Il volo della Tortorella – 2 –

⇒ Il fascino dell’enigma
 cap. 1 

1. Il portone della ex caserma La Marmora a Cremona     2. Il voltone di via dei Rustici (Cremona) visto dalla (ex) casa della Tortorella

– 2 –

Ester osserva soddisfatta la sua immagine riflessa nello specchio di uno dei due armadi che arredano la camera da letto. Si accarezza i fianchi arrotondati per lisciare la gonna, allaccia i polsini della camicetta nuova, aggiusta colletto e spalline, si gira un pochino per guardarsi di schiena e controllare che la mise cada bene.
«Sempre brava la Gesuina, è proprio la sartina che fa per me.»

Gesuina Ghisolfi. Conosciuta qualche anno addietro, Ester la considera anche un po’ amica, le confida qualche piccolo segreto, le racconta di non navigare in buone acque economicamente. La malattia che l’ha colpita e il conseguente intervento le sono costati parecchio. Riesce sempre a pagarle i lavori, beninteso, come la blusa indossata ora e che Gesuina le ha portato il giorno prima. Ma, aprendo il borsellino, le restano solo circa sessanta lire. E deve ancora versare l’affitto a fine mese, comprare frutta, verdura, carne, pasta e pane. Ha organizzato una cenetta per quel sabato sera.
«Magari Matilde capirà se per una volta faccio segnare la spesa…»
Matilde Pedrazzani: la fruttivendola di piazza San Paolo. La serve da anni. È al corrente della sua situazione, sa che con il suo mestiere la Tortorella qualche soldino lo raccoglie sempre. Brava donna anche lei come la Gesuina, comprensiva, una bella persona, di quelle che non giudicano.

Ester scaccia i pensieri tristi e continua a esaminarsi allo specchio.
«Sì, sì, stasera mi vesto così. Sto proprio bene.»
Spazzola con cura i capelli biondo cenere, quasi color tortora in alcuni punti, motivo per cui tutti la chiamano “la Tortorella”. Non è bella Ester, è piacente; non più giovane, attrae ciononostante ancora gli uomini. Il nasino all’insù le conferisce un’aria birichina, il fisico non alto ma formoso e le labbra pronunciate sono un richiamo.
Consapevole di non essere un modello di virtù agli occhi di molti, soprattutto le donne della buona società, non si è mai vergognata della sua scelta di vita. In nessuna occasione ha ostentato o esibito il corpo alla porta di casa, prassi abituale per le colleghe delle case di tolleranza in via Bardellona o via Vachina ¹ che hanno pure la ciamadoura ² per attirare i clienti e contrattare il prezzo. Lei no. Non si considera né una pericolosa degenerata né una vittima passiva costretta contro volontà. D’altronde, non ha mai voluto protettori, ruffiani o zie ³ che gestissero scelte e orari.
Trasferita da qualche anno in via dei Rustici, dopo la morte del padre Luigi nel 1909, tende a non ricevere nemmeno soldati o, almeno, prima osserva i gradi sulla giacca dell’uniforme. Eppure vivono di fronte alla sua palazzina, la caserma La Marmora è lì, un bacino cui attingere senza limiti, giorno e notte. Decide tuttavia lei chi accogliere in casa, gente di rango, «persone perbene», ripete in continuazione. Glielo riconoscono anche amiche, conoscenti e clienti abituali. È nota nel quartiere e persino da alcuni ambienti non certo popolani. Per questo ha dimestichezza con la mentalità borghese di Cremona, un paesotto in fondo, con il contrasto tra la morigeratezza di facciata dei giovani delle famiglie ammodo e l’iniziazione al sesso nei postriboli, tra le pareti discrete di qualche libera professionista come lei o le proprie, dove governanti e cameriere sono a portata di mano. Ester si sente una donna autonoma e capace di difendersi, senza papponi o magnaccia cui rendere conto.

