Informazioni su Primula

Nata a Cremona il 23 marzo 1957, docente di Lingua e Letteratura Francese presso il LIceo Linguistico "Beata Vergine" di Cremona. Successivamente attiva presso l'agenzia letteraria Herzog sul lavoro del traduttore letterario. Appassionata di narrativa, poesia e Storia, oggi traduttrice, blogger, scrittrice, editor e redattrice per la rivista letteraria "Librarsi" di Apostrofo Editore.

Don Primo Mazzolari, “preti così”

 

Martedì 20 giugno 2017, Bozzolo: un piccolo centro tra Cremona e Mantova, e in provincia di quest’ultima, con poco più di quattromila abitanti, accoglie papa Francesco per un pellegrinaggio sulla tomba di don Primo Mazzolari. Grande uomo, prete di spessore, punto di riferimento per molti ragazzi della bassa padana che, attorno agli anni ’40, iniziano a frequentare sempre più numerosi la parrocchia di Bozzolo benché don Primo stesso non amasse il proselitismo. Pure Guido, protagonista delle Radici nell’anima, è uno di loro. Nelle parole di questo sacerdote, i giovani di allora sentono progetti concreti, percepiscono un’apertura al mondo laico assolutamente nuova e rivoluzionaria per i tempi.

Prudenza, raccomandano i vescovi in quegli anni. Diffidenza, esprime l’autorità ecclesiastica accusandolo a torto di disobbedienza, vedendo in lui la figura di un ‘prete sociale’, attività pericolosa, fuorviante e invece così necessaria per la missione della Chiesa, arrivando a condannare nel 1935 il testo La più bella avventura poiché, secondo il Sant’Uffizio Vaticano, propone un’analisi «erronea» della parabola del figliol prodigo.

don Primo Mazzolari nel suo studio

Oggi i suoi scritti sono documenti preziosi e mi permetto di consigliarne la lettura a chi si professa legittimamente ateo, agnostico, anticlericale o indifferente e apateo. Quanta umanità in La più bella avventura (1934), terrena sofferenza in Della tolleranza (1945), laico pacifismo in Tu non uccidere (1955)! Don Primo richiama ad attivismo e azione responsabile, alla necessità di essere nel contempo cristiani, cittadini e uomini, capaci di «vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all’ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, di amarla invece di sconfessarla, di parlare attraverso tutte le voci che essa intende…», di capire «che il nostro dovere è quello di essere il ‘lievito della pasta’ più che dei bei torniti panini…» scrive nel libro La più bella avventura. Un programma d’impegno, iniziativa, superamento della contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’, «i buoni, i cattivi», dialogo e comunione con «i lontani» e chi non crede.

Il discorso che papa Bergoglio pronuncia la mattina del 20 giugno, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, mette in luce il fascino del pensiero di don Primo. È possibile ascoltarlo on line, qualche giornale riporta parti importanti, i quotidiani locali – La Provincia di Cremona, La Gazzetta di Mantova – e il sito del Vaticano pubblicano il testo integrale.

Mi fa piacere condividerlo qui, a disposizione di tutti, dei “non padani”, di chi forse non conosce don Mazzolari – in autunno inizierà la causa di beatificazione.

Abbiamo bisogno di “preti cos씹, “uomini così”, più visibili e numerosi, animati da passione e fede nell’accezione anche laica del termine in un momento storico nel quale le provocazioni culturali e religiose dilagano da varie parti, deformandosi in contrasti sociali e di civiltà, facendo perdere il senso profondo dell’adesione, di qualunque natura sia purché vissuta con autenticità. Come scrive Olivier Clément sul numero di dicembre 2003 di Vita e Pensiero, la rivista dell´Università Cattolica di Milano, «da parte nostra, siamo chiamati a un cristianesimo più profondo e più lucido, capace al tempo stesso di accogliere.» Vorrei aggiungere pure più convinto e razionale.

Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, come quest’uomo, essi danno vita a un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.
Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia” e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.

Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.

Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con se stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso. Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità». La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.

