La ruota dei criceti

Criceti: otto racconti sul tema del lavoro senza la retorica che in genere lo accompagna. Lettura avvincente e interessante che sa di quotidianità; pagine che trasudano di labor, fatica soprattutto psicologica, irradiano qualche sprazzo di Labh- (da cui il greco antico λαμβάνω, lambánō) raggiungimento, presa, conquista di un risultato. Narrazioni lontane da dati, percentuali, grafici tracciati o slogan urlati che dipingono da anni e anni «un paese che non riparte», scandiscono ricorrenti imperativi «dare valore al lavoro», «investire», «abbattere precarietà», «contrastare il lavoro nero». Nel tempo i volti e gli analisti sono cambiati, seppur con molta calma. Le parole, invece, si presentano sempre uguali a se stesse.

Le testimonianze di vita lavorativa, che poco importa sapere se siano vere poiché in narrativa ciò che conta è il loro essere verosimili, gravitano tutte attorno a due punti cardine: il lavoro come difficoltà, da un lato, e come spinta alla consapevolezza di sé e della propria utilità nella sfera sociale, dall’altro. Che svolgano un mestiere più o meno soddisfacente, l’abbiano perso o lo stiano cercando, tutti i protagonisti desiderano dimostrare la capacità di fare qualcosa apprezzato da altri e da se stessi. Esiste una dignità del lavoro reclamata, spesso tuttavia calpestata nelle aspettative deluse e la cui difesa può trascinare all’abbandono.

Lo sa bene Gavino Marras nel suo e la chiamano estate. La piacevolezza di un’attività a contatto con i bambini – pur con alcuni problemi che si sommano ai «cinque euro l’ora» per «sei ore al giorno» – è inficiata da negligenze e mancanza di professionalità: colleghi impreparati, coordinatori che non coordinano, organizzazione che non sa organizzare. La voce critica all’interno infastidisce ed è perciò isolata da una comunità che si attribuisce in seguito meriti non suoi, vigliaccamente rubati proprio all’elemento di disturbo. L’opportunismo è di casa in certi ambienti di lavoro simili a un serraglio in cui ci si divora e si lotta per la sopravvivenza, molto distanti dall’immagine idilliaca di un luogo che, per definizione, dovrebbe valorizzare la persona e migliorare il mondo.

Tiziana Mantovani è un’esperta di queste dinamiche. Lavora sul lavoro, ossia nell’ambito delle human resources – dove credete di andare se non piazzate qua e là qualche espressione inglese? Fa chic, è cool… e io sono una persona che… Sceglie chi può fare cosa e cosa può andare bene a chi. Conosce quindi molto bene l’universo di bisogni e necessità. Lo descrive con dovizia di dettagli, con una punta d’ironia che protegge lei, donna, dalla diffidenza maschile e le impedisce di livellarsi alla generale mancanza di poesia.

Solidarietà femminile quindi nella realtà lavorativa? E quando mai!
Si chieda a Chiara di Regina Re. Illusa dal capo donna e vittima della sua gelosia, ha sulle spalle la mazzata di un contratto non rinnovato dopo la maternità a beneficio di una collega meno titolata e capace di lei ma più abile, o succube, nell’adeguarsi al compromesso dominante. Un report amaro, dal finale tutto da vivere emotivamente in un «jeu, le dernier jour».
Si chieda ancora alla pendolare di Katia Mazzone e al gruppo di colleghe inviate in una trasferta inutile per un corso di formazione improduttivo. Le donne sono solo segretarie da gossip e chiacchiere da salotto o scompartimento ferroviario? Petula sembra confermare l’ipotesi nonostante il ruolo da dirigente. Le altre la compatiscono e sopportano, le prese di posizione chiare sono sconsigliabili anche lontano dalle mura di un ufficio, la sincerità non paga oppure può costare davvero cara.

Contesti e frangenti molto veri, non sempre scelti, poiché il lavoro è un’esigenza che mette talora nella condizione di dover perdere comunque qualcosa, trasformandosi in triste necessità.
«I sogni non si mangiano» scrive Andrea Finottis. Il suo Andrea è in cerca di lavoro, anzi deve inventarsi un lavoro. Con cura e meticolosità, segue il copione dei consigli e sceglie tra le «opzioni imposte». Il lavoro sarebbe quindi inconciliabile con l’idea di libertà? Eppure – recitano i trattati di sociologia – è la struttura portante dei rapporti interpersonali, determina la trasformazione del tessuto sociale, dà sostanza all’esistere, permette all’individuo di avere stima di sé, di essere responsabile. Andrea ha detto dei «no», grido di affermazione in questo caso, ed è ancora alla ricerca della sua «grotta adatta», efficace metafora di un’occupazione in armonia con le attitudini della persona.

