Amatrice si arricchisce di libri

 

immagine dall’archivio di RietiLife

 

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dall’archivio di RietiLife

 

L’iniziativa Un libro per Amatrice non ha conosciuto battute d’arresto in questi mesi e i contributi sono stati numerosi. Sabrina Vecchi, la giornalista di RietiLife che nel settembre dello scorso anno ha avuto la brillante intuizione del progetto, mi conferma: «Tutto procede bene in attesa che il sindaco (di Amatrice, n.d.r.) dia l’ok per portarli su!». Il tono è vivace, Sabrina appare soddisfatta e ringrazia di cuore chiunque abbia accettato di collaborare.

 

Il 31 marzo 2017, ha pubblicato un breve articolo per ricordare la proposta e aggiornare sull’andamento.

 

RietiLife per la biblioteca di Amatrice: autori, continuate a mandare i vostri libri!

Continuano ad arrivare presso la redazione di RietiLife libri con dedica degli autori da destinare alla ricostruzione della biblioteca di Amatrice completamente devastata dal terremoto del 24 agosto 2016. L’iniziativa, ideata dalla nostra testata e sposata con entusiasmo dal bibliotecario e dal sindaco di Amatrice Sergio Serafini e Sergio Pirozzi, si propone di ricreare occasioni di svago ed evasione ed ha come scopo ultimo quello di ricostruire il tessuto culturale del paese.

A partire dal primo donato dal grande Luis Sepulveda, oggi sono moltissimi gli autori, celebri ed esordienti, che hanno inviato il proprio libro con dedica: dai fumetti ai saggi, dai romanzi ai libri per ragazzi, ai fotografici inviati dai club sportivi, alle biografie.

RietiLife avrà cura di informare lettori e donatori sull’evoluzione del progetto, fino alla consegna dei libri, che avverrà nel momento in cui sarà individuato dal sindaco uno spazio idoneo ad accogliere i volumi. Nel frattempo, chiunque abbia scritto un libro può proseguire a inviarlo nella nostra redazione con una dedica indirizzata ai lettori della “nuova” biblioteca di Amatrice. Se volete partecipare scriveteci alla nostra mail: info@rietilife.it.

RietiLife, Sabrina Vecchi, 31/03/2017

 

 

 

Dalla parte dei bambini

A ridosso del 19 marzo, data in cui si celebra la festa del papà, non si fanno attendere le polemiche anche in assenza di recenti fatti di cronaca che possano generarle o di narrazioni che li mettano in prima pagina.

In rete, da giorni, circolano articoli che raccontano di come in un asilo nido di Milano sia stato deciso di abolire la tradizionale preparazione di regalini e bigliettini per il proprio genitore. Ne parla ovviamente Il Corriere, seguono a ruota La Stampa, Il Fatto Quotidiano e altre testate. Motivo della scelta? Non discriminare i bambini che hanno due mamme o sono comunque figli di coppie gay. Immancabili le proteste di Fratelli d’Italia, Lega Nord e di chiunque abbia sfruttato l’occasione per strumentalizzare l’accaduto.

È proprio un pezzo del Fatto a essere condiviso ripetutamente e a diffondersi come un meme.

Retweet a raffica, commenti indignati dai classici «Vergogna!» o «Come siamo caduti in basso», all’attacco contro una minoranza «per giunta snaturata» e l’immancabile riferimento all’abolizione del presepe natalizio nonché della festa di San Giuseppe per non offendere i musulmani. Per non parlare infine del collegamento alla teoria gender… Attraverso il passaparola, ognuno ha aggiunto il proprio ingrediente preferito nel calderone generale. In coda, e rigoroso ordine cronologico, lo stralcio di una pagina del Giornale.

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Nel fervore della provocazione, nessuno si accorge che gli articoli, e quindi il fatto contestato, risalgono a marzo 2016. Insomma, in mancanza di materiale più recente si rispolverano servizi giornalistici datati. Eh già, un episodio analogo succederà pure anche quest’anno! Ne ricordo uno simile in un asilo di Roma, se non erro accaduto nel 2013, e ancora due anni più tardi in una scuola materna sempre della capitale.

