#Statesereni

Les assis
Noirs de loupes, grêlés, les yeux cerclés de bagues
Vertes, leurs doigts boulus crispés à leurs fémurs,
Le sinciput plaqué de hargnosités vagues
Comme les floraisons lépreuses des vieux murs ;

Ils ont greffé dans des amours épileptiques
Leur fantasque ossature aux grands squelettes noirs
De leurs chaises ; leurs pieds aux barreaux rachitiques
S’entrelacent pour les matins et pour les soirs !

Ces vieillards ont toujours fait tresse avec leurs sièges,
Sentant les soleils vifs percaliser leur peau,
Ou, les yeux à la vitre où se fanent les neiges,
Tremblant du tremblement douloureux du crapaud.

Et les Sièges leur ont des bontés : culottée
De brun, la paille cède aux angles de leurs reins ;
L’âme des vieux soleils s’allume, emmaillotée
Dans ces tresses d’épis où fermentaient les grains.

Et les Assis, genoux aux dents, verts pianistes,
Les dix doigts sous leur siège aux rumeurs de tambour,
S’écoutent clapoter des barcarolles tristes,
Et leurs caboches vont dans des roulis d’amour.

– Oh ! ne les faites pas lever ! C’est le naufrage…
Ils surgissent, grondant comme des chats giflés,
Ouvrant lentement leurs omoplates, ô rage !
Tout leur pantalon bouffe à leurs reins boursouflés.

Et vous les écoutez, cognant leurs têtes chauves,
Aux murs sombres, plaquant et plaquant leurs pieds tors,
Et leurs boutons d’habit sont des prunelles fauves
Qui vous accrochent l’oeil du fond des corridors !

Puis ils ont une main invisible qui tue :
Au retour, leur regard filtre ce venin noir
Qui charge l’oeil souffrant de la chienne battue,
Et vous suez, pris dans un atroce entonnoir.

Rassis, les poings noyés dans des manchettes sales,
Ils songent à ceux-là qui les ont fait lever
Et, de l’aurore au soir, des grappes d’amygdales
Sous leurs mentons chétifs s’agitent à crever.

Quand l’austère sommeil a baissé leurs visières,
Ils rêvent sur leur bras de sièges fécondés,
De vrais petits amours de chaises en lisière
Par lesquelles de fiers bureaux seront bordés ;

Des fleurs d’encre crachant des pollens en virgule
Les bercent, le long des calices accroupis
Tels qu’au fil des glaïeuls le vol des libellules
– Et leur membre s’agace à des barbes d’épis.
(Arthur Rimbaud)

I Seduti

Neri di cisti, butterati, gli occhi cerchiati di verde,
le dita noccolute rattrappite sul femore,
il sincipite cosparso di repellenti bozzi;
come le infiorescenze lebbrose dei muri vecchi,

hanno innestato in amori epilettici
la bizzarra ossatura agli scheletri neri
delle sedie; i loro piedi s’allacciano
a quei pioli rachitici, mattina e sera!

Questi vecchi si son sempre intrecciati alle loro sedie
sentendo i soli ardenti lucidargli la cute,
o, con l’occhio fisso al vetro dove fondono le nevi,
tremando col doloroso tremito del rospo.

E le Sedie usano loro dei favori: annerita,
la paglia cede ai lati delle natiche;
l’anima dei vecchi soli si riaccende, avvolta
in quelle trecce di spighe dove fermentava il grano.

E i Seduti, coi denti alle ginocchia, verdi pianisti,
tamburellando con le dita sotto la sedia,
si sentono sciabordare tristi barcarole
e i loro testoni dondolano in un sentimentale abbandono.

– Non fateli alzare! È una tragedia…
Si ergono mugolando come gatti puniti,
aprendo le scapole lentamente e con rabbia;
i pantaloni si gonfiano sui sederi rotondi.

E li sentite picchiare le teste calve
sui muri scuri, strascicare i piedi,
i bottoni dei loro abiti sono delle pupille selvatiche
che vi arpionano lo sguardo dal fondo dei corridoi!

Inoltre hanno una mano invisibile che uccide:
al ritorno, il loro sguardo filtra il nero veleno
che offusca l’occhio mesto della cagna bastonata,
e voi sudate, stretti in un atroce imbuto.

