L’estate del Villaggio

 

Paolo Villaggio e Faber, l’amico di sempre

 

«Due giovani: io avevo vent’anni appena compiuti e una ragazza di quindici anni che poi è diventata mia moglie. Eravamo abbracciati in un boschetto di pitosforo in una notte di primavera incredibile… Abbraccio questa ragazza, ne ero attratto fisicamente… Mi venne un’idea balzana. C’era un venditore di pezzi di noce di cocco, corro fin lì e dico:
«Mi dia un bicchiere.»
«Cosa vuole dentro?»
«Solo un bicchiere.»
Perché? Il cielo era a quei tempi, tempi non inquinati, pieno di lucciole lampeggianti in una notte senza luna. Allora, ho riempito il bicchiere di lucciole, l’ho rovesciato sul palmo della mano destra e con questa luce, una lanterna magica, ho illuminato il viso di mia moglie. L’emozione è stata enorme… Ho scoperto, a quella luce speciale e magica, qualcosa che non avevo visto mai alla luce solare: tante piccole lentiggini. Posso confessare che quello è stato di gran lunga il momento più felice della mia vita.»

Parole che un Paolo Villaggio anziano ed emozionato pronuncia in un’intervista a Porta a Porta del 6 febbraio 2015. Raccontandosi a Bruno Vespa, ricorda l’amicizia e la collaborazione con Fabrizio de André, la celebre Carlo Martello peraltro lato B di un 45 giri del 1963 il cui brano principale è Il fannullone. In entrambi i casi, Villaggio scrive i testi. Riconosce in Canzone dell’amore perduto dell’amico Faber il brano d’amore «musicalmente più valido.»

Ho riletto altre sue dichiarazioni in un articolo dell’agosto 1992 comparso su Repubblica , anche in questa occasione un Villaggio ventenne e innamorato.

«Maura era di un carineria assoluta. Io la vedo bellissima anche oggi, figuriamoci com’era irresistibile a sedici anni. Non ci siamo più lasciati. Era il ’53, nel ’59 ci sposammo. La canzone del nostro amore, la canzone della nostra prima estate era… Ma lo sa che non c’ erano belle canzoni, a quell’epoca? Senza fine e Il cielo in una stanza arrivarono molto dopo, negli anni Sessanta. La canzone che vide divampare il nostro amore invece diceva così: Che mele, che mele, sono rosse come il miele, un motivetto molto allegro di Gorni Kramer.»

In seguito, le sue estati.

«Avevo vent’ anni e praticamente vivevo ai Bagni Lido di Genova. Da noi non esisteva l’ estate intesa come vacanza, come viaggio, come andare altrove. La vacanza la facevi lì, a quaranta metri da casa. Si cambiava tipo di letture, un po’ meno impegnative data la stagione: si leggevano Urania e molti libri gialli, e si passava tutta la giornata al mare. Che naturalmente non era inquinato. Che aveva la riga del bagnasciuga piena di pomodori di mare. E aveva quella cresta che si chiama passeggiata dei granchi piena di ricci. Pesci-scoglio in quantità. Tanti gabbiani. E i cormorani… La nostra casa in corso Italia era inondata dal salino. Se stavi con la finestra aperta e poi ti passavi la lingua sulle labbra erano salate. I viali di tigli mandavano un profumo aristocratico, appena percettibile. Stordiva invece, a primavera, l’odore del pitosforo. Fare il bagno di notte, nelle notti senza luna, produceva un curioso effetto fosforescenza, la scia come quella di una cometa, stelline d’argento come in un cartoon di Walt Disney. Oggi credo che quella fosforescenza non esista più neanche ai Caraibi. E poi c’erano le mitiche lucciole di Pasolini. Migliaia e migliaia all’ inizio dell’ estate. Maura la illuminai con un bicchiere pieno di lucciole, una sera, nel boschetto dei pitosfori; non ho più smesso di amarla.»

«Il maestro Gimelli suonava la fisarmonica e le sue due sorelle – carine, capelli rossi, molto corteggiate – cantavano. Da un lato stavamo noi, dall’altro le ragazze. Portavano gonne scampanate molto larghe, si truccavano poco, avevano i capelli ancora umidi di mare e non usavano né deodorante né profumo. Quando ti piacevano, il loro odore era meraviglioso. Bevevano gazzosa, orzata, chinotto. La coca cola non me la ricordo, gli alcolici erano impensabili. Noi ragazzi portavamo gli zoccoli con la fascia di spugna, pantaloni con le pinces color carta da zucchero poiché i jeans non esistevano, e magliette da gondoliere a rigoni bianchi e rossi oppure bianchi e blu. Io ero un pessimo ballerino con mani spugnate, ma mi lanciavo ugualmente perché la danza era l’ unica occasione per avvicinare una donna. Si ballava il mambo, la raspa, il fox, lo slow, e le canzoni duravano anche quattro estati… Quando si ballava, o si tentava di ballare il boogie-woogie, ci levavamo gli zoccoli che puntualmente ci venivano rubati. La nostra canzone, credo fosse una raspa, era deliziosa. Diceva: che mele, che mele, sono rosse come il miele, sono rosse, sono grosse, sono buone da mangiare, abbiam pure le banane, il cocco e l’ananàs, tutta frutta prelibata che vien da Caracàs. Quell’ Italia così di provincia era un incanto. Maura era un tipo bizzarro e anticonvenzionale. Stavamo insieme dalle nove del mattino a mezzanotte senza stancarci mai e mia madre era assai diffidente perché in quegli anni le ragazze non avevano il permesso di uscire di sera.»