Sentirsi un semplice ingranaggio della macchina sociale non è certo una buona base di partenza. La rassegnazione è garantita.
Il dipendente pubblico di Alfredo Bruni, nella sua «cella di lavoro», respira l’odore dell’ignavia e vive la piatta routine che spegne anche la minima velleità d’iniziativa personale. Ogni giorno uguale all’altro, da quarant’anni. Quando lavorare coincide con il tirare a campare e la mancanza di passione, perché sarebbe inutile, è solo labor e poco lambánō. L’essenziale è portare a casa la pagnotta. Efficace, pratico ma umiliante.

Come avvilente è sentirsi ripetere «io ti pago e tu non devi sbagliare» o «alza il culo dalla sedia e portami le fotocopie», ordini ai quali Lucia di Maria Teresa Barreca risponde con lo zelo dell’esecuzione. Il lavoro è un rapporto di reciprocità e Lucia ci crede. Nel suo Ora et labora quotidiano mette sentimento e abnegazione, lo vive come un «rapporto amoroso» che purtroppo si rivela sbilanciato. Seguono tradimento subìto, appostamenti, gusto della vendetta e senso di liberazione indossando un «nuovo paio di scarpe». Troppa merda sotto la suola delle vecchie. Occorre camminare da soli e su basi solide se si vuole sopravvivere e, nel migliore dei casi, ottenere un risultato.

Difficile, talora quasi impossibile. Arduo uscire da un circolo vizioso per il «tizio… giacca, cravatta e valigetta” di Luca Oggero. L’apparenza professionale è la maschera sociale del ricatto. «In otto anni mi hanno rinnovato il contratto sei volte e sono a termine ancora adesso. Mi tengono per i coglioni.» Come per Lucia, anche il suo è un vincolo impari. Accanto a lui, «un giubbotto di jeans…», metafora di un lavoro/non lavoro. Se hai bisogno, il denaro te lo procuri borseggiando. Non è la mise a stabilire chi è dentro il sistema o vive alle sue spalle. Sul palco del teatrino sociale, ognuno ha un ruolo, segue un copione. Agli attori a soggetto, si fatica a concedere qualche euro.

La raccolta Criceti è formata da otto storie che, indipendentemente dall’epilogo, sono otto “celle di lavoro” con punti luce diversi, tutti comunque a direzione centrifuga: la prospettiva intima e personale s’irradia verso l’esterno e rende possibile un’analisi più generale. Il caso si fa emblema, il concreto evolve in concetto.
Accanto a chi rinuncia, o ne è costretto, anche chi ce la fa deve perdere qualcosa: per esempio, a Lucia è stata rubata la fiducia nella nobiltà del lavoro, Tiziana ha imparato a coltivare lo scetticismo nei confronti delle dichiarazioni altrui, la pendolare di Katia si è abituata a guardare la realtà lavorativa circostante «tra le ciglia socchiuse», l’impiegato di Alfredo a non dare un volto alla comunità che un servizio pubblico dovrebbe servire. Il quadro complessivo che ne emerge non è dei più edificanti. Proseguendo nella lettura, l’ho accompagnata con il ricordo della dialettica hegeliana tra signore e servo che, nella Fenomenologia dello Spirito, è lotta per la sopravvivenza e determinazione dell’“autocoscienza”. Il signore fonda il suo “essere indipendente” sull’“essere dipendente” del servo il cui lavoro soddisfa i suoi bisogni e appetiti. Il signore s’impone sul servo, ma dipende anche da quanto questi produce e il servo si accorge di essergli necessario. Due autocoscienze che si affermano attraverso l’altra: il signore si determina attraverso il servo e viceversa. Un capovolgimento di ruoli che può durare in eterno, una ruota che gira senza fine con, a turno, nuovi signori e nuovi servi. Come quella dei criceti, titolo azzeccatissimo a mio avviso.

