Il regalo della fiducia

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Rembrandt (1606 – 1669)
The Adoration of the Shepherds (1646)
Museum National Gallery, London

Da più parti, sento e leggo indifferenza verso il Natale, talora insofferenza, anche fastidio. È in fondo una giornata come molte se ridotta al natalismo: romanticismo di fiammelle tremolanti sulle candele, sfavillio di luci fuori e dentro casa, tavole imbandite, impreziosite da belle tovaglie con agrifogli e arricchite da centritavola creati per l’evento, stagionali ‘rivoluzioni del presepe’.

In base alla propria idea del Natale, da credenti o no, per alcuni è una circostanza come molte, per altri la più importante, in ogni caso occasione da raccogliere e trasformare in opportunità.

Per me, il Natale è trascendenza che si fa concretezza.

Esiste tuttavia una dimensione laica della vita, di tutto rispetto, accompagnata da cuore, anima e mente, metaforici Re Magi come sostegno e guida. Tutti hanno la propria stella cometa, un punto di riferimento personale che può apparire talora poco brillante e sfocato, ma c’è.

Il Natale è sempre motivo di riflessione, recupero, riesame, scelta, possibilità di essere parte di una comunione, laica o spirituale che sia, momenti da coltivare con coerenza il resto dell’anno.

Auspico quindi per tutti il regalo della fiducia, se non proprio della fede nell’accezione religiosa del termine.

Tanti auguri e buon inverno!

 

 

 

Il valzer sull’orlo del pozzo

Uno dei miei ricordi più belli è quando io e la nonna poggiavamo un piccolo mangianastri sull’orlo di Merlino, alimentato da una prolunga che partiva da casa, e insieme ballavamo il valzer. Era il ballo preferito della nonna. Io non ero un grande ballerino, anche perché la mia altezza non dava l’immagine di un degno cavaliere adatto a lei. Nelle sue mani ero un piccolo burattino, ma i nostri corpi erano lì, la nostra essenza era trascinata dal vortice dell’illusione. Diventavamo piccolissimi e cominciavamo a ballare sull’orlo del pozzo, mentre lo stereo si trasformava in un’orchestra con archi, viole, arpe, chitarre, clarinetti, fisarmoniche, e il gracidare delle rane un coro stonato; l’acqua del pozzo traboccava fino a diventare un lago argentato e noi volteggiavamo intorno dimenticando il mondo intero. Non esisteva più nessuno, all’infuori di noi e della nostra voglia di ballare. Ed io ero contentissimo.
«Nonna ma che cos’è questa musica?» Le domandavo mentre ballavamo.
«È la felicità, Cesare».
E ridevamo.

È un breve estratto dal romanzo Il valzer sull’orlo del pozzo di Ro Meo, blogger, caro amico, ora anche promettente scrittore nonostante lui non ritenga calzante per sé l’appellativo e si protegga dietro una naturale modestia.

Erodaria legge queste parole a degna conclusione dell’incontro, bellissimo, di sabato 16 dicembre presso l’atelier di Cecilia Gattullo a Torino. Un’atmosfera ricca di calore, un gruppo riunito attorno a un ideale focolare: il libro di Romeo, appunto. Coinvolgente, si legge d’un fiato, regala emozioni e numerosi spunti per riflettere sulla vita. Opera prima, non sembra tuttavia tale valutando la maestria con cui è gestita la narrazione.

Cesare, il protagonista, si racconta e dispone scampoli della sua biografia che il lettore ricuce sino al nodo di chiusura, un punto fermo dopo un ricamo a zigzag.

Il Prologo informa sulla data di nascita del libro: «questo 1995». Il lettore è proiettato in un periodo ben preciso, si accomoda vicino all’io narrante in uno spazio indefinito: una camera con un’ «unica finestra» dove giunge l’eco di una canzone che qualcuno ascolta nella «stanza accanto». Fuori «piove inesorabilmente da giorni». Un luogo qualunque, quindi, e nessun’altra indicazione. Solo la certezza del riferimento al presente degli anni ‘90. Un flashback fa ritornare all’improvviso «indietro nel tempo», precisamente al 1971, anno in cui nasce Cesare. La ricostruzione narrativa può iniziare.