Nel suo scritto La parrocchia, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica:
La strada del lasciar fare: è quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani. Quel “balconare” la vita… Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori» del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
Il secondo metodo sbagliato è quello dell’attivismo separatista. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. È un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude le porte e genera diffidenza.

Il terzo errore è il soprannaturalismo disumanizzante. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. È la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora». Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.

La cascina, al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie” che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città. La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto».
La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze». Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il parroco dei lontani, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo. Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente». Vorrei ripeterlo questo, e ripeterlo a tutti i preti d’Italia e del mondo: «Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente.» E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, da uomo, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio. Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’ esistenza scomodante, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». Lui non faceva proselitismo. Papa Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa, il Cristianesimo non crescono per proselitismo, ma per attrazione cioè per testimonianza. È quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza. Il servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete… c’è un differenza… Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».

Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto». Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo. Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».

Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. Siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così” anche se ciò chiede di lottare con se stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni. Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro. E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».

Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, con quei bravi parroci, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza.

Così pregava don Primo

Sei venuto per tutti:
per coloro che credono
e per coloro che dicono di non credere.
Gli uni e gli altri,
a volte questi più di quelli,
lavorano, soffrono, sperano
perché il mondo vada un po’meglio.
O Cristo, sei nato “fuori della casa”
e sei morto “fuori della città”,
per essere in modo ancor più visibile
il crocevia e il punto d’incontro.
Nessuno è fuori della salvezza, o Signore,
perché nessuno è fuori del tuo amore,
che non si sgomenta né si raccorcia
per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti.

 

Papa Francesco, Bozzolo 20 giugno 2017

 

 

 

¹ Preti così, meditazioni di Don Primo Mazzolari, pubblicazione postuma, 2010

 

 

Sinestesie

 

Blu alabastro,

pianoforte salmastro –

mani di Chopin.

 

Swirl Navy Design clip art

 

All’ascolto di Arthur Rubinstein nel Notturno op.9 n. 1 di Chopin.

 

 

 

Se telefonando…

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«Pronto?»
«Ciao, sono…»

Ecco chi proprio non avrebbe dovuto chiamarmi. Il tempo scarseggia, mille faccende incombono, ma so che anche a una dettagliata spiegazione non capirebbe. Mi armo di tutta la pazienza di cui sono capace, mi metto comoda sul divano, ascolto e replico lo stretto necessario con tono partecipe e gentile.

Sto invece scarabocchiando ghirigori a caso su un foglietto. Dei puntini in realtà… e inizio a giocherellare con la biro e la mente.

Il punto è esteticamente bello.
Tondo, senza angoli o spigoli, privo di eccessi.

Regala una duplice chiave di lettura che mi piace.
Punto: termine, punto di rottura, punto-e-basta ma anche punto- e-a-capo.
Punto: O, origine e, nel contempo per associazione, Ω-ω (òmega) fine di ogni cosa opposto ad Α-α (alfa).

È inoltre elastico e perciò estendibile. Tracciando raggi, diventa sole; arricchito di punte, si trasforma in stella; ombreggiato e sfumato, evoca un cratere; contornato di petali, esplode in fiore; calcando più volte penna o matita, acquisisce dinamismo e movimento, come una ruota, o si dilata in spirale.

Immagini e propagazioni da uno spazio ristretto che le contiene tutte, figure sedute a una tavola rotonda che non le differenzia o ne privilegia una sulle altre. Il punto è armonioso e democratico, una sintesi dalle molteplici espansioni, energia.

«A presto allora, e grazie della chiacchierata carissima!»
«Ma grazie a te…»

 
 
 
 
 

La buona musica non ha età

Una settantenne piena di energia, fantastica sul palco e ancora bravissima.

Nella nota cover del brano Gloria di Van Morrison cantato dai Them, in cui una poesia incornicia l’originale blues, Patti Smith rivela la sua inossidabile freschezza. Il risultato non può che essere il coinvolgimento del pubblico in un canto corale.

Patti Smith fa tappa a Cremona, al Teatro Ponchielli gremito per l’occasione.