Chiudo il libro e mi frulla in testa una domanda sospesa. Se la ruota si fermasse, finisse l’illusione del correre e sempre correre senza andare da alcuna parte, sarebbe attuabile oggi l’ipotesi di una realizzazione libera e indipendente di sé, ognuno nella propria creatività attiva?

 
 
 
 

Le mie pagliuzze di Dora Buonfino

Mercoledi 19 aprile 2017, h. 18, Circolo dei Lettori di Torino. Persone entrano nella Sala della Musica, dove è presentato per la prima volta il libro di Dora Buonfino Le mie pagliuzze pubblicato da Le Parche Edizioni nel marzo dello stesso anno. È il secondo lavoro di Dora Buonfino, il suo primo romanzo dopo la raccolta di racconti Scrivo per te (settembre 2016, Le Parche Edizioni). Si potrebbe definire Il libro della vita per il tema delicato e drammatico, l’abuso sui minori, che Dora ha purtroppo vissuto e subìto da bambina.

Le mie pagliuzze è un’opera autobiografica quindi, scritta in prima persona, in cui l’autrice evita tuttavia di mettere se stessa sotto i riflettori. Con un’accortezza tipica di molta narrativa di questo genere letterario, sceglie il personaggio fittizio circondato da altri tutti con identità inventate e corrispondenti a persone realmente esistite per personalità, caratteristiche e ruoli.
Alla base della scelta esistono senza dubbio preoccupazione e delicatezza di tutelare se stessa e altri. Sul piano narrativo, è un’operazione studiata: non importa sapere chi abbia fatto cosa, commesso atti gravi, si sia comportato in modo riprovevole. L’importante è la molestia in sé, non il molestatore A o la molestata B. La mancanza di precisi riferimenti biografici proietta il racconto su un piano generale e universale. Non si tratta solo della “vicenda Dora Buonfino”, tutti i bambini abusati sono rappresentati attraverso lei. Non è un caso se la protagonista non ha nemmeno un nome: il dato autobiografico è elevato a emblema di un dramma.

L’abuso minorile è una realtà spesso trascurata, sottovalutata o rappresentata male. Era necessario che un vissuto personale servisse da punto di riferimento: la generosità dello scrittore, e della scrittura che vuole trasmettere un messaggio, richiede sovente l’annullamento del proprio io per qualcosa di più grande e più ampio da sé. La denuncia di un problema molto serio avviene attraverso l’analisi delle sensazioni di una bambina abusata perché la donna che è diventata oggi si liberi da tutto quanto può scaturire dal sopruso subìto: la percezione di essere un oggetto, un «giocattolo» nelle mani di un adulto, il rancore, lo schifo, il disagio, il senso di colpa.

Anche il tempo e lo spazio appaiono indefiniti.
I soli elementi che scandiscono il tempo sono l’età della bambina – cinque anni, dieci anni, l’adolescenza, l’età più adulta ma non precisata – e il susseguirsi delle stagioni. Non esiste alcuna collocazione temporale in un periodo ben specificato. L’azione può svolgersi negli anni ‘50, un anno fa, ieri come oggi. Non è inoltre indicata alcuna città. Può essere del Nord, Sud o centro, grande o piccola. Le informazioni spazio-temporali non sono determinanti per circoscrivere il problema, altro aspetto che conferisce alla narrazione uno spessore di generalità trascendendo la situazione personale. L’abuso avviene ovunque, è un evento tragico non limitato a una specifica geografia umana e sociale.
L’unico luogo ben descritto è la casa della nonna con la stanza della mamma della protagonista, quella in cui la donna dormiva da piccola. Tra quelle quattro mura, la protagonista subisce l’abuso per la prima volta a cinque anni.

«Mi ero quasi lasciata andare al sonno, quando cominciò a carezzarmi. Gli chiesi perché mi stesse toccando in quel modo, lui rispose che voleva spiegarmi una cosa importante, che voleva farmi un regalo.
L’indomani avrei compiuto cinque anni e come regalo mi aveva trascinata nel mondo degli adulti.»

Qui l’abuso si ripeterà varie volte: è quindi uno spazio simbolo, metafora della frequente mancanza di protezione dai pericoli all’interno delle mura domestiche. La casa e la famiglia non sono sempre un rifugio.

