La voce del sangue

fotografia di Suhaib Salem, Reuters

Non sono cristiano né ateo,
non sono ebreo né musulmano,
non sono buddista né induista,
non sono ricco né povero,
non sono donna né uomo,
non sono giovane né vecchio.

Uomo, non versare il mio rosso
in un calice di violenza!
Sono stanco di dissetare
la tua gola riarsa di vendetta!
Perché vuoi vivere morendo?
Silenzio!

© Primula

 

#IsraelePalestina un conflitto infinito

#nowar

 

 

1 Maggio, auguri al lavoro

1 Maggio, molti avranno poco o nulla da festeggiare. Precarietà, disoccupazione, fine prematura di un’attività in cui si è investita una vita, magari in età scarsamente “spendibile” sul mercato: nella realtà odierna, a cinquant’anni è davvero difficile reintegrarsi nel mondo del lavoro.

Necessario reinventarsi, ma come? Ci si ritrova all’improvviso a ridimensionare o ribaltare la propria esistenza personale e quella di una famiglia.

Il brano di Fabio Concato affronta il tema con la raffinatezza e la classe tipiche del suo autore, sempre capace di esprimere grandi verità senza caricarle di retorica, come in questo caso, o di raccontare realtà semplici senza trasformarle in banalità, come nelle sue canzoni d’amore.

Oltre il giardino
E pensare di poter cambiar mestiere…
Sono ancora forte
potrei fare il giardiniere.
Mentre tu mi stai guardando, c’è una lacrima che scende e fa rumore
ed io non so che cosa fare
ma mi devo reinventare.

L’ho già fatto un tempo e posso farlo ancora.
Lavorare all’aria aperta mi rincuora.
Farò in modo che i colori e quel profumo siano la mia vita nuova.
Ma tu non dici una parola.

L’hai capito o no, mi hanno mandato a casa
senza dirmi una parola né una scusa.
Dimmi adesso cosa faccio a cinquant’anni,
dovrei dare quel che resta del mio culo
per campare!

Dunque vedi che bisogna andare via,
ce lo chiede questa nuova economia.
Come questi figli, adesso, che ci chiedono
perché non si può fare, perché non posso andare,
perché non so spiegare…

Proverò così a cambiare la mia vita
perché tutto intorno cambia, ed è fatica,
riconoscere i bisogni, quelli veri, dai fasulli che sono tanti
e sono così prepotenti.

Ma mi vedi adesso in mezzo a questi fiori
ho ricominciato a vivere a colori.
Ma i più belli, forse, sono dentro al cuore e
te li posso raccontare e condividerli con te.

A me piace più di prima la mia vita,
perché ridimensionata, si è pulita
come questa pianta e questi fiori nuovi
che profumano la sera,
e che danno un senso nuovo,
danno un senso che non c’era…

E pensare di poter cambiar mestiere…
Sono ancora forte
potrei fare il giardiniere.

Cinquant’anni.

L’umiliazione del licenziamento, la fine di un’attività, il dolore di “sentire” le lacrime della compagna il cui rumore pesa come un macigno. Il silenzio è più assordante di tante parole, come pesante è la condizione psicologica forzata di dover distinguere necessità e desideri, bisogni veri e fasulli che ora vengono vissuti come tali, ma che incombono con prepotenza.

Alla fine, il paradosso: l’ambivalenza della visione oltre il giardino, di una vita – inverosimilmente ai più – migliore di prima.

Il giardiniere è metafora di un ritorno, di chi rivede una prospettiva ancora a colori, ne risente il profumo, segno che prima era in bianco e nero, che non sapeva di buono.
Com’è possibile? Ora è senza busta paga, non ha un nuovo “mestiere” vero, non sa che cosa fare e si deve ancora reinventare.

Denuncia di una società che scarta i cinquantenni ancora nel pieno delle forze e capacità, che difficilmente dà loro una nuova chance e, nel contempo, presa di posizione nei confronti di un certo modo di lavorare, qualunque sia la professione svolta.

