“Non serve fingere di essere uguali”

Una fiaba semplice eppure dal contenuto denso e dal messaggio efficace: un modo dolce, tenero, equilibrato e fermo per educare una bambina alla convivenza con chi è solo apparentemente diverso o vive in un contesto familiare e culturale distante.
È opera di Avvocatolo, di Massimo, una creazione – dice lui – fatta di getto per tentare di addormentare la “pupa” evitando di ricorrere alle solite favole inflazionate. Chapeau! Per i pochissimi che non la conoscessero ancora, un invito a colmare la lacuna…

Leggendola, gustando la finezza della storia, la grazia dei toni, ho immediatamente pensato a Piccolo Uovo di Francesca Pardi: una fiaba illustrata, un racconto delizioso e delicato come semplici e naïf sono i disegni di Antan.

Piccolo Uovo

Questo libretto è inserito nella lista dei testi “proscritti” dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro all’inizio dell’anno scolastico corrente, rei di diffondere la teoria gender.

lista libri proscritti

Non intendo addentrarmi nella questione; mi limito a segnalare il testo della legge 13 luglio 2015, n.107, a specificare che il termine “genere” compare solo all’articolo 16 “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità dei sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, a suggerire la Circolare del Ministero dell’Istruzione datata 15 settembre 2015.
Chi volesse approfondire il tema può farlo sui testi citati qui o su documenti e testimonianze on-line. Ne esistono di tutti i tipi. Ognuno si formerà la propria opinione al riguardo, spero sempre ponderata qualunque essa sia.

In Piccolo Uovo non esiste alcun incitamento alla trasgressione, nessuna svalutazione della famiglia tradizionale che, sotto le spoglie di graziosi coniglietti, compare insieme ad altri tipi di “comunità”. Sfogliando le pagine, s’incontrano due gatte con il loro gattino, due pinguini maschi con i rispettivi figlioletti, una coppia “etero” di canguri con i piccoli di diverso colore depositati amorevolmente nel marsupio, un ippopotamo solo con il suo “bambino”, una famiglia di cani, uno nero e l’altra bianca, incinta, con un cucciolo candido come il latte.
“Arriva anche un fratellino… Chissà di che colore sarà!” si chiede meravigliato e felice Piccolo Uovo alla ricerca della sua famiglia.
Una garbata allegoria.

Al netto della proposta di Camilla Seibezzi, durante la precedente amministrazione a Venezia, di usare la terminologia “genitore1” e “genitore2” che non approvo, a mio avviso inutile e discriminatoria nei confronti di chi ha una mamma e un papà – se parliamo di diritti dobbiamo considerare quelli di tutti, indistintamente – mi piacerebbe che quanti polemizzano e si scagliano contro la diffusione di questi testi, hanno gridato allo scandalo nei mesi scorsi con qualche rigurgito recente, leggessero un paio di questi libretti. Tempo di lettura brevissimo.

On-line circolano tuttora immagini e petizioni, diventate virali, dai toni allarmistici e spesso create ad hoc e, se mi è permesso, basate su mala informazione, informazione parziale o distorta quanto meno circa la scuola come luogo di crescita. Prima di esprimere qualunque giudizio, non è sufficiente il passaparola talora anzi nocivo. La verifica personale è opportuna. E chi si sta adoperando per evitare che questi libretti possano anche solo circolare – cosa che avviene comunque lo stesso poiché vengono fatte letture collettive nelle librerie – è senz’altro genitore e merita pertanto tutto il rispetto, ma non è forse mai entrato in una classe.

Scrivo da ex insegnante che per anni si è interessata alla crescita umana e culturale di adolescenti commettendo anche errori – solo chi non fa nulla ne è esente – ma mettendo sempre al centro i ragazzi.
Al di là della materia di competenza, se sentiamo e viviamo il ruolo come una missione, noi docenti educhiamo prima di tutto al rispetto: dei ragazzi tra loro, dei ragazzi verso il prof e, importantissimo, del prof verso i ragazzi (non possiamo pretenderlo se prima non l’offriamo noi); insegniamo la convivenza tra personalità diverse, la tolleranza e l’accettazione.
Ebbene, i gruppi che abbiamo di fronte ogni giorno sono estremamente eterogenei per classe sociale, religione, situazioni affettive e familiari. Figli adottati, di divorziati, di conviventi, di coppie miste, di immigrati, di famiglie allargate con rapporti più o meno facili con il compagno di lei o la compagna di lui che non sono magari mai gli stessi poiché negli anni vengono sostituiti da nuove relazioni… e così via. Da tempo, nelle classi, esistono bambini o adolescenti che già vivono in unioni omosessuali e in contesti monoparentali.
Questa è la realtà, chi la nega mente. Questa è la varietà, da rispettare, che vediamo da una cattedra.

