Informazioni su Primula

Nata a Cremona il 23 marzo 1957, docente di Lingua e Letteratura Francese presso il LIceo Linguistico "Beata Vergine" di Cremona. Successivamente attiva presso l'agenzia letteraria Herzog sul lavoro del traduttore letterario. Appassionata di narrativa, poesia e Storia, oggi traduttrice, blogger, scrittrice, editor e redattrice per la rivista letteraria "Librarsi" di Apostrofo Editore.

Le mie pagliuzze di Dora Buonfino

Mercoledi 19 aprile 2017, h. 18, Circolo dei Lettori di Torino. Persone entrano nella Sala della Musica, dove è presentato per la prima volta il libro di Dora Buonfino Le mie pagliuzze pubblicato da Le Parche Edizioni nel marzo dello stesso anno. È il secondo lavoro di Dora Buonfino, il suo primo romanzo dopo la raccolta di racconti Scrivo per te (settembre 2016, Le Parche Edizioni). Si potrebbe definire Il libro della vita per il tema delicato e drammatico, l’abuso sui minori, che Dora ha purtroppo vissuto e subìto da bambina.

Le mie pagliuzze è un’opera autobiografica quindi, scritta in prima persona, in cui l’autrice evita tuttavia di mettere se stessa sotto i riflettori. Con un’accortezza tipica di molta narrativa di questo genere letterario, sceglie il personaggio fittizio circondato da altri tutti con identità inventate e corrispondenti a persone realmente esistite per personalità, caratteristiche e ruoli.
Alla base della scelta esistono senza dubbio preoccupazione e delicatezza di tutelare se stessa e altri. Sul piano narrativo, è un’operazione studiata: non importa sapere chi abbia fatto cosa, commesso atti gravi, si sia comportato in modo riprovevole. L’importante è la molestia in sé, non il molestatore A o la molestata B. La mancanza di precisi riferimenti biografici proietta il racconto su un piano generale e universale. Non si tratta solo della “vicenda Dora Buonfino”, tutti i bambini abusati sono rappresentati attraverso lei. Non è un caso se la protagonista non ha nemmeno un nome: il dato autobiografico è elevato a emblema di un dramma.

L’abuso minorile è una realtà spesso trascurata, sottovalutata o rappresentata male. Era necessario che un vissuto personale servisse da punto di riferimento: la generosità dello scrittore, e della scrittura che vuole trasmettere un messaggio, richiede sovente l’annullamento del proprio io per qualcosa di più grande e più ampio da sé. La denuncia di un problema molto serio avviene attraverso l’analisi delle sensazioni di una bambina abusata perché la donna che è diventata oggi si liberi da tutto quanto può scaturire dal sopruso subìto: la percezione di essere un oggetto, un «giocattolo» nelle mani di un adulto, il rancore, lo schifo, il disagio, il senso di colpa.

Anche il tempo e lo spazio appaiono indefiniti.
I soli elementi che scandiscono il tempo sono l’età della bambina – cinque anni, dieci anni, l’adolescenza, l’età più adulta ma non precisata – e il susseguirsi delle stagioni. Non esiste alcuna collocazione temporale in un periodo ben specificato. L’azione può svolgersi negli anni ‘50, un anno fa, ieri come oggi. Non è inoltre indicata alcuna città. Può essere del Nord, Sud o centro, grande o piccola. Le informazioni spazio-temporali non sono determinanti per circoscrivere il problema, altro aspetto che conferisce alla narrazione uno spessore di generalità trascendendo la situazione personale. L’abuso avviene ovunque, è un evento tragico non limitato a una specifica geografia umana e sociale.
L’unico luogo ben descritto è la casa della nonna con la stanza della mamma della protagonista, quella in cui la donna dormiva da piccola. Tra quelle quattro mura, la protagonista subisce l’abuso per la prima volta a cinque anni.

«Mi ero quasi lasciata andare al sonno, quando cominciò a carezzarmi. Gli chiesi perché mi stesse toccando in quel modo, lui rispose che voleva spiegarmi una cosa importante, che voleva farmi un regalo.
L’indomani avrei compiuto cinque anni e come regalo mi aveva trascinata nel mondo degli adulti.»

Qui l’abuso si ripeterà varie volte: è quindi uno spazio simbolo, metafora della frequente mancanza di protezione dai pericoli all’interno delle mura domestiche. La casa e la famiglia non sono sempre un rifugio.

