Informazioni su Primula

Nata a Cremona il 23 marzo 1957, docente di Lingua e Letteratura Francese presso il LIceo Linguistico "Beata Vergine" di Cremona. Successivamente attiva presso l'agenzia letteraria Herzog sul lavoro del traduttore letterario. Appassionata di narrativa, poesia e Storia, oggi traduttrice, blogger, scrittrice, editor e redattrice per la rivista letteraria "Librarsi" di Apostrofo Editore.

La montagna parla ai sensi

La poesia è sempre in agguato quando sono in questo angolo di paradiso. Spesso tuttavia non servono molti discorsi : una simile bellezza parla alla vista.

 

 

Camminare, osservare, ammirare, non fermare gli occhi all’orizzonte ma puntarli dritti all’infinito.

Assenza di rumore confuso, solo il ritmo di passi su sentieri rocciosi o terreno erboso. L’udito apprezza, gode di tonalità quasi dimenticate, ritrova la sensibilità che la città ha anestetizzato. Per qualche giorno è stato, è e sarà così.

Sensazione di libertà: non importano né abbigliamento né pettinatura, alla montagna vera non interessa chi si è e cosa si fa nella vita, le sta a cuore dove si sta andando e come si percorrono le sue strade. Con rispetto, pazienza e tranquillità.

And you think you have to want more than you need
Until you have it all, you won’t be free

Society, you’re a crazy breed
…………………
Society, crazy indeed

Queste parole, tratte dal brano Society di Eddie Vedder – come non rivivere Into the Wild ? – le ho canticchiate mentre giravo il video e sentite molto vicine ai miei pensieri, al desiderio di a bigger place e more space.

 

 

Qui la base musicale non serve, la colonna sonora è naturale…

Il profumo di pini mescolato all’olezzo di stalla è cornice al tatto che carezza l’acqua fredda mentre spruzzi freschi punzecchiano la pelle.

Quest’anno la cartolina da quassù è il dinamismo delle sensazioni.

 

 

Be original

 

Cara B.,
ti incontro per caso girovagando sul web ed è autentico coup de foudre… Come ben saprai, una bohémienne non è stanziale, ma curiosa, impaziente di conoscere, leggere e approfondire. Vedo te, o meglio ciò che scrivi, ed esplode stupore immediato!

Ci accomuna l’amore letterario per Rimbaud, per la stessa poesia Ma Bohème; entrambe, con toni entusiastici, accostiamo l’invito all’ebbrezza, che Baudelaire esclama nei Petits Poèmes en Prose, al “desiderio di avventura”, al “vagabondare fisico e mentale” del “poeta errante” rimbaldiano, visti da noi due come “una condizione di grazia mentale” che permette di cogliere e vivere “le emozioni e la bellezza in una dimensione sublimata.”

La sorpresa inoltre nell’apprendere che una ragazza di ventiquattro anni – ebbene sì, ho sbirciato l’about del tuo blog – concepisce “l’atto della scrittura come un peregrinare nell’esistenza”, un “cammino emozionale e razionale”! Ma è meraviglioso! Ci separa un consistente lasso di tempo – quasi quarant’anni – e ciononostante abbiamo sensibilità così affini? Talmente simili da essere identiche?

Ammetto che sono soddisfazioni per chi ha insegnato molti anni, ha speso energie, profuso impegno con ragazzi della tua età e oltre, per farli crescere nell’autonomia di pensiero, maturare nella capacità di assimilare un’idea, renderla propria per poi rielaborarla e riformularla in contenuti rinnovati se non nuovi.

Dolce B., dagli occhi sognanti e lineamenti angelici – così appari nelle pic su Facebook – hai “deciso” di “ubriacarti con Rimbaud e la sua Ma Bohème” in un “oggi” (sono parole tue) che porta la data 6 aprile 2016. Dev’essere stato un periodo importante per te, ti ritrovo infatti anche altrove , il 19 aprile dello stesso anno.

Peccato che la tua esortazione “ci inebriamo di vita e parole”, insieme alle altre riflessioni segnalate in precedenza, riposino sin dal lontano 20 novembre 2012 in un’isoletta dell’oceano di WordPress che, guarda caso, è denominata proprio Ma Bohème.

