Spazio e armonia

Vagabondando tra libri, fogli, immagini, pensieri  e riflessioni.

Paul Eluard, Le visage de la paix, 1951, éd. La Pléiade

[I]
Conosco tutti i luoghi dove abita la colomba
e il più naturale è la testa dell’uomo.

[2]
L’amore della giustizia e della libertà
ha prodotto un frutto meraviglioso.
Un frutto che non marcisce
perché ha il sapore della felicità.

[3]
Che la terra produca, che la terra fiorisca
che la carne e il sangue viventi
non siano mai sacrificati.

[4]
Che il volto umano conosca
l’utilità della bellezza
sotto l’ala della riflessione.

[5]
Pane per tutti, per tutti delle rose
L’abbiamo giurato tutti
Camminiamo a grandi passi
E la strada non è poi tanto lunga.

[6]
Fuggiremo il riposo, fuggiremo il sonno,
Coglieremo veloci l’alba e la primavera
E prepareremo giorni e stagioni
A misura dei nostri sogni.

[7]
La bianca illuminazione
Di credere tutto il bene possibile.

[8]
L’uomo in preda alla pace s’incorona di speranza.

[9]
L’uomo in preda alla pace ha sempre un sorriso
Dopo tutte le battaglie, per chi glielo chiede.

[10]
Fertile fuoco del grano delle mani e delle parole
Un fuoco di gioia si accende e ogni cuore si riscalda.

[11]
La vittoria si regge sulla fraternità.

[12]
Crescere non ha limiti.

[13]
Ciascuno sarà vincitore.

[14]
La saggezza è appesa al soffitto
E il suo sguardo cade dalla fronte come una lampada di cristallo.

[15]
La luce scende lentamente sulla terra
Dalla fronte del più anziano passa al sorriso
Dei bambini liberati dal timore delle catene.

[16]
E pensare che per tanto tempo l’uomo ha intimorito l’uomo
E fa paura agli uccelli che portava nella sua testa.

[17]
Dopo aver lavato il suo viso al sole
L’uomo ha bisogno di vivere
Bisogno di far vivere e si unisce con amore
Si unisce all’avvenire.

[18]
La mia felicità è la nostra felicità
Il mio sole è il nostro sole
Noi ci dividiamo la vita
Lo spazio e il tempo sono di tutti.

[19]
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.

[20]
Eravamo nel millenovecentodiciassette
e conserviamo la percezione
della nostra liberazione.

[21]
Noi abbiamo inventato gli altri
Come gli altri ci hanno inventato
Avevamo bisogno gli uni degli altri.

[22]
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

[23]
Riempiremo l’innocenza
Con la forza che così a lungo
Ci è mancata
Non saremo mai più soli.

[24]
Le nostre canzoni chiamano la pace
E le nostre risposte sono atti per la pace.

[25]
Non è il naufragio è il nostro desiderio
A essere fatale e la pace inevitabile.

[26]
L’architettura della pace
Poggia sul mondo intero.

[27]
Apri le tue ali bel volto
Imponi al mondo di essere saggio
Poiché noi diventiamo veri.

[28]
Diventiamo veri insieme grazie allo sforzo
Alla nostra volontà di dissipare le ombre
Nel corso folgorante di una nuova luce.

[29]
La forza diventerà sempre più leggera
Respireremo meglio canteremo a voce più alta.

Paul Eluard, Il volto della pace, 1951 ¹

Ventinove quadri con pennellate di parole, arricchiti, nell’edizione originale Cercle d’Art del 1951, da ventinove illustrazioni di Pablo Picasso.

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Variazioni sul tema della colomba e il viso di Françoise Gilot, sua compagna dal 1943 al ’53 nonché modella, musa ispiratrice e madre di Paloma (colomba in spagnolo) e Claude. L’artista le utilizza per rappresentare il tema della pace.

Un simbolo caro a Picasso che già l’aveva proposto nell’aprile 1949 in occasione del Congresso Mondiale dei Combattenti per la Pace svoltosi a Parigi, il primo incontro tra stati che avevano aderito al Movimento per la Pace nato l’anno precedente a Breslavia in Polonia.