Vittorio è l’abusante di cui Dora tratteggia un ritratto eloquente. È un seduttore della mente che conosce alla perfezione le esigenze della bambina, sfrutta il suo desiderio di affetto e considerazione poiché sa bene che il rapporto con la mamma e anche con il papà non è certo dei migliori. Gioca con questo bisogno e si mostra come l’unico che la faccia sentire «grande» e importante, che non la lascia sola. È un vigliacco prestigiatore che s’insinua nella psiche della bambina fino a farsi credere indispensabile.

«[…] lui era la persona più sincera della famiglia, […] non mi mentiva e mi parlava in maniera schietta, rappresentava una fonte di cultura e la possibilità di imparare tutto, ed era l’unico a regalarmi dei libri, l’unico a dire che valevo molto.»

Non solo, ha una dannata abilità nel far ricadere la responsabilità sulla piccola

«[…] mi diceva che facevamo quelle cose perché anch’io le volevo, che lui non mi avrebbe mai obbligata. […] Assicurava, inoltre, che non c’era nulla di male nel farlo, ma che gli altri non avrebbero capito.»

Non è mai stato violento, non le ha procurato dolore fisico. Siamo tuttavia ben coscienti del disastro che può causare la violenza anche psicologica. La bambina cresce con un senso di colpa che la domina e sembra quasi invincibile. Tende ad attribuire a sé qualunque cosa funzioni male, come i rapporti tormentati con l’altro sesso, i dubbi che accompagnano la convivenza con un uomo quando sarà cresciuta, la convinzione che il corpo sia un male perché «non è libera di amarlo.»

«Un corpo che più di una volta avrei voluto cancellare dal mondo, un corpo che non amavo.»

L’adolescente che cresce, cambia forma e aspetto, diventa pian piano donna, lo copre con gonne lunghe e maglie larghe.

L’abuso non è raccontato con dettagli pruriginosi. Anzi, i particolari erotici mancano completamente nel libro in cui si evoca ma non si esplicita. Si accenna a sfioramenti, toccamenti anche occasionali, alle istruzioni per l’autoerotismo, l’insegnamento che «il corpo non serve solo per sostenere la testa […], anche da sola, avrei potuto farne uso.» Il libro non ha l’intento di stuzzicare corde di morbosità, deve e vuole mettere al centro il problema delle molestie sui minori senza trasformare il lettore in un guardone. Conta il danno provocato, pesa il dramma interiore che nasce e si sviluppa. Eventuali scene di sesso innaturale non solo non avrebbero aggiunto nulla – tutti siamo in grado di immaginare quanto succede – anzi avrebbero tolto molto al messaggio che questo libro vuole comunicare. L’abuso violenta soprattutto l’anima, dà una percezione sbagliata del sesso, rende incapaci di crescere nella possibilità di costruire rapporti lineari, deforma l’immagine del maschio

«maschio era il vecchio bavoso che, seduto davanti al bar, con lo sguardo mi accompagnava nel cammino; maschio era il giornalaio che sfogliava riviste porno tra un cliente e l’altro; maschio era il verduriere che non mancava di provarci con tutte le clienti; maschio era il vecchio del piano terra che passava le sue giornate affacciato alla finestra, usando il marciapiede come sputacchiera.»

L’abuso fa inoltre soffrire di un’immensa solitudine. Sì, perché la bambina, l’adolescente, la ragazza si sentirà sempre sola nella sua sciagura.

Un modo per sconfiggere la solitudine, superare il senso di colpa e tentare di vincerlo è il desiderio di informare gli altri, la ricerca perciò di una soluzione fuori da sé. Scelta difficile, non un passo che la protagonista compie a cuor leggero. Prima lancia segnali attraverso comportamenti che forse una madre avrebbe dovuto cogliere e interpretare, con qualche frase scritta e fatta leggere a chi subito non intuisce.
Racconta la verità a Stefano, poi alla mamma, in seguito a Giacomo. Un altro personaggio è inoltre al corrente della situazione: una donna che abita nel palazzo della protagonista e che, dalla finestra dove trascorre in pratica tutta la giornata, ha visto qualcosa

«Sai, un giorno ti ho vista mentre baciavi Vittorio.»

Interessante inversione dei ruoli, lo sguardo di chi vede solo ciò che vuole vedere e non va oltre. Sarebbe troppo impegnativo porsi domande e tentare di darsi risposte sul vero responsabile. 

«Però non l’ho detto mai a nessuno.»