Il Teatro Ponchielli di Cremona la sera del concerto di Patti Smith, maggio 2017

Icona rock, uno dei miei miti musicali quando ero diciottenne, appare meno grintosa rispetto a concerti del passato, la voce non “graffia” più come allora, è armoniosa e morbida. Con gli inseparabili anfibi neri, passeggia leggera sul palco quasi in una danza rituale, modulando le note con dolcezza e minor “rabbia” di un tempo, in sintonia con lo spirito del suo Grateful Tour «un piccolo tour di sette date. – spiega in un breve momento di pausa – L’abbiamo intitolato Grateful perché siamo grati a tutti i nostri fan italiani dagli anni settanta a oggi.»

In realtà, forse esistono altre motivazioni per la scelta.

I was a wing in heaven blue
soared over the ocean
……………………………………….
And I was free
needed nobody
it was beautiful
it was beautiful
……………………………..

And if there’s one thing
could do for you
you’d be a wing
in heaven blue

I was a vision
in another eye
and they saw nothing
no future at all
yet I was free
I needed nobody
it was beautiful
it was beautiful

Wing è cantata come una preghiera a inizio spettacolo. E, da subito, si crea l’atmosfera di riflessione, intimità ed empatia con il pubblico, che dura sino al termine. Entrambi, Patti Smith e noi, grateful, riconoscenti alla musica.

A Hard Rain’s a-Gonna Fall di Bob Dylan, con lo splendido testo, dialogo tra un genitore e il suo blue-eyed son, darling young one ritmato dalla ballata tipica del folk-singer americano, a metà concerto strappa applausi scroscianti, commuove e ricorda che il Nobel per la Letteratura al menestrello del rock, senza nessun forse, ha davvero un senso. Non è un caso, infatti, se Patti Smith sceglie di cantarlo a Stoccolma, alla cerimonia del Premio ritirato in sua vece. Emozionatissima, s’interrompe trasmettendo la sua commozione alla platea anche quando prosegue con voce tremula fino alla fine del brano.

Al Teatro Ponchielli accade ancora, durante l’esecuzione di When doves cry. Donna passionale, Patti Smith, canta con il cuore e il corpo. La sintonia con noi presenti è immediata.

Esibizione perfetta, quindi? Non direi proprio, tecnicamente parlando: Tony Shanahan ha problemi con l’ingresso jack del basso e la tracolla si sgancia all’improvviso durante un riff. A tratti, ho persino la sensazione che il gruppo quasi non abbia provato prima.

Che bello, però! Un concerto prezioso per l’umana fragilità e la sensibilità che trasmette, la sensazione di essere lì non solo per ascoltare ma anche per partecipare. Impossibile perciò non unirsi alla voce di Patti Smith sulle note di Because the night, accompagnare la melodia di Can’t help falling in love di Elvis Presley,

terminare con salti, braccia alzate e battito di mani al ritmo di People have the power cantato a squarciagola.

Il mio video amatoriale, dal risultato non proprio ineccepibile, rende il clima di una serata che mi ha fatto ritornare un po’ indietro negli anni e stupire piacevolmente della presenza di ventenni o poco più accanto a noi -anta. Ma la buona musica non ha età.

 

 
 
 

La ruota dei criceti

Criceti: otto racconti sul tema del lavoro senza la retorica che in genere lo accompagna. Lettura avvincente e interessante che sa di quotidianità; pagine che trasudano di labor, fatica soprattutto psicologica, irradiano qualche sprazzo di Labh- (da cui il greco antico λαμβάνω, lambánō) raggiungimento, presa, conquista di un risultato. Narrazioni lontane da dati, percentuali, grafici tracciati o slogan urlati che dipingono da anni e anni «un paese che non riparte», scandiscono ricorrenti imperativi «dare valore al lavoro», «investire», «abbattere precarietà», «contrastare il lavoro nero». Nel tempo i volti e gli analisti sono cambiati, seppur con molta calma. Le parole, invece, si presentano sempre uguali a se stesse.