Ogni Natale ha le sue contestazioni sul mancato allestimento del presepe, ogni 19 marzo e ogni maggio in occasione della festa della mamma annoverano critiche sull’esclusione di letterine e filastrocche, sul ripudio di pensierini e pacchetti regalo. Ormai è consuetudine. La necessità di creare un caso sempre e comunque è diventato un must. Pare proprio non si riesca a evitarlo.

È ormai noto a chi passa spesso da queste parti come non ami le “giornate dedicate a…”, in particolare quelle che hanno assunto nel tempo un mero significato commerciale. Possiamo tuttavia definirle nocive o addirittura offensive? Ledono davvero la dignità o i principi di qualcuno?

Rifletto partendo dal caso in questione. Alcuni bambini hanno due mamme, quindi non conoscono una figura maschile che possano chiamare “papà”. La maggioranza dei loro compagni invece sì. Decisione della psicologa di turno: abolizione della festa e spazio a una generica festa della famiglia.

Non intendo affatto discutere la questione delle unioni gay, non è questo il punto, almeno per me, in una simile vicenda: sono profondamente convinta che uno stato laico debba garantire i diritti di tutti, ma di tutti appunto. Non è da trascurare, inoltre, che spesso i provvedimenti della scuola in tali cirscostanze non sono affatto sollecitati dai genitori omosessuali che, anzi, interpellati sull’argomento, dichiarano di non avere alcuna preclusione nei confronti di “festa del papà, della mamma, dei nonni”… Insegnanti e psicologi ritengono invece che siano discriminanti. Ma per chi? mi chiedo, se nemmeno gli adulti interessati inoltrano richieste al riguardo? Lo stesso vale per la questione presepe natalizio. Quante volte ho visto in reportage televisivi, ma anche con i miei occhi, genitori musulmani allibiti di fronte alle proteste per il mancato rispetto della tradizione quando a loro non importa nulla di grotte, mangiatoie e Gesù bambini, anzi i loro figli si divertono pure a creare decorazioni e preparare scenografie?

È il punto di vista “a rovescio”, il capovolgimento di un tranquillo e sereno modo di ragionare di alcuni che mi lascia perplessa e ritengo un’inutile ostentazione.

Ribaltiamo la situazione: la maggioranza dei bimbi figli di coppie gay, uno solo o pochi inseriti in una famiglia, definiamola, tradizionale. Quale sarebbe stata la scelta? È proprio necessario porre sempre la questione in termini di salvaguardia? O è piuttosto più razionale lasciare che si vivano i momenti nel loro naturale accadimento?

Mi piacerebbe prevalesse sempre il buon senso dell’educatore. Nel caso di specie, questi bambini hanno già fatto un consistente percorso di vita insieme, di un anno o forse più, hanno giocato e lavorato in gruppo. Le classiche frasi «mio papà ha detto….», «mio papà ha fatto ….», «mio papà è ….» saranno state ovviamente pronunciate tra loro, è del tutto normale! Inoltre, sono bimbi piccoli e non hanno sovrastrutture mentali, vedono fatti e persone per ciò che sono, non interpretano, constatano. I traumi emergono solo nei giorni antecedenti il 19 marzo o la festa della mamma? In occasione di una poesia da recitare e dedicare al padre o alla madre e di una letterina con gli stessi destinatari? Se insegnanti e psicologi  non hanno mai rilevato disagio nel comportamento di bambini con due mamme o due papà  significa, a mio avviso,  che questo non esiste o che la loro attenzione è stata davvero minima. Con ogni probabilità, i piccoli non si sono mai sentiti discriminati tra loro prima della decisione presa dai “grandi” che farà ora conoscere a questi innocenti il concetto di diversità. Perché in altre scuole materne o asili nido si festeggerà il papà, alcuni loro amichetti ne parleranno e le domande seguiranno.

Sostengo da sempre che le occasioni andrebbero ogni volta trasformate in opportunità. Festa del papà? Bene, ogni bimbo prepara un lavoretto per il proprio genitore, un regalo in una giornata particolare per testimoniare l’affetto. Punto. Non vorrei banalizzare, ma chi addirittura di papà ne ha due raddoppia 😉 Chi si ritrova invece due mamme, ha una duplice occasione: il 19 marzo e il mese di maggio. Perché no? Il tutto svolto nella più semplice naturalezza, linguaggio che i bambini capiscono molto bene se gli adulti non lo deformano. Adotterei lo stesso atteggiamento durante i giorni del Natale che offrono persino la splendida possibilità di sfruttare l’aspetto culturale almeno con gli alunni più grandicelli.

