Tarmalen

È un’amica, Harfang Diseuse il suo pseudonimo. Ama le fiabe, ne scrive parecchie e molto belle. Alcune mi hanno talmente catturato da indurmi a decidere, in accordo con lei, di proporle qui. In un momento in cui la realtà ci coinvolge e sconvolge, tra accadimenti gravissimi, questioni annose e tragiche, temi molto importanti e recentemente banalizzati, una narrazione in apparenza lieve e tuttavia carica di significato come ogni favola che si rispetti può solo fare bene alla mente.
Buona lettura! 🙂

disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

Ciao!
Mi chiamo Stella Polare. Abito nel quartiere Sistema Solare in Via Lattea, racchiuso da un alto recinto di bretelle bianche. Insieme alle mie amiche stelle, alle comete e ai segni dello Zodiaco, abito su un enorme tetto di velluto blu che ricopre la zona. Siamo talmente tanti che lo occupiamo proprio per intero. Ognuno si mette alla distanza che preferisce: o più vicino o più lontano dagli altri.
Noi stelle siamo brillanti bottoni bianchi con cinque punte: le due in basso ci permettono di camminare o pattinare per lo spazio, ma di solito preferiamo stare ferme. Quella in alto è la testa. A metà del corpo abbiamo le braccia con mani appuntite. Luccichiamo sempre, anche quando sonnecchiamo.
Le comete, invece, sono dispettosi cuscini rotondi, ripieni di piume; quando si spostano ne lasciano sempre una scia. Se si addormentano mentre sono in viaggio, rischiano di cadere a terra ed esplodere. Tranquillo, non capita tante volte.
I segni dello Zodiaco, infine, sono sia persone sia animali e, tutti, spille d’oro luccicanti: piccoli diamanti, infatti, sono sparsi sul contorno dei loro corpi.
Ogni segno dello Zodiaco ha il suo carattere. Ariete è il pecorone più forte e temuto dello spazio; un po’ scorbutico, non ama parlare con gli altri. Toro è davvero spensierato. Assaggia molto lentamente bocconi di tetto mentre ascolta distratto i discorsi complicati di Cancro, un vecchio granchio con folte sopracciglia e lunghi baffi. I Gemelli, Castore e Polluce, sono due fratelli grossi e alti come giganti. Trascorrono le giornate a giocare con Leone, un cucciolo spelacchiato che adora farsi grattare la pancia dal pungiglione di Scorpione. Anche a Scorpione piace tanto chiacchierare e soprattutto cantare… – c’è da tapparsi le orecchie! – Vergine, una signora non più giovanissima, si preoccupa sempre della linea. Tutti i giorni si reca da Bilancia, l’equilibrato medico dello Zodiaco, per farsi pesare. Sagittario ha gli zoccoli, le zampe, il sedere e la coda di un cavallo. Le mani, le braccia, il petto e la testa ricordano invece un uomo forte e sano. Insieme alla sua fedele capra da caccia, Capricorno, vaga nello spazio in cerca di prede, lanciando a destra e a manca aghi di ghiaccio. Per nostra fortuna, Sagittario non ci vede tanto bene e Capricorno non ha buon naso: tu non dirglielo, ma è sempre raffreddato! Infine, Acquario: un pescatore non proprio fortunato. Cerca sempre di prendere i Pesci, però mai ci riesce:  troppo furbi perché abbocchino all’amo.

Sotto il tetto si estende un’enorme valle, sempre di velluto blu. Qui abitano i pianeti e, un tempo, anche le tarme.
I pianeti sono perle variopinte: al loro centro, un ago li fa ruotare su se stessi. Per tutto l’anno, viaggiano a bordo di scarpe di ogni tipo e misura: remano prima con un laccio, poi con l’altro e navigano senza bussola. Infatti, i percorsi da seguire sono già disegnati da pezzetti di roccia colorata, i meteoriti. Nessuno gareggia: ognuno si sposta alla propria velocità e gira intorno a un gigantesco gomitolo di flanella, il Sole. Tanti fili gialli e arancioni intrecciati tra loro gli danno la forma di una palla. Il Sole tuttavia non riesce a trattenerli tutti: alcuni si allungano e galleggiano nell’area circostante. Anche tu li chiami i raggi del Sole?
Alcuni pianeti si portano appresso delle decorazioni. Per esempio, Giove indossa sempre quattro cinture strette alla pancia e la Terra è accompagnata da un peluche di lana grigia: la Luna. Proprio qui abitava la mia amica tarma.