Vittorio è l’abusante di cui Dora tratteggia un ritratto eloquente. È un seduttore della mente che conosce alla perfezione le esigenze della bambina, sfrutta il suo desiderio di affetto e considerazione poiché sa bene che il rapporto con la mamma e anche con il papà non è certo dei migliori. Gioca con questo bisogno e si mostra come l’unico che la faccia sentire «grande» e importante, che non la lascia sola. È un vigliacco prestigiatore che s’insinua nella psiche della bambina fino a farsi credere indispensabile.

«[…] lui era la persona più sincera della famiglia, […] non mi mentiva e mi parlava in maniera schietta, rappresentava una fonte di cultura e la possibilità di imparare tutto, ed era l’unico a regalarmi dei libri, l’unico a dire che valevo molto.»

Non solo, ha una dannata abilità nel far ricadere la responsabilità sulla piccola

«[…] mi diceva che facevamo quelle cose perché anch’io le volevo, che lui non mi avrebbe mai obbligata. […] Assicurava, inoltre, che non c’era nulla di male nel farlo, ma che gli altri non avrebbero capito.»

Non è mai stato violento, non le ha procurato dolore fisico. Siamo tuttavia ben coscienti del disastro che può causare la violenza anche psicologica. La bambina cresce con un senso di colpa che la domina e sembra quasi invincibile. Tende ad attribuire a sé qualunque cosa funzioni male, come i rapporti tormentati con l’altro sesso, i dubbi che accompagnano la convivenza con un uomo quando sarà cresciuta, la convinzione che il corpo sia un male perché «non è libera di amarlo.»

«Un corpo che più di una volta avrei voluto cancellare dal mondo, un corpo che non amavo.»

L’adolescente che cresce, cambia forma e aspetto, diventa pian piano donna, lo copre con gonne lunghe e maglie larghe.

L’abuso non è raccontato con dettagli pruriginosi. Anzi, i particolari erotici mancano completamente nel libro in cui si evoca ma non si esplicita. Si accenna a sfioramenti, toccamenti anche occasionali, alle istruzioni per l’autoerotismo, l’insegnamento che «il corpo non serve solo per sostenere la testa […], anche da sola, avrei potuto farne uso.» Il libro non ha l’intento di stuzzicare corde di morbosità, deve e vuole mettere al centro il problema delle molestie sui minori senza trasformare il lettore in un guardone. Conta il danno provocato, pesa il dramma interiore che nasce e si sviluppa. Eventuali scene di sesso innaturale non solo non avrebbero aggiunto nulla – tutti siamo in grado di immaginare quanto succede – anzi avrebbero tolto molto al messaggio che questo libro vuole comunicare. L’abuso violenta soprattutto l’anima, dà una percezione sbagliata del sesso, rende incapaci di crescere nella possibilità di costruire rapporti lineari, deforma l’immagine del maschio

«maschio era il vecchio bavoso che, seduto davanti al bar, con lo sguardo mi accompagnava nel cammino; maschio era il giornalaio che sfogliava riviste porno tra un cliente e l’altro; maschio era il verduriere che non mancava di provarci con tutte le clienti; maschio era il vecchio del piano terra che passava le sue giornate affacciato alla finestra, usando il marciapiede come sputacchiera.»

L’abuso fa inoltre soffrire di un’immensa solitudine. Sì, perché la bambina, l’adolescente, la ragazza si sentirà sempre sola nella sua sciagura.

Un modo per sconfiggere la solitudine, superare il senso di colpa e tentare di vincerlo è il desiderio di informare gli altri, la ricerca perciò di una soluzione fuori da sé. Scelta difficile, non un passo che la protagonista compie a cuor leggero. Prima lancia segnali attraverso comportamenti che forse una madre avrebbe dovuto cogliere e interpretare, con qualche frase scritta e fatta leggere a chi subito non intuisce.
Racconta la verità a Stefano, poi alla mamma, in seguito a Giacomo. Un altro personaggio è inoltre al corrente della situazione: una donna che abita nel palazzo della protagonista e che, dalla finestra dove trascorre in pratica tutta la giornata, ha visto qualcosa

«Sai, un giorno ti ho vista mentre baciavi Vittorio.»

Interessante inversione dei ruoli, lo sguardo di chi vede solo ciò che vuole vedere e non va oltre. Sarebbe troppo impegnativo porsi domande e tentare di darsi risposte sul vero responsabile. 

