Il volo della Tortorella – 9 –

⇒ Il fascino dell’enigma
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Caserma La Marmora

– 9 –

Il processo non dura molto: dal 17 al 24 agosto. Una settimana in cui si alternano testimoni dell’accusa e difesa, esperti, dichiarazioni che confermano il basso profilo di Ester Demicheli, il cui mestiere non ha mai causato problemi o gravi disturbi nel quartiere, e deposizioni che gravitano tutte attorno alle questioni “orario di rientro” di Del Vecchio, apertura/chiusura dello sgabuzzino la sera del sabato 27, il suo abbigliamento e la scomparsa della baionetta.
Tra caporali maggiori che sostengono l’apertura notturna sempre e comunque della porta del ripostiglio, soldati semplici che depongono avere visto da giorni Dominguez con pantaloni stracciati, altri che affermano il contrario – «non avrei mai tollerato in caserma un militare trasandato» dichiara il capitano Mastrocinque -, il magazziniere che asserisce di aver consegnato a Del Vecchio, in partenza per Milano la mattina del 28 maggio, capi di abbigliamento nuovi e puliti in sostituzione dei calzoni rotti… emerge insomma un quadro piuttosto confuso.
Unici punti saldi le testimonianze di Erminia Lotta – assicura di avere sentito urla uscire dalla casa della Tortorella e passi verso via Milazzo – di Erminia Beltrami – la cameriera spiega come ha scoperto il cadavere e alla domanda precisa «Riconoscete l’imputato?» risponde senza esitare «No, mai visto né conosciuto.» – infine di Ezio Michelotti – ripete il racconto della serata trascorsa con Ester e i suoi successivi spostamenti che lo scagionano da ogni sospetto. In questi casi, quindi, tutto come da precedenti dichiarazioni rese; per il resto le incongruenze permangono.

Ad aumentarle, si aggiungono le parole del soldato Luigi Bellacicca.
Già si sa che ha incontrato l’imputato la sera del 27, passeggiato assieme a lui per un buon tratto di corso Garibaldi e lasciato in seguito alla sua destinazione «alle 22».
«Ma come? In istruttoria avete dichiarato 21.15.» chiede sorpreso il colonnello Rasini.
«Impossibile» replica sicuro il teste, un po’ irriverente in verità.
«Scusate, ma parlano i verbali. O vi confondete ora o avete mentito un mese fa.»
«No, Presidente, sono certo di quel che dico. Qualcuno deve avere capito male ho ben riflettuto sui fatti. Alle 21.30 suonò il silenzio e mi trovavo ancora nel deposito della caserma EugEzio di Savoia. Uscii poco dopo, il tempo di arrivare fino a via dei Rustici, salutare Del Vecchio… senza dubbio erano le 10.»
Risposta perentoria. Il Presidente non può che far notare all’imputato, sempre coadiuvato dall’interprete, la discrepanza tra i due racconti, il suo e del teste. Reazione spiazzante. «Sarà così, se lo dice lui… Tutto ciò che racconta è vero e se dice che erano le 10 anche questo sarà vero.»

Brusio in aula, commenti sottovoce, stupore generale dovuto più all’atteggiamento di Dominguez che alla mera questione dell’orario. Carlo pare un ulteriore spettatore, assiste al processo come se non si parlasse di lui, quasi non pendesse sulla sua testa la spada di Damocle di una condanna. Indifferente alla vicenda, straniero, strano, estraneo persino a se stesso. La sua vera natura non sembra rientrare nei canoni di una condotta prevedibile e convenzionale. Non si oppone, non si arrabbia, ostenta tranquillità. Sorride persino alle ragazze del bel mondo cremonese che occupano la loggetta riservata, accorse qui come sul set di un film. Sceglie forse una forma di autodifesa, oppure quella parvenza di distacco è una componente reale della sua personalità o l’arte di un esperto commediante. Quando prende la parola, rispondendo all’ennesima richiesta di chiarimento da parte del Presidente, «su historia real», «la sua versione vera» tradotta dall’interprete, lascia tutti di stucco. Giusto per non smentire le stranezze.

