La panchina

Università, tempo di esami; parole scritte che si confondono armoniosamente con altre dette; tempo di amori animati da frenesia e senso di assoluto.
Bastavano tuttavia talora un sentiero di montagna o un tuffo nel mare per sfumare i contorni di quell’assoluto.
Esperienze di vita vissute pienamente che è davvero valsa la pena godere fino in fondo.
Ricordi teneri di momenti magici …

Collegio Universitario Fraccaro - Università di Pavia (foto personale)

Collegio Universitario Fraccaro – Università di Pavia
(foto personale)

 “Le panchine custodiscono migliaia di storie meravigliose, ricordi di mani che si cercano, promesse mai mantenute, baci improvvisi. Tutti ne abbiamo una sulla quale il cuore è ancora seduto”
(Michelangelo Da Pisa)

Libri, pagine sfogliate, sottolineate,
parole scordate, poi memorizzate.

Un bacio, un abbraccio
“Scusa se taccio …”

L’emozione serra la gola
e finisce tra le lenzuola.

“Domani, … alla panchina
studieremo fino alla mattina.”

Esame … esami
preparati a quattro mani tra i “Quanto mi ami?”

Poi … la felice conclusione
di tanta tensione.

È sera – inizio estate – la panchina accoglie
la coppia e le sue voglie.

Fremiti … e tra le dita una sigaretta
fumata in tutta fretta.

Cantano le cicale,
la passione sale …

Ma il sale del mare
farà dimenticare.

 

24 thoughts on “La panchina

    • La panchina è davvero un microcosmo … quanti racconti, gioie, tristezze! Potremmo farne un libro, a pensarci bene.
      Grazie Affy e una serena settimana anche per te! 🙂
      Primula

  1. Ciao Primula!
    La panchina – presa come culla amarcord-amatoria – mi piace un sacco 😉
    Mi hai riportato alla mente un po’ di passato e parecchie emozioni, quindi grazie!
    Appunto tecnicistico del solito rompic… (è una fortuna ch’io non sia un insegnate): la rima baciata mi piace, la metrica libera che hai usato un po’ meno, ma questo, lo sappiamo entrambi, è tutta questione di gusti 🙂
    Un abbraccio!
    Cristian

    • Ciao Cris!
      Contenta che ti sia piaciuta la mia panchina-piccolo-grande-amore (l’ho ribattezzata così 😉 ).
      Questione della metrica? Guarda, io solitamente non scrivo poesie (genere letterario che come tu ben sai peraltro adoro) e mi stupisco sempre di più che, sollecitata da altri, riesca a partorirne qualcuna di getto come questa.
      Ho dovuto scriverla subito altrimenti non me la sarei ricordata così com’è. Sarei stata obbligata a ripensarla perdendo quel tono di spontaneità che, credo, questa abbia. La sto giudicando, a distanza di ore, come se l’avesse scritta un altro.
      È chiaro che nell’immediatezza le sillabe non si contano, il verso segue l’andamento del pensiero e non il contrario. Esattamente ciò che affermano, nella storia della letteratura, i sostenitori del verso libero di fine ‘800 – inizio ‘900, ma ancora prima di loro alcuni esponenti del primo Romanticismo francese come Mme de Staël e il grande Victor Hugo secondo il quale è la fluidità del sentimento da evocare che orienta la scelta di una forma piuttosto che un’altra. Da cui la coesistenza di sonetti, odi o altre forme “normate” accanto a componimenti più liberi, quasi simili alla prosa.
      Non lo scrivo per giustificare la mia scelta; anzi ribadisco il concetto che mi considero solo una passante che transita momentaneamente nel mondo di altre menti ben più dotate per quest’arte sublime.
      Lo sottolineo perché è una corrente di pensiero nelle riflessioni sulla poetica.
      Pensandoci, mi hai dato un’idea: potrei proporre un’analisi comparata su prosa e poesia … e questo è l’ambito in cui mi muovo con maggior disinvoltura. 😉
      Grazie per lo spunto … ma per tutto Cris! Sai che ti adoro quando puntualizzi, mi piace, mi stuzzica. 😉
      Un abbraccio
      Primula

