Questo non è amore

È il titolo del volume, edito da Marsilio editori, pubblicato nel febbraio 2013 e scritto dalle autrici del blog del Corriere.it La 27esima ora, un libro che raccoglie venti racconti di donne le cui vite rimarranno immortalate dalla scrittura per la loro quotidianità fatta di abusi, soprusi e violenze.
Storie vere ma simboliche al tempo stesso: le vicende tragiche di cui sono protagoniste e narratrici sono assolutamente autentiche ma i loro nomi sono di fantasia, eccezion fatta per l’assessore alle Politiche sociali e alle Pari opportunità del Comune di Opera che l’ha fatto, afferma “per andare fino in fondo. Per le mie due figlie. E per senso di responsabilità nei confronti del mio ruolo di amministratrice”.

violenza donne 2
Mi piacerebbe che oggi, 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ma soprattutto sempre, la retorica lasciasse spazio alla concretezza dei gesti, che le parole si riempissero di contenuti, che le analisi basate su dati, percentuali, le espressioni di legittima costernazione presenti ovunque in questa circostanza fossero animate dalla volontà di agire. E che tutto non si risolvesse all’interno di una delle solite “giornate dedicate a …” di cui non comprendo molto il significato se non sono seguite da un’effettiva progettualità.
La legge sul femminicidio è assolutamente importante, ma se non è sorretta da una coscienza comune del problema e da un tangibile cambiamento di mentalità rischia di essere, ancora una volta, un contenitore vuoto.

Mi sembra doveroso, anche in una sede piccola come quella di un blog personale, lasciare spazio alla testimonianza di una delle donne di questo libro.
Qualche frammento, riproposto con estremo rispetto, tratto dal suo racconto.

È stato un pessimo marito, ma un buon padre.
Anche per questo pensavo che fosse tutta colpa mia.

Ci ho messo quindici anni a lasciarlo. Ma ora che ho passato i cinquanta e vado in giro con un segnalatore satellitare che mi collega 24 ore su 24 al Centro antiviolenza, ho ricominciato a vivere. Sono libera. Perché non ho più paura. Prima, invece, avevo solo paura: così tanta che di notte me la facevo addosso, come una bambina.
La prima volta che mio marito mi ha picchiata sono rimasta sorpresa, ma l’ho presa come una dimostrazione d’affetto: anche mio padre da piccola mi picchiava sempre. E lui era l’amore della mia vita, il padre di mio figlio: se mi menava era perché mi amava. Me lo meritavo, avevo sbagliato io. Anche lui me lo diceva, stai buona, mi ripeteva, non capisci niente.
L’ho sposato per amore. Era bello, brillante, così bravo a parlare. Gli piaceva uscire, viaggiare, amava i bei vestiti. Era diverso da tutti gli uomini che avevo incontrato prima. Mi avvolgeva di parole, mi affascinava, riusciva a farmi vedere bianca una parete nera. Anche se era davanti a me, nera, lui mi ripeteva in così tanti modi che era bianca che io ci credevo. Come avevo fatto a non accorgermene prima? Era nera. Come avevo potuto dubitarne, se lo diceva lui? L’amore della mia vita.
Le botte sono iniziate dopo sei anni di matrimonio, quando nostro figlio ha cominciato ad andare a scuola e mio marito a tirare di coca. Aveva già dimostrato la tendenza a vivere al di là dei suoi mezzi, la cocaina era un altro modo di darsi ancora più importanza: ancora più brillante, ancora più splendido. Non se ne accorgeva nessuno: lui con gli altri è sempre gentilissimo, spiritoso, divertente. Ancora oggi è circondato da amici, nessuno sembra sospettare niente. Quella nervosa, con i problemi, ero io.
Teneva la droga in casa, si faceva anche lì: io non volevo, c’era nostro figlio. E allora lui mi riempiva di botte. Ma solo quando era in astinenza: da “fatto” era calmissimo, di una tranquillità innaturale, passava le ore a giocare con il bambino. Su di lui non ha mai alzato le mani: è stato un pessimo marito, ma un buon padre.
Anche per questo pensavo che fosse colpa mia. Pensavo: devo aiutarlo a uscire dalla sua dipendenza. Non è lui, è la droga: se smette passa tutto. Era colpa mia che non riuscivo ad aiutarlo. Per “salvarlo” dalla cocaina sono precipitata nella disperazione. Avevo perso tutte le energie [ …. ]