La scuola ha l’obbligo morale di far sentire a proprio agio chiunque, di far crescere il bambino e maturare l’adolescente in armonia con il suo ambiente personale, non può e non deve sovrapporsi a scelte che non le competono. Il compito educativo è quello di creare nell’aula un microcosmo sociale di convivenza, d’incanalare in un percorso naturale di sviluppo della persona diverse situazioni affettive che, ripeto, non dipendono dalla scuola.
Il bambino, l’adolescente e il ragazzo devono essere l’interesse primario, non possono “pagare” per le scelte degli adulti o per un vuoto legislativo che esiste, è innegabile, sta creando problemi alle coppie coinvolte e, di riflesso, ai figli. Quindi, a scuola, si lavori per loro, si lascino a casa preconcetti e sovrastrutture di qualunque natura che, soprattutto nella mente lineare di un bambino, creerebbero solo confusione e caos.
La mancanza di uno strumento ben fatto come un libro, che aiuti l’insegnante ad affrontare le diverse realtà e fornisca un punto d’appoggio, lascia tutto al caso, all’iniziativa di un corpo docente non sempre in grado o preparato a trattare certi argomenti con delicatezza e competenza. Spesso il prof non entra in classe “nudo”, le sue idee e la sua sensibilità lo accompagnano, la sua formazione personale non viene ogni volta lasciata fuori dalla porta. Non si nasce insegnanti, si può essere più o meno naturalmente predisposti, ma si impara esercitando e si può rischiare di improvvisare. Succede.

E ora svesto i panni della prof (o ex) per indossare quelli del bambino.
Frequentavo le elementari e già a sette anni ero senza mamma. I miei compagni avevano tutti una famiglia “regolare”. Ogni maggio, scrivevo la letterina alla mamma come gli altri… Non dico sia stato un trauma, ma che io l’abbia vissuto come se nulla fosse, quello no. Era difficile. Rientravo a casa e consegnavo la letterina alla seconda moglie di papà, che ho sempre considerato come un’usurpatrice. Colpa del mio carattere ribelle, responsabilità del suo ingresso prepotente nel mio mondo familiare, forse entrambi i fattori… con lo sguardo di oggi la situazione assume di certo contorni più nitidi. Ma allora era così.
Nessuno ha tuttavia mai pensato a opzioni diverse. Perché a otto o nove anni non farmi scrivere una sorta di preghiera a un angelo con il nome della mia mamma rendendo il tutto molto naturale e insegnando non solo a me ma anche ai miei compagni che la morte è parte della vita? Oppure aiutarmi a creare due testi, differenti l’uno dall’altro? La maestra avrebbe spiegato con tatto alla classe l’importanza di accettare un nuovo compagno per la madre vedova o una nuova donna per il padre vedovo, e dato a me l’opportunità di maturare un rapporto disteso e anche affettuoso con la “mamma2”.
No, è continuata per un po’ la finzione dell’essere uguale agli altri.

E i bambini, le bidelle e le maestre capirono che per aiutare chi è diverso da noi non serve fingere di essere uguali, che l’uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma rispettare e accettare la diversità di tutti e, ogni tanto, guardare la vita a testa in giù.” conclude Massimo nella sua favola. Frase azzeccatissima e calzante anche estrapolata dal suo contesto.

Mi metto oggi nella condizione di un bambino con un ambiente affettivo non da Mulino Bianco, posso intuirne il disagio se attorno a sé si confronta con due mondi molto lontani: il modello di famiglia perfetta visto a scuola e un altro vissuto a casa.
La scuola deve prendere atto dell’esistenza di situazioni e realtà varie, dalla famiglia con una mamma e un papà ad altre forme di unione, armonizzarsi con loro al meglio e non creare barriere psicologicamente dannose per la formazione degli adulti di domani.