Il primo articolo di questo sito, in cui intuisco ti sia sentita a tuo agio, è appunto Perché Ma Bohème: ne giustifica nascita e percorso, offrendo una chiave di lettura di testi e autori citati assolutamente personale e originale. Puoi cercare, non la troverai in alcun manuale di Storia della Letteratura francese o saggio critico. È talmente fondamentale per comprendere il senso del viaggio che qui si propone da essere diventato una pagina consultabile in qualunque momento. Ma credo tu lo sappia bene…

I nostri due perché – costato che il titolo ti è piaciuto…- sono a disposizione di lettrici e lettori, e anche tua, per il confronto: il mio, il tuo, secondo un rigoroso ordine cronologico.

Vedi B.? Non basta aggiungere una citazione di Goethe, modificare “afferrare” in “acciuffare”, indicare il titolo Poemetti in Prosa in lingua originale o inserire un’immagine diversa per evitare la definizione di copia incolla! Il sonetto di Rimbaud in cui ti sei “ubriacata” è inoltre nella versione tradotta da me, come ho opportunamente indicato. È sufficiente sovrapporla alle traduzioni dello stesso testo che circolano in rete o sono pubblicate su libri cartacei per cogliere la differenza: un sito interamente dedicato a Rimbaud, PoesieRacconti, le poesie di Rimbaud a cura di Vignolo Gargini, Diana Grange per Mondadori, Laura Mazza per New Compton, Marziano Guglielminetti per Garzanti, Fulvio Ambrosi per Fermento, Ivos Mangoni per Feltrinelli, Gianni Nicoletti per Economici Newton, Gian Piero Bona per Einaudi. Scelta molto ampia, come vedi, e forse l’elenco non è completo.

Cara B., ritieni che mi stia lamentando o rivendichi chissà che?

Non ho il monopolio di sentimenti ed emozioni e sono convinta che le idee vadano diffuse per evitare che ammuffiscano rinchiuse in una scatola destinata invece a essere aperta da più persone grazie alla circolazione del pensiero. Posso allora considerarmi una sorgente d’ispirazione e giudicare il tuo articolo un’imitazione creativa? L’onestà intellettuale richiede quindi la citazione della fonte, si insegna banalmente anche a scuola, i tuoi prof  l’avranno ripetuto – spero – molto spesso. Vogliamo definire la situazione un prestito? Bene, ciò che si prende in prestito di solito si restituisce, il riferimento alla tua musa diventa pertanto un atto dovuto. Infine, se ti sei identificata in ciò che hai trovato qui, bastava dirlo e chiedere…

Non cito Creative Commons, anche se è qui che ti guarda, o la legge 22 aprile 1941 n. 633 riconfermata e consolidata al 6 febbraio 2016 (DLgs 15 gennaio 2016, n. 8) sul diritto d’autore che ti osserva da lontano.

Cara ingenua B., la rete non nasconde nulla e ora non sei più una fanciulla inesperta, sei laureata in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano, collabori con ArtsLife e scrivi articoli su mostre d’arte. Sei senza dubbio una professionista… Mi auguro che i tuoi lavori abbiano seguito e, soprattutto, siano frutto di analisi personali.

Sarà mia premura inviarti questa lettera, i miei saluti, confidando nel tuo adesso-so-cosa-devo-fare.

Primula

 

 

Istantanee di luglio

Pesca a spicchi,

sapore di estate –

Barche salate.

 

 

Farfalla danza

su spartito dorato –

Frale ventaglio.

 

 

Ricci di luce –

Già diventa un oggi

l’ancóra ieri.

 

 

L’estate del Villaggio

 

Paolo Villaggio e Faber, l’amico di sempre

 

«Due giovani: io avevo vent’anni appena compiuti e una ragazza di quindici anni che poi è diventata mia moglie. Eravamo abbracciati in un boschetto di pitosforo in una notte di primavera incredibile… Abbraccio questa ragazza, ne ero attratto fisicamente… Mi venne un’idea balzana. C’era un venditore di pezzi di noce di cocco, corro fin lì e dico:
«Mi dia un bicchiere.»
«Cosa vuole dentro?»
«Solo un bicchiere.»
Perché? Il cielo era a quei tempi, tempi non inquinati, pieno di lucciole lampeggianti in una notte senza luna. Allora, ho riempito il bicchiere di lucciole, l’ho rovesciato sul palmo della mano destra e con questa luce, una lanterna magica, ho illuminato il viso di mia moglie. L’emozione è stata enorme… Ho scoperto, a quella luce speciale e magica, qualcosa che non avevo visto mai alla luce solare: tante piccole lentiggini. Posso confessare che quello è stato di gran lunga il momento più felice della mia vita.»