È questa l’immagine di Paolo Villaggio che mi accompagnerà: la dolcezza nei sentimenti, la poesia nelle descrizioni, insieme ai suoi monologhi televisivi ricchi di comicità paradossale, iperbolica, a tratti surreale, lo straordinario acume che gli faceva esprimere giudizi intelligentemente tranchant. Non è stato solo Fantozzi e Fracchia, ma anche magnifico interprete con Monicelli, Luciano Salce, Corbucci, Comencini e Pupi Avati per citare sono alcuni grandi maestri con cui ha lavorato. Non scorderò mai il prefetto Gonnella in La voce della luna di Fellini o il colonnello Sebastiano Procolo in Il segreto del bosco vecchio di Olmi, ruoli che gli valsero il David di Donatello nel ’90 e il Nastro d’argento nel ’94 sempre come migliore attore protagonista.

Nei numerosi memoriali comparsi su varie testate, mi stupisce che sia  ricordato soprattutto come il ragionier Fantozzi. Splendida caricatura, senza dubbio, rappresentazione tragi-comica di una realtà personale e lavorativa. Ho riso e mi sono commossa con i quadri grotteschi pennellati nei libri, in particolare il primo del ’71, dal linguaggio imprevedibile, volutamente scorretto, caustico e sardonico nel dipingere un ambiente di prevaricazione e vessazione. Ho amato molto i romanzi, un po’ meno i film in tutta sincerità. Ho sempre considerato Villaggio prima di tutto scrittore e autore.

Non piaceva a tutti, ma non gliene importava nulla. Credo che oggi riderebbe dell’attenzione che gli è riservata anche da chi, in vita, l’ha criticato e ha preso le distanze. Lo disse pure nell’intervista del ’92 a Repubblica:

«Come molti attori e molti artisti che si distruggono con le loro mani, anch’io provo un’enorme curiosità per quell’evento, so che la morte mi darà finalmente una vera grandissima emozione. Sarà un gran funerale, il mio. Verranno anche tutti quegli intellettuali che oggi mi snobbano e non mi salutano, e che mi hanno costretto a cambiare vita, a fare l’attore per davvero.»

Un saluto, quindi, e un grazie con una scena tratta dal film Il Belpaese di Luciano Salce, pellicola del 1977, storia di Guido Belardinelli  ambientata negli anni di piombo, un italiano medio che incappa, suo malgrado, nella criminalità organizzata ma incontra Mia. E l’Italia, che avrebbe voluto lasciare di nuovo ripartendo per la piattaforma petrolifera da cui era ritornato, gli appare diversa. Un lavoro secondo alcuni non perfettamente riuscito – e mi dissocio – una trama in certi momenti datata, ma non certo nella scena finale.

 

 

 

Don Primo Mazzolari, “preti così”

 

Martedì 20 giugno 2017, Bozzolo: un piccolo centro tra Cremona e Mantova, e in provincia di quest’ultima, con poco più di quattromila abitanti, accoglie papa Francesco per un pellegrinaggio sulla tomba di don Primo Mazzolari. Grande uomo, prete di spessore, punto di riferimento per molti ragazzi della bassa padana che, attorno agli anni ’40, iniziano a frequentare sempre più numerosi la parrocchia di Bozzolo benché don Primo stesso non amasse il proselitismo. Pure Guido, protagonista delle Radici nell’anima, è uno di loro. Nelle parole di questo sacerdote, i giovani di allora sentono progetti concreti, percepiscono un’apertura al mondo laico assolutamente nuova e rivoluzionaria per i tempi.

Prudenza, raccomandano i vescovi in quegli anni. Diffidenza, esprime l’autorità ecclesiastica accusandolo a torto di disobbedienza, vedendo in lui la figura di un ‘prete sociale’, attività pericolosa, fuorviante e invece così necessaria per la missione della Chiesa, arrivando a condannare nel 1935 il testo La più bella avventura poiché, secondo il Sant’Uffizio Vaticano, propone un’analisi «erronea» della parabola del figliol prodigo.

don Primo Mazzolari nel suo studio

Oggi i suoi scritti sono documenti preziosi e mi permetto di consigliarne la lettura a chi si professa legittimamente ateo, agnostico, anticlericale o indifferente e apateo. Quanta umanità in La più bella avventura (1934), terrena sofferenza in Della tolleranza (1945), laico pacifismo in Tu non uccidere (1955)! Don Primo richiama ad attivismo e azione responsabile, alla necessità di essere nel contempo cristiani, cittadini e uomini, capaci di «vivere cioè sulla pubblica piazza, più che all’ombra delle sacrestie, di confonderci con la folla invece di fuggirla, di amarla invece di sconfessarla, di parlare attraverso tutte le voci che essa intende…», di capire «che il nostro dovere è quello di essere il ‘lievito della pasta’ più che dei bei torniti panini…» scrive nel libro La più bella avventura. Un programma d’impegno, iniziativa, superamento della contrapposizione tra ‘noi’ e ‘loro’, «i buoni, i cattivi», dialogo e comunione con «i lontani» e chi non crede.