Ho perso la mamma all’età di sette anni. Ho quindi trascorso il periodo della scuola elementare a scrivere letterine in occasione della festa della mamma, eppure non l’ho mai vissuto come uno shock, a parte il dispiacere di non avere mia madre accanto. Ero piccola, ma abbastanza sveglia per capire che le parole sarebbero comunque arrivate a lei in un modo nuovo e che lei le avrebbe lette in un modo nuovo. La mia famiglia non appariva simile a quella dei miei compagni. Era in ogni caso un nucleo affettuoso, per cui non ho mai percepito una sensazione d’isolamento nemmeno a scuola. Ho provato invece turbamento e subbuglio quando papà, risposandosi, ha cercato di ridarmi una “famiglia normale”: lo era per gli altri, non per me. Per il mio cuore e la mia giovane mente era meglio prima.

Sarebbe opportuno collocarsi sempre dalla parte dei bambini, non gettare su di loro le frustrazioni del nostro mondo di adulti con sovrastrutture e logiche talora rovesciate o quantomeno poco lineari.

L’esperienza del dolore

Il dibattito vita/morte torna saltuariamente alla ribalta alla luce dei fatti di cronaca. Dovrebbe invece essere un pensiero costante per importanza e delicatezza. Preferirei in questi giorni un rispettoso silenzio su una scelta, senza giudizi, pregiudizi o speculazioni di ogni sorta e matrice, lavori parlamentari seri che affrontino con coscienza un problema complesso.
Il bambino al cobalto è un libro sul dolore fisico e pscicologico, scritto da un amico nonché medico molto noto, in Italia e non solo, il dott. Ivano Luppino. Ha atteso tanti anni per fare uscire la sua sofferenza, parlarne, metterla nero su bianco, farla conoscere. Non a caso la dedica è per le figlie «Daria e Maria Chiara, perché sappiano quello che non hanno mai saputo.»
Questa lettura è una testimonianza per riflettere sulla reazione al dolore, nient’altro.

ll bambino al cobalto – diario di un doIore

il-bambino-al-cobalto

I numerosi viaggi in aereo sulla tratta Sud-Nord e ritorno, ripetitivi e sempre uguali a se stessi, «stessi orari, stesse giornate, stesso posto a sedere …» sono occasione per riportare alla superficie un passato nascosto nella coscienza o che, almeno, era tale al mondo.

Io-presente e io-profondo si uniscono senza soluzione di continuità, in una dimensione quasi atemporale.

È un venticinque febbraio della mia vita e sono in compagnia del mio posto, a bordo di un aereo dell’Alitalia.
Il mio giorno è stato una domenica alle ore 9 del mattino. A quel tempo i bambini venivano alla luce quasi sempre in casa, e così accadde anche per me.

Inizia con queste parole il “diario di un dolore” di Ivano Luppino, la storia personale di una vita legata indissolubilmente all’esperienza della sofferenza. Scriverne è stato per lui, bambino al cobalto, una sorta di seconda nascita.

Libro breve: in sole 130 pagine circa è raccontata un’esistenza. Libro molto intenso: non una successione cronologica di avvenimenti, bensì l’analisi di una condizione fisica e psicologica, la convivenza di un bambino, poi adolescente, con la malattia. Come cornice, una solida rete di relazioni familiari, amicizie e affetti importantissima per il protagonista.

Si procede per flash, immagini e ‘quadri’ di vita; momenti di profonda angoscia lasciano spazio ad aneddoti di una quotidianità ‘normale’ e festosa. «Il peso di un’infanzia persa e mai riconquistata» è bilanciato da ricordi di istanti spensierati, e giustamente per un diciottenne: festeggiare con gli amici in estate, incontrarli al bar, ascoltare i brani dei Collage, i Cugini di Campagna, i Mattia Bazar, «cuccare» sul lungomare, suonare e cantare in gruppo nel garage di un amico.

