Il volo della Tortorella – 12 –

Il fascino dell’enigma
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Mappa di Cremona, 1906

– 12 –

I giorni trascorrono, il tempo passa, il caso Tortorella che tanto ha appassionato e sconvolto la città di Cremona sfuma a poco a poco nel ricordo sbiadito di un orribile fatto di cronaca. I quartieri malfamati hanno sentito lo shock in modo più intenso, è evidente, eppure anche nel giro della leggera pian piano la botta è assorbita e la quotidianità di sesso a pagamento, piccoli furti, attività illegali riprende il consueto trantran.

La stampa non ne parla più. La lieve condanna al maresciallo Manca non fa notizia, nessuno si pone domande sulla condotta e il silenzio del sottufficiale. Se ne ignora la sorte, le sue tracce si perdono in carte diventate forse macerie. L’esercito è d’altronde inghiottito nel vortice dell’attualità e i destini dei militari si svolgono altrove. Ben diverse sono, infatti, le preoccupazioni in questo scorcio di fine estate e inizio autunno 1916: la cruda realtà della Storia invade la vita di tutti e occupa le pagine dei giornali.

Già in conflitto contro l’Austria-Ungheria dopo l’uscita dalla Triplice Alleanza l’anno precedente, il 27 agosto l’Italia dichiara guerra alla Germania, in settembre/ottobre s’intensificano le battaglie sull’Isonzo che impegnano il nostro esercito contro le truppe austro-ungariche in condizioni climatiche proibitive. Scarso il terreno guadagnato, numerose le vittime tra i soldati, la tattica delle “spallate” ideata dal generale Cadorna non è efficace e ben se ne conosce l’esito tragico a Caporetto l’anno successivo.

E lo spagnolo? Sparito? No. Dopo l’assoluzione, l’autorità militare ne decide il congedo. In attesa che il console venezuelano disponga per il rimpatrio, Carlo bazzica ancora alla caserma La Marmora. I commilitoni lo aiutano come possono, continuano a farsi radere da lui, non temono il rasoio a lama che impugna, il processo e la fatidica baionetta non hanno incrinato il rapporto di fiducia.

Qualcosa tuttavia non va. Sorride meno, si mostra malinconico e preoccupato. Il cruccio è la mamma. Le ha sempre scritto molte lettere, corrispondenza che si è ulteriormente intensificata in carcere con le confessioni sulla sua condizione e frasi poetiche di affetto immenso verso di lei. L’apprensione nel pensarla malata aumenta in modo esponenziale, il dolore si acuisce ed evolve in angoscia. Eppure non ne ha motivo o, almeno, nessuna notizia drammatica gli è giunta dal Venezuela. A dire il vero, i suoi messaggi rimangono per la maggior parte senza risposta, forse le lettere non sono spedite oppure si perdono nell’ondata di scritti che arrivano dal fronte. Inoltre disegna. Già, è un caricaturista «muy distinguido»¹ in Sudamerica, ha sempre sostenuto, oltre che noto barbiere. Mette alla prova la sua abilità in figure astratte, spesso indecifrabili, si cimenta in volti e silhouette umane dai tratti infantili, invia persino un suo autoritratto alla Provincia per ringraziare i giornalisti della loro presenza al processo e dei «diarios»².
“Soltanto che il ‘muy distinguido’ pupazzettatore venezuelano aveva fatto uno sgorbio da ragazzino della quarta elementare, non solo non pubblicabile per l’imperizia del disegno, ma per l’assoluta inesistenza di un qualunque supporto di rassomiglianza.” (La Provincia-Corriere di Cremona, venerdì 1 settembre 1916)

La recente esperienza vissuta ha definitivamente minato una psiche fragile. Lo squilibrio è ormai evidente: nella fissità dello sguardo, nel tormento per la madre perseguitata da parenti malvagi e le grida di aiuto che sente arrivare da lontano. Idealmente è un tutt’uno con la mamma e la sua mente affonda nel buio della pazzia. Un giorno, viene trovato in una stanza in preda ad allucinazioni mentre, con la lingua, traccia croci sul pavimento recitando preghiere confuse e invocando il nome di Marcelina.

Alienazione mentale: è la diagnosi del capitano medico della caserma La Marmora, cui segue il ricovero in manicomio. Si trascina tra “scemi di guerra”, soldati afflitti da delirio di persecuzione e shock da combattimento, emarginati, disadattati sociali, disabili e “famigli”, orfani accolti in casa di estranei e mandati via quando non più utili per i lavori stagionali in campagna.
Di competenza del Ministero degli Interni, in questi anni l’ospedale psichiatrico svolge soprattutto un ruolo sociale piuttosto che curativo: un luogo dove rinchiudere individui pericolosi, per sé e gli altri, o possibili cause di scandalo. Si entra non solo perché malati, ma in quanto elementi di disturbo della quiete pubblica. Molto facile l’ingresso, più complessa l’uscita nonostante la legge Giolitti del 14 febbraio 1904 preveda un massimo di trenta giorni di osservazione per i militari, periodo prorogato a tre mesi dal Decreto Luogotenenziale del 25 maggio 1916. Le dimissioni del paziente avvengono solo dopo delibera del Tribunale su richiesta del direttore del manicomio.
Carlos Dominguez non ha nemmeno il tempo di usufruirne, i suoi giorni finiscono in questo luogo, si apprende da una cronaca rapida e sommaria qualche tempo dopo. Sui documenti ufficiali ritrovati, è ormai però Carlo Del Vecchio, il cognome del padre, ragione che l’aveva spinto a lasciare il suo paese e raggiungere l’Italia. Forse non ne sarà mai davvero cosciente.

¹ molto rinomato
² articoli

cap. 13

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