Il discorso che papa Bergoglio pronuncia la mattina del 20 giugno, nella chiesa parrocchiale di Bozzolo, mette in luce il fascino del pensiero di don Primo. È possibile ascoltarlo on line, qualche giornale riporta parti importanti, i quotidiani locali – La Provincia di Cremona, La Gazzetta di Mantova – e il sito del Vaticano pubblicano il testo integrale.

Mi fa piacere condividerlo qui, a disposizione di tutti, dei “non padani”, di chi forse non conosce don Mazzolari – in autunno inizierà la causa di beatificazione.

Abbiamo bisogno di “preti cos씹, “uomini così”, più visibili e numerosi, animati da passione e fede nell’accezione anche laica del termine in un momento storico nel quale le provocazioni culturali e religiose dilagano da varie parti, deformandosi in contrasti sociali e di civiltà, facendo perdere il senso profondo dell’adesione, di qualunque natura sia purché vissuta con autenticità. Come scrive Olivier Clément sul numero di dicembre 2003 di Vita e Pensiero, la rivista dell´Università Cattolica di Milano, «da parte nostra, siamo chiamati a un cristianesimo più profondo e più lucido, capace al tempo stesso di accogliere.» Vorrei aggiungere pure più convinto e razionale.

Oggi sono pellegrino qui a Bozzolo e poi a Barbiana, sulle orme di due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa, per quanto scomoda, nel loro servizio al Signore e al popolo di Dio. Ho detto più volte che i parroci sono la forza della Chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale, come quest’uomo, essi danno vita a un vero e proprio “magistero dei parroci”, che fa tanto bene a tutti.
Don Primo Mazzolari è stato definito “il parroco d’Italia” e San Giovanni XXIII lo ha salutato come «la tromba dello Spirito Santo nella bassa padana». Credo che la personalità sacerdotale di don Primo sia non una singolare eccezione, ma uno splendido frutto delle vostre comunità, sebbene non sia stato sempre compreso e apprezzato. Come disse il Beato Paolo VI: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». La sua formazione è figlia della ricca tradizione cristiana di questa terra padana, lombarda, cremonese. Negli anni della giovinezza fu colpito dalla figura del grande vescovo Geremia Bonomelli, protagonista del cattolicesimo sociale, pioniere della pastorale degli emigranti.

Non spetta a me raccontarvi o analizzare l’opera di don Primo. Ringrazio chi negli anni si è dedicato a questo. Preferisco meditare con voi, soprattutto con i miei fratelli sacerdoti, l’attualità del suo messaggio, che pongo simbolicamente sullo sfondo di tre scenari che ogni giorno riempivano i suoi occhi e il suo cuore: il fiume, la cascina e la pianura.

Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito. Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con se stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso. Predicando ai seminaristi di Cremona, ricordava: «L’essere un “ripetitore” è la nostra forza. Però, tra un ripetitore morto, un altoparlante, e un ripetitore vivo c’è una bella differenza! Il sacerdote è un ripetitore, però questo suo ripetere non deve essere senz’anima, passivo, senza cordialità. Accanto alla verità che ripeto, ci deve essere, ci devo mettere qualcosa di mio, per far vedere che credo a ciò che dico; deve essere fatto in modo che il fratello senta un invito a ricevere la verità». La sua profezia si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata.

Nel suo scritto La parrocchia, egli propone un esame di coscienza sui metodi dell’apostolato, convinto che le mancanze della parrocchia del suo tempo fossero dovute a un difetto di incarnazione. Ci sono tre strade che non conducono nella direzione evangelica:
La strada del lasciar fare: è quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani. Quel “balconare” la vita… Ci si accontenta di criticare, di «descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori» del mondo intorno. Questo atteggiamento mette la coscienza a posto, ma non ha nulla di cristiano perché porta a tirarsi fuori, con spirito di giudizio, talvolta aspro. Manca una capacità propositiva, un approccio costruttivo alla soluzione dei problemi.
Il secondo metodo sbagliato è quello dell’attivismo separatista. Ci si impegna a creare istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…). Così la fede si fa più operosa, ma – avvertiva Mazzolari – può generare una comunità cristiana elitaria. Si favoriscono interessi e clientele con un’etichetta cattolica. E, senza volerlo, si costruiscono barriere che rischiano di diventare insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide rispetto a quello che unisce. È un metodo che non facilita l’evangelizzazione, chiude le porte e genera diffidenza.