Da un capitolo all’altro, ci si sposta in continuazione nel tempo e nello spazio seguendo due direzioni parallele: lo ieri a Inverno, «piccolissima frazione» di una città mai nominata nel romanzo, si alterna all’oggi nell’ospedale psichiatrico. Man mano che il racconto procede, la distanza temporale tra passato e presente diminuisce fino a scomparire e ad annullarsi in una notte di tentativi e confusione, sogni da realizzare e crollo della speranza, voli da spiccare e mani come tenaglie a impedire il decollo. Notte di contrasti: luci intermittenti, alba spezzata, sole decapitato, cielo nero stracarico di pioggia. Svolta radicale nella vita di Cesare, lui, timoroso del cambiamento, vissuto in un paesino di circa mille abitanti dove tutti si conoscono, nel quale ogni cosa pare avere la fissità della neve ghiacciata sui rami e l’immobilità della bambagia familiare che l’ha protetto. Quella notte smuove la coscienza, strappa le radici, taglia il cordone ombelicale, getta una luce retroattiva sui perché, conferisce consistenza – nella rottura – alla ricerca di un «posto nel mondo».

Smarrimento, disagio, estraneità: sensazioni che accompagnano Cesare tutta la vita, a Inverno come in ospedale, e lo fanno sentire fuori contesto anche quando gli altri sono come lui.

Cominciai a sentirmi solo e ridicolo nell’orribile divisa da studente: grembiule nero e fiocchetto blu. Sembravamo usciti da una tipografia dove ci avevano stampato tutti con la stessa matrice e nonostante fossimo tutti uguali, continuavo a sentirmi inadeguato e fuori luogo.

A volte mi stupisco di me stesso. Mi ritrovo a dialogare con persone che sono totalmente fuori di testa o forse devo leggere la cosa in un’altra prospettiva: sono loro che dialogano con uno fuori di testa?

Chi è sano? Chi malato? Cos’è la normalità? Il silenzio di Antonio, la loquacità ripetitiva di Gianna, il can-can di Moira, sconclusionato e comunque solare, i medici in salute che devono valutare i matti e sono tuttavia anch’essi strani agli occhi di Cesare? La sua visione della realtà circostante in manicomio è molto lucida. Osserva, analizza, fotografa e coglie dettagli significativi. Diffidente nei colloqui con gli specialisti, fatica a rispondere non perché non sappia cosa dire, lo trova semplicemente inutile. Ogni affermazione sarebbe inadeguata e forse non capita fino in fondo. Spesso dà «la risposta che volevano loro».

Cesare, in realtà, non mi appare estraneo a tutto. Da bambino, non ama la scuola ma gli piace studiare, non la considera come luogo di relazioni ma adora la cultura. Si sente bene quando è nei campi, a contatto con la natura, vicino al suo amico pozzo Merlino con cui parla, sui libri che spesso legge appoggiato al muretto o seduto sull’orlo. Da paziente, prova solidarietà verso i suoi «compagni di viaggio» e i loro gesti spontanei che suore e infermieri vogliono bloccare e sedare. Non esterna tuttavia i sentimenti e non si apre con i dottori. Lo vedo perciò estraneo al gioco sociale, alla commedia verbale del linguaggio che si rifiuta di recitare e di cui respinge le convenzioni. Ha sprazzi di felicità quando percepisce il mondo come lontano, quando balla il valzer con la nonna o fa l’amore per la prima volta. In questi momenti conta il presente, essere lì, ora, con tutto se stesso, capace di «non sprecare la vita» come il nonno gli suggerisce spesso.

Alla fine del percorso, Cesare ha completato la formazione interiore e si appresta a ripartire.