Una colomba dal folto piumaggio, a terra, con grosse zampe, per il cui disegno il pittore si era ispirato alla silhouette di un piccione milanese, regalo di Matisse notoriamente amante di questi pennuti.

Henri Matisse fotografato da Cartier-Bresson nella sua casa a Vence, 1944

Una colomba ben diversa da quelle che Picasso disegnerà più tardi da quando gli chiesero di creare ancora un emblema della Pace in occasione del Congresso del movimento pacifista a Vienna nel 1952. Ancora una paloma, questa volta però in volo e dedicata inoltre, nelle Lettres Françaises di novembre-dicembre 1952, alla memoria dell’amico Paul Eluard, morto il 18 novembre dello stesso anno.

Pablo Picasso lithograph, Colombe Volant, 1952

Seguirà la serie di Colombes de la Paix, la prima dipinta nel 1961, numerose versioni  raffiguranti tutte la colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.

Pablo Picasso lithograph, La colombe bleue, 1961

L’origine dell’immagine? Si pensa immediatamente al libro della Genesi, alla colomba che Noè ha inviato per due volte fuori dall’arca dopo il diluvio. Alla seconda uscita, l’uccello ritornò con l’ulivo, segno che le acque erano scese e la terra riemersa si presentava di nuovo abitabile.

Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.
Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori…
Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra…
con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece. (Genesi 6, 12-22)

Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrò nell’arca Noè con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli: essi e tutti i viventi secondo la loro specie e tutto il bestiame secondo la sua specie e tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la loro specie, tutti i volatili secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui è il soffio di vita. Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio: il Signore chiuse la porta dietro di lui.
Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca che si innalzò sulla terra. Le acque divennero poderose e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque si innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.
Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta morì.
Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni. (Genesi 7, 12-24)

Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo; le acque andarono via via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni. Nel settimo mese, il diciasette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.
Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui. (Genesi 8, 1-12)

L’acqua può distruggere, ma pulisce e purifica. Non è il “naufragio a essere fatale”, scrive Eluard. La colomba vola via e non ritorna più in uno spazio chiuso.

La vita è altrove: in un’ipotetica casa della felicità, la facciata è aperta, le chiavi tintinnano e cantano, non chiudono, la porta è un trampolino di lancio, le finestre un’apertura per un viaggio nel mondo. Il movimento è centrifugo, spinta costante che sposta sempre più lontano con continui balzi in avanti.

L’essenziale si nutre di spazio, preferibilmente con sviluppo verticale ascendente, nella maggioranza dei casi orizzontale, mai discendente. Condividere e con-vivere è passare dalla casa alla strada, dalla strada alle piazze, dalle piazze alle pianure sconfinate. Salire è progredire. “Crescere non ha limiti”, scrive ancora Eluard.

Spazio aereo, quindi: ed ecco il vento, la brezza, la colomba, le piume, le ali. Per Eluard, l’aria è per eccellenza l’elemento dell’interscambio, abbrevia le distanze, è compartecipazione,  libertà, “speranza“. È una dimensione anche interiore: la “testa dell’uomo” diventa allora la dimora “naturale” della colomba. La “riflessione” ha le ali, scrive. La sua colomba, e quella picassiana il cui becco è inoltre proteso verso l’alto, sono pertanto metafora di un canto poetico-pittorico ad armonia, unione e concordia.

Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

 

 

¹ Traduzione di Primula ©

 

 

Stella di Sion

Graziella Borgna, Auschwitz, acrilico/carta

Graziella Borgna, Auschwitz, acrilico/carta

 

Una giornata d’inverno piovosa e fredda. Il salottino accogliente di una libreria del centro ospita il gruppo di lettura. Si ascoltano poesia e musica uniti in un binomio equilibrato e armonioso. Eugenia, l’autrice del libro La Trama di Penelope, mostra la sua anima nella scelta di parole e immagini. Donna decisa, può apparire dura, drastica, talora spigolosa a un approccio superficiale. La sua sensibilità è invece in grado di raggiungere livelli altissimi e toccare le corde più profonde del cuore.