Il terzo errore è il soprannaturalismo disumanizzante. Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che si incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni. È la tentazione dello spiritualismo. Ne deriva un apostolato fiacco, senza amore. «I lontani non si possono interessare con una preghiera che non diviene carità, con una processione che non aiuta a portare le croci dell’ora». Il dramma si consuma in questa distanza tra la fede e la vita, tra la contemplazione e l’azione.

La cascina, al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie” che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città. La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari. Anche lui pensava a una Chiesa in uscita, quando meditava per i sacerdoti con queste parole: «Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. Per fare molto, bisogna amare molto».
La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un «focolare che non conosce assenze». Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura. Egli è stato giustamente definito il parroco dei lontani, perché li ha sempre amati e cercati, si è preoccupato non di definire a tavolino un metodo di apostolato valido per tutti e per sempre, ma di proporre il discernimento come via per interpretare l’animo di ogni uomo. Questo sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità lo ha portato a dare valore anche alla necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio. «Accontentiamoci di ciò che possono dare le nostre popolazioni. Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente». Vorrei ripeterlo questo, e ripeterlo a tutti i preti d’Italia e del mondo: «Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente.» E se, per queste aperture, veniva richiamato all’obbedienza, la viveva in piedi, da adulto, da uomo, e contemporaneamente in ginocchio, baciando la mano del suo Vescovo, che non smetteva di amare.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il “Discorso della montagna” non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio. Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente. Vi incoraggio, fratelli sacerdoti, ad ascoltare il mondo, chi vive e opera in esso, per farvi carico di ogni domanda di senso e di speranza, senza temere di attraversare deserti e zone d’ombra. Così possiamo diventare Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. Quella dei poveri è definita da don Primo un’ esistenza scomodante, e la Chiesa ha bisogno di convertirsi al riconoscimento della loro vita per amarli così come sono: «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». Lui non faceva proselitismo. Papa Benedetto XVI ci ha detto che la Chiesa, il Cristianesimo non crescono per proselitismo, ma per attrazione cioè per testimonianza. È quello che don Primo Mazzolari ha fatto: testimonianza. Il servo di Dio ha vissuto da prete povero, non da povero prete… c’è un differenza… Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».

Aveva meditato a fondo sulla diversità di stile tra Dio e l’uomo: «Lo stile dell’uomo: con molto fa poco. Lo stile di Dio: con niente fa tutto». Per questo la credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della Chiesa: «Se vogliamo riportare la povera gente nella loro Casa, bisogna che il povero vi trovi l’aria del Povero», cioè di Gesù Cristo. Nel suo scritto La via crucis del povero, don Primo ricorda che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». E aggiunge: «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».

Cari amici, vi ringrazio di avermi accolto oggi, nella parrocchia di don Primo. Siate orgogliosi di aver generato “preti così”, e non stancatevi di diventare anche voi “preti e cristiani così” anche se ciò chiede di lottare con se stessi, chiamando per nome le tentazioni che ci insidiano, lasciandoci guarire dalla tenerezza di Dio. Se doveste riconoscere di non aver raccolto la lezione di don Mazzolari, vi invito oggi a farne tesoro. Il Signore, che ha sempre suscitato nella santa madre Chiesa pastori e profeti secondo il suo cuore, ci aiuti oggi a non ignorarli ancora. Perché essi hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni. Tante volte ho detto che il pastore deve essere capace di mettersi davanti al popolo per indicare la strada, in mezzo come segno di vicinanza o dietro per incoraggiare chi è rimasto dietro. E don Primo scriveva: «Dove vedo che il popolo slitta verso discese pericolose, mi metto dietro; dove occorre salire, m’attacco davanti. Molti non capiscono che è la stessa carità che mi muove nell’uno e nell’altro caso e che nessuno la può far meglio di un prete».

Con questo spirito di comunione fraterna, con voi e con tutti i preti della Chiesa in Italia, con quei bravi parroci, voglio concludere con una preghiera di don Primo, parroco innamorato di Gesù e del suo desiderio che tutti gli uomini abbiano la salvezza.

Così pregava don Primo

Sei venuto per tutti:
per coloro che credono
e per coloro che dicono di non credere.
Gli uni e gli altri,
a volte questi più di quelli,
lavorano, soffrono, sperano
perché il mondo vada un po’meglio.
O Cristo, sei nato “fuori della casa”
e sei morto “fuori della città”,
per essere in modo ancor più visibile
il crocevia e il punto d’incontro.
Nessuno è fuori della salvezza, o Signore,
perché nessuno è fuori del tuo amore,
che non si sgomenta né si raccorcia
per le nostre opposizioni o i nostri rifiuti.

 

Papa Francesco, Bozzolo 20 giugno 2017

 

 

 

¹ Preti così, meditazioni di Don Primo Mazzolari, pubblicazione postuma, 2010

 

 

Amatrice si arricchisce di libri

 

immagine dall’archivio di RietiLife

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

dall’archivio di RietiLife

 

L’iniziativa Un libro per Amatrice non ha conosciuto battute d’arresto in questi mesi e i contributi sono stati numerosi. Sabrina Vecchi, la giornalista di RietiLife che nel settembre dello scorso anno ha avuto la brillante intuizione del progetto, mi conferma: «Tutto procede bene in attesa che il sindaco (di Amatrice, n.d.r.) dia l’ok per portarli su!». Il tono è vivace, Sabrina appare soddisfatta e ringrazia di cuore chiunque abbia accettato di collaborare.

