Il volo della Tortorella – 13 –

Il fascino dell’enigma
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Lapide di Cesira Ferrari, accoltellata dal marito nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1889. 
Aveva venticinque anni.

– 13 –

Della Tortorella, di un caso che oggi definiremmo femminicidio, non resta nulla e il responsabile è un’incognita.
Giochi erotici sfuggiti al controllo o un rifiuto non motivano la ferocia di cinquantun coltellate. Quei colpi inferti a ripetizione esprimono la rabbia cieca verso una resistenza, la reazione dissennata al respingimento di richieste insistenti, la brutale volontà del dominio esclusivo, un lucido disegno per stroncare un’eventuale rivelazione che qualcuno non poteva consentire o permettersi. Un delitto frutto anche di lucida follia: ossimoro che ben si addice alla portata abnorme di un gesto così aberrante.

Ester Demicheli non è la prima donna trucidata a Cremona.

Risalendo nel tempo al luglio 1865, Rosa Vaccari fu accoltellata nella casa di tolleranza di vicolo del Torchio (oggi via Stretta). L’assassino fu però trovato, colto in flagrante nonostante il tentativo di nascondersi sentendo arrivare le colleghe della donna. Aveva già conficcato la lama del coltello nel corpo di Rosa dopo aver fatto l’amore con lei. Il movente? La gelosia e l’ossessione del possesso ravvivate dalla repulsione verso la convivenza con un uomo assillante e molesto da tempo.
Almeno Rosa è stata vendicata dalla condanna all’ergastolo inflitta al suo assassino.

Come non ricordare, inoltre, l’omicidio di Cesira Ferrari? Non una meretrice in questo caso, bensì “bella e purissima sposa” che “fu nella notte dal 13 al 14 aprile 1889 in età di 25 anni vilmente scannata dal marito” recita la scritta sulla lapide originaria, oggi piccola stele che si trova nella parte più antica del cimitero di Cremona.
Era moglie fedele e operaia onesta, una delle numerose ragazze che all’epoca lavoravano come filatrici di seta. La uccise il marito, già arrestato più volte per altri reati, che, causa supposizioni, fantasie di tradimento, amore malato, la massacrò con ventisette coltellate di cui quindici alla testa. Non pago, assassinò anche il suocero per il sospetto di avere istigato Cesira a comportamenti libertini e addirittura d’intrattenere una relazione incestuosa con lei. Arrestato, condannato ai lavori forzati a vita poi all’ergastolo, Giuseppe Manara, detto Babila, non si pentì mai anzi si vantò di avere riscattato il suo orgoglio maschile ferito.

Prostitute, mogli, amanti, compagne: persone con scelte di vita diverse, alcune condivisibili altre meno, comunque donne, morte perché femmine su cui si è accanita la ferocia in un’inaudita violenza di genere.

Chissà come avrebbe reagito Ester Demicheli guardando la sua piccola dimora in via dei Rustici trasformata, negli anni ’30, in un’elegante casa d’appuntamenti nota in città come Il Polluce, il bordello in di Cremona con le ragazze più belle, frequentato da giovani e uomini dei ceti medio alti! Forse avrebbe sorriso mentre la Teresona sbirciava dallo spioncino della “sua” porta in vicolo Polluce, riconosceva gli habitués e li salutava con un cordiale: «Àra chì i mée regàs!»¹ Si sarebbe probabilmente identificata in Mimma, la tenutaria, mentre riscuoteva i pagamenti o concedeva il libero a un cliente importante con la conseguente possibilità di scegliere la ragazza da solo, usufruire della casa per il tempo concordato, anche una notte intera, con la garanzia della massima riservatezza.
Chi può dirlo? Nemmeno i frequentatori più affezionati del Polluce nel secondo dopoguerra, da cui si può carpire oggi qualche confidenza, hanno mai sentito pronunciare il nomignolo “Tortorella”.
Eppure quella era la “sua” zona, la porta in vicolo Polluce l’ingresso della “sua” casa, il soprannominato Villino Verde, secondo le indicazioni di qualche ottantenne, la “sua” palazzina a due piani. All’interno, accanto al tariffario, si racconta fosse appeso un cartello: “Niente bastoni, né ombrelli, né coltelli”. Forse un richiamo sotteso di quel fatto cruento?

A oltre cent’anni dall’omicidio, non esiste più alcun ricordo di Ester Demicheli. È possibile leggere un riferimento all’episodio nel libro di Maria Biselli Il mio regno d’oro (1900- 1945): “In vicolo Polluce un postribolo di lusso dove, al tempo della guerra del ’15, un soldato ha ammazzato una prostituta”, evocazione peraltro vaga e, come si è visto, inesatta.

Di lei non resta il nome nemmeno su una lapide. Dopo la riesumazione della salma, i suoi resti sono deposti nell’ossario 9, comparto XXXIV, 6a fila, secondo i documenti presso l’ufficio cimiteriale. La lastra color avorio della piccola cella a colombaia è consunta, annerita ai lati dal tempo. Nessuna foto, nessuna scritta, una piastra nuda. Guardando da vicino e con attenzione, s’intravedono linee incise, incolori, che disegnano due parole: Giovanni Demicheli, il fratello.

Negli anni, tutti si sono dimenticati di lei, l’oblio totale ha avvolto questa donna. Sul suo brutale assassinio gravano l’enigma di un silenzio comprato, il mistero di una condotta omertosa, il segreto di una testimonianza mai resa, l’ossessione di un rifiuto, l’eco di passi affrettati, un’ombra che scompare e si perde tra i vicoli del centro città nella notte tra il 27 e il 28 maggio 1916, accompagnata per sempre dal volo di una tortorella.

pianta del Civico Cimitero di Cremona

Richiesta di autorizzazione per l’apertura della casa di tolleranza Il Polluce

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¹ Eccoli qui i miei ragazzi!

 

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