Stella di Sion è lamento, grido di rassegnazione a un destino tracciato, la musica come essenza interna e cornice della composizione poetica. Un violino suona tra i versi, le note si susseguono in un crescendo di figure tristemente dolci mentre il motivo tragicamente cadenzato delle percussioni sul tamburo ritma i passi dei condannati verso il patibolo.

Accadeva un anno fa e ho pianto. Per la prima volta ascoltavo e leggevo la poesia di Eugenia. La porta del salottino lasciava intravedere un angolo di vetrina. Alzando lo sguardo, mi soffermai sulla strada deserta all’esterno, guardai la pioggia battente che depositava sul vetro lunghe tracce simili a barre e, per un istante, la mia immaginazione trasformò quel piccolo scorcio nella finestrella di una baracca.

Oggi, in un XXI secolo appena nato, non è solo la fenditura verso la luce nel buio di un tugurio a Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Bergen-Belsen, Auschwitz, Chelmno e molti altri, anche in Italia. È pure la tragica condizione subumana di donne, bambini, ragazzi, uomini sulla cosiddetta rotta balcanica. Queste immagini¹, che scorrono come in un film drammatico, raccontano più delle parole. Differenza tra gennaio 2017 e gli anni 1940/45? Credo nessuna. Forse la Storia si ripete, il ricordo tende a sbiadire con l’aumentare della distanza temporale da quei giorni, oppure non si impara dai propri errori. È in ogni caso perdita del senso di umanità.

 

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La voce di Graziella Borgna  e il tamburo di Fabio Turchetti accompagnano la lettura.

 

Stella di Sion

È successo. Era un Maggio di Auschwitz
(sbocciavano di sangue, nella mia carne, le rose,
germogliavano in croste le foglie, e le ginestre
colavano in cascate d’oro),
ed è successo.
Salivano al cielo a migliaia, in quei giorni,
le stelle di Sion in nuvole di fumo:
era rovente il camino, tutt’intorno la terra muta.
E suonava un violino, suonava… suonava…
sotto un cielo di rame.
Mi fecero spogliare, i servi della Bestia,
perché solo il marchio, sul mio braccio,
avvampasse al giorno a loro gloria,
il buio, nei loro occhi, trovasse pace della mia miseria,
ma d’arrossire il mio viso aveva perso memoria
e raccolta la mia manciata d’ossa,
con tutti i miei vent’anni penzoloni fra le gambe,
mi trascinai oltre la porta, verso il camino.

Il violino suonava… bussava… suonava… scavava…
prigioniero dei servi, sotto un cielo di rame,
nei miei occhi di pietra,
nella mia anima sepolta nella pena.
Fuggivano a grappoli dall’archetto le note:
mi portò il “do” una cesta croccante di pane,
il “mi” medicò, con erbe profumate, le mie piaghe,
con calice di rosolio il “fa” placò la mia arsura,
il “re” mi coprì con vesti di seta,
nel “sol” rividi la mia casa,
nel “la” e il “si” i miei libri di scuola.
Poi tutte insieme si levarono in volo
e una pioggerella silenziosa mi bagnò il viso:
fu l’accordo più dolce, e mi misi a dormire.

E il violino suonava… suonava… suonava…
sotto un cielo di rame,
il pianto di un uomo in una nuvola di fumo.

Eugenia Tumelero  La Trama di Penelope, Apostrofo Editore 2015

#pernondimenticare, #pernonripetere ogni giorno tutti i giorni.

 

¹ da Repubblica del 10 gennaio 2017

 

Borghesia

H. Daumier, Les bons bourgeois, 1846

H. Daumier, Les bons bourgeois, 1846

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
Non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.

Sei contenta se un ladro muore o se si arresta una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui, ti tieni stretta i denari tuoi
assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica, vestita a festa, con i capi famiglia in testa
ti raduni nelle tue chiese in ogni città, in ogni paese,
presti ascolto all’omelia rinunciando all’osteria
così grigia così per bene, ti porti a spasso le tue catene.