Desiderio di ripartire, perché tutto intorno cambia, capovolgimento che costa tuttavia fatica e se ne è coscienti, nonostante spesso intorno anche le persone più care non comprendano e si chiudano in un mutismo poco confortante ancorché comprensibile.

Stipendio e quantità del tempo occupato sono assolutamente indispensabili, ma è altrettanto fondamentale la qualità del lavoro.

Buon 1 Maggio perciò al valore del lavoro, qualunque lavoro, in cui, costruendo, costruiamo noi stessi. O almeno ce la mettiamo tutta gettando l’ostacolo oltre i limiti di un giardino.

 

 

Mare nostro

Mare Mediterraneo, 22 aprile 2021: centotrenta esseri umani inghiottiti dal mare e vomitati da una politica incapace di umanità gestita.

Per me conta solo questo, ben consapevole del cinismo dominante in nome della realpolitik.

Un canto laico, che è comunque preghiera, per le centotrenta anime di oggi, per quelle di ieri e (purtroppo) di domani.

Marenostro ascolta ti prego
questa notte porta pazienza
c’è una barca in mezzo alle onde
è una barca che porta speranza

Non ha vela e non ha motore
non c’è porto e non c’è faro
ma son tanti lì sopra li vedi
quella barca è il loro riparo

Marenostro guardali bene
sotto i piedi portano il mondo
e negli occhi chissà quanta cenere
quante lacrime avranno sepolto

Sono loro la storia del grano
il fuoco che torna al tramonto
il pane spezzato e diviso
alla fine del giorno
mare ti prego stanotte non li affogare
mare nostro mare

Marenostro tu sai chi li guida
è quel dio che non ha frontiere
che cammina sull’acqua e sul fuoco
e che spezza tutte le catene

È il dio di tutti i colori
che combatte la fame e la guerra
e per lui nessuno è straniero
come in cielo così come in terra

Sono loro la storia del grano
il fuoco che torna al tramonto
il pane spezzato e diviso alla fine del giorno
mare ti prego stanotte falli passare
mare nostro mare

Marenostro portali a riva
prima che muoia l’ultima stella
prima del cambio di guardia
che non li veda la sentinella

e la terra non sia galera
né manette né foglio di via
ma sia strada bagnata dal sole
non sia mai strada cattiva

Sono loro la storia del grano
il fuoco che torna al tramonto
il pane spezzato e diviso
alla fine del giorno
mare ti prego stanotte falli arrivare
mare nostro mare.

 

 

La giornata della memoria parla al presente

Canto dei morti invano

Sedete e contrattate
A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
Purchè trattiate e contrattiate
Le vite dei vostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
Converga a benedire le vostre menti
E vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
L’esercito dei morti invano,
Noi della Marna e di Montecassino
Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con noi
I lebbrosi e i tracomatosi,
Gli scomparsi di Buenos Aires,
I morti di Cambogia e i morituri d’Etiopia,
I patteggiati di Praga,
Gli esangui di Calcutta,
Gl’innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
Sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perchè siamo i vinti.
Invulnerabili perchè già spenti:
Noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
Finché la lingua vi si secchi:
Se dureranno il danno e la vergogna
Vi annegheremo nella nostra putredine.‎

 
          Primo LeviLa Stampa 27 febbraio 1985

testo pubblicato nel libro Auschwitz, città tranquilla  con altri racconti.

I potenti della terra immaginati adunati in una riunione plenaria, rinchiusi fino al raggiungimento di un accordo di annullamento perpetuo di guerre, armamenti nucleari, genocidi, persecuzioni, segregazioni, ogni circostanza nefasta in cui l’uomo diventa un numero, un individuo l’elemento di un calcolo percentuale.

Un’amara accusa allo «spregiudicato gioco politico»  (ultime parole del libro I sommersi e i salvati, 1986) che oggi come ieri governa le sorti dell’umanità.