Si risiedono, con i polsi persi nei polsini sporchi,
e pensano a chi li ha fatti alzare,
e, da mattina a sera, grappoli di bargigli
s’agitano fino a schiattare sotto i menti sparuti.

Quando l’austero sonno abbassa le loro visiere,
sognano, con la testa sul braccio, sedie fecondate,
veri amorini di seggiole neonate
che circondino le altere scrivanie.

Fiori d’inchiostro, sputando pollini a virgola,
li cullano, accovacciati sopra i calici
come un volo di libellule sulla corolla dei giaggioli.
– E il loro membro s’irrita con le spighe barbute.

Se ci si attiene a quanto riferisce Verlaine nel suo testo I Poeti Maledetti (1884) è a Jean Hubert della Biblioteca Municipale di Charleville che Rimbaud avrebbe pensato scrivendo questa poesia come atto di accusa, critica e ironia verso un vecchio brontolone rompiscatole.
Era l’anziano bibliotecario che si irritava sempre ogniqualvolta il giovane Arthur lo obbligava a muoversi dalla sedia per cercare negli scaffali volumi che non gli garbava affatto recuperare, libri nuovi per l’epoca (siamo nel 1870-71) in ogni caso non comuni per i lettori che frequentavano la biblioteca: testi orientali, antiche pubblicazioni scientifiche.
Il vecchio Jean Hubert lo sgridava, si rivolgeva a lui sgarbatamente intimandogli di riprendere la lettura dei classici che, comunque, il diciassettenne Arthur, nonostante l’età, conosceva bene e apprezzava forse più di lui.

In realtà l’aneddoto è davvero poco importante.
Chi sono questi Seduti?

Un simbolo, l’allegoria di una categoria di individui che Rimbaud detestava profondamente: i burocrati, coloro che una volta ben accomodati su uno scranno conquistato vi trovavano la ragione della loro stessa vita.

Rimbaud ne fa una caricatura lucidamente insolente, ironica, che io trovo a tratti anche umoristica. Ovviamente, un riso amaro.
Tutt’altro che belle persone, anche esteticamente: calvi, con occhiaie, rattrappiti sui loro sedili. Figure tutt’altro che moralmente edificanti: sono un tutt’uno con le loro sedie in cui hanno “inserito” le ossa (il francese greffer è proprio un termine botanico riferito all’innesto), con cui si intrecciano formando un solo corpo.

Non sono più uomini ma “uomini-sedia” … e qui il quadro è molto più di una caricatura.
È pura e geniale invenzione: tra il regno animale (uomo) e minerale (sedia) compare un genere intermedio, nuove e moderne figure mitologiche.
E d’improvviso le sedie si umanizzano, si animano: sono dotate di scheletri; si ammalano pure: i pioli sono rachitici; sono anche gentili: usano loro dei favori.

In sintesi, la simbiosi è totale e raggiunge l’apice nell’immagine delle sedie fecondate che partoriscono graziosi seggiolini tenuti en lisière, con le dande, le strisce che, passate sotto le ascelle, sorreggono i bambini non ancora in grado di camminare o che stanno imparando a farlo.

Qualcuno si domanderà: perché questa poesia? Perché proprio ora?

Ebbene, ho pensato a questi versi mentre leggevo un bel post su Angolo del pensiero sparso e mentre guardavo alla Tv le immagini dei Senatori riuniti a Palazzo Madama per la fiducia al Governo Renzi. La lettura di alcuni commenti sui giornali i giorni successivi hanno acceso definitivamente la lampadina.

Non intendo affrontare la questione Renzi sì/Renzi no, programma efficace/programma farlocco, terzo premier consecutivo non suffragato dal voto popolare.
Vorrei solo sommessamente ricordare che noi non eleggiamo il Presidente del Consiglio, nominato dal Capo dello Stato come da Costituzione; magari avremmo dovuto indicare una maggioranza ben definita, ma questa è un’altra storia.
Non entro insomma nella sostanza, mi soffermo sulla forma.

Ho ripercorso mentalmente i versi di Rimbaud mentre ascoltavo dichiarazioni di voto enfatiche, stracolme di espressioni trite e ritrite, lette in un linguaggio vecchio cui ormai abbiamo fatto l’abitudine, che quindi non suscitano interesse più di tanto.
Il contrasto con l’esuberante Matteo nazionale era davvero palese. Dialettica brillante, ritmo incalzante, giacca sbottonata, mani in tasca.

