Un mondo a rovescio


fotografia di Norberto Ranzetti

Unico scatto, stesso paesaggio ma prospettive diverse, medesima realtà e tuttavia visioni differenti del mondo.

Un chiasmo incrocia e mescola le carte, a loro volta già confuse tra loro. Qual è l’immagine reale, quale la virtuale? Quasi impossibile riconoscere il vero e l’illusione tra questi quadri. Anche conoscendo l’origine del gioco di prestigio, si è presto catturati dall’effetto trompe-l’oeil. La differenza tra Terra e Aria si annulla nella linea orizzontale dell’acqua: il paesaggio reale si fonde con la sua proiezione virtuale.

L’incapacità di distinguere genera il parossismo. La fantasia di pesci che volano e uccelli che nuotano diventa convinzione duratura nel tempo in un mondo a rovescio dove s’invertono i piani dell’essere e dell’apparire in un’intercambiabilità per qualcuno forse rassicurante, per altri – e per me – affatto consolatoria.

Confondere la soluzione politica di una questione con l’iniziativa umanitaria del salvataggio; assimilare clandestinità e bisogno; equiparare la prostituta africana schiava al suo aguzzino, madam o boss; accomunare lo spacciatore nero al bambino sudanese già scolarizzato o all’adolescente ben inserito, il mafioso nigeriano all’operaio tunisino contribuente; proclamare «porti chiusi» in assenza di un’ordinanza-porti-chiusi poiché l’annuncio virtuale facebuchiano appare più efficace e convincente della realtà istituzionale; uniformare individui in una massa indistinta, divisa in seguito in pezzi casuali spediti verso un non-so-dove o impacchettati in un arrangiati-tu-per-strada colpendo così le vittime di un sistema cooperativo non proprio integro, risparmiando invece i carnefici. Livellare conoscenze e competenze all’università della vita, e pure del sorriso, è degradante per le prime, banalizzante per le seconde.

Questo «tutto alla rinfusa, il santo e il furfante, il cavaliere e l’ebreo e tutti gli animali dell’arca di Noè»,¹ forma una spirale vorticosa in cui non si coglie più l’essenza. Massificare genera confusione, differenziare esalta peculiarità: l’acqua non è l’aria, il cielo non è la terra. Affinando l’attenzione, quegli alberi illuminati dal sole che ne valorizza i colori non offrono la stessa intensità nelle sfumature, più vive da un lato, leggermente opache dall’altro.

Lavorare sull’osservazione è un’urgenza, individuare casi e situazioni un obbligo.

Questo stato di disordine è un passaggio necessario, una tappa? Ha forse ragione Zarathustra che, parlando agli uomini, dice loro: «bisogna ancora portare in sé un caos per poter generare una stella danzante»? ²

¹ Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885, parte quarta, Colloquio coi re
² Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885, parte prima, Prologo

 

L’arte è sempre al presente

La chitarra Esteve di Faber – Via del campo 29 rosso

La grande ricchezza degli artisti – scrittori, poeti, pittori, musicisti – è superare le barriere del tempo, vincere il suo scorrere inesorabile con la permanenza del loro esserci attraverso quanto hanno lasciato in eredità.

I brani di De André esistono, quindi Faber sopravvive in note, strofe e versi: una voce profonda, che anni di sigarette hanno reso per me più espressiva, ruvida tenera carezza su parole perfettamente articolate, quindi oltremodo efficaci e pregnanti.

11 gennaio 2019. Leggo qua e là del vuoto provato a vent’anni dalla morte, un solco incolmabile lungo due decenni. Sono molto convinta che Faber vivrebbe con disagio l’inizio del XXIº secolo, canterebbe la crisi della coscienza che il passaggio da un’epoca all’altra porta sempre inevitabilmente con sé. Invecchierebbe con amarezza o ritroverebbe l’energia della direzione autenticamente ostinata e contraria della Canzone del Maggio? Di certo, non si riterrebbe mai assolto bensì sempre lo stesso coinvolto.

Manca oggi il canto di un intellettuale dissidente che, con pacatezza, acume, sintesi poetica, evidenzi i mali dell’alba esitante e incerta del nuovo secolo, il cui sole si ferma all’orizzonte, dimezzato, quasi decapitato. Ascoltare e leggere Faber equivale a perpetuarne la vita e a riempire un’assenza.

Accanto a ricordi commossi e testimonianze toccanti, incontro pure la definizione “Faber saccheggiatore della letteratura”. Significa avere capito poco di lui. Lettore bulimico, non poteva non essere impregnato dei maestri di cui si nutriva: da Villon a Brassens, dalle Child Ballads inglesi a Lee Masters, solo per citarne alcuni. Rivisitati e messi in musica, i loro testi sono usciti dalla nicchia dove qualcuno voleva tenerli rinchiusi e hanno incontrato l’abbraccio del grande pubblico. Il tesoro appartiene a tutti.

La musica veicola valori e cultura: per questo si deve ringraziare De André, di cui preferisco parlare al presente poiché è ancora qui nelle sue canzoni, lo spirito a riposo in via del Campo, tra i pescivendoli di piazza Cavour, nel Sand Creek, a Spoon River, in Supramonte, comunque nell’armonia delle note, della sua voce vera e ovunque, laddove si sente la terra vibrare di suoni.

 

 

2019

Toni lievi e parole pesanti: io ricomincio da qui.

Buon 2019!