«Sapevo che in istruttoria Bellacicca aveva riferito di avermi lasciato alle 21.15. Temevo di essere coinvolto in questa storia, allora ho pensato di adeguarmi. In realtà, quando suonò il silenzio, ero alla caserma Fraganesca e incontrai il compagno Luigi mentre mi avviavo verso il centro. Rientrai alla La Marmora dopo le 22, il ripostiglio del pane era aperto, il caporal maggiore Gennari e il piantone Guarnieri già dormivano.»
«Es la verdad» ¹ guardando dritto negli occhi giudici e avvocati.

Niente latrine quindi, niente porta chiusa, niente di quanto rilasciato in precedenza. Molti dettagli da rivedere perciò, come la “vicenda sciabola baionetta”.

Il giovedì 25 maggio, l’armiere Antonio Guagliuni consegna baionette e giberne a tre militari tra cui Del Vecchio. È sicuro che al rientro, quella notte, nessuno gliele restituì. Due giorni dopo il delitto mancavano ancora. Un caporale ne ritrovò due in una camerata appese a una plancia assieme alle tre giberne. La terza fu recuperata dopo l’arresto di Dominguez. Impossibile stabilire se fosse quella fornita all’imputato poiché all’atto della consegna non si registra la matricola. Nessun teste ricorda Del Vecchio con la baionetta la sera del sabato 27 maggio, ossia quella dell’omicidio, anzi addirittura Bellacicca, che l’ha già abbastanza inguaiato con le sue dichiarazioni, nega che l’avesse con sé: «l’avrei senz’altro notato» afferma con la disinvoltura già esibita nel dibattimento.
Ebbene, sull’arma rintracciata – alcuni dichiarano nella camerata del plotone antiaereo, altri nella stanza dell’ufficiale di picchetto, altri ancora priva del porta sciabola scovato per caso da un bidello nella cantina di un centro scolastico… – vengono rinvenute tracce di sangue.

La deposizione del maresciallo Michele Manca inserisce una consistente dose di ambiguità nella trama già abbastanza contorta.
«Sono rientrato alla caserma La Marmora la notte tra il 27 e il 28 maggio alle 0.45 circa.» Tono freddo e secco tipico dell’eloquio militare.
«Avete incontrato qualcuno?» lo interroga l’avvocato difensore Mazza.
«Incontrato no, visto sì.»
«Potete essere più preciso, per cortesia?»
«Ho visto uscire un uomo dalla porta di casa della vittima.»
«L’avete incrociato?»
«No, l’ho intravisto mentre passavo sull’angolo tra via dei Rustici e vicolo Polluce.»
«Provenendo da…?»
«Corso Garibaldi.»
«Siete in grado di dire se fosse un militare o un borghese?»
«Ebbi l’impressione immediata che si trattasse di un borghese.»
«Allora escludete fosse un militare…» incalza il difensore.
«Ho detto di avere avuto un’impressione. Camminava di fretta verso via Milazzo e il vicolo è poco illuminato.» Tono sempre asettico e maresciallo imperturbabile nonostante l’avvocato cerchi di farlo cadere in contraddizione.
«Si è accorto di voi? »
«Non so con certezza, ma non passava nessun altro.»
«È agli atti la dichiarazione della sentinella che quella notte piantonava l’ingresso della caserma. Risulta che v’informò delle grida sentite poco prima provenire dalla palazzina di fronte.»
«Mi riferì qualcosa.»
«E sempre dagli atti leggo che voi avreste intimato “non incaricartene”».
«No, non ho parlato con la sentinella.»
«Ma avete appena detto che vi comunicò qualcosa.»
«Significa che ho ascoltato, non che ho risposto.»
«Allora, voi accusate il soldato Edoardo Jervolino di avere mentito o inventato…» insiste l’avvocato Mazza.
«Ho solo affermato di non avere parlato.»
Compresa la difficoltà di oltrepassare il muro di quelle dichiarazioni laconiche, il difensore chiede che il teste si tenga a disposizione della Corte per un confronto con la sentinella. Non sospende tuttavia l’interrogatorio.
«Perdonate… a che ora avete detto di essere rientrato? »
«Alle 0.45.»
«La sentinella sostiene dopo l’una… ma sorvoliamo… Quindi arrivavate in caserma proprio quando la vittima stava urlando…»
«Non ho sentito nulla.»
«Ma, com’è possibile? Allora siete davvero tornato più tardi.»
«Mah, probabile anche poco prima… »
«Eh no! Come avrebbe potuto la sentinella avvisarvi di un fatto non ancora accaduto?»
Colpo basso all’impassibilità del maresciallo che contrae i muscoli del viso e si muove sulla sedia consapevole di non avere replicato da par suo. Troppa impulsività. Per la prima volta, non ha una risposta pronta. L’eco ovattata di commenti sommessi percorre la sala. L’avvocato rimanda i chiarimenti al nuovo interrogatorio già richiesto.

