Contrasti

immagine da Repubblica

Volano colori.

Applausi, fiori e palloncini vestono la nudità di chi ha dormito sul marciapiede di una società atrofizzata, entro le mura di uno zoo, pareti di miseria.

Il pianto trasforma la passata assenza in presente virtù, il vecchio distacco in moderna partecipazione.

I muratori sono pronti per il restauro, fulminei nello sverniciare il loro «mioddio, che schifo», preparàti – ora – a ripulire una biblioteca umana chiusa, storie da leggere ieri, ben prima che diventassero frammenti di un’apocalisse.

Una nuvola policroma matura nel blu, grappoli – lassù – di non spazio e non tempo. Vendemmia, infine! Vino vigoroso.

Quaggiù – sommelier monocromi degustano situazioni conservate sotto spirito. Momenti narcotizzanti.

 

 

 

Sabato nero

volantino del rastrellamento nazista (immagine da Roma sparita)

Giulia e Massimo si amano. Il loro desiderio è sposarsi e formare una famiglia, lei ebrea lui cattolico. Per amore, Giulia riceve il battesimo e si prepara così al matrimonio, una scelta che potrebbe salvarle la vita, decisione che in realtà non si concretizzerà mai.

È il 16 ottobre 1943, nel ghetto di Roma. I nazisti scelgono il sabato, giorno festivo per gli ebrei. Nella retata, hanno gioco facile anche grazie al censimento voluto da Mussolini tra il ’38 e il ’39, presupposto per l’emanazione delle leggi razziali. Il Ministero dell’Interno incaricato è ribattezzato Demorazza (Direzione generale per la demografia e la razza). Risulta che la percentuale di ebrei presenti sul territorio italiano ammonta allo 0,1% della popolazione. Si procede comunque all’enfatizzazione di un “pericolo” di fatto inesistente.

Il film di Carlo Lizzani L’oro di Roma (1961) è una delle numerose pellicole dedicate al rastrellamento degli ebrei di Roma, una vergogna, una «ferita insanabile – così l’ha definita il Presidente Mattarella – non solo per la comunità tragicamente violata, ma per l’intero popolo italiano.» Delle oltre mille persone catturate e in seguito deportate ad Auschwitz solo sedici sono sopravvissute, quindici uomini e una donna. Nessun bambino ha più fatto ritorno.

L’opera di Lizzani non è forse un capolavoro cinematrografico, tecnicamente parlando. Mi ha tuttavia sempre emozionato nell’uso dei dialoghi, della parola, che forse è ciò che ne resta, con maggiore intensità, a testimonianza di un dramma.

La telefonata di addio di Giulia a Massimo si conclude con un invito universale, un monito:

«Ciao Massimo, non dimenticarlo il nostro ottobre…»