Il volo della Tortorella – 8 –

⇒ Il fascino dell’enigma
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– 8 –

Il dibattimento inizia il 17 agosto 1916 nella sala della Corte d’Assise di Cremona.
Processo indiziario per mancanza di testimoni oculari diretti; processo particolare: a porte aperte, sebbene l’organo giudicante sia il Tribunale di Guerra. Così decide il Presidente, colonnello avv. Rasini. Nulla, sostiene, deve essere occultato all’opinione pubblica.
L’aula è gremita. Il mondo della leggera è ben rappresentato: individui emarginati dal bel mondo o autoesclusi dalla sfera della legalità, non sempre veri e propri delinquenti però, capaci di autentici crimini. Molto spesso solo piccoli furfanti con un debito sulle spalle già pagato alla giustizia. Una folta presenza di donne: casalinghe e madri di famiglia accanto a prostitute, colleghe della vittima, solidali esponenti di una categoria sociale alla ricerca di riscatto della loro stessa immagine. Non tutte sono puttane per scelta, spesso la miseria le ha obbligate a seguire la via del guadagno più facile. Molte sono accudite da una zia¹ fittizia che se ne occupa per salute e mantenimento speculando sul loro corpo. Il bordello è un alveare femminile gestito da un’ape regina che sovrintende il proprio microcosmo fatto di relazioni clandestine, promiscuità, denaro circolante. L’uomo s’intrufola credendosi padrone di quello spazio e di un determinato lasso di tempo mentre, in realtà, è anche lui nelle mani di una maîtresse che amministra servizi per la libido maschile e riscuote il dovuto dopo una prestazione. Agli occhi delle ragazze e donne dei lupanari, la Tortorella è una libera professionista, non un modello di virtù ma una figura di autodeterminazione.

Tra chiome da tinture casalinghe e difettose, berretti calati su visi rugosi, stanchi e mal rasati, spuntano alcuni cappellini belle époque e pettinature elegantemente ondulate. Qualche signora non può mancare all’appuntamento con il pettegolezzo: i salotti trovano qui un nuovo soggetto da cui prendere le distanze… o forse un motivo per essere con la fantasia ciò che si è desiderato almeno una volta?

All’improvviso, un movimento agita la calca di presenti. Leggere spinte, spostamenti rapidi, qualcuno si alza sulle punte per vedere meglio: entra lui, “lo spagnolo”, scortato da due carabinieri. Tolte le manette, lo fanno sedere.
«Però, niente male…» bisbigliano voci femminili.
Fisico asciutto, non molto alto, carnagione bruna, viso completamente sbarbato: gradevole. Veste da soldato: giubba di tela e pantaloni di panno grigio verde, copricapo militare con il fregio 65º fanteria ben in vista.
Non appare turbato, anzi. Osserva lentamente il pubblico, posa lo sguardo qua e là, incrocia altri occhi quasi a valutare per chi dovrà esibirsi. A processo non ancora iniziato, emerge la sua natura di attore.

Entra la Corte composta dal P. M. capitano prof. Carlo Martini, il segretario tenente avv. Ernesto Villa, l’avvocato difensore sottotenente Adelchi Mazza e presieduta dal colonnello avv. Rasini. Il silenzio restituisce alla sala la solennità istituzionale.
Alla richiesta del Presidente, l’imputato dichiara le proprie generalità. Sull’attenti, a voce alta e chiara, in un buon italiano e scandendo bene le parole, come se ripetesse una formula imparata a memoria, si presenta:

«Mi chiamo Del Vecchio Carlo di Antonio e di Domenica Marcellina, nato a Caracas, nel Venezuela, il 4 novembre 1891.»

Sempre in piedi, immobile, ascolta l’atto d’accusa:

«Del Vecchio Carlo, […], sedicente Dominguez Carlos, soldato del 65º fanteria 6a compagnia, detenuto dal 31 maggio 1916, imputato di omicidio per avere, nella notte dal 27 al 28 maggio 1916 in Cremona e nella casa posta sull’angolo tra il vicolo Polluce e via dei Rustici per impulso di brutale malvagità e allo scopo di uccidere Demicheli Ester, vibrato su di essa cinquantun colpi di sciabola baionetta producendole altrettante lesioni in varie parti del corpo delle quali otto penetranti in cavità, che furono le cause uniche e immediate della morte di lei.»

“Lo spagnolo” non si scompone né manifesta inquietudine.

Sono citati come testimoni graduati e soldati semplici del 65º fanteria, rappresentanti della società civile, amici e conoscenti della Tortorella e, in qualità di esperti, il perito psichiatra dott. Giorgio Pardo, il chimico dott. Renato Dolfini che ha eseguito l’analisi delle macchie di sangue trovate sulla baionetta e gli indumenti dell’imputato, l’interprete Virgilio Santini il cui apporto si è rivelato molto utile già in fase istruttoria. Il suo intervento è spesso necessario durante l’interrogatorio di Del Vecchio che non sempre capisce bene le richieste e risponde sovente a casaccio. In un simile processo e con un’accusa così pesante, per la quale l’imputato rischia i lavori forzati a vita secondo il Codice Penale dell’Esercito in vigore dal febbraio 1870, non ci si può permettere alcun fraintendimento.