Il suo nome è Len, ma io la chiamo ancora adesso TarmaLen. Ghiotta di lana, è bassa e paffutella, con un po’ di pancetta. Ha la pelle gialla con tre punti neri sulla guancia. In testa le cresce una foresta di riccioli color argento da cui spuntano due antenne, le orecchie. In mezzo agli occhi minuscoli e azzurri si vede il naso all’insù e, più in basso, le labbra verdi disegnano una bocca grande e sorridente. Una camicia azzurra e una gonna lunga a strisce color castagna e albicocca sono i suoi vestiti preferiti, dono degli abitanti di Giove.
Non era nata sulla Luna. Viveva nella valle, in Vicolo Buchini, vicino alla zona dei pianeti. Tutte le tarme abitavano lì. In quel punto, il velluto era croccante e crescevano ciuffi altissimi, dietro ai quali si nascondevano le tarme. Mangiavano parecchio tessuto per potersi trasformare man mano in farfalle. E così il terreno di Vicolo Buchini era coperto di buche: alcune piccole, altre profondissime, altre ancora larghe… insomma, la misura dipendeva dall’appetito delle tarme.
Sgranocchia sgranocchia, queste creature avevano scoperto che sotto il velluto erano imprigionate le stelle. Ogni tarma, allora, ne liberò una ciascuna. Io sono stata trovata proprio da TarmaLen! In seguito, mi sono sistemata sul tetto.

Fu quella la circostanza in cui conobbi TarmaLen. Speravo di incontrarla di nuovo, ma era sempre impegnata a scoprire altre stelle. Una notte, però, la scovai distesa sulla faccia della Luna.

«Che strano…» pensai

Mi decisi ad avvicinarmi. Vidi che era ferita! Corsi subito in suo aiuto: aveva perso anche i sensi! Le cucii i tagli con fili di lana di Luna.

«TarmaLen come ti senti?» le domandai non appena si svegliò.
«Dove mi trovo? – si chiese confusa guardandosi intorno – Perché sono qui? Dove sono le altre tarme?»

Mi guardò sbarrando gli occhi e si voltò di scatto verso Vicolo Buchini. Completamente distrutto! Una cometa era caduta proprio lì e… boom! Non esisteva più traccia né di ciuffi né di tarme! Solo TarmaLen era sopravvissuta: l’esplosione l’aveva fatta saltare in aria e, per sua fortuna, era finita sulla Luna.

Per un po’ di tempo non ci vedemmo; preferì restare da sola finché un mattino, all’ora del risveglio, mi salutò dalla Luna. La raggiunsi con entusiasmo e mi disse:

«Grazie per avermi salvata! Non ho più nessuno. Ora sono sola!»
«Non ti preoccupare, TarmaLen. Non tutto è perduto, ora ci sono io qui con te.»

Allungai la mano in segno di amicizia e da quel giorno fummo inseparabili.
Iniziammo a raccontarci le nostre giornate precedenti. Mi confidò di avere assaggiato dei bocconi di lana di Luna. L’aveva trovata soffice, saporita e le era proprio piaciuta. Mi confessò anche il disagio provato una notte mentre mangiava. Dalla Terra alcune persone la osservavano: gruppi di esploratori stavano navigando i mari del mondo da tantissimi giorni alla ricerca, senza successo, della via più breve per arrivare in un territorio sconosciuto. Una notte di plenilunio, si accorsero di un esserino che si muoveva sulla Luna. Credettero che avrebbe mostrato loro la via giusta. Perciò iniziarono a osservare con un cannocchiale e ad annotare, in fretta e furia, i movimenti della ghiotta creatura. Insomma, se TarmaLen assaggiava la guancia destra della Luna, allora puntavano a ovest; se sgranocchiava a sinistra, le navi viravano immediatamente verso est. Se si sdraiava un attimo per riposarsi, anche le imbarcazioni si fermavano. Alla fine gli esploratori si persero e trovarono un’altra terra, ma questa è un’altra storia…