Ognuno di questi personaggi reagisce in modo diverso: Stefano non commenta, la mamma non le crede e si arrabbia:

«Non dire sciocchezze»
«E adesso non andare in giro a raccontare queste sciocchezze!»

Giacomo sminuisce:

«Mi dispiace. […] Questo accade in un sacco di famiglie, purtroppo, ma tu non ci pensare più, chiudi la porta e butta la chiave, […] ora è finito tutto.»
«Non temere, non lo dirò mai a nessuno” disse per confortarmi. «Tu però cerca di essere discreta, non parlarne se non vuoi che lo sappia mezzo mondo.» […] «Mi raccomando, non dirlo mai a nessuno!»

Anche la vicina, a conoscenza del bacio e forse anche di qualcos’altro, rassicura la ragazza che non l’avrebbe mai detto a nessuno.

Tutti hanno in comune un comando: non dirlo a nessuno, frase che già Vittorio ripeteva in continuazione alla bambina. Confessare significa dare forma a un atto, concretezza a un gesto, rendere evidente un drammatico segreto. Ogni volta che la protagonista racconta, seguono però momenti di chiusura: la parola pronunciata, anziché aprire, ostacola la soluzione. Dichiarare equivale a perdersi. La parola esce a fatica quasi debba percorrere i meandri di un labirinto, deve combattere la vergogna, il pudore, la temuta incomprensione del mondo esterno. Se il mostro esce dal dedalo, perde la sua esclusività per diventare patrimonio collettivo. L’universo circostante allora, familiare e sociale, una volta compartecipe del segreto, deve prendersene carico. Disarmante, destabilizzante, meglio non sapere ed esortare al silenzio.

L’unica vera possibilità è la scrittura.
Grazie a un incontro fondamentale con un personaggio importante, alla fine del libro si scopre che la protagonista è arrivata all’ultima riga del romanzo.
La scrittura è reazione al non-dirlo-a-nessuno, corrisponde alla necessità di ricordare, al rifiuto di «tenere la realtà confinata in un anfratto della mia mente» e di dimenticare

«non ci pensavo neppure a relegare la mia storia in un angolo buio del mio inconscio.»

La salvezza risiede nella non rimozione, nell’avere ben presente l’accaduto per poterlo dominare.

Le mie pagliuzze può perciò essere interpretato come un romanzo di iniziazione, un libro nel quale la protagonista affronta prove difficili della vita come la sofferenza, in questo caso l’abuso sessuale, penetra in un mondo diverso da quanto, sempre in questo caso, la normale vita di una bambina prevede, si avventura in un’indagine interiore ritrovandosi completamente trasformata.

Il libro diventa una ricerca spirituale, la storia di un dilemma tra parlare e tacere. Alla fine si supera il senso di colpa, si vincono le incertezze e la protagonista prende possesso di sé, del suo corpo e della mente.
Le mie pagliuzze è anche quindi la storia di un romanzo che si fa, che scrive se stesso, la narrazione del superamento di un contrasto, un libro di ricordi, certo, ma rivolto al futuro e non ripiegato sul passato. La scrittura è strumento di liberazione e rinascita di un’identità. La protagonista ha trovato in se stessa la forza di creare un romanzo e con lui ri-creare la propria vita annullando anche la distanza temporale tra infanzia ed età adulta nella riconquista di momenti che le erano stati rubati.

Il libro inizia evocando il libro:

«Ho quasi completato la formula, fra un po’ sarò in grado di intraprendere il viaggio. Spero che questa volta funzioni, non voglio una nuova delusione. Vediamo, mi sembra di avere tutto: la lista delle cose da cambiare, le forbici per tagliare di più… Sì, ho anche il diario dove scrivere ciò che non voglio dimenticare.»

e termina parlandone di nuovo

«Ora della mia libreria c’era uno spazio vuoto, il posto giusto dove sistemare il libro […] il mio mondo capovolto.»

Tra i due momenti, una vita sbagliata cui si accenna con un verbo al passato nelle righe finali del romanzo. Il cerchio si chiude: il mondo non è più capovolto.

 
 
 
 
 

Spazio e armonia

Vagabondando tra libri, fogli, immagini, pensieri  e riflessioni.

Paul Eluard, Le visage de la paix, 1951, éd. La Pléiade
(cliccare sull’imagine per ingrandire)

[I]
Conosco tutti i luoghi dove abita la colomba
e il più naturale è la testa dell’uomo.