E allora ho chiesto aiuto, non per lui, per me. Mi sono fatta ricoverare in clinica per depressione. Come se il problema fossi io. Una volta tornata a casa, ho continuato con la psicoterapia. Ma non andava bene neppure quello: mio marito non voleva. Per convincermi ha usato i suoi metodi: un giorno mi ha seguita, è entrato nello studio della psicologa nel pieno della seduta e ha spaccato tutto. La dottoressa lo ha denunciato, poi mi ha telefonato e mi ha detto che non poteva più ricevermi. Non mi ha dato l’indirizzo di qualcun altro, mi ha detto solo che non poteva più aiutarmi. Che era colpa mia se mio marito le aveva spaccato tutto.
Sono iniziati anni in cui lui continuava a picchiarmi e io continuavo a sopportare, anche se finivo in ospedale. “Che fa, viene tutte le sere?” mi dicevano al pronto soccorso. Io, a volte, inventavo delle scuse, a volte denunciavo. Allora i carabinieri facevano andare mio marito in caserma e ascoltavano le sue promesse. Poi mi chiamavano e chiedevano: “ Cosa vuol fare, vuole proseguire o si vuole mettere d’accordo?” E io ritiravo la denuncia. Ogni volta. Anche per loro le botte erano un “problema” che si doveva risolvere in famiglia. E io pensavo tutte le volte che magari era quella buona: sarebbe cambiato, avrebbe smesso di farsi. Era il padre di mio figlio, non lo volevo mandare in galera. In realtà ero dipendente: senza di lui non riuscivo a vivere. Mio marito aveva la coca, la mia droga invece era lui.

[ …. ]

Una vigilia di Natale è entrato in casa con un manganello nero, come quello delle guardie: io non l’avevo visto mai, solo in televisione. Ha iniziato a darmelo sulle gambe, era un dolore tremendo. Poi ha preso mio figlio e mi ha lasciata sola a casa, il 24 dicembre piena di lividi. La mattina dopo mi sono svegliata che avevo bagnato il letto. È stata la prima di tante volte.
Ad aiutarmi all’inizio non sono stati né i carabinieri né la psicologa, ma la Storia dell’Arte. In clinica avevo una compagna di stanza, Alessia. Era appassionata di pittura, ha iniziato a parlarmene, mi portava alle mostre: io non ne sapevo niente, ma mi è piaciuto subito. All’inizio non capivo l’importanza di un quadro. Allora ho iniziato a leggere le biografie dei pittori, prima quelli “maledetti”, a studiare la Storia dell’Arte da autodidatta, a interessarmi. Mi ha aperto la mente: ti dà un’altra sensibilità, lo spessore per capire le persone. Per la prima volta ho visto che avevo delle risorse. Non era vero che non capivo niente e che sapeva tutto lui.
Nello stesso periodo ho iniziato un percorso spirituale in una comunità cattolica. Al gruppo di preghiera mi hanno spiegato che non potevo “meritare” le botte: “Anche tu sei figlia di Dio, non è giusto che tu soffra così “ mi dicevano. Non ci avevo mai pensato. Alla fine mi hanno convinta a rivolgermi a un Centro antiviolenza, dove ho ricominciato la psicoterapia. Pian piano mi sono staccata da lui, ho iniziato e vedere le cose in modo diverso. Ci è voluto tempo, ma mi sono separata da mio marito. Sempre al Centro ho incontrato un’avvocata bravissima, Teresa Manente che è riuscita a portare il mio caso a processo. Erano passati dieci anni dalla prima volta che mi aveva picchiata ma il giorno dell’udienza ho fatto una cosa terribile. Ho spedito un fax in tribunale: ho ritirato il mandato all’avvocata e la richiesta di costituirmi parte civile. Mi hanno detto che la Manente, quando l’ha saputo, ha gettato la toga in terra. Ma io avevo paura. Mio marito non era cambiato: mi aveva minacciata e poi aveva bruciato il negozio di mia mamma, una donna di ottant’anni. Ho pensato: se ritiro la denuncia mi lascia stare. Non ero ancora pronta: continuavo a essere terrorizzata. Pensi sempre così. Se smetti di dare fastidio, se diventi invisibile, lui non ti picchierà più. Anche se non abitavamo più insieme andava e veniva da casa come voleva, minacciava chiunque avesse a che fare con me: avevo paura che, se fossi andata avanti col processo, avrebbe fatto del male alla mia famiglia.
Sono stata stupida, perché le cose non sono migliorate. Anzi, lui me l’ha fatta pagare: ha iniziato una vera persecuzione. Io lo vedevo e fuggivo. Lui mi aspettava, mi seguiva per strada, si materializzava a tutte le ore di fronte al mio negozio di alimentari.

