Don Primo Mazzolari, “preti così”

 

Martedì 20 giugno 2017, Bozzolo: un piccolo centro tra Cremona e Mantova, e in provincia di quest’ultima, con poco più di quattromila abitanti, accoglie papa Francesco per un pellegrinaggio sulla tomba di don Primo Mazzolari. Grande uomo, prete di spessore, punto di riferimento per molti ragazzi della bassa padana che, attorno agli anni ’40, iniziano a frequentare sempre più numerosi la parrocchia di Bozzolo benché don Primo stesso non amasse il proselitismo. Pure Guido, protagonista delle Radici nell’anima, è uno di loro. Nelle parole di questo sacerdote, i giovani di allora sentono progetti concreti, percepiscono un’apertura al mondo laico assolutamente nuova e rivoluzionaria per i tempi.

Prudenza, raccomandano i vescovi in quegli anni. Diffidenza, esprime l’autorità ecclesiastica accusandolo a torto di disobbedienza, vedendo in lui la figura di un ‘prete sociale’, attività pericolosa, fuorviante e invece così necessaria per la missione della Chiesa, arrivando a condannare nel 1935 il testo La più bella avventura poiché, secondo il Sant’Uffizio Vaticano, propone un’analisi «erronea» della parabola del figliol prodigo.

don Primo Mazzolari nel suo studio

Oggi i suoi scritti sono documenti preziosi e mi permetto di consigliarne la lettura a chi si professa legittimamente ateo, agnostico, anticlericale o indifferente e apateo. Quanta umanità in La più bella avventura (1934), terrena sofferenza in Della tolleranza (1945), laico pacifismo in Tu non uccidere (1955)! Don Primo richiama ad attivismo e azione responsabile, alla necessità di essere nel contempo cristiani, cittadini e uomini, capaci di «vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all’ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, di amarla invece di sconfessarla, di parlare attraverso tutte le voci che essa intende…», di capire «che il nostro dovere è quello di essere il ‘lievito della pasta’ più che dei bei torniti panini…» scrive nel libro La più bella avventura. Un programma d’impegno, iniziativa, superamento della contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’, «i buoni, i cattivi», dialogo e comunione con «i lontani» e chi non crede.

Il discorso che papa Bergoglio pronuncia la mattina del 20 giugno, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, mette in luce il fascino del pensiero di don Primo. È possibile ascoltarlo on line, qualche giornale riporta parti importanti, i quotidiani locali – La Provincia di Cremona, La Gazzetta di Mantova – e il sito del Vaticano pubblicano il testo integrale.

Mi fa piacere condividerlo qui, a disposizione di tutti, dei “non padani”, di chi forse non conosce don Mazzolari – in autunno inizierà la causa di beatificazione.

Abbiamo bisogno di “preti cos씹, “uomini così”, più visibili e numerosi, animati da passione e fede nell’accezione anche laica del termine in un momento storico nel quale le provocazioni culturali e religiose dilagano da varie parti, deformandosi in contrasti sociali e di civiltà, facendo perdere il senso profondo dell’adesione, di qualunque natura sia purché vissuta con autenticità. Come scrive Olivier Clément sul numero di dicembre 2003 di Vita e Pensiero, la rivista dell´Università Cattolica di Milano, «da parte nostra, siamo chiamati a un cristianesimo più profondo e più lucido, capace al tempo stesso di accogliere.» Vorrei aggiungere pure più convinto e razionale.

Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, come quest’uomo, essi danno vita a un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.
Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia” e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.

Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.

Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con se stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso. Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità». La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.

Nel suo scritto La parrocchia, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica:
La strada del lasciar fare: è quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani. Quel “balconare” la vita… Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori» del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
Il secondo metodo sbagliato è quello dell’attivismo separatista. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. È un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude le porte e genera diffidenza.

Il terzo errore è il soprannaturalismo disumanizzante. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. È la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora». Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.

La cascina, al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie” che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città. La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto».
La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze». Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il parroco dei lontani, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo. Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente». Vorrei ripeterlo questo, e ripeterlo a tutti i preti d’Italia e del mondo: «Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente.» E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, da uomo, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio. Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’ esistenza scomodante, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». Lui non faceva proselitismo. Papa Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa, il Cristianesimo non crescono per proselitismo, ma per attrazione cioè per testimonianza. È quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza. Il servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete… c’è un differenza… Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».

Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto». Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo. Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».

Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. Siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così” anche se ciò chiede di lottare con se stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni. Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro. E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».

Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, con quei bravi parroci, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza.