 

Il 31 marzo 2017, ha pubblicato un breve articolo per ricordare la proposta e aggiornare sull’andamento.

 

RietiLife per la biblioteca di Amatrice: autori, continuate a mandare i vostri libri!

Continuano ad arrivare presso la redazione di RietiLife libri con dedica degli autori da destinare alla ricostruzione della biblioteca di Amatrice completamente devastata dal terremoto del 24 agosto 2016. L’iniziativa, ideata dalla nostra testata e sposata con entusiasmo dal bibliotecario e dal sindaco di Amatrice Sergio Serafini e Sergio Pirozzi, si propone di ricreare occasioni di svago ed evasione ed ha come scopo ultimo quello di ricostruire il tessuto culturale del paese.

A partire dal primo donato dal grande Luis Sepulveda, oggi sono moltissimi gli autori, celebri ed esordienti, che hanno inviato il proprio libro con dedica: dai fumetti ai saggi, dai romanzi ai libri per ragazzi, ai fotografici inviati dai club sportivi, alle biografie.

RietiLife avrà cura di informare lettori e donatori sull’evoluzione del progetto, fino alla consegna dei libri, che avverrà nel momento in cui sarà individuato dal sindaco uno spazio idoneo ad accogliere i volumi. Nel frattempo, chiunque abbia scritto un libro può proseguire a inviarlo nella nostra redazione con una dedica indirizzata ai lettori della “nuova” biblioteca di Amatrice. Se volete partecipare scriveteci alla nostra mail: info@rietilife.it.

RietiLife, Sabrina Vecchi, 31/03/2017

 

 

 

Dalla parte dei bambini

A ridosso del 19 marzo, data in cui si celebra la festa del papà, non si fanno attendere le polemiche anche in assenza di recenti fatti di cronaca che possano generarle o di narrazioni che li mettano in prima pagina.

In rete, da giorni, circolano articoli che raccontano di come in un asilo nido di Milano sia stato deciso di abolire la tradizionale preparazione di regalini e bigliettini per il proprio genitore. Ne parla ovviamente Il Corriere, seguono a ruota La Stampa, Il Fatto Quotidiano e altre testate. Motivo della scelta? Non discriminare i bambini che hanno due mamme o sono comunque figli di coppie gay. Immancabili le proteste di Fratelli d’Italia, Lega Nord e di chiunque abbia sfruttato l’occasione per strumentalizzare l’accaduto.

È proprio un pezzo del Fatto a essere condiviso ripetutamente e a diffondersi come un meme.

Retweet a raffica, commenti indignati dai classici «Vergogna!» o «Come siamo caduti in basso», all’attacco contro una minoranza «per giunta snaturata» e l’immancabile riferimento all’abolizione del presepe natalizio nonché della festa di San Giuseppe per non offendere i musulmani. Per non parlare infine del collegamento alla teoria gender… Attraverso il passaparola, ognuno ha aggiunto il proprio ingrediente preferito nel calderone generale. In coda, e rigoroso ordine cronologico, lo stralcio di una pagina del Giornale.

cliccare sull’immagine per ingrandire

Nel fervore della provocazione, nessuno si accorge che gli articoli, e quindi il fatto contestato, risalgono a marzo 2016. Insomma, in mancanza di materiale più recente si rispolverano servizi giornalistici datati. Eh già, un episodio analogo succederà pure anche quest’anno! Ne ricordo uno simile in un asilo di Roma, se non erro accaduto nel 2013, e ancora due anni più tardi in una scuola materna sempre della capitale.

Ogni Natale ha le sue contestazioni sul mancato allestimento del presepe, ogni 19 marzo e ogni maggio in occasione della festa della mamma annoverano critiche sull’esclusione di letterine e filastrocche, sul ripudio di pensierini e pacchetti regalo. Ormai è consuetudine. La necessità di creare un caso sempre e comunque è diventato un must. Pare proprio non si riesca a evitarlo.

È ormai noto a chi passa spesso da queste parti come non ami le “giornate dedicate a…”, in particolare quelle che hanno assunto nel tempo un mero significato commerciale. Possiamo tuttavia definirle nocive o addirittura offensive? Ledono davvero la dignità o i principi di qualcuno?

Rifletto partendo dal caso in questione. Alcuni bambini hanno due mamme, quindi non conoscono una figura maschile che possano chiamare “papà”. La maggioranza dei loro compagni invece sì. Decisione della psicologa di turno: abolizione della festa e spazio a una generica festa della famiglia.