Il pensiero corre alla sera precedente.
Aveva trascorso una giornata piacevole, un buon venerdì insomma. Niente di speciale. Due chiacchiere con Erminia, ben più di una domestica per lei, quasi una mamma. Nonostante superati i quarant’anni, di tanto in tanto Ester prova nostalgia della sua, morta molti anni prima nel 1892. L’anziana e dolce Erminia in un certo senso gliela ricorda.
Quel giorno, era uscita per una passeggiata e il pomeriggio aveva lavorato come d’abitudine. Faceva parecchio caldo, sembrava un anticipo d’estate, giugno stava ormai bussando. Verso sera, dopo aver riordinato la cucina, si era messa alla finestra. A piano terra, le era più facile salutare qualche conoscente di rientro dal centro, anzi poteva sbirciare anche un pezzettino del voltone di via dei Rustici e la parte di strada che immette in corso Garibaldi. C’era ancora un po’ di gente in giro.

«Ehi, ciao bionda!»
Ruotò lentamente il capo e vide un soldato fermo, i piedi ben piantati sui ciottoli, che la osservava con sguardo ammiccante. Non l’aveva mai visto prima. Ester non rispose al saluto e accennò a ritirarsi in casa.
«’Abbella! Ahó, parlo con te! Sei libera stasera?» Inconfondibile accento romano.
«No.»
«E perché stai lì? Aspetti già qualcuno?»
«No.»
«Allora posso entrare! Me fai entra’? »
«Ho detto no! Vai via!»
«Ohoh! Vuoi alzare il prezzo, eh? Dai, quanto per ‘na mezz’oretta? »
«Non ricevo soldati.»
«Ahahah! Nun riceve soldati ‘a bbiondina! Ahó, Tortorella, mica m’encanti sai? Non contarmi balle…»
«Lo sanno tutti qua che in casa mia i soldati non entrano, di notte poi…! »
«Ah sì? E… Raffaele?»
« Raffaele?»
«Sì, Parisi, Raffaele Parisi…»
«E tu, che ne sai? Non sei neanche di qui!»
«Eeeh, che ne so… Tra noi se ciàncica de strappone 4  come te… L’hai tirato su bene er ragazzino!»
Mentre quell’uomo continuava a parlare a voce alta, Ester ripensò un istante al soldatino di diciannove anni, arruolato nel 65o fanteria, che aveva da poco lasciato Cremona e la caserma La Marmora trasferito a Genova. Gli voleva bene, nutriva un affetto quasi materno per lui.
Il militare iniziò a insultarla: «Te piace ‘a carne tenera, eh? Eddaje, con me ‘n colpetto e te spicci…»
«Senti, non voglio grane, non voglio certi militari, non voglio te!»
«Eggià, nun c’ho mica ‘a mostrina da ufficiale, io… ‘Mbé, so’ più bravi a letto? »
«Adesso basta! »
«Ma nooo! Te pagano deppiù, c’hanno li sórdi quelli! »
«Ora chiamo qualcuno! »
«Anvedi! – aveva alzato troppo il gomito e il romanesco alla fine ebbe la meglio – ahó, ‘a verità te scoccia… E dimme ‘n po’, quer maresciallo che te sta appresso? »
Il viso di Ester si contrasse e l’espressione si fece decisamente stizzita.
«Sei sbronzo, non sai di chi e di cosa parli…»
«Eh, mica porto l’orecchino ar naso! 5 ‘E voci… ‘e voci corrono bbella mia! Chissà quanno lo beccheranno cor sorcio ‘n bocca…»
«Vattene! Hai capito? Vattene! Via da qui!» Ora urlava anche lei.
«’A brutta mignotta! Non finisce mica così sai? Me la pagherai, puttana, eccome, e anche cara!»
Si allontanò furioso. Ester serrò con forza la maniglia della finestra.

¹ detta anche Serraglio, oggi via de Stauris
² incaricata al richiamo dei clienti nelle case chiuse
³ maîtresse
4 donnine dai facili costumi
5 non sono mica scemo

cap. 3  

60 pensieri su “Il volo della Tortorella – 2 –

  1. bella questa seconda puntata che ci sta portando dentro l’occhio del ciclone della storia. Belle descrizioni e linguaggio adatto al contesto. Aspetto la terza.
    Se la prima prometteva bene, questa dà certezze.

    • Alcuni personaggi popolani dell’epoca, persone tra l’altro realmente esistite, potevano solo esprimersi in dialetto, in caso contrario non sarebbero state molto credibili.
      Grazie per l’apprezzamento, davvero gradito,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.