48 thoughts on ““Non serve fingere di essere uguali”

  1. Cara primula.. Che posso dire? Hai toccato un tasto un po’ dolente in casa mia. Le ragazze purtroppo hanno perso il papà molto presto (3 e 5 anni) e io mi sono trovata spesso invischiata fra il desiderio che potessero sentirsi uguali a tutti gli altri bambini e la consapevolezza che in realtà proprie uguali non erano.. Le maestre sono sempre state piuttosto attente e sensibili, certo che pure a loro è toccato scrivere lettere e temi su un papà che si ricordavano appena, se non attraverso i miei racconti. Accanto alla nostra situazione ovviamente se ne vedevano altre, diverse e talora ancora più difficili. Non è semplice per gli insegnanti rispettare la sensibilità di tutti, intendendo per tutti non solo (in primis) i bambini, ma anche delle famiglie che spesso vogliono dire la loro… Meraviglioso lavoro quello dell’insegnante, ma richiede doti da funambolo. Un abbraccio, e un ringraziamento a chi -come te- dedica una vita ad aiutare i nostri bambini nel loro percorso. Chiara

    • Capisco perfettamente il tuo stato d’animo. Come avrai letto anch’io da bambina ho provato un po’ di smarrimento. Forse è stata quell’esperienza provata sulla mia pelle che mi ha aiutato, da prof, a mettermi nei panni dei ragazzi.
      Essere insegnante non è facile; serve tanta pazienza, occorre dare tempo che purtroppo la nostra scuola, così come è organizzata, non permette di avere. Si è sovrastati da burocrazia che fa talora perdere di vista l’obiettivo principale e, hai ragione tu, a volte i genitori non danno una mano. Mi è capitato di qualcuno che confondesse interesse par la crescita del figlio nella sua globalità e intrusione nella vita privata. Quand’è così ogni dialogo è impossibile, mentre si è rivelato assolutamene costruttivo con il ragazzo. Dalla mia esperienza posso dire che spesso i figli sono migliori dei loro genitori, senza volere affatto generalizzare.
      Altro grande ostacolo è la mancanza di collegialità tra docenti, parlo delle scuole superiori. Difficile che tante teste la pensino allo stesso modo, ma questo è normale; quello per cui molte colleghe e io ci battevamo era di trovare punti di incontro per il bene degli alunni. L’insegnante vero non è uno showman; le lezioni non sono esibizioni di cultura, sono il sapere e l’aggiornamento delle conoscenze al servizio di altri. Dimenticare il proprio ego è la vera sfida dell’insegnamento secondo me. Non sempre la vinciamo.
      Buona serata Chiara.
      Un abbraccio a te e alle tue ragazze.
      Primula

    • È un “lavoro” delicato, è vero, ma come molte altre che includono persone e non oggetti su cui operare.
      L’importante è dare il meglio delle possibilità di ciascuno con onestà morale e intellettuale.
      Buona giornata Ivano.
      Primula

  2. Condivido tutto il tuo pensiero, cara Primula
    Ma dobbiamo tener presente che non possiamo delegare tutto alla scuola
    Ho capito che non esiste più la famiglia tradizionale ma non per questo le resposbilità sono tutte o quasi della scuola
    Gli insegnati di vecchio stampo, grazie alla loro esprerienza, saggezza, umanità, sanno orientarsi meglio in questo dedalo di sentimenti. Ma tanti giovani insegnanti non sanno che pesci prendere e certi, hanno poca voglia di fare
    Mille grazie, cara Primula una insegnate vera rimane per sempre un’ Insegnate
    Abbraccione
    Mistral

    • Vero, si rimane sempre un po’ prof dentro, non certo per presunzione ma per missione se ci si è dedicati con passione.
      Quanto alla famiglia, non credo che la tradizionale sia sparita e mi sento di sostenerla, altrimenti scivoleremmo nella discriminazione anche in questo caso. La scuola è, o dovrebbe essere, sintesi delle diversità non sempre facile da realizzare. L’importante, secondo me, è creare un ambiente accogliente per i ragazzi in modo che lo vivano senza traumi rispetto alla loro routine familiare, di qualunque tipo sia.
      Grazie a te del pensiero Mistral.
      Un abbraccio
      Primula