Non intendo affatto discutere la questione delle unioni gay, non è questo il punto, almeno per me, in una simile vicenda: sono profondamente convinta che uno stato laico debba garantire i diritti di tutti, ma di tutti appunto. Non è da trascurare, inoltre, che spesso i provvedimenti della scuola in tali cirscostanze non sono affatto sollecitati dai genitori omosessuali che, anzi, interpellati sull’argomento, dichiarano di non avere alcuna preclusione nei confronti di “festa del papà, della mamma, dei nonni”… Insegnanti e psicologi ritengono invece che siano discriminanti. Ma per chi? mi chiedo, se nemmeno gli adulti interessati inoltrano richieste al riguardo? Lo stesso vale per la questione presepe natalizio. Quante volte ho visto in reportage televisivi, ma anche con i miei occhi, genitori musulmani allibiti di fronte alle proteste per il mancato rispetto della tradizione quando a loro non importa nulla di grotte, mangiatoie e Gesù bambini, anzi i loro figli si divertono pure a creare decorazioni e preparare scenografie?

È il punto di vista “a rovescio”, il capovolgimento di un tranquillo e sereno modo di ragionare di alcuni che mi lascia perplessa e ritengo un’inutile ostentazione.

Ribaltiamo la situazione: la maggioranza dei bimbi figli di coppie gay, uno solo o pochi inseriti in una famiglia, definiamola, tradizionale. Quale sarebbe stata la scelta? È proprio necessario porre sempre la questione in termini di salvaguardia? O è piuttosto più razionale lasciare che si vivano i momenti nel loro naturale accadimento?

Mi piacerebbe prevalesse sempre il buon senso dell’educatore. Nel caso di specie, questi bambini hanno già fatto un consistente percorso di vita insieme, di un anno o forse più, hanno giocato e lavorato in gruppo. Le classiche frasi «mio papà ha detto….», «mio papà ha fatto ….», «mio papà è ….» saranno state ovviamente pronunciate tra loro, è del tutto normale! Inoltre, sono bimbi piccoli e non hanno sovrastrutture mentali, vedono fatti e persone per ciò che sono, non interpretano, constatano. I traumi emergono solo nei giorni antecedenti il 19 marzo o la festa della mamma? In occasione di una poesia da recitare e dedicare al padre o alla madre e di una letterina con gli stessi destinatari? Se insegnanti e psicologi  non hanno mai rilevato disagio nel comportamento di bambini con due mamme o due papà  significa, a mio avviso,  che questo non esiste o che la loro attenzione è stata davvero minima. Con ogni probabilità, i piccoli non si sono mai sentiti discriminati tra loro prima della decisione presa dai “grandi” che farà ora conoscere a questi innocenti il concetto di diversità. Perché in altre scuole materne o asili nido si festeggerà il papà, alcuni loro amichetti ne parleranno e le domande seguiranno.

Sostengo da sempre che le occasioni andrebbero ogni volta trasformate in opportunità. Festa del papà? Bene, ogni bimbo prepara un lavoretto per il proprio genitore, un regalo in una giornata particolare per testimoniare l’affetto. Punto. Non vorrei banalizzare, ma chi addirittura di papà ne ha due raddoppia 😉 Chi si ritrova invece due mamme, ha una duplice occasione: il 19 marzo e il mese di maggio. Perché no? Il tutto svolto nella più semplice naturalezza, linguaggio che i bambini capiscono molto bene se gli adulti non lo deformano. Adotterei lo stesso atteggiamento durante i giorni del Natale che offrono persino la splendida possibilità di sfruttare l’aspetto culturale almeno con gli alunni più grandicelli.

Ho perso la mamma all’età di sette anni. Ho quindi trascorso il periodo della scuola elementare a scrivere letterine in occasione della festa della mamma, eppure non l’ho mai vissuto come uno shock, a parte il dispiacere di non avere mia madre accanto. Ero piccola, ma abbastanza sveglia per capire che le parole sarebbero comunque arrivate a lei in un modo nuovo e che lei le avrebbe lette in un modo nuovo. La mia famiglia non appariva simile a quella dei miei compagni. Era in ogni caso un nucleo affettuoso, per cui non ho mai percepito una sensazione d’isolamento nemmeno a scuola. Ho provato invece turbamento e subbuglio quando papà, risposandosi, ha cercato di ridarmi una “famiglia normale”: lo era per gli altri, non per me. Per il mio cuore e la mia giovane mente era meglio prima.

Sarebbe opportuno collocarsi sempre dalla parte dei bambini, non gettare su di loro le frustrazioni del nostro mondo di adulti con sovrastrutture e logiche talora rovesciate o quantomeno poco lineari.