«Però non l’ho detto mai a nessuno.»

Ognuno di questi personaggi reagisce in modo diverso: Stefano non commenta, la mamma non le crede e si arrabbia:

«Non dire sciocchezze»
«E adesso non andare in giro a raccontare queste sciocchezze!»

Giacomo sminuisce:

«Mi dispiace. […] Questo accade in un sacco di famiglie, purtroppo, ma tu non ci pensare più, chiudi la porta e butta la chiave, […] ora è finito tutto.»
«Non temere, non lo dirò mai a nessuno” disse per confortarmi. «Tu però cerca di essere discreta, non parlarne se non vuoi che lo sappia mezzo mondo.» […] «Mi raccomando, non dirlo mai a nessuno!»

Anche la vicina, a conoscenza del bacio e forse anche di qualcos’altro, rassicura la ragazza che non l’avrebbe mai detto a nessuno.

Tutti hanno in comune un comando: non dirlo a nessuno, frase che già Vittorio ripeteva in continuazione alla bambina. Confessare significa dare forma a un atto, concretezza a un gesto, rendere evidente un drammatico segreto. Ogni volta che la protagonista racconta, seguono però momenti di chiusura: la parola pronunciata, anziché aprire, ostacola la soluzione. Dichiarare equivale a perdersi. La parola esce a fatica quasi debba percorrere i meandri di un labirinto, deve combattere la vergogna, il pudore, la temuta incomprensione del mondo esterno. Se il mostro esce dal dedalo, perde la sua esclusività per diventare patrimonio collettivo. L’universo circostante allora, familiare e sociale, una volta compartecipe del segreto, deve prendersene carico. Disarmante, destabilizzante, meglio non sapere ed esortare al silenzio.

L’unica vera possibilità è la scrittura.
Grazie a un incontro fondamentale con un personaggio importante, alla fine del libro si scopre che la protagonista è arrivata all’ultima riga del romanzo.
La scrittura è reazione al non-dirlo-a-nessuno, corrisponde alla necessità di ricordare, al rifiuto di «tenere la realtà confinata in un anfratto della mia mente» e di dimenticare

«non ci pensavo neppure a relegare la mia storia in un angolo buio del mio inconscio.»

La salvezza risiede nella non rimozione, nell’avere ben presente l’accaduto per poterlo dominare.

Le mie pagliuzze può perciò essere interpretato come un romanzo di iniziazione, un libro nel quale la protagonista affronta prove difficili della vita come la sofferenza, in questo caso l’abuso sessuale, penetra in un mondo diverso da quanto, sempre in questo caso, la normale vita di una bambina prevede, si avventura in un’indagine interiore ritrovandosi completamente trasformata.

Il libro diventa una ricerca spirituale, la storia di un dilemma tra parlare e tacere. Alla fine si supera il senso di colpa, si vincono le incertezze e la protagonista prende possesso di sé, del suo corpo e della mente.
Le mie pagliuzze è anche quindi la storia di un romanzo che si fa, che scrive se stesso, la narrazione del superamento di un contrasto, un libro di ricordi, certo, ma rivolto al futuro e non ripiegato sul passato. La scrittura è strumento di liberazione e rinascita di un’identità. La protagonista ha trovato in se stessa la forza di creare un romanzo e con lui ri-creare la propria vita annullando anche la distanza temporale tra infanzia ed età adulta nella riconquista di momenti che le erano stati rubati.

Il libro inizia evocando il libro:

«Ho quasi completato la formula, fra un po’ sarò in grado di intraprendere il viaggio. Spero che questa volta funzioni, non voglio una nuova delusione. Vediamo, mi sembra di avere tutto: la lista delle cose da cambiare, le forbici per tagliare di più… Sì, ho anche il diario dove scrivere ciò che non voglio dimenticare.»

e termina parlandone di nuovo

«Ora della mia libreria c’era uno spazio vuoto, il posto giusto dove sistemare il libro […] il mio mondo capovolto.»

Tra i due momenti, una vita sbagliata cui si accenna con un verbo al passato nelle righe finali del romanzo. Il cerchio si chiude: il mondo non è più capovolto.