[2]
L’amore della giustizia e della libertà
ha prodotto un frutto meraviglioso.
Un frutto che non marcisce
perché ha il sapore della felicità.

[3]
Che la terra produca, che la terra fiorisca
che la carne e il sangue viventi
non siano mai sacrificati.

[4]
Che il volto umano conosca
l’utilità della bellezza
sotto l’ala della riflessione.

[5]
Pane per tutti, per tutti delle rose
L’abbiamo giurato tutti
Camminiamo a grandi passi
E la strada non è poi tanto lunga.

[6]
Fuggiremo il riposo, fuggiremo il sonno,
Coglieremo veloci l’alba e la primavera
E prepareremo giorni e stagioni
A misura dei nostri sogni.

[7]
La bianca illuminazione
Di credere tutto il bene possibile.

[8]
L’uomo in preda alla pace s’incorona di speranza.

[9]
L’uomo in preda alla pace ha sempre un sorriso
Dopo tutte le battaglie, per chi glielo chiede.

[10]
Fertile fuoco del grano delle mani e delle parole
Un fuoco di gioia si accende e ogni cuore si riscalda.

[11]
La vittoria si regge sulla fraternità.

[12]
Crescere non ha limiti.

[13]
Ciascuno sarà vincitore.

[14]
La saggezza è appesa al soffitto
E il suo sguardo cade dalla fronte come una lampada di cristallo.

[15]
La luce scende lentamente sulla terra
Dalla fronte del più anziano passa al sorriso
Dei bambini liberati dal timore delle catene.

[16]
E pensare che per tanto tempo l’uomo ha intimorito l’uomo
E fa paura agli uccelli che portava nella sua testa.

[17]
Dopo aver lavato il suo viso al sole
L’uomo ha bisogno di vivere
Bisogno di far vivere e si unisce con amore
Si unisce all’avvenire.

[18]
La mia felicità è la nostra felicità
Il mio sole è il nostro sole
Noi ci dividiamo la vita
Lo spazio e il tempo sono di tutti.

[19]
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.

[20]
Eravamo nel millenovecentodiciassette
e conserviamo la percezione
della nostra liberazione.

[21]
Noi abbiamo inventato gli altri
Come gli altri ci hanno inventato
Avevamo bisogno gli uni degli altri.

[22]
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

[23]
Riempiremo l’innocenza
Con la forza che così a lungo
Ci è mancata
Non saremo mai più soli.

[24]
Le nostre canzoni chiamano la pace
E le nostre risposte sono atti per la pace.

[25]
Non è il naufragio è il nostro desiderio
A essere fatale e la pace inevitabile.

[26]
L’architettura della pace
Poggia sul mondo intero.

[27]
Apri le tue ali bel volto
Imponi al mondo di essere saggio
Poiché noi diventiamo veri.

[28]
Diventiamo veri insieme grazie allo sforzo
Alla nostra volontà di dissipare le ombre
Nel corso folgorante di una nuova luce.

[29]
La forza diventerà sempre più leggera
Respireremo meglio canteremo a voce più alta.

Paul Eluard, Il volto della pace, 1951 ¹

Ventinove quadri con pennellate di parole, arricchiti, nell’edizione originale Cercle d’Art del 1951, da ventinove illustrazioni di Pablo Picasso.

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Variazioni sul tema della colomba e il viso di Françoise Gilot, sua compagna dal 1943 al ’53 nonché modella, musa ispiratrice e madre di Paloma (colomba in spagnolo) e Claude. L’artista le utilizza per rappresentare il tema della pace.

Un simbolo caro a Picasso che già l’aveva proposto nell’aprile 1949 in occasione del Congresso Mondiale dei Combattenti per la Pace svoltosi a Parigi, il primo incontro tra stati che avevano aderito al Movimento per la Pace nato l’anno precedente a Breslavia in Polonia.

Una colomba dal folto piumaggio, a terra, con grosse zampe, per il cui disegno il pittore si era ispirato alla silhouette di un piccione milanese, regalo di Matisse notoriamente amante di questi pennuti.

Henri Matisse fotografato da Cartier-Bresson nella sua casa a Vence, 1944

Una colomba ben diversa da quelle che Picasso disegnerà più tardi da quando gli chiesero di creare ancora un emblema della Pace in occasione del Congresso del movimento pacifista a Vienna nel 1952. Ancora una paloma, questa volta però in volo e dedicata inoltre, nelle Lettres Françaises di novembre-dicembre 1952, alla memoria dell’amico Paul Eluard, morto il 18 novembre dello stesso anno.