Renzi

Ma come!? Ha assunto atteggiamenti non consoni al luogo che lo ospitava, si è rivolto più alle telecamere e alla “gente” fuori che ai Senatori, il tavolo della Presidenza era cosparso di carte, tablet, pc “come un ufficio qualunque”, ho letto su un quotidiano (come se non servisse per lavorare, aggiungo a commento).

Renzi 2

Non voglio propormi qui come avvocato difensore del nuovo premier che non ne ha affatto bisogno: con la sua capacità di eloquio si difende benissimo da solo.
E, ripeto ancora, non entro nel merito di quanto ha detto o ha omesso di dire. Ognuno ha la propria rispettabile opinione al riguardo. La mia è molto precisa: semplicemente gli dò fiducia; in fondo non abbiamo molto da perdere nel farlo, data la situazione. Lo aspetto tuttavia al varco della concretezza dei provvedimenti.

Qualunque sia comunque l’idea di ciascuno, è innegabile che Renzi premier abbia rotto gli schemi e i rituali di ciò che è stato purtroppo trasformato nel tempio del conformismo verbale e comportamentale.
Lo guardavo mentre pronunciava il discorso programmatico e osservavo l’aula: davvero quei Senatori mi hanno ricordato i verdi pianisti di Rimbaud (ho scelto questo verso non a caso) che sono diventati un solo corpo e una sola anima con la poltrona che occupano.

Senato Renzi

Le mie non sono affermazioni dettate da banale qualunquismo o populismo, ma dal desiderio di vedere un Parlamento vivo, dinamico, entusiasta, capace di recuperare il senso della politica come servizio e non come mestiere, di concepire la “sedia” come un piano orizzontale su cui semplicemente appoggiare momentaneamente le natiche e non come un simbolo di carriera e uomo arrivato.

Dedico quindi questa poesia virtualmente ai Senatori della Repubblica Italiana perché li rappresenta per ciò che sono ora: platea sonnecchiante, rallentata, spenta; perché secondo il progetto di riforma che prevede la modifica di questo ramo del Parlamento, dovranno dimostrare che la poltrona non è un diritto acquisito, che si può lavorare in politica e per lo Stato in tanti altri modi.
E invio loro questo messaggio: #statesereni.

8 thoughts on “#Statesereni

  1. Ho divorato la poesia di Rimbaud e sono rimasta veramente affascinata
    La tua dedica non solo è originale ma attenta e intelligente
    Sei un pozzo ( di meraviglie) senza fine
    A me la politica, soprattutto questa degli ultimi tempi, mi mette i brividi …
    Bravissima
    Un abbraccione
    Mistral

    PS Buon weekend

    • Grazie Mistral, sempre gentilissima!
      La poesia di Rimbaud è davvero un capolavoro, uno dei suoi … Se si pensa poi che l’ha scritta all’età di 17-18 anni!! Inoltre è di un’estrema attualità.
      La politica? Sai che è uno dei miei interessi; non che il quadro italiano ora mi faccia impazzire ma speriamo ci siano segnali di risveglio.
      Un abbraccio e un sereno weekend
      Primula

  2. Mi impongo di non scivolare nel qualunquismo. Me lo impongo, un giorno dopo l’altro. Che dire? Forse Renzi è il nuovo, forse farà qualcosa di buono… forse, aspetto. Certo è che appena eletto, sui giornali ho letto: – Tagli alla spesa – e purtroppo la scure andrà a cadere sempre negli stessi posti, temo. La politica nel suo complesso, invece, è proprio come l’uomo-sedia, non c’è un’altra metafora che calzi così a pennello! Aspettiamo, imponendoci di non scivolare nel qualunquismo! 🙂

    • Purtroppo oggi non è facile evitare di essere qualunquisti soprattutto perché, a mio avviso, molto spesso viene definito in questo modo anche solo ciò che è frutto di normale buon senso.
      Per quanto riguarda Renzi, stiamo a a vedere cosa faranno il ragazzo & C. Come ho già scritto a Isabella in un commento precedente, io mi ero fatta tutto un altro film. Vedremo …
      Al di là dell’affinità con la realtà attuale che la poesia mi ha ispirato, non smetterò mai di dire che Rimbaud era un autentico genio.
      Grazie per aver condiviso qui le tue opinioni e trascorri un buon weekend. 🙂
      Primula

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