Così pregava don Primo

Sei venuto per tutti:
per coloro che credono
e per coloro che dicono di non credere.
Gli uni e gli altri,
a volte questi più di quelli,
lavorano, soffrono, sperano
perché il mondo vada un po’meglio.
O Cristo, sei nato “fuori della casa”
e sei morto “fuori della città”,
per essere in modo ancor più visibile
il crocevia e il punto d’incontro.
Nessuno è fuori della salvezza, o Signore,
perché nessuno è fuori del tuo amore,
che non si sgomenta né si raccorcia
per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti.

 

Papa Francesco, Bozzolo 20 giugno 2017

 

 

 

¹ Preti così, meditazioni di Don Primo Mazzolari, pubblicazione postuma, 2010

 

 

34 thoughts on “Don Primo Mazzolari, “preti così”

    • Ciao Silvia,
      ho controllato ora la cartella spam e ho trovato questo tuo commento…
      Scusa se rispondo in ritardo, 😦 WP è terribile e io dovrei verificare più spesso.
      Ricambio l’abbraccio. 🙂

  1. Perché c’è sempre l’essere umano dietro e dentro… Ed è lì che si può scovare la differenza e la grandezza, non nelle parole ma nei modi e nei gesti, negli atti concreti e sinceri. Lì sta la bellezza, nell’uomo nonostante tutto…
    Un abbraccio primula 😘

    • È vero Tati. Esiste un ‘noi’ non la contrapposizione autoreferenziale per dimostrare chi è migliore. Leggere Don Mazzolari è stato per me scoprire un grande uomo ancor prima che un prete. Parlando con Guido, cui accenno nel post e che l’ha conosciuto, ho sentito nelle sue parole e visto nel suo sguardo l’umanità di quest’uomo-sacerdote che la gerarchia ecclesiastica ha tentato in ogni modo di ostacolare. Ma non ce l’ha fatta. Troppo grande la sua forza. Testimoni che mantengono ancora viva la fiducia nella capacità umana di non mollare mai e risollevarsi.
      Un abbraccio grande. ❤😘

      • Sono cresciuta in un piccolo paese, dove il centro delle attività per i bambini e i ragazzi è l’oratorio, al di là del pregare, andare a messa, ciò che premeva era farci stare insieme, fare comunità.
        Crescendo come a tantissimi della mia generazione, mi son staccata da quel mondo che troppo spesso si chiude in un senso di superiorità rispetto al resto del mondo, che ingloba chi ritiene uguale, facendo muro con chi dissente.
        Ora sono mamma e vivo in una frazione di campagna.Per quanto non sia credente praticante ho lasciato che mio figlio decidesse se partecipare o meno al catechismo, perché credevo ( e credo) in quel senso di comunità.
        Qua non c’è nulla a parte noi che ci viviamo e la chiesa, gestita da un parroco che non ha alcun interesse verso le persone e la comunità, che da bollini ( giuro, non scherzo, tipo raccolta punti… infatti chiedevo a mio figlio se a fine anno potevamo scegliere una padella o il grattuggino per il formaggio…) ai bambini che vanno a messa la domenica e al catechismo.
        Dopo un paio di mesi dove il massimo degli incontri era fare un’ora di catechismo la sera del lunedì dalle 21.00 alle 22.00 per imparare le preghiere… mio figlio mi ha chiesto di non andare più e io non ho potuto fare a meno che assecondare il suo pensiero.
        Se tutto si risolve nell’insegnare le preghiere, obbligare alle funzioni domenicali e basta… s’è perso molto e mi fa amarezza

        • Che tristezza leggere ancora di questi modi di procedere! Uff, e ci credo che tuo figlio non si senta motivato. Le tue parole sul senso di comunità sono proprio quelle che usava don Mazzolari, forse qualche prete dovrebbe leggerlo, assimilarlo e ripassare cosa rappresentava l’oratorio per don Bosco. Prima faceva giocare i ragazzi a pallone, creava gruppo facendo leva sui loro interessi, poi la formazione si inseriva in un contesto naturale. Ma dai! I bollini… ?!?! 😳😳 Sono basita.