 
 
 
 
 

L’esperienza del dolore

Il dibattito vita/morte torna saltuariamente alla ribalta alla luce dei fatti di cronaca. Dovrebbe invece essere un pensiero costante per importanza e delicatezza. Preferirei in questi giorni un rispettoso silenzio su una scelta, senza giudizi, pregiudizi o speculazioni di ogni sorta e matrice, lavori parlamentari seri che affrontino con coscienza un problema complesso.
Il bambino al cobalto è un libro sul dolore fisico e pscicologico, scritto da un amico nonché medico molto noto, in Italia e non solo, il dott. Ivano Luppino. Ha atteso tanti anni per fare uscire la sua sofferenza, parlarne, metterla nero su bianco, farla conoscere. Non a caso la dedica è per le figlie «Daria e Maria Chiara, perché sappiano quello che non hanno mai saputo.»
Questa lettura è una testimonianza per riflettere sulla reazione al dolore, nient’altro.

ll bambino al cobalto – diario di un doIore

il-bambino-al-cobalto

I numerosi viaggi in aereo sulla tratta Sud-Nord e ritorno, ripetitivi e sempre uguali a se stessi, «stessi orari, stesse giornate, stesso posto a sedere …» sono occasione per riportare alla superficie un passato nascosto nella coscienza o che, almeno, era tale al mondo.

Io-presente e io-profondo si uniscono senza soluzione di continuità, in una dimensione quasi atemporale.

È un venticinque febbraio della mia vita e sono in compagnia del mio posto, a bordo di un aereo dell’Alitalia.
Il mio giorno è stato una domenica alle ore 9 del mattino. A quel tempo i bambini venivano alla luce quasi sempre in casa, e così accadde anche per me.

Inizia con queste parole il “diario di un dolore” di Ivano Luppino, la storia personale di una vita legata indissolubilmente all’esperienza della sofferenza. Scriverne è stato per lui, bambino al cobalto, una sorta di seconda nascita.

Libro breve: in sole 130 pagine circa è raccontata un’esistenza. Libro molto intenso: non una successione cronologica di avvenimenti, bensì l’analisi di una condizione fisica e psicologica, la convivenza di un bambino, poi adolescente, con la malattia. Come cornice, una solida rete di relazioni familiari, amicizie e affetti importantissima per il protagonista.

Si procede per flash, immagini e ‘quadri’ di vita; momenti di profonda angoscia lasciano spazio ad aneddoti di una quotidianità ‘normale’ e festosa. «Il peso di un’infanzia persa e mai riconquistata» è bilanciato da ricordi di istanti spensierati, e giustamente per un diciottenne: festeggiare con gli amici in estate, incontrarli al bar, ascoltare i brani dei Collage, i Cugini di Campagna, i Mattia Bazar, «cuccare» sul lungomare, suonare e cantare in gruppo nel garage di un amico.

Alternanza che non lascia la percezione di un brusco stacco narrativo, ma che ha il sapore del reale in cui nulla è costruito a priori e le giornate si arricchiscono di intrecci, sentimenti, successi e delusioni, prove, sorrisi e lacrime, incontri e scontri: questa è la dimensione del ‘vero’ che ho gustato leggendo il testo.

Da una pagina all’altra ci si sposta quindi molto nel tempo e parallelamente anche nello spazio. San Ferdinando, Acireale, Acicatena: scorci della natura calabrese e siciliana che sembrano compensare il triste fil rouge del racconto con la luce e i colori della bellissima Italia meridionale. Il blu del mare, il verde della terra, la vigna di famiglia a Palmi, vasti terreni coltivati a ulivi, «il piccolo borgo di Forza d’Agrò» la cui «strada di accesso» […] «era costituita da una lunga serie di tornanti che consentivano ai visitatori occasionali di restare senza parola, letteralmente incantati nel godere della vista sulla costa che da Capo Sant’Alessio va a Capo Alì: di fronte l’estrema punta della Calabria. E una volta su, era possibile vedere anche Taormina, un’impareggiabile cartolina naturale ricca di colori sfavillanti.»

E… Roma.
Per il protagonista non la città in cui godere delle bellezze dell’arte, la sede piuttosto del suo calvario. Partire per Roma significa, fin da bambino, viaggiare verso la speranza ma, al tempo stesso, incontrare la crudeltà di cure invasive, conoscere l’ ”«insulto invisibile» della radioterapia. Essere a Roma significa per lui vivere in ospedale, definito «un’appendice di casa», guardare dalla finestra il mondo esterno e lontano.

