“Ero incredibilmente un uomo libero!”

Resistenza

È un grido di duplice liberazione: dal nemico nazi-fascista e dalla condizione d’isolamento in cui l’adesione, comunque convinta, al movimento partigiano lo fa vivere.
Chi lo pronuncia è Guido, zio Guido. Oggi, un brillante ottantottenne con mille occupazioni e interessi: il lavoro (ancora) nella sua piccola impresa, l’impegno sociale e nella comunità parrocchiale della sua città, la lettura.
Ieri, partigiano per scelta. Lucidissimo, idee chiare, obiettivi ben definiti, oggi come ieri.

Fine maggio 1944.
In città è esposto un manifesto di chiamata alle armi per la classe 1926: destinazione Germania, lavori leggeri.

Guido è affranto. Non pensa solo a sé, ma ai suoi genitori che hanno già visto partire un figlio qualche anno prima, passare dall’Albania alla Libia, cadere prigioniero degli Inglesi a El Alamein. Da allora, più alcuna notizia fino al termine della guerra.

Guido sa che deve decidere e anche in fretta: il 3 giugno, giorno della consegna in caserma, è molto vicino. Davanti a sé ha due prospettive: rispondere alla chiamata dei Tedeschi o aderire ai gruppi partigiani che si stanno formando nella zona della Pianura Padana. In ogni caso il suo destino è di abbandonare tutto e tutti.

Prevale il desiderio di lotta e si arruola in una SAP (Squadre Azioni Partigiane). Ora è Mauro, il suo nome di battaglia.

La vita di un partigiano è fatta di anonimato, fuga, imboscamento, solitudine ed è costellata di paradossi.

Mauro vive nascosto in casolari della Bassa Padana; nessuno sa esattamente dove si trovi a parte le “staffette” che lo mettono in comunicazione con gli altri appostamenti e lo istruiscono sulle missioni da compiere.

Non essendosi presentato in caserma alla data prevista, la Milizia inizia a cercarlo. È un disertore, anzi un traditore. Primo controsenso.

La Storia ci ha lasciato numerose testimonianze della violenza con cui i nazi-fascisti setacciavano le case, arrivando a incendiarle, e minacciavano i residenti accusati di favoreggiamento. La famiglia di Mauro è risparmiata solo perché uno dei giovani militi è un ragazzo che frequentava abitualmente quella casa … prima …
Altro controsenso, assurdità della guerra che divide amicizie, contraddizione dell’ideologia che fa dimenticare i sentimenti trasformandoli in rabbia.

Mauro continua la sua vita da “sbandato”, isolato dai suoi affetti. Non riesce nemmeno a salutare per l’ultima volta il suo fratello maggiore morto durante il bombardamento del 10 luglio sulla città. Il dolore immenso si trasforma in odio verso chiunque e qualunque cosa: i nemici Tedeschi ma anche la sua condizione di uomo paradossalmente braccato dalla sua stessa scelta per la libertà. Ulteriore controsenso.

La sua attività prosegue tra incarichi sempre pericolosi: dalle rapide operazioni per liberare compagni arrestati ma non ancora nelle mani del comando tedesco, agli agguati per disarmare militi, in alcuni casi anche suoi ex amici, al ruolo d’infiltrato.

Marzo 1945. Notte.
L’ “uomo talpa” presso il corpo di Polizia locale ha rischiato di essere scoperto; ha avuto solo il tempo di scappare dalla caserma e darsi alla macchia. È assolutamente necessario sostituirlo. Tra i componenti il gruppo SAP di cui fa parte Mauro nessuno osa offrirsi volontario. La paura è tanta, la consapevolezza di non essere in grado di reggere il gioco annichilisce la volontà di agire.
Il partigiano è anche questo: una sintesi di umana angoscia e sfrontatezza del combattente.
Ciascuno di voi scriva il proprio nome di battaglia su un pezzetto di carta, lo arrotoli e lo metta nel cappello; il sorteggiato andrà ad arruolarsi in Questura” ordina perentoriamente un comandante rovesciando il copricapo sul pavimento disconnesso. “Gli ordini sono ordini” il tono è serio e inflessibile “siamo anche noi militarizzati.”

La sorte bacia Mauro sulla fronte: è lui il prescelto.

Ultimo controsenso della sua esperienza da partigiano: il trauma iniziale si trasforma in un senso di liberazione. Ora può riappropriarsi del suo vero nome, riavere la sua identità, riabbracciare i suoi genitori, informarli della decisione di arruolarsi nella Polizia evitando tuttavia di svelarne il vero motivo, andare in bicicletta per le strade dalla Bassa senza il timore di subire attacchi.
In divisa, con il tesserino e la pistola di un normale poliziotto, ecco che Guido può esclamare e raccontare oggi “Ero incredibilmente un uomo libero!