          • Basterebbe essere più umili e umani, solo così ci si avvicinerebbe alle persone, non con l’idea di avere la verità in tasca ed essere superiori ad altri ma con la sola voglia di conoscere e comprendere l’animo umano… Religiosità non equivale a spiritualità e soprattutto non è sinonimo di buon cuore

            • … guardare il più possibile con gli occhi degli altri e capire che non esiste chi è migliore, o meglio che è una lotta molto lontana dal profumo dell’umanità e anche, permettimi di aggiungere, dal sapore dell’autentico messaggio evangelico.

              p.s. Rispondo con grande ritardo ma il commento era finito in spam… ancora cara Tati! 😦 😦

            • Mi piace tanto questo discorso, non ci dovrebbe nemmeno essere lotta ma convivere e condividere tempo e spazio.
              … Non ti preoccupare, l’avevo immaginato ma sapevo che mi avresti ripescata, mio fiorellino caro, e poi certi discorsi sono belli anche prolungati nel tempo 😉😘

            • Va bene prolungare le conversazioni nel tempo, ma sto rispondendo seguendo i ritmi della mia pressione… 😞
              anzi nostra, mi pare di ricordare. Vedi? Condividiamo anche quella! 😉😘

            • Qua fortunatamente le temperature son scese ( parecchio) quindi sembra si sia avvicinata… vedremo nelle prossime settimane.
              Ti faccio due grattini sulla testa, non salvano ma aiutano 😉

            • Grazie, sei un tesoro. Potrei fare le fusa… ☺️ Contenta per te che “lei” abbia almeno bussato alla tua porta.…

  2. E nonostante alcune ferite che in qualche modo mi sono state inflitte, io credo che ancora oggi ci sono dei preti che sono delle belle persone, che davvero fanno la differenza, che davvero danno dignità al concetto di fede e rispetto. Un abbraccio Primula

    • Sì Ro, posso garantirti che esistono grandi uomini-preti, altri meno. Ma non giudico, c’è una coscienza, spero.
      Ti sembrerà paradossale, ma da cattolica credente e praticante tendo leggermente all’anticlericalismo quando non vedo coerenza tra parole e comportamento. Sempre senza giudicare…
      Riesco a intuire le ferite di cui parli e per questo ti abbraccio ancora più forte. ♥

  3. Io ho avuto come tu sai un maestro di riferimento Pietro Ingrao comunista di fede e tuttavia fu il primo nel Partito comunista ad aprire il dialogo con la Chiesa ad avere rapporti con don Milani con Dossetti e anche con don Mazzolari.
    Ancora una volta non è l’abito che fa il monaco ma l’interiorità e la capacità di spaziare oltre il dogma nell’animo umano e preti così ce ne sono stati e ci sono fortunatamente tutt’ora nei luoghi più disagiati del mondo e non sono vestiti di porpora e oro ma lavorano tra la gente in Italia e nei paesi del mondo più disagiati dove rischiano la vita.

    Ti abbraccio e ti ringrazio di questa tua preziosa condivisione.

    Sherawithlove

    • Apertura pur nella fermezza delle proprie convinzioni, che non significa durezza o intransigenza: questa è la mia visione della Chiesa e del suo agire. Molti preti la vivono e intendono così, ieri come oggi. E per fortuna, secondo me. Pensa inoltre che nel ’49 la Congregazione del Sant’Uffizio aveva scomunicato i comunisti. Ti è mai capitato di leggere questo comunicato appeso in una chiesa?

      A me sì e ti garantisco che ne sono stata sconvolta.
      Senza ritornare al passato, proprio oggi in un commento su Facebook mi è stato constestato l’uso dell’aggettivo razionale associato al Cristianesimo. “Il Cristianesimo e’ la nostra religione e come tutte le religioni non puo’ appartenere alla sfera della razionalita’. Ne verrebbe meno la fede” mi è stato scritto.
      Ho replicato che è vero, la fede implica un salto, anche Sant’Agostino lo sosteneva e Pascal dopo di lui, ma che razionale significa lucido, consapevole, privo di orpelli sentimentalisti. Sono convinta che l’adesione a un credo si basi anche su un operato, uno studio, un approfondimento in cui è coinvolta la sfera razionale. Non saprei concepirlo diversamente, non vedo la razionalità – che non è razionalismo – in opposizione alla fede ma come un complemento importante.
      Questo “amico” che ha commentato dimentica forse ciò che hanno fatto alcuni papi, i primi Giovanni XXIII e Paolo VI, per il dialogo incontrando dall’altra parte pensatori illuminati come Ingrao, appunto, che – lo sai meglio di me – aveva ben capito l’importanza delle masse cattoliche, e non certo per il voto; prima ancora Togliatti che riconosceva quanto l’ideale della società socialista potesse trovare uno stimolo nella coscienza religiosa.
      Tutto questo per dirti, cara Shera, che nonostante grandi esempi alcune posizioni sono dure da estirpare ancora oggi. E me ne rattristo un pochino.

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