Un testo del 1985 che, con la lista dei morti invano, parla a noi, si rivolge al presente. Se Primo Levi fosse ancora in vita, avrebbe senza dubbio allungato l’elenco. La voce del canto non riferisce solo quanto successo, mantiene soprattutto in ansia su quello che accade oggi: lager libici, affondamenti nel Mediterraneo, duecentocinquanta minori non accompagnati trattenuti in condizioni disumane a Clint nel Texas, a pochi chilometri dal confine col Messico, circa quattro milioni di rifugiati siriani nei campi profughi in Turchia, genocidio dei Rohingya, laogai cinesi, migranti in Bosnia in ciabatte e seminudi nel gelo, tendopoli di Lesbo…

anche questo un inventario certamente incompleto.

La giornata della memoria serve a ricordare che Auschwitz «è stato», (Se questo è un uomo), ad affrontare e risolvere quello che è, a evitare quel che sarà. Così ha davvero un senso profondo.

 

Paradossi

Il 25 aprile è l’evento fondativo della Repubblica italiana, è la guerra (vinta) di liberazione dall’invasore tedesco e dalle forze nazi-fasciste. Questa è la storia.

Non esisterebbe 2 giugno senza 25 aprile.
È festa del popolo italiano, della nazione italiana.

In un periodo in cui il “sovranismo” sventola il vessillo dell’italianità, giova ricordare che a fronte di chi ha infangato la bandiera italiana gettandola nella melma di un’alleanza ideologica con un delinquente nazista e in una guerra impossibile, i partigiani combattevano per quella bandiera e le loro azioni erano davvero compiute in nome di “prima gli italiani”. Invece, oggi 24 aprile 2019, un gruppo d’individui può esibire pressoché indisturbato lo striscione “Onore a Benito Mussolini”, cantare slogan fascisti, fare il saluto romano. Il tutto in pieno centro di Milano.

Paradosso odierno che significa veramente non capire, non sapere, ignorare, millantare. L’assuefazione di chi osserva sembra essere la reazione quasi ricorrente.

La Resistenza è il lungo lavorio che ha condotto al 25 aprile 1945, un movimento nato dopo l’armistizio di Cassibile nel ’43 e uscito dalla clandestinità in cui i piccoli gruppi partigiani si erano rinchiusi. La Resistenza è infatti durata vent’anni in realtà, lo ricorda Piero Calamandrei nel discorso pronunciato il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano alla presenza di Ferruccio Parri.

«l’antifascismo significò la Resistenza della persona umana che si rifiutava di diventare cosa e voleva restare persona: e voleva che tutti gli uomini restassero persone: e sentiva che bastava offendere in un uomo questa dignità della persona, perché nello stesso tempo in tutti gli altri uomini questa stessa dignità rimanesse umiliata e ferita. Cominciò così, quando il fascismo si fu impadronito dello Stato, la Resistenza che durò venti anni. Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile. Non si combatteva più sulle piazze, dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine dalle quali fino dal 1925 cominciarono a uscire i primi foglietti alla macchia, nelle guardine della polizia, nell’aula del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. E ogni tanto in quella lotta sorda c’era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio rincuorava i superstiti a continuare: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gobetti, Rosselli, Gramsci, Trentin. Venti anni di resistenza sorda: ma era resistenza anche quella: e forse la più difficile, la più dura e la più sconsolata.»

La Costituzione è la figlia di quella stagione: finché ci sarà lei, il 25 aprile e quanto rappresenta troverà ogni anno la sua ragione profonda. L’istituzione politica ha pertanto l’onere e l’onore di dare solennità alla memoria, alla Storia; se non lo fa, tradisce la storia dalla quale è nata. La scelta del sindaco Laura Ferrari di Lentate sul Seveso circa l’annullamento delle celebrazioni, o la loro riduzione a una corona deposta sui caduti, decisione motivata dalla necessità di «un momento di riflessione» e «anno sabbatico », si giudica da sola ricordando che il Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185 (Disposizioni in materia di ricorrenze festive. (Gazz. Uff., 24 aprile 1946, n. 96) all’Art.1 recita «A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale», deliberazione ribadita dalla legge 260 del 27 maggio 1949.