L’esperienza del dolore

Il dibattito vita/morte torna saltuariamente alla ribalta alla luce dei fatti di cronaca. Dovrebbe invece essere un pensiero costante per importanza e delicatezza. Preferirei in questi giorni un rispettoso silenzio su una scelta, senza giudizi, pregiudizi o speculazioni di ogni sorta e matrice, lavori parlamentari seri che affrontino con coscienza un problema complesso.
Il bambino al cobalto è un libro sul dolore fisico e pscicologico, scritto da un amico nonché medico molto noto, in Italia e non solo, il dott. Ivano Luppino. Ha atteso tanti anni per fare uscire la sua sofferenza, parlarne, metterla nero su bianco, farla conoscere. Non a caso la dedica è per le figlie «Daria e Maria Chiara, perché sappiano quello che non hanno mai saputo.»
Questa lettura è una testimonianza per riflettere sulla reazione al dolore, nient’altro.

ll bambino al cobalto – diario di un doIore

il-bambino-al-cobalto

I numerosi viaggi in aereo sulla tratta Sud-Nord e ritorno, ripetitivi e sempre uguali a se stessi, «stessi orari, stesse giornate, stesso posto a sedere …» sono occasione per riportare alla superficie un passato nascosto nella coscienza o che, almeno, era tale al mondo.

Io-presente e io-profondo si uniscono senza soluzione di continuità, in una dimensione quasi atemporale.

È un venticinque febbraio della mia vita e sono in compagnia del mio posto, a bordo di un aereo dell’Alitalia.
Il mio giorno è stato una domenica alle ore 9 del mattino. A quel tempo i bambini venivano alla luce quasi sempre in casa, e così accadde anche per me.

Inizia con queste parole il “diario di un dolore” di Ivano Luppino, la storia personale di una vita legata indissolubilmente all’esperienza della sofferenza. Scriverne è stato per lui, bambino al cobalto, una sorta di seconda nascita.

Libro breve: in sole 130 pagine circa è raccontata un’esistenza. Libro molto intenso: non una successione cronologica di avvenimenti, bensì l’analisi di una condizione fisica e psicologica, la convivenza di un bambino, poi adolescente, con la malattia. Come cornice, una solida rete di relazioni familiari, amicizie e affetti importantissima per il protagonista.

Si procede per flash, immagini e ‘quadri’ di vita; momenti di profonda angoscia lasciano spazio ad aneddoti di una quotidianità ‘normale’ e festosa. «Il peso di un’infanzia persa e mai riconquistata» è bilanciato da ricordi di istanti spensierati, e giustamente per un diciottenne: festeggiare con gli amici in estate, incontrarli al bar, ascoltare i brani dei Collage, i Cugini di Campagna, i Mattia Bazar, «cuccare» sul lungomare, suonare e cantare in gruppo nel garage di un amico.

Alternanza che non lascia la percezione di un brusco stacco narrativo, ma che ha il sapore del reale in cui nulla è costruito a priori e le giornate si arricchiscono di intrecci, sentimenti, successi e delusioni, prove, sorrisi e lacrime, incontri e scontri: questa è la dimensione del ‘vero’ che ho gustato leggendo il testo.

Da una pagina all’altra ci si sposta quindi molto nel tempo e parallelamente anche nello spazio. San Ferdinando, Acireale, Acicatena: scorci della natura calabrese e siciliana che sembrano compensare il triste fil rouge del racconto con la luce e i colori della bellissima Italia meridionale. Il blu del mare, il verde della terra, la vigna di famiglia a Palmi, vasti terreni coltivati a ulivi, «il piccolo borgo di Forza d’Agrò» la cui «strada di accesso» […] «era costituita da una lunga serie di tornanti che consentivano ai visitatori occasionali di restare senza parola, letteralmente incantati nel godere della vista sulla costa che da Capo Sant’Alessio va a Capo Alì: di fronte l’estrema punta della Calabria. E una volta su, era possibile vedere anche Taormina, un’impareggiabile cartolina naturale ricca di colori sfavillanti.»

E… Roma.
Per il protagonista non la città in cui godere delle bellezze dell’arte, la sede piuttosto del suo calvario. Partire per Roma significa, fin da bambino, viaggiare verso la speranza ma, al tempo stesso, incontrare la crudeltà di cure invasive, conoscere l’ ”«insulto invisibile» della radioterapia. Essere a Roma significa per lui vivere in ospedale, definito «un’appendice di casa», guardare dalla finestra il mondo esterno e lontano.

C’erano due grandi alberi di ficus ingabbiati in vasi, forse troppo piccoli, ai lati della finestra che risultava parzialmente nascosta e ciò mi consentiva, la sera, di utilizzarla come camera con vista.
Questa era stata spesso la sede dei miei pensieri.
Da lì, potevo osservare il turbinio delle auto che sfrecciavano sulla circonvallazione gianicolense che si inarcava verso Monte Verde.
Quasi ogni sera, dopo cena, quando tutti gli altri “colleghi” di sventura si ritiravano nelle stanze ( … ) quasi di nascosto, senza far rumore, spesso scalzo, abbandonavo la camera per occupare il mio palco riservato su Roma capitale.
Mi chiudevo in me, appoggiavo le braccia sul marmo della finestra, la fronte al vetro e pensavo perché tutto questo dovesse essere parte della mia vita.
La finestra riusciva a trasmettermi i rumori della vita che scorreva e tante volte avevo desiderato di uscire, liberamente, anche solo per qualche ora.
Quella finestra mi consentiva di non perdere mai il contatto con la vita degli altri, quelli che non soffrivano. Era l’unico modo per vedere, percepire l’esterno e non sentirmi recluso ospedaliero.
Ma la realtà era chiusura, impossibilità, costrizione.