Parole che un Paolo Villaggio anziano ed emozionato pronuncia in un’intervista a Porta a Porta del 6 febbraio 2015. Raccontandosi a Bruno Vespa, ricorda l’amicizia e la collaborazione con Fabrizio de André, la celebre Carlo Martello peraltro lato B di un 45 giri del 1963 il cui brano principale è Il fannullone. In entrambi i casi, Villaggio scrive i testi. Riconosce in Canzone dell’amore perduto dell’amico Faber il brano d’amore «musicalmente più valido.»

Ho riletto altre sue dichiarazioni in un articolo dell’agosto 1992 comparso su Repubblica , anche in questa occasione un Villaggio ventenne e innamorato.

«Maura era di un carineria assoluta. Io la vedo bellissima anche oggi, figuriamoci com’era irresistibile a sedici anni. Non ci siamo più lasciati. Era il ’53, nel ’59 ci sposammo. La canzone del nostro amore, la canzone della nostra prima estate era… Ma lo sa che non c’ erano belle canzoni, a quell’epoca? Senza fine e Il cielo in una stanza arrivarono molto dopo, negli anni Sessanta. La canzone che vide divampare il nostro amore invece diceva così: Che mele, che mele, sono rosse come il miele, un motivetto molto allegro di Gorni Kramer.»

In seguito, le sue estati.

«Avevo vent’ anni e praticamente vivevo ai Bagni Lido di Genova. Da noi non esisteva l’ estate intesa come vacanza, come viaggio, come andare altrove. La vacanza la facevi lì, a quaranta metri da casa. Si cambiava tipo di letture, un po’ meno impegnative data la stagione: si leggevano Urania e molti libri gialli, e si passava tutta la giornata al mare. Che naturalmente non era inquinato. Che aveva la riga del bagnasciuga piena di pomodori di mare. E aveva quella cresta che si chiama passeggiata dei granchi piena di ricci. Pesci-scoglio in quantità. Tanti gabbiani. E i cormorani… La nostra casa in corso Italia era inondata dal salino. Se stavi con la finestra aperta e poi ti passavi la lingua sulle labbra erano salate. I viali di tigli mandavano un profumo aristocratico, appena percettibile. Stordiva invece, a primavera, l’odore del pitosforo. Fare il bagno di notte, nelle notti senza luna, produceva un curioso effetto fosforescenza, la scia come quella di una cometa, stelline d’argento come in un cartoon di Walt Disney. Oggi credo che quella fosforescenza non esista più neanche ai Caraibi. E poi c’erano le mitiche lucciole di Pasolini. Migliaia e migliaia all’ inizio dell’ estate. Maura la illuminai con un bicchiere pieno di lucciole, una sera, nel boschetto dei pitosfori; non ho più smesso di amarla.»

«Il maestro Gimelli suonava la fisarmonica e le sue due sorelle – carine, capelli rossi, molto corteggiate – cantavano. Da un lato stavamo noi, dall’altro le ragazze. Portavano gonne scampanate molto larghe, si truccavano poco, avevano i capelli ancora umidi di mare e non usavano né deodorante né profumo. Quando ti piacevano, il loro odore era meraviglioso. Bevevano gazzosa, orzata, chinotto. La coca cola non me la ricordo, gli alcolici erano impensabili. Noi ragazzi portavamo gli zoccoli con la fascia di spugna, pantaloni con le pinces color carta da zucchero poiché i jeans non esistevano, e magliette da gondoliere a rigoni bianchi e rossi oppure bianchi e blu. Io ero un pessimo ballerino con mani spugnate, ma mi lanciavo ugualmente perché la danza era l’ unica occasione per avvicinare una donna. Si ballava il mambo, la raspa, il fox, lo slow, e le canzoni duravano anche quattro estati… Quando si ballava, o si tentava di ballare il boogie-woogie, ci levavamo gli zoccoli che puntualmente ci venivano rubati. La nostra canzone, credo fosse una raspa, era deliziosa. Diceva: che mele, che mele, sono rosse come il miele, sono rosse, sono grosse, sono buone da mangiare, abbiam pure le banane, il cocco e l’ananàs, tutta frutta prelibata che vien da Caracàs. Quell’ Italia così di provincia era un incanto. Maura era un tipo bizzarro e anticonvenzionale. Stavamo insieme dalle nove del mattino a mezzanotte senza stancarci mai e mia madre era assai diffidente perché in quegli anni le ragazze non avevano il permesso di uscire di sera.»