Pablo Picasso lithograph, Colombe Volant, 1952

Seguirà la serie di Colombes de la Paix, la prima dipinta nel 1961, numerose versioni  raffiguranti tutte la colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.

Pablo Picasso lithograph, La colombe bleue, 1961

L’origine dell’immagine? Si pensa immediatamente al libro della Genesi, alla colomba che Noè ha inviato per due volte fuori dall’arca dopo il diluvio. Alla seconda uscita, l’uccello ritornò con l’ulivo, segno che le acque erano scese e la terra riemersa si presentava di nuovo abitabile.

Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.
Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori…
Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra…
con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece. (Genesi 6, 12-22)

Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrò nell’arca Noè con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli: essi e tutti i viventi secondo la loro specie e tutto il bestiame secondo la sua specie e tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la loro specie, tutti i volatili secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui è il soffio di vita. Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio: il Signore chiuse la porta dietro di lui.
Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca che si innalzò sulla terra. Le acque divennero poderose e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque si innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.
Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta morì.
Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni. (Genesi 7, 12-24)

Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo; le acque andarono via via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni. Nel settimo mese, il diciasette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.
Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui. (Genesi 8, 1-12)

L’acqua può distruggere, ma pulisce e purifica. Non è il “naufragio a essere fatale”, scrive Eluard. La colomba vola via e non ritorna più in uno spazio chiuso.

La vita è altrove: in un’ipotetica casa della felicità, la facciata è aperta, le chiavi tintinnano e cantano, non chiudono, la porta è un trampolino di lancio, le finestre un’apertura per un viaggio nel mondo. Il movimento è centrifugo, spinta costante che sposta sempre più lontano con continui balzi in avanti.

L’essenziale si nutre di spazio, preferibilmente con sviluppo verticale ascendente, nella maggioranza dei casi orizzontale, mai discendente. Condividere e con-vivere è passare dalla casa alla strada, dalla strada alle piazze, dalle piazze alle pianure sconfinate. Salire è progredire. “Crescere non ha limiti”, scrive ancora Eluard.

Spazio aereo, quindi: ed ecco il vento, la brezza, la colomba, le piume, le ali. Per Eluard, l’aria è per eccellenza l’elemento dell’interscambio, abbrevia le distanze, è compartecipazione,  libertà, “speranza“. È una dimensione anche interiore: la “testa dell’uomo” diventa allora la dimora “naturale” della colomba. La “riflessione” ha le ali, scrive. La sua colomba, e quella picassiana il cui becco è inoltre proteso verso l’alto, sono pertanto metafora di un canto poetico-pittorico ad armonia, unione e concordia.

Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

 

 

¹ Traduzione di Primula ©

 

 

 

Amatrice si arricchisce di libri

 

immagine dall’archivio di RietiLife

 

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dall’archivio di RietiLife

 

L’iniziativa Un libro per Amatrice non ha conosciuto battute d’arresto in questi mesi e i contributi sono stati numerosi. Sabrina Vecchi, la giornalista di RietiLife che nel settembre dello scorso anno ha avuto la brillante intuizione del progetto, mi conferma: «Tutto procede bene in attesa che il sindaco (di Amatrice, n.d.r.) dia l’ok per portarli su!». Il tono è vivace, Sabrina appare soddisfatta e ringrazia di cuore chiunque abbia accettato di collaborare.

 

Il 31 marzo 2017, ha pubblicato un breve articolo per ricordare la proposta e aggiornare sull’andamento.

 

RietiLife per la biblioteca di Amatrice: autori, continuate a mandare i vostri libri!

Continuano ad arrivare presso la redazione di RietiLife libri con dedica degli autori da destinare alla ricostruzione della biblioteca di Amatrice completamente devastata dal terremoto del 24 agosto 2016. L’iniziativa, ideata dalla nostra testata e sposata con entusiasmo dal bibliotecario e dal sindaco di Amatrice Sergio Serafini e Sergio Pirozzi, si propone di ricreare occasioni di svago ed evasione ed ha come scopo ultimo quello di ricostruire il tessuto culturale del paese.

A partire dal primo donato dal grande Luis Sepulveda, oggi sono moltissimi gli autori, celebri ed esordienti, che hanno inviato il proprio libro con dedica: dai fumetti ai saggi, dai romanzi ai libri per ragazzi, ai fotografici inviati dai club sportivi, alle biografie.