Auspico che non tema la pioggia il cui rumore ha scandito ogni momento della sua vita: diluvio, tempesta, temporale, secchiate d’acqua, scrosci, grandine tamburellante in un pomeriggio d’intenso dolore, ticchettio costante sui vetri dell’ospedale, anche acqua dolce, delicata e calda in occasione del primo bacio. Cesare è nato insieme al pozzo, il pozzo ha ripreso vita il giorno in cui è nato Cesare: talmente uniti da essere interdipendenti. Hanno un destino comune, un’aspirazione condivisa: tentare un viaggio insieme. Nell’acqua esiste il rischio di naufragare, è vero, ma dove scorre c’è fertilità.

Auguro a Cesare di piantare i semi che gli hanno regalato con la consapevolezza che alcuni germineranno, altri no. Nessuna paura però: ha imparato a estirpare ciò che lega e rende statici, un passato da non cancellare semmai da sublimare in nuove prospettive e progetti di moderne mongolfiere.

Brindo con lui alla leggiadria di un ballo. Gli archi e i fiati del Valzer dei fiori cederanno spesso all’aggressività di ritmi e beat pesanti, ricordando che ogni riff di chitarra ha comunque la propria armonia.

Faccio il tifo, infine, affinché Cesare, che adora la musica, possa tirare un calcio di rigore come Nino del suo amato Degre e perdersi nel mondo in un altrove cui lui, e solo lui, darà colore e forma.

 

 

 

Sisifo felice?

Tiziano Vecellio, Sisifo
Madrid, Museo del Prado

Dapprima un flash. L’immagine, in seguito, si delinea con contorni sempre più netti mentre lo sguardo scorre sulla prosa di Mela, lessico impeccabile, linguaggio sensoriale e animista, coppa di parole da cui bevo in un’unica sorsata, ogni volta. Centellino a una seconda lettura, degusto aggettivi e verbi, assaporo sostantivi. È una bevanda di carattere, sapida, dal retrogusto spesso amaro ma sempre stuzzicante e fonte d’ispirazione. “Futilità”, “estranea”, “disagio”, parole… superflue danzano sulle papille linguali.  Ne individuo sapore e qualità prima di deglutire.

La silhouette di Sisifo si definisce ora in modo preciso, lui e la pietra spinta verso la cima di un monte da cui sarebbe rotolata in eterno, sua condizione perenne. Un mito molto umano poiché rappresenta il coraggio che non ha nulla di extra-ordinario. Come cornice, le pagine di un libro che si sfogliano nella mente.

Chi non ha provato il senso di estraneità per breve o lungo tempo? Nessuno, credo, può dirsene immune, sempre che non senta nemmeno il richiamo del fermarsi a riflettere. «L’inquietudine nasce dal cuore dei vivi» scrive Camus in Il vento a Djemila (Nozze, Noces 1938, I^ ed.) La consapevolezza è una compagna che rende vitali nonostante il peso del macigno. Sisifo, appunto. Di fronte alla routine del quotidiano, è impossibile non porsi domande, anzi LA domanda.

Alzarsi, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… Questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. […]
Ed ecco l’estraneità: accorgersi che il mondo è “denso”, intravedere fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con quale intensità la natura, un paesaggio, possano sottrarsi a noi … […] Le scene, travisate dall’abitudine, ridiventano ciò che sono e si allontanano da noi. Come succede certi giorni, in cui, sotto il volto familiare di una donna, ritroviamo quasi una straniera in quella che mesi o anni addietro avevamo amata…¹

L’insoddisfazione è in agguato, anzi ha già collezionato le sue prede, la percezione di disagio incombe, tutto sembra assurdo, l’inadeguatezza penetra nella carne come un liquido. Ma, di preciso, cos’è “assurdo”? Ciò che mi circonda? Come e quel che sono? L’io voglio che contrasta con l’io posso?

Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo. [ …]
L’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo. È questo che non bisogna dimenticare; è a questo che bisogna aggrapparsi, poiché possono nascere le conseguenze di tutta una vita.¹

In un mondo ideale non esisterebbe conflitto, ma l’eden non è realtà, prende forma solo nel ricordo di una vita precedente, anteriore al peccato originale che anche i non credenti conoscono. Il contrasto tra l’umano desiderio di luce e il buio del mondo è invece innegabile, è l’essenza dell’esistere, «non posso cancellarla con un tratto di penna». «Se giudico una cosa vera, devo preservarla»¹ per vivere con dignità e consapevolezza.

L’assurdo rende l’uomo estraneo al mondo, ma non diamogliela vinta – esclama Camus – impediamogli di trasformare l’individuo in un estraneo a se stesso. Un calcio allora a illusioni, false speranze, sintomo di rassegnazione di fronte all’oggi. «Vivere è dar vita all’assurdo. Dargli vita è innanzitutto saper guardarlo»¹: dritto negli occhi, senza timore, con l’atteggiamento del ribelle che rifiuta di sottomettersi alla sua condizione senza però fuggirla, anzi vivendola con lucidità.

Sisifo spinge la pietra verso la cima e, dopo uno sforzo immane, la meta è raggiunta. Dall’alto, la osserva precipitare e sa che deve farla risalire di nuovo. Quindi torna al piano. «È durante questo ritorno che Sisifo m’interessa»¹: potrebbe buttarsi dalla rupe, rotolare insieme al masso ed essere schiacciato, correre oltre giù per il pendio. Invece, prende coscienza che il macigno gli appartiene, «è cosa sua», che quei gesti sono il suo destino, la sua stessa vita, si concentra non sulla fatica dell’ascesa ma su di sé e il suo atteggiamento mentre scende. Ogni passo lento e graduale è una tappa verso un cosciente disprezzo ma un’altrettanto cosciente assunzione dell’atto: questa è la sua vittoria sul fato.

«Caro Albert, credi sia facile per un operaio che ripete ogni giorno lo stesso lavoro accettare una simile concezione della vita? O per chi è in situazioni che non ama e nelle quali si è ritrovato suo malgrado?.»
«Mia cara, Sisifo potrebbe diventare altro da sé ma non può. La sua alternativa è dominare le azioni, libero dalle paure, in balia solo della propria ragione che dà un senso anche a quanto all’apparenza non ne ha, trasformarle in una scelta, una lotta continua. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.¹»

«Un’ombra di rassegnato fatalismo me lo concedi?»
«E perché mai? Sisifo sa di essere padrone dei propri giorni. Torna al suo macigno e quindi sceglie, accetta la sfida non l’imposizione. Impegnati a immaginare che sorrida all’assurdo del mondo e che si tuffi con cinismo tra le onde indifferenti della realtà. La sua è comunque una vittoria.»

Mi arrendo al maestro. Chiudo il libro la cui (ri)lettura è davvero un’esperienza intellettuale e non solo. Sembra pura speculazione filosofica, eppure quando penso che chi la propone ha conosciuto povertà e malattia, la tubercolosi contratta a soli 17 anni, è vissuto in un quartiere umilissimo alla periferia di Algeri, cresciuto praticamente senza padre, morto pochi mesi dopo la sua nascita, con una madre che sgobbava da mattina a sera come donna delle pulizie e rientrava la sera sfiancata e muta per la fatica, non devo sforzarmi troppo per calarla nel quotidiano. Vero che Camus è stato un grande intellettuale, vincitore di Premio Nobel nel 1957, ma non era certo un membro dell’intellighenzia borghese parigina formatasi all’Ecole Normale, persone che avevano avuto tutto fin dalla nascita mentre lui si è dovuto sudare la vita. Nessuna difficoltà perciò a tradurre nel reale la sua lucida e laicissima analisi dell’esistenza.

¹ Il mito di Sisifo