    • Infatti non siamo tutti uguali. Anzi aggiungo che la diversità, o la peculiarità di ciascuno di noi – preferisco questo termine – le scelte personali svariate, i comportamenti e le idee differenti, costituiscono una ricchezza. L’omologazione è a mio avviso un male assoluto. L’importante è gestire la diversità con buon senso ed equilibrio senza speculazioni di nessun tipo.
      La questione è certamente complessa, andrebbe analizzata in altri contesti, sconfina nell’integrazione, l’accettazione di altre culture, io mi sono attenuta all’ambito scolastico. Esprimo ora l’auspicio che la politica, di qualunque orientamento, metta giù le mani dai progetti educativi perché fa solo danni.
      Primula

  3. Ciao Primula!
    Già, fingere di essere uguali, o pretendere che siano tutti uguali (da parte degli insegnanti)
    “Dimenticare il proprio ego è la vera sfida dell’insegnamento secondo me” dicevi in un commento.
    A mio avviso è successo questo: si è perso di vista il vero scopo dell’insegnamento. Ci si è dimenticati che il centro è il ragazzo e l’obiettivo è fare di tutto per dargli degli strumenti per affrontare la vita, non deve imparare a memoria ma essere stimolato nella curiosità, portato ad amare quello che fa, nella convinzione che non tutti arrivano a scuola con questa consapevolezza.
    Madre di due figli che non vivono bene l’ambiente scuola, frustrata per non essere riuscita a far loro amare lo studio, resto perplessa quando vedo insegnanti che si trincerano dietro a sterili medie di voti, del sapere a orologeria: tu devi sapere quando lo decido io, poi se dopo quindici giorni non ti ricordi più niente, non importa, ho il mio bel voto sul registro, ho fatto il mio dovere.
    Insegnare non è un mestiere per tutti, si può anche essere colti ma non saper trasmettere. E non si può pretendere di avere tutti ragazzi bravi e studiosi, quelli che sono già bravi per conto loro. Si potrebbe pensare che non abbiano nemmeno bisogno dell’insegnante. La soddisfazione più grande per un insegnante è di portare gli altri ad amare lo studio, ad accendere quella scintilla, a seguire e promuovere i progressi, a instillare fiducia in sé stessi, perché è di questo che spesso si tratta.
    Purtroppo non tutti hanno la sensibilità che invece tu dimostri. So che non sono tutti così, che ce ne sono molti di bravi, peccato non averne incontrati molti lungo il cammino….
    A proposito di Brugnaro, devo ammettere che non è facile vivere da queste parti; spesso e volentieri mi sento aliena rispetto al sentire comune di questa parte di Italia. Non è la sola, ma accoglienza, tolleranza e rispetto per le peculiarità, come le definisci tu, non sono così diffuse in questa zona.
    Mi fa piacere che tu sia tornata a scrivere. Ciao

    • Ciao Alice e bentornata anche a te! 🙂
      Non ho molto da aggiungere al tuo bellissimo e accorato commento, se non una rassicurazione. In realtà di insegnanti che hanno a cuore i ragazzi ce ne sono molti, lavorano sodo e spesso senza i riflettori puntati addosso. Mi spiace che i tuoi figli non abbiano avuto incontri positivi, ma vedrai che in futuro ne arriveranno e sapranno apprezzarli come persone e per il bagaglio di conoscenze che saranno in grado di ricevere.
      Sono contenta di rileggerti qui da me. Sono passata da te ogni tanto (tempo permettendo), ma ho un piccolo problema. Pur essendomi iscritta da un po’alla tua “comunità” di Google+ (ho un account anch’io) non mi arrivano le notifiche dei tuoi post. Vorrei ricevere aggiornamenti tramite mail ma non trovo l’avviso “segui il blog via mail” sulla tua home page.
      Fammi sapere perché ci tengo davvero. Eventualmente ci sentiamo in privato se vuoi.
      Grazie!
      Buona domenica Alice! 🙂
      Primula

      • Che cara Primula! Ma…. basta dirlo! Ho aggiunto “Follow by Email” nella barra a sinistra.
        Ecco… adesso devo solo decidermi a scrivere qualcosa. 😉
        Ciao grazie

        • Molto bene! Intanto mi iscrivo per seguirti anche via mail e tu fai con calma, prenditi il tuo tempo… Il blog non è un obbligo, è un piacere.
          Io aspetto. 😉
          A presto Alice.
          Primula

  4. Mi sarebbe piaciuto averti come insegnante. E con questo non intendo dire che avresti avuto l’età per farlo! Però ci sono dei valori che non andrebbero perduti nel tempo e che invece oggi troppo spesso non ritroviamo nella scuola.