RietiLife avrà cura di informare lettori e donatori sull’evoluzione del progetto, fino alla consegna dei libri, che avverrà nel momento in cui sarà individuato dal sindaco uno spazio idoneo ad accogliere i volumi. Nel frattempo, chiunque abbia scritto un libro può proseguire a inviarlo nella nostra redazione con una dedica indirizzata ai lettori della “nuova” biblioteca di Amatrice. Se volete partecipare scriveteci alla nostra mail: info@rietilife.it.

RietiLife, Sabrina Vecchi, 31/03/2017

 

 

 

Dalla parte dei bambini

A ridosso del 19 marzo, data in cui si celebra la festa del papà, non si fanno attendere le polemiche anche in assenza di recenti fatti di cronaca che possano generarle o di narrazioni che li mettano in prima pagina.

In rete, da giorni, circolano articoli che raccontano di come in un asilo nido di Milano sia stato deciso di abolire la tradizionale preparazione di regalini e bigliettini per il proprio genitore. Ne parla ovviamente Il Corriere, seguono a ruota La Stampa, Il Fatto Quotidiano e altre testate. Motivo della scelta? Non discriminare i bambini che hanno due mamme o sono comunque figli di coppie gay. Immancabili le proteste di Fratelli d’Italia, Lega Nord e di chiunque abbia sfruttato l’occasione per strumentalizzare l’accaduto.

È proprio un pezzo del Fatto a essere condiviso ripetutamente e a diffondersi come un meme.

Retweet a raffica, commenti indignati dai classici «Vergogna!» o «Come siamo caduti in basso», all’attacco contro una minoranza «per giunta snaturata» e l’immancabile riferimento all’abolizione del presepe natalizio nonché della festa di San Giuseppe per non offendere i musulmani. Per non parlare infine del collegamento alla teoria gender… Attraverso il passaparola, ognuno ha aggiunto il proprio ingrediente preferito nel calderone generale. In coda, e rigoroso ordine cronologico, lo stralcio di una pagina del Giornale.

cliccare sull’immagine per ingrandire

Nel fervore della provocazione, nessuno si accorge che gli articoli, e quindi il fatto contestato, risalgono a marzo 2016. Insomma, in mancanza di materiale più recente si rispolverano servizi giornalistici datati. Eh già, un episodio analogo succederà pure anche quest’anno! Ne ricordo uno simile in un asilo di Roma, se non erro accaduto nel 2013, e ancora due anni più tardi in una scuola materna sempre della capitale.

Ogni Natale ha le sue contestazioni sul mancato allestimento del presepe, ogni 19 marzo e ogni maggio in occasione della festa della mamma annoverano critiche sull’esclusione di letterine e filastrocche, sul ripudio di pensierini e pacchetti regalo. Ormai è consuetudine. La necessità di creare un caso sempre e comunque è diventato un must. Pare proprio non si riesca a evitarlo.

È ormai noto a chi passa spesso da queste parti come non ami le “giornate dedicate a…”, in particolare quelle che hanno assunto nel tempo un mero significato commerciale. Possiamo tuttavia definirle nocive o addirittura offensive? Ledono davvero la dignità o i principi di qualcuno?

Rifletto partendo dal caso in questione. Alcuni bambini hanno due mamme, quindi non conoscono una figura maschile che possano chiamare “papà”. La maggioranza dei loro compagni invece sì. Decisione della psicologa di turno: abolizione della festa e spazio a una generica festa della famiglia.

Non intendo affatto discutere la questione delle unioni gay, non è questo il punto, almeno per me, in una simile vicenda: sono profondamente convinta che uno stato laico debba garantire i diritti di tutti, ma di tutti appunto. Non è da trascurare, inoltre, che spesso i provvedimenti della scuola in tali cirscostanze non sono affatto sollecitati dai genitori omosessuali che, anzi, interpellati sull’argomento, dichiarano di non avere alcuna preclusione nei confronti di “festa del papà, della mamma, dei nonni”… Insegnanti e psicologi ritengono invece che siano discriminanti. Ma per chi? mi chiedo, se nemmeno gli adulti interessati inoltrano richieste al riguardo? Lo stesso vale per la questione presepe natalizio. Quante volte ho visto in reportage televisivi, ma anche con i miei occhi, genitori musulmani allibiti di fronte alle proteste per il mancato rispetto della tradizione quando a loro non importa nulla di grotte, mangiatoie e Gesù bambini, anzi i loro figli si divertono pure a creare decorazioni e preparare scenografie?