Sì, incredibilmente, inverosimilmente, paradossalmente!
Libero nella tana del lupo, libero nel suo coraggioso doppio gioco, nel suo costante indagare e spiare per carpire notizie utili alla lotta partigiana, prigioniero di una libertà ancora da conquistare, alla cui costruzione Mauro/Guido sta contribuendo con un mandato ben preciso e una missione ad alto rischio.
Uno sbaglio, anche minimo, comporta la denuncia e la fucilazione.

Questi paradossi rendono grandi i partigiani, li trasformano quasi in figure mitiche: uomini, donne, ragazzi, soldati, sacerdoti, operai, lavoratori, contadini, socialisti, cattolici, comunisti, persone di diverse idee politiche o fede religiosa, di varie classi sociali decidono di impegnarsi in prima persona rischiando la propria vita.

Finalmente 25 aprile 1945. La Liberazione.
Momenti di confusione, sbandamento, sentimento generale di provvisorietà: Tedeschi che non si arrendono, non si rassegnano e con mezzi e armi superiori si rivelano ancora pericolosi; fascisti italiani trucidati da partigiani italiani, reazione uguale e contraria a quanto subito durante il difficile periodo della Resistenza.

Lentamente si ricrea una condizione di tranquillità: arrivo degli Americani, ordinanza di smobilitazione generale dal comando di Liberazione, consegna delle armi alle caserme dei Carabinieri, subentrati ai militi fascisti.

Accanto a partigiani che si arruolano nei nuovi corpi militari o scelgono di continuare l’impegno nei partiti, altri ritornano alle loro case.
Come Guido, come molti che non hanno ceduto al fascino della carriera politica, cui dobbiamo dire “grazie” dal profondo del cuore, protagonisti di una spaventosa “avventura” (zio Guido la definisce così) che sono poi ritornati dietro le quinte, alle loro vite da ricostruire e che non si sono identificati nell’appartenenza a questo o a quel partito, ma nell’adesione a un ideale comune di libertà.

Zio Guido ce l’ha fatta, e non è il solo.
Dalla cascina chiamata “Quadri”, nella Bassa Padana, ultimo di cinque figli di un’umile famiglia contadina, alla vita benestante in importanti città italiane, ne ha percorsa di strada, ma non ha mai dimenticato le sue origini, di cui è estremamente orgoglioso, né il senso di giustizia e solidarietà, la fede e passione per una causa che lo spirito della Resistenza gli ha lasciato in eredità.

Cascina

Cascina “Quadri” – Pessina Cremonese, Cremona

31 thoughts on ““Ero incredibilmente un uomo libero!”

    • Nonostante la politica da qualche decennio stia dando il peggio di sé, la mia natura d’idealista mi fa credere ancora che recuperando quello spirito, quegli ideali riusciremo a uscire dal pantano. Aggiungo che dovrebbero sparire, politicamente intendo, alcuni loschi personaggi.
      Parlare del 25 aprile? Direi piuttosto “applichiamolo”!
      Grazie Vittorio e buona giornata a te. 🙂
      Primula

        • Quanto hai ragione! Purtroppo! Perdonami la postilla ma il quadro non è brillante, è dannatamente realistico. Ho sempre sostenuto che viviamo in un mondo a rovescio e la tua frase me lo conferma.
          Primula

  1. Grazie Primula per questo pezzo di storia che hai raccontato sul coraggio di scegliere la libertà. Credo non fosse semplice per gli uomini di quegli anni decidere rischiando la propria vita come contropartita.
    Un abbraccio 🙂

    • Certamente non era facile, ma parlandone con quelli che sono in vita, di quella generazione, si prova la netta sensazione che non avrebbero dubbi nemmeno ora e che sono ancora oggi propositivi e giovani dentro.
      Grazie Mita e buon 25 Aprile 🙂
      Primula

    • Verissimo! Mai perdere di vista gli ideali nonostante attorno a noi si faccia di tutto per smorzare gli entusiami. Ma come ben sai ormai, l’ottimismo fa parte del mio DNA.
      Hai ragione, questa storia fa riflettere perché sa di buono.
      Buon 25 aprile anche a te Mistral.
      Un abbraccio 🙂
      Primula

  2. Bellissimo post. Purtroppo mio nonno non c’è più ma vivono ancora i ricordi delle svariate famiglie e dei partigiani ospitati in cascina in quegli anni. Aveva fatto costruire dei cunicoli sotterranei che dalle cantine arrivavano quasi in paese. Un folle a mettere a repentaglio la vita di tutta la sua famiglia per degli sconosciuti, ma forse no. Perché l’Ideale lo muoveva, la Giustizia. E questi valori prevalevano anche sugli affetti più cari. I cunicoli sono in parte crollati, ma in parte reggono ancora e ci si può addentrare a tratti. A volte mi siedo pancia in sù con la faccia fuori dal buco e guardo in alto, lo stesso cielo che vedevano tanti anni fa (ma nemmeno troppi) uomini invisibili, dal nome e dal volto dimenticato, formiche della libertà che senza saperlo si sono caricate sulle spalle il peso enorme della briciola chiamata Stato di Diritto. Mi viene in mente un Leviatano in positivo.
    Sarò anch’io un’idealista ma quando guardo la bandiera italiana che sale sul pennone e ascolto il nostro inno mi viene la pelle d’oca, sempre.
    Ciao Prof.