La vita del “bambino al cobalto” è costellata di privazioni, limitazioni: poco sport, solo brevi e sporadiche incursioni nell’ambiente del calcetto e ciclismo amatoriale, sempre molto attento a non essere urtato, fossero anche amichevoli pacche sulla spalla o abbracci particolarmente affettuosi. Necessaria accuratezza persino nell’abbigliamento: “«le magliette e le camicie a maniche corte non rientravano nel mio guardaroba». Nascondere segni e proteggere il corpo: un must.

Oggi? «spesso in estate non mi copro, tengo la camicia sbottonata e questo, qualche volta, permette agli altri di intravedere …» Lo scrive verso la fine del libro definendo ‘strana’ questa scelta. A me non pare tale: è la logica conseguenza del lavoro su se stesso fatto raccontandosi, l’esternazione simbolica di un sommerso che è uscito alla superficie liberandosi e liberandolo.

I capitoli finali sono particolarmente toccanti, molto introspettivi.
Parla l’adulto che rivela a posteriori il desiderio spesso provato di fuggire, persino «di essere eliminato fisicamente da questa terra», di andarsene in silenzio «senza dare fastidio». Idea sempre subito abbandonata: troppo forte il legame con la vita. La sua forza di volontà, le circostanze e gli accadimenti favorevoli, dagli efficaci interventi medici alla visita a Lourdes, la preghiera e la fede, hanno consentito che il bambino non morisse. Lui non ha chiesto tuttavia di sopravvivere bensì di vivere, con tutta l’intensità che tale verbo racchiude.

Arrivata all’ultima pagina, non mi sono sentita affranta. Coinvolta e commossa sì, ma non angosciata. Pur essendo il “diario di un dolore”, come indica il sottotitolo, questo libro non suscita pietismo o lacrime di commiserazione e non mi ha lasciato il retrogusto amaro di una tragica autobiografia. Anzi, e potrà forse apparire paradossale, leggendo ho persino sentito aleggiare sulle parole una brezza di serenità.

Alla fine, la prospettiva naturale di un incontro con una «Lei», eterea figura femminile dolce e accogliente, non sconosciuta poiché sfiorata varie volte, di cui il bambino, ormai adulto, non ha paura, l’unica che pronuncerà «per la prima ed ultima volta» il suo nome. Sì, perché nel libro il nome Ivano non è mai citato. Vero che è scritto in prima persona, il che lo dà forse per scontato; nemmeno nei rari dialoghi, tuttavia, è mai pronunciato. Le pagine pullulano peraltro di riferimenti biografici e geografici reali a persone e luoghi. I personaggi sono individuabili e riconoscibili, hanno una precisa collocazione sociale, familiare e affettiva. Ebbene, per contrasto sembra che l’identità di Ivano non abbia molta importanza.

Questo mi ha fatto riflettere. Forse l’autore l’ha considerato superfluo perché sottinteso, forse l’ha fatto inconsapevolmente, forse … O, forse, l’essenziale è altrove.

Non ha ritenuto necessario, per esempio, entrare nei dettagli della malattia, anzi non ne parla proprio: evoca LA malattia non UNA patologia specifica. Se ne intuisce la gravità, ma non c’è alcuna insistenza morbosa o una particolare analisi scientifica. Eppure l’autore è un medico. Volto molto noto, persona conosciuta e stimata nell’ambiente, eccellente professionista. Nel racconto non ricorre alle sue competenze: compare qualche «garza» qua e là; spuntano sporadicamente “«lettini», di degenza e quello verde della sala operatoria «con la luce fredda della lampada scialitica»; fanno capolino i termini «radioterapia» e «cobaltoterapia»; sbuca un breve accenno alla sua tesi di laurea più per i rapporti professionali e affettivi che ne sono stati il supporto che per l’argomento trattato … nulla di più.

Una scelta narrativa che mi ha particolarmente colpita in quanto lascia emergere il punto di vista del bambino, le sensazioni del dolore espresse con immediatezza, senza razionalizzazione, talora senza capirne la reale portata. Procedimento facile per uno scrittore se racconta di un altro da sé, più complesso se l’individuo è lo stesso e deve inoltre spogliarsi delle sovrastrutture culturali che separano il suo oggi di adulto medico dal suo ieri di bambino impreparato.

Mi piace quindi pensare al “bambino al cobalto” come metafora del dolore, per cui ha scarsa rilevanza sapere se si tratta di Ivano o Giovanni o Cesare… , e, anche, come simbolo del profondo e ancestrale attaccamento alla vita insito in ogni uomo, dell’invito a non mollare mai, a non rassegnarsi di fronte alle prove che il Destino o il Cielo o Dio, secondo le personali convinzioni di ciascuno, ci riservano.

La scrittura ha un enorme potere terapeutico per chi compone e chi legge, ne sono convinta da sempre. Questo libro me ne ha fornito l’ennesima importante conferma.