È questa l’immagine di Paolo Villaggio che mi accompagnerà: la dolcezza nei sentimenti, la poesia nelle descrizioni, insieme ai suoi monologhi televisivi ricchi di comicità paradossale, iperbolica, a tratti surreale, lo straordinario acume che gli faceva esprimere giudizi intelligentemente tranchant. Non è stato solo Fantozzi e Fracchia, ma anche magnifico interprete con Monicelli, Luciano Salce, Corbucci, Comencini e Pupi Avati per citare sono alcuni grandi maestri con cui ha lavorato. Non scorderò mai il prefetto Gonnella in La voce della luna di Fellini o il colonnello Sebastiano Procolo in Il segreto del bosco vecchio di Olmi, ruoli che gli valsero il David di Donatello nel ’90 e il Nastro d’argento nel ’94 sempre come migliore attore protagonista.

Nei numerosi memoriali comparsi su varie testate, mi stupisce che sia  ricordato soprattutto come il ragionier Fantozzi. Splendida caricatura, senza dubbio, rappresentazione tragi-comica di una realtà personale e lavorativa. Ho riso e mi sono commossa con i quadri grotteschi pennellati nei libri, in particolare il primo del ’71, dal linguaggio imprevedibile, volutamente scorretto, caustico e sardonico nel dipingere un ambiente di prevaricazione e vessazione. Ho amato molto i romanzi, un po’ meno i film in tutta sincerità. Ho sempre considerato Villaggio prima di tutto scrittore e autore.

Non piaceva a tutti, ma non gliene importava nulla. Credo che oggi riderebbe dell’attenzione che gli è riservata anche da chi, in vita, l’ha criticato e ha preso le distanze. Lo disse pure nell’intervista del ’92 a Repubblica:

«Come molti attori e molti artisti che si distruggono con le loro mani, anch’io provo un’enorme curiosità per quell’evento, so che la morte mi darà finalmente una vera grandissima emozione. Sarà un gran funerale, il mio. Verranno anche tutti quegli intellettuali che oggi mi snobbano e non mi salutano, e che mi hanno costretto a cambiare vita, a fare l’attore per davvero.»

Un saluto, quindi, e un grazie con una scena tratta dal film Il Belpaese di Luciano Salce, pellicola del 1977, storia di Guido Belardinelli  ambientata negli anni di piombo, un italiano medio che incappa, suo malgrado, nella criminalità organizzata ma incontra Mia. E l’Italia, che avrebbe voluto lasciare di nuovo ripartendo per la piattaforma petrolifera da cui era ritornato, gli appare diversa. Un lavoro secondo alcuni non perfettamente riuscito – e mi dissocio – una trama in certi momenti datata, ma non certo nella scena finale.

 

 

 

Don Primo Mazzolari, “preti così”

 

Martedì 20 giugno 2017, Bozzolo: un piccolo centro tra Cremona e Mantova, e in provincia di quest’ultima, con poco più di quattromila abitanti, accoglie papa Francesco per un pellegrinaggio sulla tomba di don Primo Mazzolari. Grande uomo, prete di spessore, punto di riferimento per molti ragazzi della bassa padana che, attorno agli anni ’40, iniziano a frequentare sempre più numerosi la parrocchia di Bozzolo benché don Primo stesso non amasse il proselitismo. Pure Guido, protagonista delle Radici nell’anima, è uno di loro. Nelle parole di questo sacerdote, i giovani di allora sentono progetti concreti, percepiscono un’apertura al mondo laico assolutamente nuova e rivoluzionaria per i tempi.