[ …. ]

Mia madre e il resto della famiglia continuavano a ripetermi: “Non lo lasciare, sopporta, sennò ci fa del male.” E allora mi sono allontanata anche da loro. Era l’unico modo che avevo per proteggerli: mia mamma, che è anziana, non l’ho vista per un anno e mezzo.
Però per la prima volta ho iniziato a parlare di quello che mi succedeva con le mie amiche. Una mi ha detto. “Tu hai paura di morire, ma che hai paura a fare? Sei già morta, questa mica è vita.” Quelle parole mi hanno fatto scattare qualcosa: volevo vivere. Non avevo più niente da perdere. Per la prima volta dopo tanti anni ho cambiato la serratura di casa [ …. ] Appena ho avuto le nuove chiavi ho scritto su tutti i muri di casa, con il pennarello rosso: SONO USCITA DAL CANCRO, SONO USCITA DAL CANCRO.
A questo punto ho fatto un’altra cosa: ho chiamato l’avvocata Manente, anche se mi vergognavo, e le ho chiesto di riprendere il mio caso. Non ne voleva sapere. Le ho domandato scusa, le ho detto che sapevo di aver sbagliato. Mi ha fatto tribolare, ma poi mi ha mandato da un altro comando dei carabinieri, dove sapevano cosa fare, e hanno preso provvedimenti. L’avvocata mi ha fatto scrivere bene le denunce, in modo che non finissero al giudice di pace. Mio marito ha avuto subito il divieto di dimora nel Lazio. Poi è stato condannato per maltrattamenti a un anno, anche se per colpa mia non farà un minuto di carcere: mi sono ritirata dal processo, se fossi rimasta avrebbe potuto prendere quattro anni. Me ne sono pentita. Ma mi ha dato finalmente il divorzio. E ora dovrà affrontare un altro processo, per stalking.
Al Centro antiviolenza mi hanno messo in un programma speciale. Ho un dispositivo che mi permette di rimanere in contatto con la polizia 24 ore su 24: se vedo mio marito basta che prema un pulsante. Ma ora non serve più. Sono cambiata: ho visto che potevo fare delle cose, che la legge funziona. Lui intanto si è ammalato di tumore alla prostata e sono persino andata a trovarlo, forse per un vecchio rimasuglio della mia dipendenza, forse per mio figlio che abita con lui. Ma quando ho visto che non era in pericolo e che stava ricominciando con le sue persecuzioni, ho chiuso subito tutti i contatti. Non ho più paura, sono rinata. Lui non se lo sarebbe mai aspettato: la mia rinascita è stata la sua sconfitta.

Sara, cinquantasette anni, un figlio, dopo quindici anni ha lasciato il marito, che è stato condannato per maltrattamenti in famiglia ed è sotto processo per stalking. Ha appena ottenuto il divorzio ed è tornata a lavorare nel suo negozio di alimentari.

Non ho scelto a caso questo racconto, tra i tanti contenuti nel libro.
L’ho trovato particolarmente emblematico in quanto propone al suo interno delle dinamiche comportamentali frequenti in questi rapporti distorti e che hanno suscitato in me molta rabbia: l’atteggiamento della donna-crocerossina, la tendenza ad autocolpevolizzarsi ai limiti della perdita della dignità, la confusione tra amore e ciò che è solo desiderio di possesso.
Questa testimonianza è coinvolgente per un’altra ragione, oltre alla fine positiva della vicenda. Una presenza importante ha compensato il mio sentimento di sdegno: il ruolo salvifico, terapeutico anche, della cultura che, riprendendo le parole di Sara, “ dà lo spessore per capire le persone”, che non è un vanto ma un’esigenza, un bisogno primordiale.