Le testimonianze di vita lavorativa, che poco importa sapere se siano vere poiché in narrativa ciò che conta è il loro essere verosimili, gravitano tutte attorno a due punti cardine: il lavoro come difficoltà, da un lato, e come spinta alla consapevolezza di sé e della propria utilità nella sfera sociale, dall’altro. Che svolgano un mestiere più o meno soddisfacente, l’abbiano perso o lo stiano cercando, tutti i protagonisti desiderano dimostrare la capacità di fare qualcosa apprezzato da altri e da se stessi. Esiste una dignità del lavoro reclamata, spesso tuttavia calpestata nelle aspettative deluse e la cui difesa può trascinare all’abbandono.

Lo sa bene Gavino Marras nel suo e la chiamano estate. La piacevolezza di un’attività a contatto con i bambini – pur con alcuni problemi che si sommano ai «cinque euro l’ora» per «sei ore al giorno» – è inficiata da negligenze e mancanza di professionalità: colleghi impreparati, coordinatori che non coordinano, organizzazione che non sa organizzare. La voce critica all’interno infastidisce ed è perciò isolata da una comunità che si attribuisce in seguito meriti non suoi, vigliaccamente rubati proprio all’elemento di disturbo. L’opportunismo è di casa in certi ambienti di lavoro simili a un serraglio in cui ci si divora e si lotta per la sopravvivenza, molto distanti dall’immagine idilliaca di un luogo che, per definizione, dovrebbe valorizzare la persona e migliorare il mondo.

Tiziana Mantovani è un’esperta di queste dinamiche. Lavora sul lavoro, ossia nell’ambito delle human resources – dove credete di andare se non piazzate qua e là qualche espressione inglese? Fa chic, è cool… e io sono una persona che… Sceglie chi può fare cosa e cosa può andare bene a chi. Conosce quindi molto bene l’universo di bisogni e necessità. Lo descrive con dovizia di dettagli, con una punta d’ironia che protegge lei, donna, dalla diffidenza maschile e le impedisce di livellarsi alla generale mancanza di poesia.

Solidarietà femminile quindi nella realtà lavorativa? E quando mai!
Si chieda a Chiara di Regina Re. Illusa dal capo donna e vittima della sua gelosia, ha sulle spalle la mazzata di un contratto non rinnovato dopo la maternità a beneficio di una collega meno titolata e capace di lei ma più abile, o succube, nell’adeguarsi al compromesso dominante. Un report amaro, dal finale tutto da vivere emotivamente in un «jeu, le dernier jour».
Si chieda ancora alla pendolare di Katia Mazzone e al gruppo di colleghe inviate in una trasferta inutile per un corso di formazione improduttivo. Le donne sono solo segretarie da gossip e chiacchiere da salotto o scompartimento ferroviario? Petula sembra confermare l’ipotesi nonostante il ruolo da dirigente. Le altre la compatiscono e sopportano, le prese di posizione chiare sono sconsigliabili anche lontano dalle mura di un ufficio, la sincerità non paga oppure può costare davvero cara.

Contesti e frangenti molto veri, non sempre scelti, poiché il lavoro è un’esigenza che mette talora nella condizione di dover perdere comunque qualcosa, trasformandosi in triste necessità.
«I sogni non si mangiano» scrive Andrea Finottis. Il suo Andrea è in cerca di lavoro, anzi deve inventarsi un lavoro. Con cura e meticolosità, segue il copione dei consigli e sceglie tra le «opzioni imposte». Il lavoro sarebbe quindi inconciliabile con l’idea di libertà? Eppure – recitano i trattati di sociologia – è la struttura portante dei rapporti interpersonali, determina la trasformazione del tessuto sociale, dà sostanza all’esistere, permette all’individuo di avere stima di sé, di essere responsabile. Andrea ha detto dei «no», grido di affermazione in questo caso, ed è ancora alla ricerca della sua «grotta adatta», efficace metafora di un’occupazione in armonia con le attitudini della persona.