Alternanza che non lascia la percezione di un brusco stacco narrativo, ma che ha il sapore del reale in cui nulla è costruito a priori e le giornate si arricchiscono di intrecci, sentimenti, successi e delusioni, prove, sorrisi e lacrime, incontri e scontri: questa è la dimensione del ‘vero’ che ho gustato leggendo il testo.

Da una pagina all’altra ci si sposta quindi molto nel tempo e parallelamente anche nello spazio. San Ferdinando, Acireale, Acicatena: scorci della natura calabrese e siciliana che sembrano compensare il triste fil rouge del racconto con la luce e i colori della bellissima Italia meridionale. Il blu del mare, il verde della terra, la vigna di famiglia a Palmi, vasti terreni coltivati a ulivi, «il piccolo borgo di Forza d’Agrò» la cui «strada di accesso» […] «era costituita da una lunga serie di tornanti che consentivano ai visitatori occasionali di restare senza parola, letteralmente incantati nel godere della vista sulla costa che da Capo Sant’Alessio va a Capo Alì: di fronte l’estrema punta della Calabria. E una volta su, era possibile vedere anche Taormina, un’impareggiabile cartolina naturale ricca di colori sfavillanti.»

E… Roma.
Per il protagonista non la città in cui godere delle bellezze dell’arte, la sede piuttosto del suo calvario. Partire per Roma significa, fin da bambino, viaggiare verso la speranza ma, al tempo stesso, incontrare la crudeltà di cure invasive, conoscere l’ ”«insulto invisibile» della radioterapia. Essere a Roma significa per lui vivere in ospedale, definito «un’appendice di casa», guardare dalla finestra il mondo esterno e lontano.

C’erano due grandi alberi di ficus ingabbiati in vasi, forse troppo piccoli, ai lati della finestra che risultava parzialmente nascosta e ciò mi consentiva, la sera, di utilizzarla come camera con vista.
Questa era stata spesso la sede dei miei pensieri.
Da lì, potevo osservare il turbinio delle auto che sfrecciavano sulla circonvallazione gianicolense che si inarcava verso Monte Verde.
Quasi ogni sera, dopo cena, quando tutti gli altri “colleghi” di sventura si ritiravano nelle stanze ( … ) quasi di nascosto, senza far rumore, spesso scalzo, abbandonavo la camera per occupare il mio palco riservato su Roma capitale.
Mi chiudevo in me, appoggiavo le braccia sul marmo della finestra, la fronte al vetro e pensavo perché tutto questo dovesse essere parte della mia vita.
La finestra riusciva a trasmettermi i rumori della vita che scorreva e tante volte avevo desiderato di uscire, liberamente, anche solo per qualche ora.
Quella finestra mi consentiva di non perdere mai il contatto con la vita degli altri, quelli che non soffrivano. Era l’unico modo per vedere, percepire l’esterno e non sentirmi recluso ospedaliero.
Ma la realtà era chiusura, impossibilità, costrizione.

La vita del “bambino al cobalto” è costellata di privazioni, limitazioni: poco sport, solo brevi e sporadiche incursioni nell’ambiente del calcetto e ciclismo amatoriale, sempre molto attento a non essere urtato, fossero anche amichevoli pacche sulla spalla o abbracci particolarmente affettuosi. Necessaria accuratezza persino nell’abbigliamento: “«le magliette e le camicie a maniche corte non rientravano nel mio guardaroba». Nascondere segni e proteggere il corpo: un must.

Oggi? «spesso in estate non mi copro, tengo la camicia sbottonata e questo, qualche volta, permette agli altri di intravedere …» Lo scrive verso la fine del libro definendo ‘strana’ questa scelta. A me non pare tale: è la logica conseguenza del lavoro su se stesso fatto raccontandosi, l’esternazione simbolica di un sommerso che è uscito alla superficie liberandosi e liberandolo.

I capitoli finali sono particolarmente toccanti, molto introspettivi.
Parla l’adulto che rivela a posteriori il desiderio spesso provato di fuggire, persino «di essere eliminato fisicamente da questa terra», di andarsene in silenzio «senza dare fastidio». Idea sempre subito abbandonata: troppo forte il legame con la vita. La sua forza di volontà, le circostanze e gli accadimenti favorevoli, dagli efficaci interventi medici alla visita a Lourdes, la preghiera e la fede, hanno consentito che il bambino non morisse. Lui non ha chiesto tuttavia di sopravvivere bensì di vivere, con tutta l’intensità che tale verbo racchiude.