Ricordare il giorno della Liberazione non è perpetuare un «derby fascisti-comunisti»: la visione del ministro dell’Interno è sbilenca, sballata, storicamente errata poiché la bilancia del giudizio pende solo dalla parte del “dopo” e scorda il “prima”, ossia l’essenza stessa della Resistenza, confonde lotta per la Liberazione e guerra civile – poiché quella è stata nel ’45 – con tutte le aberrazioni che un conflitto interno e fratricida comporta.

Nessuno storico nega più ormai alcune violenze partigiane che non colpirono solo chi si era compromesso col fascismo, ma in certi casi toccarono anche antifascisti e altri partigiani, vedi massacro di Porzûs. Si era in guerra civile, il che non giustifica affatto la violenza, anzi, ma la contestualizza, come ogni buon storico fa. Inquadrare non significa scagionare.

Questo è tuttavia il “dopo” che dovrebbe essere archiviato all’unanimità, storicamente giudicato all’unisono per ciò che è stato, da non confondere con il “prima”, l’anima della Resistenza che ha visto il sacrificio di donne, uomini, operai, contadini, intellettuali, preti, laici, cattolici, atei… tutti uniti e solidali attorno all’idea di libertà, unità, umanità, solidarietà, in nome di una nazione e di un popolo da rifondare alla radice.

Ebbene sì, la lotta antifascista è al contempo patriottica. Ai miei occhi, il partigiano è un patriota, nel senso ampio e profondo di un termine oggi politicamente abusato.

Non vedere il rilievo ampio della Resistenza significa essere privi di prospettiva. I valori portanti non muoiono mai e sono alla base della nostra Costituzione su cui i ministri giurano all’inizio del loro mandato. Dovrebbero ricordare ogni giorno quel giuramento.

«Dietro ogni articolo di questa Costituzione […], voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.»

(discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955)

Ecco: un invito per le istituzioni odierne, se proprio desiderano andare altrove e rappresentare, per esempio, la lotta alla mafia (Salvini a Corleone), atto sacrosanto ma per nulla antitetico al ricordo della Resistenza e quindi fattibile in altre circostanze. Il generale Dalla Chiesa, partigiano nella Brigata Patrioti Piceni e vittima della mafia, ne è stato un’altissima testimonianza.

Da cittadina, antifascista e libera, elettrice consapevole e impegnata, pretendo correttezza e linearità da chi governa. Assisto invece oggi al paradosso costante e generalizzato: la confusione tra “prima” e “dopo” il 25 aprile, il vortice di pseudo idee in cui tutto è macinato senza distinguere e progettare, la contraddizione tra pretendere il giusto rispetto delle regole e il continuo infrangerle mettendosi al di sopra e fregandosene, per esempio, del silenzio elettorale – il ministro dell’Interno lo fa in modo scientifico – e di comportamenti intrinsecamente connessi al ruolo istituzionale.

«In anni non lontani, c’è stato anche chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele: livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano.»

scrive Liliana Segre su Repubblica il 23 aprile 2019.

Considerazione triste e amara che vorrei superare, sempre più convinta che noi italiani non possiamo non essere antifascisti, e ciò indipendentemente dall’orientamento politico personale. Per me, l’antifascismo è uno stato mentale, culturale, non ha nulla a che fare con l’adesione o la simpatia verso questo o quel partito. La Resistenza ha creato una condizione di libertà di cui oggi sono in grado di beneficiare tutti, anche chi la irride, non ne riconosce l’enorme valore, la giudica con faziosità accusando altri di altrettanta parzialità, inconsapevoli, forse, che la loro critica è possibile proprio grazie a questo movimento.