C’erano due grandi alberi di ficus ingabbiati in vasi, forse troppo piccoli, ai lati della finestra che risultava parzialmente nascosta e ciò mi consentiva, la sera, di utilizzarla come camera con vista.
Questa era stata spesso la sede dei miei pensieri.
Da lì, potevo osservare il turbinio delle auto che sfrecciavano sulla circonvallazione gianicolense che si inarcava verso Monte Verde.
Quasi ogni sera, dopo cena, quando tutti gli altri “colleghi” di sventura si ritiravano nelle stanze ( … ) quasi di nascosto, senza far rumore, spesso scalzo, abbandonavo la camera per occupare il mio palco riservato su Roma capitale.
Mi chiudevo in me, appoggiavo le braccia sul marmo della finestra, la fronte al vetro e pensavo perché tutto questo dovesse essere parte della mia vita.
La finestra riusciva a trasmettermi i rumori della vita che scorreva e tante volte avevo desiderato di uscire, liberamente, anche solo per qualche ora.
Quella finestra mi consentiva di non perdere mai il contatto con la vita degli altri, quelli che non soffrivano. Era l’unico modo per vedere, percepire l’esterno e non sentirmi recluso ospedaliero.
Ma la realtà era chiusura, impossibilità, costrizione.

La vita del “bambino al cobalto” è costellata di privazioni, limitazioni: poco sport, solo brevi e sporadiche incursioni nell’ambiente del calcetto e ciclismo amatoriale, sempre molto attento a non essere urtato, fossero anche amichevoli pacche sulla spalla o abbracci particolarmente affettuosi. Necessaria accuratezza persino nell’abbigliamento: “«le magliette e le camicie a maniche corte non rientravano nel mio guardaroba». Nascondere segni e proteggere il corpo: un must.

Oggi? «spesso in estate non mi copro, tengo la camicia sbottonata e questo, qualche volta, permette agli altri di intravedere …» Lo scrive verso la fine del libro definendo ‘strana’ questa scelta. A me non pare tale: è la logica conseguenza del lavoro su se stesso fatto raccontandosi, l’esternazione simbolica di un sommerso che è uscito alla superficie liberandosi e liberandolo.

I capitoli finali sono particolarmente toccanti, molto introspettivi.
Parla l’adulto che rivela a posteriori il desiderio spesso provato di fuggire, persino «di essere eliminato fisicamente da questa terra», di andarsene in silenzio «senza dare fastidio». Idea sempre subito abbandonata: troppo forte il legame con la vita. La sua forza di volontà, le circostanze e gli accadimenti favorevoli, dagli efficaci interventi medici alla visita a Lourdes, la preghiera e la fede, hanno consentito che il bambino non morisse. Lui non ha chiesto tuttavia di sopravvivere bensì di vivere, con tutta l’intensità che tale verbo racchiude.

Arrivata all’ultima pagina, non mi sono sentita affranta. Coinvolta e commossa sì, ma non angosciata. Pur essendo il “diario di un dolore”, come indica il sottotitolo, questo libro non suscita pietismo o lacrime di commiserazione e non mi ha lasciato il retrogusto amaro di una tragica autobiografia. Anzi, e potrà forse apparire paradossale, leggendo ho persino sentito aleggiare sulle parole una brezza di serenità.

Alla fine, la prospettiva naturale di un incontro con una «Lei», eterea figura femminile dolce e accogliente, non sconosciuta poiché sfiorata varie volte, di cui il bambino, ormai adulto, non ha paura, l’unica che pronuncerà «per la prima ed ultima volta» il suo nome. Sì, perché nel libro il nome Ivano non è mai citato. Vero che è scritto in prima persona, il che lo dà forse per scontato; nemmeno nei rari dialoghi, tuttavia, è mai pronunciato. Le pagine pullulano peraltro di riferimenti biografici e geografici reali a persone e luoghi. I personaggi sono individuabili e riconoscibili, hanno una precisa collocazione sociale, familiare e affettiva. Ebbene, per contrasto sembra che l’identità di Ivano non abbia molta importanza.

Questo mi ha fatto riflettere. Forse l’autore l’ha considerato superfluo perché sottinteso, forse l’ha fatto inconsapevolmente, forse … O, forse, l’essenziale è altrove.