    • Tuo nonno non era un folle, anzi!, e ci sarebbe un gran bisogno oggi di persone così. Come lui e il famoso zio di cui parlo nel post ce ne sono state tante con uno spirito di totale abnegazione. Dei miti!
      Mi piace moltissimo l’immagine del Leviatano in positivo, le mie ex alunne sono cresciute proprio bene! 🙂
      Grazie Mariella per avere aggiunto una testimonianza ulteriore di quei grandi uomini.
      Un abbraccio
      Primula

  3. Bellissima storia 🙂
    Hai semplicemente ragione: il 25 Aprile va applicato! Nient’altro. E applicandolo renderemmo omaggio a chi è morto per arrivarci e ringrazieremmo tutti quelli che hanno avuto il coraggio di zio Guido!

    • Nulla da aggiungere alla tua riflessione. Dobbiamo passare dalle parole ai fatti, è l’unico modo per ripagare degnamente chi ci ha permesso di vivere in un’Italia libera e liberata. Ognuno faccia il proprio dovere per quello che può e nei luoghi in cui può, è già un passo importante.
      Grazie anche a nome di zio Guido e di tutti quelli come lui. 🙂
      Primula

  4. Di zii, zie e nonni così, purtroppo ce ne son sempre di meno, come pochi sono coloro che come te sanno ascoltare le loro esperienze 😦
    Come si fa a non essere tristi quando il prefetto di una città vicina (Pordenone) voleva vietare il canto di “Bella Ciao” per questioni di ordine pubblico?! Semplicemente assurdo…
    Grazie per questo tuo post Primula, e valuta con zio Guido l’idea di scrivere un libro, perché certe cose, purtroppo per la natura dell’uomo, vanno ricordate di continuo!
    Un abbraccio e viva il 25 aprile!
    Cristian

    • Ciao Cris! Innanzitutto i miei personali complimenti al prefetto … una mente! non c’è che dire! 😦
      Sai che l’idea del libro è un po’ che circola? Ammetto di essere una delle poche fortunate che possono ancora attingere a esperienze raccontate direttamente da chi le ha visssute; inoltre zio Guido ha molti appunti, note, riflessioni che ha scritto in vari momenti. Si tratta di fare un lavoro di revisione, è in programma … vedremo!
      Grazie Cris! 🙂
      Un abbraccio
      Primula

  5. L’ha ribloggato su Ma Bohèmee ha commentato:

    Molti di voi conoscono già questo racconto. Nel frattempo altri amici si sono aggiunti e mi sento pertanto di condividere, anche quest’anno, una testimonianza di fede nell’ideale della libertà, di impegno per riconquistarla e concretizzarla.
    La mia generazione ha avuto la fortuna, e alcuni come me l’hanno tuttora, di avere conosciuto la storia partigiana dalla voce diretta dei protagonisti e di averne assimilato lo spirito profondo.
    Oggi zio Guido, il partigiano della mia famiglia, è alle soglie dei novant’anni, ma non ha perso la lucidità dell’analisi e la capacità di rendere vivo il ricordo. Ogni volta che parlo con lui, mi convinco sempre di più che noi italiani non possiamo non essere antifascisti, e ciò indipendentemente dall’orientamento politico attuale. Perché, per me, l’antifascismo è uno stato mentale, culturale, non ha nulla a che fare con l’adesione o la simpatia verso questo o quel partito.
    La Resistenza ha creato una condizione di libertà di cui oggi sono in grado di beneficiare tutti, anche chi la irride, non ne riconosce l’enorme valore, la giudica con faziosità accusando altri di altrettanta parzialità, inconsapevoli, forse, che la loro critica è possibile proprio grazie a questo movimento.
    La nostra Repubblica non sta vivendo uno dei suoi momenti migliori; non è il primo e non sarà l’ultimo. I contrasti, anche accesi, si esprimono per l’appunto perché siamo liberi.
    Vorrei fare mie le parole del grande Sandro Pertini pronunciate nel Parlamento spagnolo a Madrid il 28 maggio 1980:
    “ove non esiste un regime democratico questi confronti e questi contrasti non si hanno. Le democrazie a menti superficiali possono apparire disordinate; le dittature invece appaiono ordinate; nessuna protesta, nessun clamore da esse si leva: ma è l’ordine delle galere, il silenzio dei cimiteri.
    No, alla più perfetta delle dittature io preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie.”

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