Godi quando gli anormali son trattati da criminali
chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali.
Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia
tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare.
Sai rubare con discrezione, meschinità e moderazione
alterando bilanci e conti, fatture e bolle di commissione.
Sai mentire con cortesia, con cinismo e vigliaccheria
hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.

Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana
chi lo fa per più di due ore o chi lo fa in maniera strana.
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista
oppure un figlio non commerciante, o peggio ancora uno comunista.
Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto,
sempre fissa lì a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto,
sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa
e sempre pronta a leccar le ossa al più ricco e ai suoi cani.

Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia
per piccina che tu sia il vento un giorno, forse, ti spazzerà via.

Poesia? È possibile. Una lirica moderna in verso libero, dallo schema metrico non canonico, ricca di rime talora baciate, interne o sciolte alternate ad assonanze. Sembra quasi prosa in alcuni punti, ma la letteratura moderna ci ha abituati alla contaminazione dei generi.
Ebbene, in realtà, è musica: la canzone Borghesia, contenuta nel disco di esordio di Claudio Lolli Aspettando Godot del 1972. Sono certa che, proposta a una classe di ragazzini ignari di chi sia il cantautore, questi avrebbero letto il testo come un esempio di letteratura.
Avevo quindici anni quando uscì. Quante riunioni con gli amici ascoltando brani come Michel, Quelli come noi, Quello che mi resta, Aspettando Godot appunto, che abbiamo cantato miliardi di volte in gruppo accompagnati da una chitarra… e Borghesia ovviamente. Possiedo ancora la prima edizione dell’album, quella con la copertina apribile rimasta nell’immaginario della mia generazione. Un cimelio! Vi è raffigurata, ingrandita, la vecchia banconota da cinquemila lire circolante negli anni ’70 con il ritratto di Lolli in sostituzione dell’immagine di Cristoforo Colombo.

claudio-lolliBorghesia… Borghesia…
Che dire dell’affresco che Rimbaud dipinge in A la musique / Alla musica?

Rimbaud, Oeuvres, éd. Garnier, 1960

Rimbaud, Oeuvres, éd. Garnier, 1960

Sulla piazza divisa in striminzite aiuole erbose,
dove tutto è a posto, alberi e fiori,
i bolsi borghesi soffocati dal calore
portano a passeggio, il giovedì sera, le menti stupide e invidiose.

– L’orchestra militare, in mezzo al giardino,
fa oscillare i kepì al suono di valzer flautati;
-Intorno, in prima fila, si pavoneggia il damerino;
il notaio sta appeso ai suoi ciondoli cifrati.

Redditieri in monocolo rimarcano le stecche:
gonfi e tronfi burocrati trascinano le loro obese spose
Accompagnate, quali servizievoli cornacchie,
da dame con volants simili a insegne vistose.

Sulle verdi panchine, gruppi di droghieri pensionati
attizzano la ghiaia col bastoncino a pomolo,
e con aria seria discutono di trattati
sniffando dalle tabacchiere d’argento, poi riprendono: “Rieccolo!…”

Adagiando sulla panca i fianchi ben grassocci,
un borghese con bottoni chiari, il pancione debordando,
fuma la sua pipa “onnaing” da cui traboccano filacci
di tabacco – sapete, roba di contrabbando; –
………………………………………………………

(traduzione di Primula Bazzani)

Rimbaud, Oeuvres, éd. Garnier, 1960

Stessa presentazione ironica e satirica della borghesia, quartine che sembrano quadri, caricature di atteggiamenti e abitudini degli abitanti “importanti” della cittadina di Charleville dove il giovane Arthur viveva, ma che assurgono a simbolo di un certo modo di vivere.
Lolli, oltre quarant’anni fa, ne ha scattato una fotografia, anche politicamente orientata, in quella che è forse una della sue canzoni più famose; già cent’anni prima (la poesia è del 1870) Rimbaud irrideva il mondo borghese e i suoi rituali con una disarmante intensità. E aveva solo sedici anni.
Affascinante quindi ascoltare Borghesia e nel contempo rileggere Alla musica : musica e poesia, un binomio per me perfetto.