    • E io come alunno, detto con grande sincerità, e forse mi sa che l’età c’è tutta… 😉
      La scuola è una società su scala ridotta, una maestra di vita, espressione abusata e diventata persino banale per questo, a tal punto che ha perso il sapore della sua profonda verità. Ma l’importante è che qualcuno ci creda ancora e, fidati, non sono pochi.
      Primula

      • Ti credo, so bene che non sono pochi. Il problema è che questa società, la nostra, sta cambiando troppo, spesso in peggio, ed istituzioni come la scuola pubblica ne risentono.
        Sull’età non sono sicuro, sai? Ma è meglio non approfondire!

        • Sulla scuola non posso che concordare con te.
          Quanto al resto, l’età intendo, dici che è meglio stendere un velo pietoso? Parlo per me ovviamente. 😀 Ma sì, dai, un po’ di mistero non guasta, anche se basta leggere qualche post precedente e il mio è subito svelato. Ma, d’altra parte, gli anni sono quelli che ci sentiamo dentro, nel cuore e nella mente …
          Grazie Alessandro
          Primula
          p.s. Mi piace chiamare i “blogamici” per nome, quando lo conosco, e il tuo è molto bello! 😉

          • Mah, secondo me mi fai un po’ troppo giovane, cosa che non corrisponde al vero. Ad ogni modo, manteniamo il mistero, gli anni sono solo un numero. Credo.
            Mi fa piacere essere chiamato Alessandro, perché questo è il mio vero nome e mi fa sentire a mio agio. Grazie.

          • Sorvoliamo sull’età, dai! Che poi quel che conta è ciò che abbiamo dentro di noi e trasmettiamo.
            Mi piace molto chiamare per nome le persone e sono contenta tu dica che ti fa sentire a tuo agio perché è esattamente ciò che provo io nel pronunciare o scrivere quel nome.
            Grazie a te Alessandro. 😊
            Primula (che non è un nick …)

          • Almeno in quello! 😀
            Sai quanto io sia scettica sulla correttezza dell’informazione di quel social. E pensa che ho letto una statistica in base alla quale FB è percentalmente la fonte più consultata sul web! Mah…

          • Beh, credo dipenda dalle fonti e da come cercarle. Io lo ritengo un ottimo strumento e io stesso lo uso per informarmi più di quanto faccia altrove. E’ chiaro che tante notizie, se così vogliamo chiamarle, lasciano il tempo che trovano. Ma lo stesso avviene sempre più spesso anche con i giornali online o con i siti di approfondimento…

          • Vero. Sarò che molto spesso vengo “travolta” da vere e proprie bufale che girano in modo virale da innevosirmi. Una volta l’ho fatto notare e mi hanno apostrofato come “maestrina”. Ma hai ragione, basta selezionare.

  5. Ma sei tu Ma Boheme! Mi ero perso tra le notifiche quella di questo link di cui ti ringrazio! Concordo appieno con l’analisi molto articolata che hai condotto! Tu pensa che la mia famiglia del “Mulino” si componevs di due donne… di cui unandi colore… e vivevo in un paesino di provincia in Campania cioè fatti due conti 😁

    • Capisco e immagino! 😟 Parlare di disagio per te deve essere un eufemismo …
      La mia in effetti non l’ho raccontata tutta, tendo a evitare poiché in ogni famiglia esistono o sono esistiti problemi. In realtà mio fratello e io siamo vissuti con i nonni. Quando mio padre si è risposato non era davvero possibile la convivenza con la nuova moglie, quindi noi vedevamo il papà che “veniva a trovarci”, pensa te! Ecco perché ho parlato di famiglia non propriamente regolare rispetto ai miei compagni di scuola. I bambini sentono profondamente queste situazioni che comunque fanno crescere con le spalle belle forti. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno, va!, è sempre meglio.
      Primula

      • Assolutamente pieno. Io mi guardo allo specchio e vedo la persona che volevo essere. E tutto questo lo devo proprio a quel che ho passato. E ti dirò che non è stata così dura. Ha avuto i suoi risvolti persino esilaranti e comunque con l’amore che ho ricevuto era sufficiente a farmi scivolare qualsiasi grettitudine esterna. Buona giornata cara. Gran bella ri-scoperta sei!

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