Arrivata all’ultima pagina, non mi sono sentita affranta. Coinvolta e commossa sì, ma non angosciata. Pur essendo il “diario di un dolore”, come indica il sottotitolo, questo libro non suscita pietismo o lacrime di commiserazione e non mi ha lasciato il retrogusto amaro di una tragica autobiografia. Anzi, e potrà forse apparire paradossale, leggendo ho persino sentito aleggiare sulle parole una brezza di serenità.

Alla fine, la prospettiva naturale di un incontro con una «Lei», eterea figura femminile dolce e accogliente, non sconosciuta poiché sfiorata varie volte, di cui il bambino, ormai adulto, non ha paura, l’unica che pronuncerà «per la prima ed ultima volta» il suo nome. Sì, perché nel libro il nome Ivano non è mai citato. Vero che è scritto in prima persona, il che lo dà forse per scontato; nemmeno nei rari dialoghi, tuttavia, è mai pronunciato. Le pagine pullulano peraltro di riferimenti biografici e geografici reali a persone e luoghi. I personaggi sono individuabili e riconoscibili, hanno una precisa collocazione sociale, familiare e affettiva. Ebbene, per contrasto sembra che l’identità di Ivano non abbia molta importanza.

Questo mi ha fatto riflettere. Forse l’autore l’ha considerato superfluo perché sottinteso, forse l’ha fatto inconsapevolmente, forse … O, forse, l’essenziale è altrove.

Non ha ritenuto necessario, per esempio, entrare nei dettagli della malattia, anzi non ne parla proprio: evoca LA malattia non UNA patologia specifica. Se ne intuisce la gravità, ma non c’è alcuna insistenza morbosa o una particolare analisi scientifica. Eppure l’autore è un medico. Volto molto noto, persona conosciuta e stimata nell’ambiente, eccellente professionista. Nel racconto non ricorre alle sue competenze: compare qualche «garza» qua e là; spuntano sporadicamente “«lettini», di degenza e quello verde della sala operatoria «con la luce fredda della lampada scialitica»; fanno capolino i termini «radioterapia» e «cobaltoterapia»; sbuca un breve accenno alla sua tesi di laurea più per i rapporti professionali e affettivi che ne sono stati il supporto che per l’argomento trattato … nulla di più.

Una scelta narrativa che mi ha particolarmente colpita in quanto lascia emergere il punto di vista del bambino, le sensazioni del dolore espresse con immediatezza, senza razionalizzazione, talora senza capirne la reale portata. Procedimento facile per uno scrittore se racconta di un altro da sé, più complesso se l’individuo è lo stesso e deve inoltre spogliarsi delle sovrastrutture culturali che separano il suo oggi di adulto medico dal suo ieri di bambino impreparato.

Mi piace quindi pensare al “bambino al cobalto” come metafora del dolore, per cui ha scarsa rilevanza sapere se si tratta di Ivano o Giovanni o Cesare… , e, anche, come simbolo del profondo e ancestrale attaccamento alla vita insito in ogni uomo, dell’invito a non mollare mai, a non rassegnarsi di fronte alle prove che il Destino o il Cielo o Dio, secondo le personali convinzioni di ciascuno, ci riservano.

La scrittura ha un enorme potere terapeutico per chi compone e chi legge, ne sono convinta da sempre. Questo libro me ne ha fornito l’ennesima importante conferma.

 

 

 

Un libro per Amatrice

Uno scorcio della mia libreria

Uno scorcio della mia libreria

«Cosa vuoi?… Non possiamo farci nulla…»
Quante volte si è letta, pronunciata, sentita questa frase? Innumerevoli, a commento di una notizia sconvolgente: l’espressione del senso d’impotenza accompagnato da un pizzico di giustificazione. E ci si sente meglio, o almeno così sembra. Chilometri di distanza, via terra-aria-mare, motivano una vaga partecipazione.