E cosa significa per i due cantori essere borghesi? La connotazione ideologica di cui il termine si è caricato per anni non ha più ragione di esistere, a mio avviso. Borghesia non è appartenenza a un ceto sociale; è piuttosto una mentalità, uno stile di vita caratterizzato da mediocrità – non certo l’aurea latina – adeguamento al pensiero prevalente, mancanza d’idealità, autocompiacimento, condanna e disprezzo per quanto non rientra in uno schema fisso e acquisito in pratica da sempre.

Quiconque pense bassement est bourgeois”, “è borghese colui che ha pensieri mediocri” scriveva Flaubert intendendo definire una condizione di bassezza di spirito e mente.

Il borghese è una sintesi di opinioni, una copia di mille riassunti per citare Samuele Bersani, parla per sentito dire, pensa forse pure in questo modo. Non ha slanci, non sa nemmeno scegliere, si appropria persino di aspirazioni altrui. Incapace di affermare una sua originale identità che lo renderebbe unico e irripetibile, preferisce affermarsi confondendosi nella maggioranza, confortante e protettiva. Sorretto dalla sua presunta competenza, giudica, pontifica, addita, critica senza essersi documentato, si basa su analisi già filtrate, si permette valutazioni ironiche su chi segue una direzione contraria alla dominante o momentaneamente vittoriosa, con la boria tipica di chi sa di essere tutelato dall’appoggio dei più. Non sa rispettare, se tollera è per gentil concessione o paternalistica benevolenza.

Per Lolli

l’ipocrisia è la formula
di poesia
della borghesia

Per Rimbaud

il grasso debordante è simbolo di
ricchezza traboccante
e apparenza trionfante

Mi permetto una nuova rima:

la paranza
della tracotanza.

Quanta ne ho letta in questo periodo? Incontrata o incrociata per caso, incapace di sostenere un confronto a viso aperto, tranquillo e costruttivo? La sicurezza del ciò che si ha, che è stato sperimentato da anni, la novità che irrompe nella routine e ne sconvolge i ritmi rassicuranti impediscono ogni tentativo di modificare l’antica architettura.

Queste riflessioni non sono un verdetto né soprattutto un’autoassoluzione: a chiunque può capitare la ricerca dell’accettazione da parte del gruppo vincente e aderire, pur per breve tempo, a un modus vivendi fatto solo di apparenza e adeguamento alle idee di terzi. Esiste una borghesia dell’eschimo accanto a quella della cravatta. Tutti i mezzi sono allora leciti, l’attacco verbale gratuito ne è la massima espressione, quando l’onestà intellettuale diventa un optional.

Mi piacerebbe si recuperasse il valore della parola, nel senso etimologico di Paràbola (dal basso latino), con il significato d’insegnamento e discorso, parola come creazione, metafora, immagine che racchiude al suo interno un universo anticonformista, scomodo, ricco di spirito d’iniziativa, lontano anche dal nostro mondo personale, da preconcetti e sovrastrutture, in grado di far riflettere, mettere nel cuore pensieri che “disturbano” in senso positivo e salutare, liberare da pregiudizi e rivolgersi alla parte ancora vergine del nostro pensiero e intelletto.

Le note sono un mezzo, la penna uno strumento, la sostanza è la parola, la parola è vita, nell’accezione ampia del termine: un pensiero che non suggerisce una conclusione finale, definitiva, univoca e preconfezionata, semplicemente perché questa non esiste.
Tesi, antitesi, sintesi: l’unica dialettica esistenziale possibile.

E ora, buon ascolto.

“Io non sono morto, non morirò mai”

Alda Merini Sono nata ...Nel peregrinare tra libri e racconti, nel vagabondare bohémien tra parole e pensieri, incontro riflessioni elevatissime.