È il punto di vista “a rovescio”, il capovolgimento di un tranquillo e sereno modo di ragionare di alcuni che mi lascia perplessa e ritengo un’inutile ostentazione.

Ribaltiamo la situazione: la maggioranza dei bimbi figli di coppie gay, uno solo o pochi inseriti in una famiglia, definiamola, tradizionale. Quale sarebbe stata la scelta? È proprio necessario porre sempre la questione in termini di salvaguardia? O è piuttosto più razionale lasciare che si vivano i momenti nel loro naturale accadimento?

Mi piacerebbe prevalesse sempre il buon senso dell’educatore. Nel caso di specie, questi bambini hanno già fatto un consistente percorso di vita insieme, di un anno o forse più, hanno giocato e lavorato in gruppo. Le classiche frasi «mio papà ha detto….», «mio papà ha fatto ….», «mio papà è ….» saranno state ovviamente pronunciate tra loro, è del tutto normale! Inoltre, sono bimbi piccoli e non hanno sovrastrutture mentali, vedono fatti e persone per ciò che sono, non interpretano, constatano. I traumi emergono solo nei giorni antecedenti il 19 marzo o la festa della mamma? In occasione di una poesia da recitare e dedicare al padre o alla madre e di una letterina con gli stessi destinatari? Se insegnanti e psicologi  non hanno mai rilevato disagio nel comportamento di bambini con due mamme o due papà  significa, a mio avviso,  che questo non esiste o che la loro attenzione è stata davvero minima. Con ogni probabilità, i piccoli non si sono mai sentiti discriminati tra loro prima della decisione presa dai “grandi” che farà ora conoscere a questi innocenti il concetto di diversità. Perché in altre scuole materne o asili nido si festeggerà il papà, alcuni loro amichetti ne parleranno e le domande seguiranno.

Sostengo da sempre che le occasioni andrebbero ogni volta trasformate in opportunità. Festa del papà? Bene, ogni bimbo prepara un lavoretto per il proprio genitore, un regalo in una giornata particolare per testimoniare l’affetto. Punto. Non vorrei banalizzare, ma chi addirittura di papà ne ha due raddoppia 😉 Chi si ritrova invece due mamme, ha una duplice occasione: il 19 marzo e il mese di maggio. Perché no? Il tutto svolto nella più semplice naturalezza, linguaggio che i bambini capiscono molto bene se gli adulti non lo deformano. Adotterei lo stesso atteggiamento durante i giorni del Natale che offrono persino la splendida possibilità di sfruttare l’aspetto culturale almeno con gli alunni più grandicelli.

Ho perso la mamma all’età di sette anni. Ho quindi trascorso il periodo della scuola elementare a scrivere letterine in occasione della festa della mamma, eppure non l’ho mai vissuto come uno shock, a parte il dispiacere di non avere mia madre accanto. Ero piccola, ma abbastanza sveglia per capire che le parole sarebbero comunque arrivate a lei in un modo nuovo e che lei le avrebbe lette in un modo nuovo. La mia famiglia non appariva simile a quella dei miei compagni. Era in ogni caso un nucleo affettuoso, per cui non ho mai percepito una sensazione d’isolamento nemmeno a scuola. Ho provato invece turbamento e subbuglio quando papà, risposandosi, ha cercato di ridarmi una “famiglia normale”: lo era per gli altri, non per me. Per il mio cuore e la mia giovane mente era meglio prima.

Sarebbe opportuno collocarsi sempre dalla parte dei bambini, non gettare su di loro le frustrazioni del nostro mondo di adulti con sovrastrutture e logiche talora rovesciate o quantomeno poco lineari.

Lo spettacolo (non) è finito

sipario 1

Tempo fa mi sono avventurata in una narrazione allegorica. È trascorso qualche anno e il divertissement letterario cede il passo all’amarezza del reale. La prossimità con l’attualità è molto evidente, la domanda iniziale ha perso l’ apparente ingenuità per trasformarsi in un malizioso quesito retorico. Il giullare ripropone il suo racconto, una saga iniziata secoli fa e che, ne è convinto, potrà durare molto a lungo.

Fiaba o realtà?