Ogni giorno, dopo averla pulita dalle piume cadute dalle comete in viaggio, TarmaLen mangiava la faccia della Luna un po’ qua un po’ là. Ormai aveva lasciato tracce evidenti delle sue scorpacciate: si potevano vedere, persino da lontano, macchie di un grigio più scuro rispetto al colore vero della Luna. Questi morsi erano sparsi ovunque e non avevano la stessa dimensione: alcuni assomigliavano più a piccoli assaggi; altri, invece, larghi e profondi, sembravano il risultato di uno spuntino prolungato. Non si riempiva la pancia solo perché ghiotta di lana; voleva soprattutto crescere e trasformarsi in farfalla. Il sogno di ogni tarma è avere le ali. Certo, considera che qui i tempi di crescita sono molto, ma molto più lenti rispetto a quelli dove abiti tu.

Comunque, non tutti sapevano perché TarmaLen mangiasse la Luna. Volando sopra quell’area, una cometa le chiese:

«Perché mangi così tanta lana?»
«Perché devo crescere per…»

Stava per finire la frase quando la cometa la interruppe con tono cattivo:

«Se continui così, l’unica cosa che crescerà sarà la tua pancia! Ahahah!»

TarmaLen, offesa, abbassò lo sguardo per la vergogna. D’improvviso, la cometa scomparve come spazzata via da un soffio di vento.

«Perché fai così, TarmaLen? Non ti devi offendere!»

La Terra le parlava in quell’istante con dolcezza. Era tutta concentrata a remare, come d’abitudine, quando la risata della cometa la disturbò. Brontolando, cacciò via quella brutta dispettosa.

«Se devi crescere, è giusto che tu mangi quel che serve, ma sei anche un po’ golosa, non è vero? Ognuno è fatto a modo suo e non bisogna vergognarsene. Anzi, ti confido che da quando abiti sulla Luna e lasci le tue tracce, le persone da quaggiù la ammirano maggiormente. Tutti credono che lei sia bella, ma sei stata tu a renderla così. Sei davvero speciale, TarmaLen. Ricordatelo sempre! Sono convinta che prima o poi raggiungerai il tuo obiettivo. E ora… buon appetito!»

Mi avvicinai di più per vedere la Terra parlare, ma anche girandole attorno non notai proprio nulla: era già assorta e impegnata a remare.

Non riesco a calcolare quanti anni passarono prima che TarmaLen potesse vendicarsi di quella cometa, non ho abbastanza punte per contarli tutti. Direi che trascorsero tantissimi secoli! Alla fine di un lungo periodo di attesa, sulla Luna arrivò una nave spaziale. Ne uscirono due astronauti che indossavano tute bianche e portavano in testa dei caschi enormi. Erano giunti sulla Luna per conquistarla. Appena sbarcati, uno dei due disse con grandissimo orgoglio:

«Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità!».

Entusiasti, iniziarono a saltellare, lasciando impronte puzzolenti sulla faccia della Luna proprio mentre TarmaLen la stava pulendo.

«Brutti maleducati!» disse indispettita

Così andò loro incontro per chiedere di scusarsi. Gli astronauti non potevano però vederla talmente era minuscola. Anzi, TarmaLen dovette fare marcia indietro e correre a zampette levate per evitare di essere schiacciata. Purtroppo inciampò nella sua gonna:

«Accidenti!» esclamò

Ma era troppo tardi per fuggire! L’ombra di uno di quegli scarponi già le copriva il corpo. Allora le urlai:

«Attenta, ti stanno schiacciando!»