Mentre il sottufficiale si alza e prende congedo, in un breve flash mentale ripercorre quella notte di maggio, rivede il vicolo e un’ombra fermarsi di scatto per poi ripartire subito con passo spedito; sente di nuovo il fruscio di un foglietto tra le mani, letto e riletto… Lui, militare tutto d’un pezzo, in quel frangente raccoglie le idee, dissimula le emozioni e il tumulto di sentimenti opposti.

I giorni seguenti non si presenterà più.

Perché si sottrae al contraddittorio con la sentinella? Chi o cosa teme? Lecito domandarsi come mai quella notte non abbia inseguito il fantomatico borghese o quantomeno tentato di rintracciarlo. L’incontro casuale è davvero avvenuto? L’ombra intravista gli era forse familiare? Ritrova ora la proiezione di se stesso in quella atmosfera di semioscurità? Quel pizzino bussa alla sua coscienza con così forte prepotenza? Frasi intimidatorie, un banale richiamo, parole d’addio o un rifiuto?

¹ È la verità

 cap. 10

17 pensieri su “Il volo della Tortorella – 9 –

  1. ancora una notevole puntata. Stai rendendo bene l’atmosfera di quel processo, che appare più un giudizio sommario che qualcosa di equo. Mi incuriosisce la posizione dell’ultimo teste, che svanisce nel nulla.

    • Credo Gian Paolo che forse avrai modo di rivedere il tuo giudizio sul processo, almeno così come ne ho ricostruito l’andamemto dalle fonti lette. L’ultimo personaggio? Presenza chiave, per ora non dico altro. 😉
      La tua lettura attenta è davvero un grande stimolo. Grazie!

      • a prima vista mi appare sommario, se poi ho sbagliato farò ammenda. Se dovessi giudicare io, lo manderei assolto perché non esiste una prova che sia valida. Però posso intuire male.
        Per la presenza chiave aspetto.

        • Avendo romanzato la storia, ho riportato il processo in parte altrimenti sarebbe stato un noiosissimo resoconto. La tua sensazione è comunque corretta, nessuna ammenda! In effetti all’epoca, 1916, mancavano strumenti scientifici che oggi avrebbero aiutato e non poco. Ho preferito dare spazio ai personaggi a mio avviso importanti per la ricostruzione della storia.
          Buon 1 maggio Gian Paolo. 😊

          • che tu abbia romanzato la storia è evidente, perché come dici sarebbe stata una noia. Le mie sensazioni nascono da come hai tratteggiato i personaggi. Quindi potrebbero essere sbagliate. Certamente cent’anni fa certi strumenti mancavano e di conseguenza anche le evidenze processuali sarebbero state diverse. Direi che oggi sarebbe stato un processo da prime pagine e di una lungaggine senza fine.
            Sereno primo maggio, Primula

            • Ho ritrovato l’intero processo che è stato breve come lasso di tempo, rapido negli interrogatori considerato il numero di testimoni, diverso da come si pensa a un procedimento giudiziaro oggi. La scrematura era necessaria. Verificherai più avanti – e non manca molto – se le tue sensazioni si avvicinano alla realtà. 😉
              Serata del primo maggio, non mi resta che augurati una bella settimana, spero iniziata bene.
              Un abbraccio.

            • un bel lavoro di ricerca. Così si costruiscono storie di successo. Documentazione e scelta di quello che interessa..
              Aspetto con curiosità le prossime puntate.
              Una felice settimana anche per te.
              Un abbraccio

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