 

C’era una volta una zona del globo a forma di stivale con tacco e punta immersi in un mare stupendo e a contatto con altri splendidi terreni. La cultura vi era padrona: Arte e Lettere passeggiavano a braccetto visitando le varie Contee e lasciando ovunque traccia del loro passaggio. Viandanti e pellegrini provenivano da ogni parte del mondo per ammirarne la grande bellezza. In questo lembo di terra, nel tempo, iniziarono a nascere aggregazioni importanti: associazioni di individui al servizio del bene comune operavano per salvaguardare il benessere, garantire diritti, vegliare sull’osservanza dei doveri.

E fu la legge. E fu la partecipazione degli abitanti le contee per nominare i propri conti e relativi consiglieri, poi su su fino alla punta della piramide.

Essere in alto provocava vertigine e un senso di disagio. Qualcuno, tuttavia, stanziale, si abituò a queste altitudini, cominciò a respirare meglio, a sentirsi bene quasi in uno stato di ebbrezza.

E fu il potere. E fu il dominio. E fu il predominio.

Nacque Senilità, un gruppo d’individui che, partendo dalla Contea principale, allungarono i  tentacoli in varie direzioni lungo lo stivale.
«Abbiamo esperienza» dissero e tanto bastò per certificarli abili gestori della cosa pubblica con conseguente rapidissima metamorfosi in manipolatori d’istituzioni e creatori di profitto a tutti i costi.
Questi “signori” che pensavano di potere comprare tutto, speculare su cose e persone, finanche su indigenza e bisogno, non calcolarono però che il meccanismo così ben congeniato, studiato nei minimi dettagli, perfetto ai loro occhi, potesse a un certo punto urtare un ostacolo e avere una battuta d’arresto. Il motore cominciò a battere in testa.

Spuntò Gioventù, un’ampia schiera di persone per bene, una maggioranza fino a quel momento troppo silenziosa che iniziò a fare sentire la propria voce. L’eco del suo ardore si sparse per le Contee sostenuta da Purezza, Onestà, Giustizia.

E fu guerra, non di armi ma di valori contro disvalori.

«Sono folli! Vivono al di fuori della realtà! La loro passione fatta solo di cuore non servirà a nulla. Occorrono testa, tanto cervello, molta furbizia. Loro non sono in grado, non conoscono Scaltrezza!»

Mentre Senilità pronunciava queste parole, si voltò e vide un gruppetto di nuove leve, timide, in disparte, timorose.

«Ma guarda che giovani rampolli! Venite … Venite … v’insegnerò la vita, quella vera, un meraviglioso ingranaggio in cui diventerete ruote motrici.»

Li acchiappò con seduzione, li educò in tutta fretta e modellò a sua immagine, facendone copie e facsimili.

Ebbene, Gioventù urlò il suo «Non ci sto!». Non voleva crescere, diventare “adulta” se questo comportava tramare nell’oscurità, progettare all’ombra, calpestare chiunque come un sigaro ciccato, sfruttare persino una condizione simile a un mozzicone di sigaretta. Se qualcuno deragliava, era cacciato dalla porta principale del maniero: nessuna attenuante, nessuno sconto. Non si poteva tradire il motto inciso all’ingresso del castello

targa scritta

Per Senilità, Esperienza e Saggezza erano lontanissime conoscenti. Nelle sue lande, inesistenti i matrimoni con Onestà e Moralità, brave fanciulle bramate dai conti per la loro aria di primavera da trasformare in vento di tardo autunno. Bruciavano dal desiderio. Le ragazze preferivano tuttavia prati verdi e fiori freschi.

Per Gioventù non esisteva età: nella sua terra si viveva grazie agli anni del cuore, a purezza e ardore, a sfida e passione, nulla a che vedere con lo scorrere cronologico del tempo.

Se Senilità non avesse sputato insieme al suo catarro quella sfumatura di anima di cui è dotato ogni essere vivente, se Gioventù avesse avuto il suo stesso raggio d’influenza, se il suo anelito verso il nuovo, il davvero vergine, avesse potuto percorrere strade senza barriere, allora il mondo sarebbe stato ciò che DOVEVA essere.

Fiaba o realtà? Utopia o possibilità? Al lettore la scelta.

Il cantore che, accompagnato dalla sua lira, ha narrato nei principali castelli delle Contee questa epopea del Malaffare e l’allegorica lotta tra la lestofante Senilità e la proba Gioventù conclude, sempre in musica, con questo auspicio

Verrit humum bene scopa recens ¹

e saluta con il consueto finale

Acta est fabula ²

giullare

¹ scopa nuova spazza bene la polvere
² lo spettacolo è finito