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8 thoughts on “Questo non è amore

  1. Anch’io mi auguro che al di là di belle parole si arrivi a dei fatti concreti. Ogni giorno si ascoltano , dopo episodi tragici, dibattiti sul perchè ,sul come e così per qualunque altra cosa succeda in Italia ( disastri come quello in Sardegna parlano da soli ). Finiranno un giorno tutte le belle parole e si potrà arrivare a fatti concreti di giustizia, di benessere, di tutela per cittadini che magari con sacrifici si sono ad esempio costruiti case e lavorano giorno per giorno per poi in un sol colpo perdere tutto? Non credo guarda , nemmeno all’istituzione di giornate come quella di oggi o altre ancora se continueranno a rappresentare solo con aria da pavone un interesse che poi sotto sotto tale rimane se appunto non accompagnato da altro. Voglio che le disgrazie che possono essere evitate si evitino senza altro indugio. Scusa questo sfogo e molto toccante la testimonianza. Ti abbraccio Isabella

    • Nemmeno io, cara Isabella, credo alle “giornate dedicate a..” e la mia idea in proposito l’ho chiaramente espressa nel post. Mi sembra a volte una scelta per sentirsi la coscienza a posto.
      Il tuo sfogo è sacrosanto e motivato, lo condivido assolutamente.
      L’unico modo è quello di operare, anche silenziosamente, senza proclami, nel nostro entourage per agire concretamente. Sfida, coraggio e passione: è ciò che mi stimola, sempre.
      Un grande abbraccio cara Isabella.
      Primula

  2. …”La legge sul femminicidio è assolutamente importante, ma se non è sorretta da una coscienza comune del problema e da un tangibile cambiamento di mentalità rischia di essere, ancora una volta, un contenitore vuoto”…

    l’unico modo per combattere efficacemente contro questa “tonnara” culturale, è modificare radicalmente le concezioni educative/formative con una ridistribuzione di ruoli e valori. E’ ipocrisia sensibilizzare l’opinione pubblica, l’opinione pubblica deve essere educata, NON sensibilizzata.

    bel blog, tornerò a trovarti spesso 😉

    TADS

    • Condivido. Null’altro da aggiungere alle tue osservazioni se non sottolineare ancora, semmai non fosse chiaro, la mia leggera diffidenza nei confronti delle ricorrenze istituite da ONU e enti vari anche queste espressioni talora, secondo me, della latente ipocrisia di cui tu parli.
      Ti ringrazio e ti aspetto presto.
      Primula

  3. Arrivare a dedicare un giorno alla Donna per la violenza contro le Donne è davvero sintomo di grade malessere sociale e spirituale
    Torno a leggerti con l’attenzione che meriti tu e il tuo lavoro
    Grazie Primula
    Abbraccione
    Mistral

    • Grazie Mistral. Il tuo apprezzamento mi fa davvero molto piacere.
      Hai ragione quando parli di “malessere”. Le giornate pro/contro qualcosa attestano che quella realtà per cui si sta manifestando non è ancora entrata nella logica di una normale quotidianità. Credo che il cammino sarà ancora lungo purtroppo.
      Un abbraccio e a presto
      Primula

  4. Cara Primula, soffermandomi ancora sul tuo post importante e bello , mi accorgo di come noi donne, a volte, facciamo fatica ad accettare un cambiamento così Forte da un uomo che poco prima si proclamava innamorato di noi
    Grazie di nuovo
    Ti abbraccio
    Mistral

    • Carissima Mistral, io mi domanderei se questo uomo “cambiato” non si sia in realtà smascherato proponendosi per quello che è realmente. La storia che ho scelto dal libro “Questo non è amore” (molto coinvolgente, se riesci leggilo) è sintomatica di un uomo dalla personalità molto chiara fin dall’inizio. La donna non l’ha voluto o potuto vedere.
      Comunque la questione è davvero molto complessa quando c’è in gioco la psicologia di individui.
      Grazie per la tua costante e preziosa attenzione
      Un abbraccio e buona serata.
      Primula

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