La mia amica alzò lo sguardo e vide la suola della scarpa pronta ad appiattirla come un bottone. Non sapevo più cosa fare, impaurita chiusi gli occhi. Nooo! Li riaprii e corsi ad aiutarla. Avrei potuto accecare gli astronauti!
Ma non erano più li’, la navicella neppure… e non vedevo nemmeno TarmaLen! Scesi in fretta sulla Luna per cercarla in lungo e in largo, ma non riuscivo a trovarla. No, no, non era possibile che fosse stata spiaccicata, o forse non volevo crederci! Non era comunque il momento per piangere; così, con calma, pensai in quale luogo si fosse potuta nascondere. Uffa! Non riuscivo a concentrarmi, ero troppo agitata. Guardando da lontano, mi accorsi di un oggetto che brillava. Avvicinandomi, pensai fosse una perla: era bianchissima e lucidissima, mi potevo persino specchiare. Incuriosita, andai a vedere cosa realmente fosse. Più grande di una piccola pallina, era imbucato nella Luna. Lo estrassi a fatica, perché era davvero pesante, e con enorme stupore vidi un piccolo corpo abbastanza rotondo, avvolto in una coperta bianca, appiccicosa, che finiva con un folto cespuglio di riccioli d’argento.

«TarmaLen!»

In fretta e furia cercai di liberarla, ma ogni volta che strappavo un pezzo della coperta, quella si ricuciva immediatamente! Era impossibile anche sollevarla e portarla al sicuro: così avvolta era incredibilmente pesante. Non potevo fare nulla, se non sperare che TarmaLen riuscisse a liberarsi da sola.

Proprio in quel momento, si verificò un’eclissi di Sole. Accade quando la Luna gli si mette davanti, lo copre e lascia intravedere solo i raggi. Libero di fare ciò che vuole, perché non più controllato dal Sole, ogni raggio si avvicina a un segno dello Zodiaco: prima lo incanta danzando, poi lo ipnotizza sussurrandogli:

«Nel sogno faccio ciò che in realtà non faccio!»

L’eclissi non dura molto, ma fa paura, sul serio! Una volta Sagittario si convinse che Vergine fosse una preda facile da catturare e le aveva scagliato i suoi aghi di ghiaccio mentre Capricorno la inseguiva per morderle le gambe.
Ora, mentre cercavo di liberare TarmaLen senza successo, i Gemelli la acchiapparono. Pensavano fosse un involtino succulento per un ottimo spuntino. Entrambi avevano fame e, per saziarsi, decisero che avrebbero dovuto tagliarla a metà:

«Una parte andrà a te» disse Castore a Polluce
«E l’altra andrà a me! Eheheh!» ridacchiò stupidamente Polluce
Castore gli diede un pugno in testa:
«E l’altra a me, scemo!»

Andarono dal Dott. Bilancia per conoscere il peso di TarmaLen:

«Cinque quasar!» rispose Bilancia, un po’ ubriaco, aveva bevuto troppe granite di roccia…
«Quindi, la metà di cinque è…?» rifletteva pensieroso Castore
«Sei! Eheheh» intervenne subito Polluce
«Ignorante, è tre! Quindi ognuno avrà una parte da tre, perché tre più tre fa cinq…» Castore, non tanto sicuro del calcolo, iniziò a contare sulle dita.
«Fa sei! La metà è…» Polluce non finì in tempo perché gli arrivò uno schiaffo dietro la testa.
«Tappati la bocca, mi confondi!» esclamò con forza Castore.

Non era un calcolo difficile in fondo, ma i Gemelli non si trovavano mai d’accordo sul risultato e iniziarono a litigare. Castore prese la parte finale dell’involtino, Polluce quella iniziale e, avanti e indietro, ognuno lo tirava a sé per poterselo mangiare tutto intero.
L’eclissi stava finendo e il ritorno alla normalità era imminente. Accortisi per primi del bisticcio, i Pesci diedero ai Gemelli delle forti pinnate sulle guance e, per dividerli, Acquario gettò una secchiata d’acqua che lanciò l’involtino sulla Luna. Andai a controllare se non si fosse rotto… era completamente disfatto! e TarmaLen sparita dall’interno!