Chiarito che è figlio naturale di Marcelina Dominguez da cui ha ereditato il cognome con il quale risulta cittadino venezuelano, è d’obbligo chiedergli come mai sia venuto in Italia per arruolarsi nell’esercito.
«Non potevate restare con vostra madre a Caracas? Ho letto che avrebbe bisogno di aiuto economico e con il vostro lavoro di barbiere…» chiede il colonnello Rasini.
«Intiendo. Ma voglio il nome di mio padre. Solo así puedo averlo. E poi… Es un honor por me estar in ejército italiano. Me encanta este país, mi piace…» ²
Traduzione non necessaria, l’obiettivo di Carlos è chiaro a tutti.
È sottoposto a un fuoco di fila di domande per quasi un’ora e mezza. Conferma la versione dei fatti già fornita in istruttoria: libera uscita trascorsa con l’amico Michele; cena in una trattoria del centro; breve ritorno in caserma per recuperare un po’ di «moneda»³; rientro verso le 21.15 per dormire qualche ora su un tavolaccio vicino ai bagni poiché lo stanzino del pane, in cui era stato autorizzato a passare la notte, era chiuso; spostamento assonnato più tardi, non sa dire a che ora, nel ripostiglio dove trova i compagni addormentati; sveglia il mattino successivo da parte di un commilitone che desidera farsi la barba. Su precisa domanda del Presidente, chiarisce che non è rimasto fuori fino a mezzanotte, come da permesso accordato, perché non aveva sufficiente denaro.
Si entra nel vivo della causa.
«Sentite, Del Vecchio, che ne avete fatto della baionetta ricevuta giovedì 25 per il servizio di ronda con il sottotenente Belloni?»
«Consegnata con la giberna al compagno che me l’aveva data quando sono tornato in caserma.»
«Ma il magazziniere sostiene che ancora il 29 non l’aveva avuta.»
«Allora, mi compañero no ha complido con su deber
«Il compagno non ha fatto il suo dovere.» traduce il signor Santini.
Incalzato dal colonnello Rasini sulla sua conoscenza e frequentazione della Tortorella, l’imputato ha per la prima volta una reazione emotiva. Si irrita, piagnucola stizzito: «De nuevo? Por qué? 4 No, e poi no!»
Mai avvicinata, mai stato da lei, non è un ufficiale o sottufficiale e  «no puedo derrochar mucho dinero».5 Sembra lo dica più per il pubblico presente che per il giudice, pare interessato maggiormente all’opinione della gente che alla valutazione della Corte.

Strano personaggio “lo spagnolo”.

«Avete mai comprato profumi?»
«Sì, sono barbiere…» ribatte con l’espressione un po’ divertita e canzonatoria, tipica di chi è chiamato a sottolineare l’ovvio. Nega di averne mai regalato alla Demicheli come qualcuno ha dichiarato in istruttoria.
«E le macchie di sangue sui vostri pantaloni, sulle mollettiere e le assicelle del letto?»
«No sé, en verdad no sé
«Non lo so, davvero.» interviene l’interprete che traduce anche il resto della risposta: «Non so perché le mollettiere e il letto fossero macchiati. Per quelle sui calzoni, devo essermi pulito un dito sporco del sangue di un brufolo che ho graffiato.»

Il contraddittorio, che i presenti seguono con curiosità, si conclude in modo inaspettato.
Il Presidente legge alcune lettere che Del Vecchio ha scritto alla madre, corrispondenza tuttavia mai arrivata in Venezuela perché censurata. Poche righe appassionate ed entusiastiche in cui Carlos descrive con esaltazione l’attività delle trincee, le comunica di essere stato ferito ben tre volte e di provare orgoglio per quanto sta facendo. Eppure è inidoneo per il fronte e tenuto nella sua compagnia con l’incarico di barbiere.

Ecco lo spagnolo: un mosaico di affabulazione, melodrammaticità, esibizionismo, ingenuità, “un miles gloriosus bugiardo e vanitoso” lo definirà il quotidiano L’Azione in un articolo del 24 agosto.
Tra le varie tessere, si troverà qualche vetro soffiato da cui traspare l’immagine sfocata di un assassino?

¹ maîtresse
² Capisco… solo in questo modo posso ottenerlo. È un onore per me essere nell’esercito   italiano. Mi piace questo paese…
³ denaro
4 Ancora? Perché?
5 non posso sperperare tanto denaro

cap. 9

12 pensieri su “Il volo della Tortorella – 8 –

  1. favolosa questa puntata. Hai creato in modo superbo il clima di curiosità intorno al processo con quel pubblico variopinto più curioso che attento ai fatti. Anche lo spagnolo viene dipinto con maestria.
    Insomma mi è piaciuto tutto.
    Aspetto le prossime puntate.

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