Eppure, il sentimento di umanità e di appartenenza è proporzionale al senso di responsabilità, ancorché indiretta, alla vergogna provata dinanzi a ingiustizie, violenze, ruberie, inefficienze, mancati interventi preventivi o di emergenza pur lontani da noi. Crogiolarsi nella commozione non basta, indignarsi a parole non è sufficiente. Serve comunicare, collaborare, contribuire concretamente ciascuno con le proprie possibilità, capacità e competenze anche se la pietra gettata per rimettere in piedi l’edificio ha le dimensioni di un sassolino.

Il 24 agosto 2016 è l’inizio di una sciagura che sconvolge l’Italia centrale. Sisma, scosse ripetute e continue, nevicata eccezionale, terremoto, valanga. Un dramma che sembra non avere fine. A cornice, le polemiche: quelle non mancano mai. Sdegno urlato, abilità millantate, consensi ricercati. Chiunque sentenzia, ovunque si legge: «Bisogna ricostruire.» Giusto. Tutti però. Ognuno faccia la propria parte poiché l’aiuto può articolarsi in forme diverse: dall’amatriciana di solidarietà, a eventi per raccogliere fondi, “adozione” di capi di bestiame, spostati per esempio da Roccapassa – frazione di Amatrice – a Maccarese (Fiumicino) e ospitati nell’azienda agricola locale, acquisto di un’unità mobile da parte della Federazione Nazionale Ordine dei Medici di Rieti, al dono di un libro.

La biblioteca di Amatrice non è rasa al suolo, ma è danneggiata in modo consistente. La perdita di un patrimonio culturale in quello che è per eccellenza il luogo della memoria trascina con sé l’anima di una piccola città. Le macerie non hanno semplicemente sepolto libri, oggetti ricoperti di polvere in inesistenti scaffali. La terra ha inghiottito testimonianze, ricordi, l’identità di una comunità da ricostruire.

Nasce l’idea un libro per Amatrice, l’iniziativa prende corpo, cresce mese dopo mese grazie all’impegno di una giornalista di RietiLife, Sabrina Vecchi, che ne è l’ideatrice.

«Vuoi regalare il tuo libro alla biblioteca di Amatrice?» la domanda a bruciapelo mi catapulta in una prospettiva di collaborazione coinvolgente. Ricostruire una biblioteca pezzo per pezzo, non solo nella struttura, ridarle vita, far nascere un luogo d’incontro tra letture e lettori significa sostenere la sua vocazione comunicativa e il suo potere di aggregazione.

«Siamo arrivati a un centinaio di libri catalogati» mi racconta Sabrina al telefono, felice di raccogliere l’adesione di molti, autori celebri e meno noti, tutti volumi autografati e dedicati – è una richiesta specifica – che testimoniano agli abitanti di Amatrice quanta Italia sarà concentrata nella neonata biblioteca.

Per il momento sono custoditi nella sede di RietiLife, temporanea come per numerosi altri servizi in zona, in attesa che sia predisposta una casetta, tra quelle in costruzione, o un container: arredare questo spazio, anche se provvisorio, predisporre scaffali, catalogare romanzi, raccolte di poesie, saggi, biografie secondo un criterio scelto – argomento, genere, autore, provenienza – sarà un’occasione per richiamare persone a lavorare insieme, a ripartire dalla cultura e ricerca di una comune identità.

Così, Le radici nell’anima pianterà i suoi bulbi in quel di Amatrice e, pur raccontando abitudini e fatti profondamente legati alla Pianura Padana, si troverà a suo agio ben oltre il fiume Po.

Tra le prime parole che s’incrociano aprendo il libro:

In ogni famiglia esiste una biblioteca vivente, un archivio umano cui attingere, dono che è un peccato lasciare nei confini casalinghi o di poche generazioni. Si perderebbero esperienze, atmosfere, momenti privati e pubblici, pezzi di Storia e tradizioni che, nel tempo, morirebbero con chi ne è stato protagonista.

L’incontro con Amatrice mi sembra ora meno casuale.

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N.B. Alla mia richiesta di pubblicare l’indirizzo di spedizione nel post, Sabrina Vecchi, la giornalista responsabile del progetto, mi ha risposto espressamente di non diffonderlo in pubblico poiché la redazione del giornale RietiLife è in una sede provvisoria, quella ufficiale è inagibile. Preferiscono quindi evitare di confondere con le indicazioni di recapito. Anche nel passaparola, l’indirizzo è da fornire in privato.