      • Giusto per puntualizzare sulla puntualizzazione, la metrica di solito non la guardo nemmeno io, a parte in rari casi come questo: forse sarà la rima baciata, e rimasugli scolastici instillati a forza, che permangono a livello subconscio, non lo so, magari è solo la mia mente che troppo spesso va a spasso con la matematica 😉
        Che poi, metrica è tutto e niente: non per forza c’è bisogno di un verso fisso perché si abbia un buon ritmo – meglio il termine inglese groove! Ecco, grazie a questa riflessione riesco a spiegarmi meglio: con metrica libera (non confonderla col verso libero – da quanto so c’è una diatriba ancora in atto perché qualche purista si è sentito offeso che venisse preso in considerazione un singolo verso LOL) intendevo dire che ci sono delle differenze di groove in questa tua poesia che nella mia testa risuonano come un po’ a singhiozzo.
        Ciò potrebbe essere funzionale ai significati e ai periodi che volevi trasmettere (i piccoli-grandi amori son caratterizzati proprio da aritmie cardiache ed asistolie emozionali) ma qui chiamo in causa la Musica, che è più facile per farti capire quanto anche nella poesia ognuno trovi i propri “generi” preferiti 😉
        Siccome son curioso, son andato a far una ricerca veloce e a quanto pare il verso libero, oltre che agli inizi della sua storia, sembra sia presente anche nei cosiddetti laudari del Duecento italiano (delle “laude” ai tempi di Francesco d’Assisi, componimenti in volgare a carattere religioso, liriche o drammatiche a seconda del tema trattato) ma secondo me la poesia dev’essere libera da preconcetti, nel senso che, per chi la scrive (poeta è sempre una parola “grande”) deve seguire i propri istinti, e se il proprio groove fa comporre endecasillabi oppure versi liberi non c’è nessuna differenza qualitativa!
        Per quanto mi riguarda mi è capitato di scrivere in metrica poche volte: in genere mi son trovato ad usar gli ottinari (parlo solo di quantità di sillabe), due son sicuramente nel romanzo, comunque una volta che hai pensato un po’ di versi e ti accorgi che son “lunghi” uguali ti vien quasi normale continuare nello stesso modo.
        A parte sta filippica sul groove e sulle sillabe, non smettere di scrivere poesie, mi raccomando, e ferma il più possibile i canti delle muse, che son perle rare 🙂
        Felice di averti stuzzicato, attendo l’analisi comparata!

        • D’accordo su tutto. Sul proseguire la strada della poesia, non so … 😉
          L’analisi comparata arriverà quanto prima, non preoccuparti.
          Ah, riferimento importante! Riguarda il rapporto musica/poesia: Verlaine ne ha fatto il punto fermo della sua poetica, interpretando il tutto senza le restrizioni di cui tu giustamente parlavi.
          Bisous 🙂
          Primula

  2. E mi piace tanto…
    Tornare poi a un tempo in cui tra cose semplici ci si sentiva difficili senza sapere che negli anni la difficoltà ci sarebbe stata anche tra cose semplici.
    Io sulla panchina oggi mi vorrei solo riposare per un pò.
    E riprendere il mio fiato.
    Un abbraccio forte e una buona serata Primula :*

    • Era bello però Mita, lo dico con lo sguardo di oggi, come te. Ci si buttava a capofitto in tutto… complicandoci anche un po’ la vita. Hai ragione, ma c’era voglia, desiderio, idealismo.
      In tutta sincerità mi è rimasta una traccia ammorbidita dagli anni, ma se c’è da combattere raramente diro indietro la gamba, come su un campo di calcio.
      Per il momento la mia panchina è ancora senza schienale, e mi ci metto ancora un po’ a cavalcioni. 😀
      Grazie Mita. 🙂
      Un grande abbraccio a te :-*
      Primula

    • Se esiste un simbolo che raffiguri al meglio le tappe della nostra vita è proprio la panchina. hai ragione MIstral. I primi baci ma anche le pause di riflessione; appoggiarsi sulla spalla di qualcuno ma anche sedersi soli a pensare o in compagnia di un “amore” che non abbandona mai: un buon libro.
      D’acchito ho rivisto “la panchina” dei miei anni universitari, ed è proprio quella della foto! 🙂
      Un grazie dal cuore Mistral e un sorriso per la tua settimana. 🙂
      Primula

    • Eh già… Posso permettermi di dire che noi abbiamo contribuito a scriverne pagine importanti? Noi, intendo la nostra generazione che ha vissuto le esperienze di quell’età al momento giusto. Per questo oggi, almeno io, non le rievoco con nostalgia ma con dolcezza e tenerezza.
      Essendo stata in seguito per un po’ dall’altra parte della barricata, ho notato negli anni scemare gradatamente la freschezza e la goliardia di quel periodo, che non inficiava tuttavia l’impegno.
      Insomma, erano anni davvero belli, Tads; peccato che i ragazzi oggi, da quel che ho potuto verificare, non se li godano pienamente.
      Poi cosa accade? Che recuperano a quaranta o cinquant’anni ma, ovviamente, il senso del ridicolo incombe. Ogni età ha le proprie esperienze peculiari; passato il momento, si rasenta il patetico. Forse sono un po’ drastica, ma mi basta osservare attorno a me.
      Grazie Tads. È sempre un piacere leggere i tuoi commenti. 🙂
      A presto
      Primula

      • anni belli relativamente, almeno, io ho fatto liceo e università negli anni ’70 e nella Torino “bollente”, anzi, “rovente”, tra lotte studentesche, lotte operaie e lotta armata… c’era poco da stare allegri e godersi le panchine. Però ho vissuto ancora il tramonto delle feste in casa e le “marinate” in riva al Po, mattine invernali avvolte dalla nebbia, ci si scaldava “artigianalmente”.

        comunque sì, realmente o concettualmente la letteratura da panchina l’abbiamo scritta noi 😉

        è un piacere mio leggere te

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