Sentirsi un semplice ingranaggio della macchina sociale non è certo una buona base di partenza. La rassegnazione è garantita.
Il dipendente pubblico di Alfredo Bruni, nella sua «cella di lavoro», respira l’odore dell’ignavia e vive la piatta routine che spegne anche la minima velleità d’iniziativa personale. Ogni giorno uguale all’altro, da quarant’anni. Quando lavorare coincide con il tirare a campare e la mancanza di passione, perché sarebbe inutile, è solo labor e poco lambánō. L’essenziale è portare a casa la pagnotta. Efficace, pratico ma umiliante.

Come avvilente è sentirsi ripetere «io ti pago e tu non devi sbagliare» o «alza il culo dalla sedia e portami le fotocopie», ordini ai quali Lucia di Maria Teresa Barreca risponde con lo zelo dell’esecuzione. Il lavoro è un rapporto di reciprocità e Lucia ci crede. Nel suo Ora et labora quotidiano mette sentimento e abnegazione, lo vive come un «rapporto amoroso» che purtroppo si rivela sbilanciato. Seguono tradimento subìto, appostamenti, gusto della vendetta e senso di liberazione indossando un «nuovo paio di scarpe». Troppa merda sotto la suola delle vecchie. Occorre camminare da soli e su basi solide se si vuole sopravvivere e, nel migliore dei casi, ottenere un risultato.

Difficile, talora quasi impossibile. Arduo uscire da un circolo vizioso per il «tizio… giacca, cravatta e valigetta” di Luca Oggero. L’apparenza professionale è la maschera sociale del ricatto. «In otto anni mi hanno rinnovato il contratto sei volte e sono a termine ancora adesso. Mi tengono per i coglioni.» Come per Lucia, anche il suo è un vincolo impari. Accanto a lui, «un giubbotto di jeans…», metafora di un lavoro/non lavoro. Se hai bisogno, il denaro te lo procuri borseggiando. Non è la mise a stabilire chi è dentro il sistema o vive alle sue spalle. Sul palco del teatrino sociale, ognuno ha un ruolo, segue un copione. Agli attori a soggetto, si fatica a concedere qualche euro.

La raccolta Criceti è formata da otto storie che, indipendentemente dall’epilogo, sono otto “celle di lavoro” con punti luce diversi, tutti comunque a direzione centrifuga: la prospettiva intima e personale s’irradia verso l’esterno e rende possibile un’analisi più generale. Il caso si fa emblema, il concreto evolve in concetto.
Accanto a chi rinuncia, o ne è costretto, anche chi ce la fa deve perdere qualcosa: per esempio, a Lucia è stata rubata la fiducia nella nobiltà del lavoro, Tiziana ha imparato a coltivare lo scetticismo nei confronti delle dichiarazioni altrui, la pendolare di Katia si è abituata a guardare la realtà lavorativa circostante «tra le ciglia socchiuse», l’impiegato di Alfredo a non dare un volto alla comunità che un servizio pubblico dovrebbe servire. Il quadro complessivo che ne emerge non è dei più edificanti. Proseguendo nella lettura, l’ho accompagnata con il ricordo della dialettica hegeliana tra signore e servo che, nella Fenomenologia dello Spirito, è lotta per la sopravvivenza e determinazione dell’“autocoscienza”. Il signore fonda il suo “essere indipendente” sull’“essere dipendente” del servo il cui lavoro soddisfa i suoi bisogni e appetiti. Il signore s’impone sul servo, ma dipende anche da quanto questi produce e il servo si accorge di essergli necessario. Due autocoscienze che si affermano attraverso l’altra: il signore si determina attraverso il servo e viceversa. Un capovolgimento di ruoli che può durare in eterno, una ruota che gira senza fine con, a turno, nuovi signori e nuovi servi. Come quella dei criceti, titolo azzeccatissimo a mio avviso.

Chiudo il libro e mi frulla in testa una domanda sospesa. Se la ruota si fermasse, finisse l’illusione del correre e sempre correre senza andare da alcuna parte, sarebbe attuabile oggi l’ipotesi di una realizzazione libera e indipendente di sé, ognuno nella propria creatività attiva?