Sfoglio le pagine di Sono nata il ventuno a primavera ¹, quando una straordinaria Alda Merini, che si racconta ed è egregiamente raccontata, m’immerge nell’atmosfera della Settimana Santa ormai inoltrata e giunta al suo culmine mentre evoca la pubblicazione della raccolta Il Poema della Croce.

Non è certo una poetessa ‘cattolica’, Alda, nel senso confessionale del termine; in un’intervista alla rivista Jesus dichiara di non avere un rapporto con la fede, ma con la vita, “con una vita ‘larga’ che tutto comprende, da cui nulla è escluso, gioia e dolore, nascita e morte, alba e lutto.”², di avere conosciuto Dio negli uomini.
È una donna per cui il Cristianesimo è sostanzialmente incarnazione non astrattezza, una donna dall’esistenza tormentata, dalla sensibilità acutissima che ha vissuto l’inferno dell’ospedale psichiatrico senza mai perdere la prospettiva della Terra Santa.

Alda Merini poema della croce copertinaEd ecco la sua meditazione sulla morte e resurrezione di Cristo. Versi di intensa spiritualità e nel contempo di appassionata umanità che vedono nel Figlio il superamento della morte e in Maria la Madre che varca i confini dello spazio e del tempo, un cuore e un’anima che non invecchiano mai.

Crocefisso

Cristo,
quando salì sulla croce,
era già morto.
E non sentì dolore dei chiodi
né sentì l’anima che si liberava dal sangue.
L’ultimo grido che lanciò al cielo
fu un’invocazione al dolore,
che finalmente vide nella sua corposità
come il demone dell’abbandono.
Castigarono il corpo di Cristo:
lo volevano morto,
lo volevano spento,
lo volevano tragicamente offeso.
E quando Cristo
arrancando sulle ginocchia
si conduceva al patibolo,
non immaginava che la forza del Padre
avrebbe issato per lui
quella croce di cui non era responsabile.
Ed ecco il teatro magnifico della crocifissione,
in cui Dio crocifigge il Figlio
e lo dimostra a tutti.
Ecco il miracolo della contemplazione
di quel volto spento
che suda sangue e preghiere,
ed ecco le tenebre della morte
cadere non su di lui
ma sugli uomini che l’hanno crocifisso.
Ecco il Padre amorevole
che corre in aiuto del Figlio
e squarcia tutte le nuvole
e fa piovere dal cielo
quella manciata di rose
che noi umani chiamiamo cristianesimo.

Matthias Grünewald, Resurrezione – Altare di Isenheim, 1512-16. Olio e tempera su tavola, Musée d’Unterlinden, Colmar, Alsazia (FR)

Matthias Grünewald, Resurrezione – Altare di Isenheim, 1512-16. Olio e tempera su tavola, Musée d’Unterlinden, Colmar, Alsazia (FR)

“Perché risorgo, Padre?
Perché il tuo nome è stato
il mio pane quotidiano.
Ogni giorno Tu mi hai dato
da mangiare e da bere
come il migliore dei padri.
Tu mi hai nutrito
del tuo vero nome.
Era inutile
parlare agli altri
del sommo amore per il divino:
perciò sono gonfio
di parole e di esempi,
sono diventato un’offerta,
un’offerta viva, 
Viva e morta,
Signore,
ma non tanto morta
da non poter sollevare
la pietra del sepolcro,
perché nel tuo nome,
Dio,
Si può tutto,
Si può nascere e morire,
e trionfare nel mondo.
Nel tuo nome,
Padre,
si può finalmente baciare Maria
sulle labbra.”

Tiziano - Ultima cena tela, cm 163x104, 1542-44, Galleria nazionale delle Marche, Urbino

Tiziano – Ultima cena
Galleria nazionale delle Marche, Urbino

“Io non sono morto,
non morirò mai.”

Testi tratti da Alda Merini, Poema della Croce Frassinelli 2004

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Una serena Pasqua a tutti, di proficua riflessione in un tempo in cui sembra più urgente che mai rivedere le priorità.