Prudenza, raccomandano i vescovi in quegli anni. Diffidenza, esprime l’autorità ecclesiastica accusandolo a torto di disobbedienza, vedendo in lui la figura di un ‘prete sociale’, attività pericolosa, fuorviante e invece così necessaria per la missione della Chiesa, arrivando a condannare nel 1935 il testo La più bella avventura poiché, secondo il Sant’Uffizio Vaticano, propone un’analisi «erronea» della parabola del figliol prodigo.

don Primo Mazzolari nel suo studio

Oggi i suoi scritti sono documenti preziosi e mi permetto di consigliarne la lettura a chi si professa legittimamente ateo, agnostico, anticlericale o indifferente e apateo. Quanta umanità in La più bella avventura (1934), terrena sofferenza in Della tolleranza (1945), laico pacifismo in Tu non uccidere (1955)! Don Primo richiama ad attivismo e azione responsabile, alla necessità di essere nel contempo cristiani, cittadini e uomini, capaci di «vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all’ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, di amarla invece di sconfessarla, di parlare attraverso tutte le voci che essa intende…», di capire «che il nostro dovere è quello di essere il ‘lievito della pasta’ più che dei bei torniti panini…» scrive nel libro La più bella avventura. Un programma d’impegno, iniziativa, superamento della contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’, «i buoni, i cattivi», dialogo e comunione con «i lontani» e chi non crede.

Il discorso che papa Bergoglio pronuncia la mattina del 20 giugno, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, mette in luce il fascino del pensiero di don Primo. È possibile ascoltarlo on line, qualche giornale riporta parti importanti, i quotidiani locali – La Provincia di Cremona, La Gazzetta di Mantova – e il sito del Vaticano pubblicano il testo integrale.

Mi fa piacere condividerlo qui, a disposizione di tutti, dei “non padani”, di chi forse non conosce don Mazzolari – in autunno inizierà la causa di beatificazione.

Abbiamo bisogno di “preti cos씹, “uomini così”, più visibili e numerosi, animati da passione e fede nell’accezione anche laica del termine in un momento storico nel quale le provocazioni culturali e religiose dilagano da varie parti, deformandosi in contrasti sociali e di civiltà, facendo perdere il senso profondo dell’adesione, di qualunque natura sia purché vissuta con autenticità. Come scrive Olivier Clément sul numero di dicembre 2003 di Vita e Pensiero, la rivista dell´Università Cattolica di Milano, «da parte nostra, siamo chiamati a un cristianesimo più profondo e più lucido, capace al tempo stesso di accogliere.» Vorrei aggiungere pure più convinto e razionale.

Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, come quest’uomo, essi danno vita a un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.
Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia” e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.

Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.

Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con se stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso. Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità». La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.

Nel suo scritto La parrocchia, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica:
La strada del lasciar fare: è quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani. Quel “balconare” la vita… Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori» del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
Il secondo metodo sbagliato è quello dell’attivismo separatista. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. È un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude le porte e genera diffidenza.

Il terzo errore è il soprannaturalismo disumanizzante. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. È la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora». Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.

La cascina, al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie” che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città. La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto».
La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze». Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il parroco dei lontani, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo. Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente». Vorrei ripeterlo questo, e ripeterlo a tutti i preti d’Italia e del mondo: «Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente.» E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, da uomo, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio. Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’ esistenza scomodante, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». Lui non faceva proselitismo. Papa Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa, il Cristianesimo non crescono per proselitismo, ma per attrazione cioè per testimonianza. È quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza. Il servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete… c’è un differenza… Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».

Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto». Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo. Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».

Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. Siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così” anche se ciò chiede di lottare con se stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni. Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro. E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».

Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, con quei bravi parroci, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza.

Così pregava don Primo

Sei venuto per tutti:
per coloro che credono
e per coloro che dicono di non credere.
Gli uni e gli altri,
a volte questi più di quelli,
lavorano, soffrono, sperano
perché il mondo vada un po’meglio.
O Cristo, sei nato “fuori della casa”
e sei morto “fuori della città”,
per essere in modo ancor più visibile
il crocevia e il punto d’incontro.
Nessuno è fuori della salvezza, o Signore,
perché nessuno è fuori del tuo amore,
che non si sgomenta né si raccorcia
per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti.

 

Papa Francesco, Bozzolo 20 giugno 2017

 

 

 

¹ Preti così, meditazioni di Don Primo Mazzolari, pubblicazione postuma, 2010