 

 

 

Stella di Sion

Graziella Borgna, Auschwitz, acrilico/carta

Graziella Borgna, Auschwitz, acrilico/carta

 

Una giornata d’inverno piovosa e fredda. Il salottino accogliente di una libreria del centro ospita il gruppo di lettura. Si ascoltano poesia e musica uniti in un binomio equilibrato e armonioso. Eugenia, l’autrice del libro La Trama di Penelope, mostra la sua anima nella scelta di parole e immagini. Donna decisa, può apparire dura, drastica, talora spigolosa a un approccio superficiale. La sua sensibilità è invece in grado di raggiungere livelli altissimi e toccare le corde più profonde del cuore.

Stella di Sion è lamento, grido di rassegnazione a un destino tracciato, la musica come essenza interna e cornice della composizione poetica. Un violino suona tra i versi, le note si susseguono in un crescendo di figure tristemente dolci mentre il motivo tragicamente cadenzato delle percussioni sul tamburo ritma i passi dei condannati verso il patibolo.

Accadeva un anno fa e ho pianto. Per la prima volta ascoltavo e leggevo la poesia di Eugenia. La porta del salottino lasciava intravedere un angolo di vetrina. Alzando lo sguardo, mi soffermai sulla strada deserta all’esterno, guardai la pioggia battente che depositava sul vetro lunghe tracce simili a barre e, per un istante, la mia immaginazione trasformò quel piccolo scorcio nella finestrella di una baracca.

Oggi, in un XXI secolo appena nato, non è solo la fenditura verso la luce nel buio di un tugurio a Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Bergen-Belsen, Auschwitz, Chelmno e molti altri, anche in Italia. È pure la tragica condizione subumana di donne, bambini, ragazzi, uomini sulla cosiddetta rotta balcanica. Queste immagini¹, che scorrono come in un film drammatico, raccontano più delle parole. Differenza tra gennaio 2017 e gli anni 1940/45? Credo nessuna. Forse la Storia si ripete, il ricordo tende a sbiadire con l’aumentare della distanza temporale da quei giorni, oppure non si impara dai propri errori. È in ogni caso perdita del senso di umanità.

 

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La voce di Graziella Borgna  e il tamburo di Fabio Turchetti accompagnano la lettura.

 

Stella di Sion

È successo. Era un Maggio di Auschwitz
(sbocciavano di sangue, nella mia carne, le rose,
germogliavano in croste le foglie, e le ginestre
colavano in cascate d’oro),
ed è successo.
Salivano al cielo a migliaia, in quei giorni,
le stelle di Sion in nuvole di fumo:
era rovente il camino, tutt’intorno la terra muta.
E suonava un violino, suonava… suonava…
sotto un cielo di rame.
Mi fecero spogliare, i servi della Bestia,
perché solo il marchio, sul mio braccio,
avvampasse al giorno a loro gloria,
il buio, nei loro occhi, trovasse pace della mia miseria,
ma d’arrossire il mio viso aveva perso memoria
e raccolta la mia manciata d’ossa,
con tutti i miei vent’anni penzoloni fra le gambe,
mi trascinai oltre la porta, verso il camino.

Il violino suonava… bussava… suonava… scavava…
prigioniero dei servi, sotto un cielo di rame,
nei miei occhi di pietra,
nella mia anima sepolta nella pena.
Fuggivano a grappoli dall’archetto le note:
mi portò il “do” una cesta croccante di pane,
il “mi” medicò, con erbe profumate, le mie piaghe,
con calice di rosolio il “fa” placò la mia arsura,
il “re” mi coprì con vesti di seta,
nel “sol” rividi la mia casa,
nel “la” e il “si” i miei libri di scuola.
Poi tutte insieme si levarono in volo
e una pioggerella silenziosa mi bagnò il viso:
fu l’accordo più dolce, e mi misi a dormire.

E il violino suonava… suonava… suonava…
sotto un cielo di rame,
il pianto di un uomo in una nuvola di fumo.

Eugenia Tumelero  La Trama di Penelope, Apostrofo Editore 2015

#pernondimenticare, #pernonripetere ogni giorno tutti i giorni.

 

¹ da Repubblica del 10 gennaio 2017