La grande famille (1963) olio su tela

René Maigritte – La grande famille (1963) olio su tela

 

¹ Alda Merini, Sono nata il ventuno a primavera, Diario e nuove poesie a cura di Piero Manni, Manni editore 2005
² Jesus n.1 gennaio 2007

Madri

 

Graziella Borgna, La Memoria, acrilico/tela

Graziella Borgna, La Memoria, acrilico/tela

Sono giorni in cui si parla di madri. Naturali, surrogate, genitrici, incubatrici, donatrici, egoiste, generose, possessive, distaccate. Giorni in cui si riflette sulla gratuità dell’amore, giorni in cui si discuterà sul ruolo della donna e la sua emancipazione: compagna più o meno felice, mamma più o meno consapevole, lavoratrice, disoccupata, sfruttata, valorizzata, realizzata, fallita, indipendente, sottomessa.
Come se il riflettore dell’attualità avesse fatto emergere la complessità di situazioni vere che sembrano tuttavia poco verosimili data la loro lontananza con la generalità delle combinazioni. Come se si percepisse la loro esistenza osservando il proscenio della cronaca dominato da un caso personale, facendole all’improvviso uscire da dietro le quinte dove normalmente stazionano. Passerà la notizia del giorno e ritorneranno in quel limbo d’indifferenza che di solito le avvolge.

La realtà assume sempre più le sembianze di un mosaico di eccezionalità con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti. Ciascuno con la propria sensibilità, cultura, formazione.

Tra le pagine di un libro, incontro la figura della Grande Madre, arcaica, archetipo femminile. E forse l’essenza è qui: un amore che si deposita nel tempo e nello spazio, il grande cuore di Lucy, una potente dignità nonostante le prove dolorose, la lotta per la sopravvivenza e le parole inacapaci di esprimere il fardello della memoria.

Da leggere e ascoltare.

Lucy la negra

Ero fortunata, mi dicevo:

i miei figli erano forti, e sani e rispettosi,
cacciavano come nessun altro del branco,
d’ebano la pelle splendevano al sole

e le femmine, com’erano belle le mie bambine!
I seni eretti, puntati verso il cielo, odoravano
d’acqua e di savana. Presto amore le rubò da casa.

La sera dalla mia grotta frugavo fra le stelle
le parole che premevano senza suono nel mio cuore,
che la mia lingua le mie mani non sapevano dire.

E quando venne il tempo di dormire
posai i miei segreti accanto al fuoco,
i piccoli dolori, le piccole malinconie.

Dalla memoria cocciuta delle ossa li vidi i miei nipoti,
i figli pallidi delle mie bambine, Ursula, Xenia, Tara, Helena,
Velda, Katrine, Jasmine, comprare e vendere i cugini.

Vidi le catene, gli specchi, i sassi colorati soffocare
nei miei figli la dignità e la voce, i villaggi distrutti, le donne stuprate,
vidi contro le vetrine morire senza rumore i bambini.

Fu allora che ruzzolarono dai miei pensieri le parole
e gridai a tutti la mia bocca spogliata di carne e di colore
muta del verde sussurrare delle foglie che non poteva cantare.

Eugenia Tumelero La Trama di Penelope, Apostrofo Editore 2015

 

 

Voce di Gaziella Borgna. Musiche di Fabio Turchetti e Luciano Poli. Dall’album Quaderni di Buenos Aires

Eugenia Tumelero è una poetessa cremonese alla sua opera prima con Trama di Penelope e tuttavia già vincitrice di premi importanti con composizioni singole: “Concorso Internazionale di poesia Cinque Terre” (Presidente di giuria Sirio Guerrieri), “Concorso Internazionale di poesia Città di Quarrata” (Presidente di giuria Piero Santini), “Concorso Nazionale di poesia Casentino” (Presidente di giuria Silvio Ramat), “Concorso Internazionale di poesia Ettore Gozzano” (Presidente di giuria Sirio Guerrieri), premio speciale della giuria “Città di Salò” (Presidente di giuria Gian Carlo Molignoni).