«Sarà caduta e si sarà persa nello spazio! – riflettevo disperata – no, no, c’è ancora una soluzione.»

Chiesi a tutte le stelle e alle comete di andare a cercarla. Per giorni percorremmo l’intero Sistema Solare, ma nessuna traccia della mia amica. Non era né appesa alle corna di Ariete, né tra le zampe di Leone. La cercai persino su Giove. Il mio amico Centauris mi consigliò di rassegnarmi, ma io non volevo arrendermi.

Dopo parecchi mesi, durante una notte di ricerca disperata, da lontano notai una specie di nebbia attorno alla Luna:

«Forse la Luna si è svegliata per il trambusto e sa dove si trova TarmaLen» pensai

Così accelerai perché ero ancora piena di speranza. Man mano che mi avvicinavo, la mia curiosità aumentava sempre più. Non avevo mai assistito a niente di simile. Senza accorgermene, entrai nella nuvola: non riuscivo a vedere e respiravo a fatica, quel vapore mi penetrava negli occhi e nel naso. Passo dopo passo, mi trovai di fronte a un’ombra gigantesca.

«Ah!» urlai e tentai di scappare, ma l’essere si posizionò davanti a me e mi bloccò.

«Chi sei?» chiesi impaurita

Non mi rispose. L’ombra mi afferrò la mano e mi trascinò fuori dalla nuvola. Alla luce del Sole, vidi due ali bianche, la pelle gialla ed era una… tarma?! Ma che dico! Una FARFALLA!

TarmaLen era una farfalla!

«Che sorpresa, amica mia! Ma perché non mi hai subito cercata? Mi sono davvero spaventata! Allora, raccontami!»
«Scusami, Stella Polare, se non mi sono fatta viva, ma mi ero persa nello spazio dopo essere uscita dal guscio. Poi dovevo imparare a usare le ali ed ero confusa. Allora ho fatto un giro per tutta la Via Lattea. Ma ho deciso di ritornare qui sulla Luna perché avevo fame e sentivo che ti avrei trovata qui!»

Finalmente TarmaLen aveva realizzato il suo sogno. Chi l’aveva presa in giro, come quella cometa, ora si vergognava e ammirava con un pizzico d’invidia la bella e felice creatura in cui si era trasformata la mia amica.

Ora questa farfalla vive in mezzo a noi stelle e ci rende ancora più splendenti. Torna sempre sulla Luna per pulirla dalle piume di cometa e dalle impronte lasciate dagli astronauti. Ovviamente, quando ha fame, vuole riempirsi la pancia di lana di Luna. Mentre sgranocchia e rosicchia, le sue ali continuano a sbattere, sollevando un polverone di… di briciole!
Quando non sa cosa fare, TarmaLen si siede sulla faccia della Luna e osserva divertita gli abitanti della Terra che ne ammirano le macchie e si domandano come si siano formate. Nessuno sa dare una risposta esatta e precisa. E tu, promettimi che non racconterai in giro chi è stato. Che rimanga sempre un segreto solo tra me, te e TarmaLen!

Una volta, sulla Luna trovai una tarma ferita, triste e sperduta. In seguito a  un episodio un po’ sfortunato la persi di vista. Ora sulla Luna l’ho ritrovata felice, soddisfatta e matura. Anche se cambiata, TarmaLen non mi ha mai dimenticata: mi è sempre rimasta amica!

© Harfang Diseuse

 

26 thoughts on “Tarmalen

    • Hai ragione Shera, la leggerezza, che non è superficialità, serve spesso ad affrontare meglio il presente. Non è sempre facile tuttavia togliere i pesi
      Buona serata! 🙂
      Primula

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