lui non può nemmeno ringraziare, fa un piccolo cenno con il capo, ritira i suoi bigliettini e mestamente si allontana.

Siamo gente strana! Grandi sermoni sulla solidarietà, poi nel concreto razzoliamo malissimo. Confesso di essermi un po’ vergognata, anche di me.

Mi distacco da questo quadro di miseria senza poesia (e non mi riferisco al sordomuto) guardando fuori dal finestrino.

Il mondo visto dall’interno di un treno in corsa è davvero incredibile. Magari chi viaggia spesso non ci fa caso.
Tutto passa velocemente lasciando, nel mio cervello, istantanee, flash discontinui che in me si trasformano in evocazioni, impressioni della realtà, sequenze che potrei ricostruire a mio piacimento in un mio film personale. Interessante procedimento psicologico, e artistico-letterario anche, perché no?

La monotonia della pianura è ogni tanto interrotta dalla silhouette di qualche capannone o azienda agricola; avvicinandoci alle stazioni, i profili delle costruzioni diventano gradatamente sempre più netti.
Gioco mentalmente un po’ immaginando delle vite al loro interno: lavoratori, animali, famiglie.
E ritorna quell’insieme di odori, immagini, rumori, ma filtrato dal vetro del finestrino: il sudore di chi lavora, il rumore delle attrezzature usate, l’odore di una stalla, una famiglia a tavola che sta pranzando…
Impressioni certamente più poetiche, queste, e scopro che da un treno la visione del mondo esterno è indubbiamente particolare.

È stata sicuramente questa l’esperienza di Verlaine quando scrisse la poesia Charleroi (Romances sans paroles , 1874), città belga nota all’epoca per le sue miniere di carbone e che ebbe per questo, durante la rivoluzione industriale, uno sviluppo straordinario

Dans l’herbe noire
Les Kobolds vont.
Le vent profond
Pleure, on veut croire.

Quoi donc se sent?
L’avoine siffle.
Un buisson gifle
L’oeil au passant.

Plutôt des bouges
Que des maisons.
Quels horizons
De forges rouges!

On sent donc quoi?
Des gares tonnent,
Les yeux s’étonnent,
Où Charleroi?

Parfums sinistres!
Qu’est-ce que c’est?
Quoi bruissait
Comme des sistres?

Sites brutaux!
Oh! Votre haleine,
Sueur humaine,
Cris des métaux!

Dans l’herbe noire
Les Kobolds vont.
Le vent profond
Pleure, on veut croire.

————————————————-

Nell’erba scura
vanno i Coboldi.
Il forte vento piange,
si direbbe.

Ma che si sente?
L’avena sibila.
Un cespuglio sferza
l’occhio al passante.

Son più tuguri
che case.
Che orizzonti
di rosse fucine!

Ma che si sente?
Stazioni rombano
gli occhi strabiliano
Charleroi dov’è?

Odori sinistri!
Che cos’è?
Che cosa strideva
come sistri?

Luoghi crudeli!
Oh! Il vostro fiato,
sudore d’uomo
urla dei metalli!

Nell’erba scura
vanno i Coboldi.
Il forte vento piange,
si direbbe

Traduzione dal francese all’italiano a cura di: Antonella Santoro

Verlaine non descrive la città di Charleroi, non può: è sul treno che passa dalla stazione, sosta appena per uscirne poco dopo.
Evoca solo le case di periferia perché vicine alla stazione (tuguri più che case); immagina le rosse fucine perché conosce l’attività della città; “sente” il rumore degli utensili metallici usati dai minatori; “annusa” l’odore della loro fatica.
Non vede tutto ciò, ma è come se lo facesse.

Poteri di un artista che ricava un‘opera d’arte sfruttando la sua genialità e le opportunità offerte da un punto di osservazione privilegiato.

finestrino treno 1

4 thoughts on “In treno …

  1. Cara Primula. Mi piace molto questo tuo post, e sai perchè? Adoro andare in treno, fin da piccola. Trovo che sia un mezzo bellissimo proprio per quel suo attraversare paesaggi differenti e per quello che dici tu, un rimando di odori, colori e quant’altro. E’ inutile ripetere ciò che hai reso benissimo, e ti dirò che tempo fa pensavo di scrivere qualcosa anch’io di questo genere. La tua conclusione con la poesia di Verlaine è molto azzeccata. A proposito mio marito per lavoro è stato due anni a Bruxelles, conosce Charleroi così come mio figlio, io purtroppo no . Au revoir. Isabella

    • Carissima Isabella,
      contrariamente a te io non amo molto il treno, o meglio lo uso raramente, come appunto ho scritto. E quello che ho osservato l’altro giorno mi ha colpito in modo particolare, per cui con il mio ormai noto piccolo Moleskine, che porto sempre con me, l’ho “fotografato” scrivendo.
      Eppure il treno è comodo; si arriva a destinazione senza avere il problema del parcheggio, useremmo meno l’auto e inquineremmo di meno ecc ecc.
      È anche un punto di osservazione privilegiato sull’umanità. Si potrebbe davvero scrivere una storia guardando i viaggiatori, soprattutto se si pensa ai pendolari! Un Cremona-Milano e ritorno negli orari pre e post lavoro sarebbe un’autentica fonte di ispirazione per un drammaturgo. Una tragedia! E nessuno fa nulla per migliorare la situazione…
      A bientôt Isabella.
      Bisous
      Primula

  2. Quanti anni trascorsi viaggiando in treno….e quanti ricordi…….Le arrabbiature si cancellano; solo la memoria di situazioni particolari e le sensazioni piacevoli di alcuni ”momenti magici”, quello sguardo che va oltre il finestrino , restano e riaffiorano di tanto in tanto . Anche ora, leggendo il tuo breve scritto.
    ….é stato bello leggerlo….
    lele

    • Grazie Lele. Benvenuta finalmente! 🙂
      Il tuo commento è una sintesi perfetta del post. Ma non avevo dubbi; inoltre, nel caso specifico, tu sei un’esperta viaggiatrice …
      A presto, sia qui che vis à vis.
      Primula

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