Non ha ritenuto necessario, per esempio, entrare nei dettagli della malattia, anzi non ne parla proprio: evoca LA malattia non UNA patologia specifica. Se ne intuisce la gravità, ma non c’è alcuna insistenza morbosa o una particolare analisi scientifica. Eppure l’autore è un medico. Volto molto noto, persona conosciuta e stimata nell’ambiente, eccellente professionista. Nel racconto non ricorre alle sue competenze: compare qualche «garza» qua e là; spuntano sporadicamente “«lettini», di degenza e quello verde della sala operatoria «con la luce fredda della lampada scialitica»; fanno capolino i termini «radioterapia» e «cobaltoterapia»; sbuca un breve accenno alla sua tesi di laurea più per i rapporti professionali e affettivi che ne sono stati il supporto che per l’argomento trattato … nulla di più.

Una scelta narrativa che mi ha particolarmente colpita in quanto lascia emergere il punto di vista del bambino, le sensazioni del dolore espresse con immediatezza, senza razionalizzazione, talora senza capirne la reale portata. Procedimento facile per uno scrittore se racconta di un altro da sé, più complesso se l’individuo è lo stesso e deve inoltre spogliarsi delle sovrastrutture culturali che separano il suo oggi di adulto medico dal suo ieri di bambino impreparato.

Mi piace quindi pensare al “bambino al cobalto” come metafora del dolore, per cui ha scarsa rilevanza sapere se si tratta di Ivano o Giovanni o Cesare… , e, anche, come simbolo del profondo e ancestrale attaccamento alla vita insito in ogni uomo, dell’invito a non mollare mai, a non rassegnarsi di fronte alle prove che il Destino o il Cielo o Dio, secondo le personali convinzioni di ciascuno, ci riservano.

La scrittura ha un enorme potere terapeutico per chi compone e chi legge, ne sono convinta da sempre. Questo libro me ne ha fornito l’ennesima importante conferma.

 

 

 

“Ti bacio il cuore”

felice-e-maria-2

                                                                       Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

Una lettera d’amore particolarmente romantica scritta un secolo fa in un’occasione speciale? Ebbene no. È spedita dal fronte durante la prima guerra mondiale. Fa parte dell’intenso scambio epistolare di una coppia, un fitto carteggio che inizia il 21 giugno 1916 e termina nel 1918, rimasto più di novant’anni chiuso in una scatola nella stanza da letto di Felice. Un giorno, la nipote decide di recuperare, riordinare e pubblicare questa corrispondenza nel libro Lettere d’amore dal fronte di Felice el sartùur 1916-1918 (ApostrofoEditore, 2013)

lettere-damore-dal-fronteFelice Arisi nasce a Pescarolo, in provincia di Cremona, il 21 dicembre 1884, sposa Maria Mozzi il 30 settembre 1909, hanno cinque figli, nel 1916 parte per la guerra e ritorna al suo amato paese due anni più tardi dopo un periodo di prigionia nel campo di Langensalza, una cittadina rurale dell’Unstrut-Hainich-Kreis, nella Turingia.

Gli storici hanno analizzato ampiamente ogni dettaglio della Grande Guerra mettendo in risalto anche gli errori strategici e lasciandoci l’amara consapevolezza che il conflitto è deciso dall’alto, che i Generali spostano migliaia di soldati e li inviano al fronte decretando il destino di uomini umili, artigiani, contadini, operai, ignari di strategie politico-militari più grandi di loro.

Se la maggioranza dei soldati semplici rimane sconosciuta alla Storia, molti si salvano dall’oblio grazie alla scrittura. Lettere, diari, cartoline documentano situazioni, mettono in luce il ventaglio delle sensazioni umane: la paura di un attacco, il pianto per la perdita di un compagno di sventura, la gioia per essere riusciti ancora una volta a scampare un pericolo, il conforto nella preghiera, il legame con gli affetti lontani.

Lettere d’amore dal fronte è una preziosa testimonianza. La guerra, il legame profondissimo tra due coniugi e la famiglia costituiscono i due piani narrativi. Sono tuttavia quasi assenti informazioni precise su interventi militari o descrizioni di battaglie: il centro del racconto è l’uomo, Felice e i suoi sentimenti.

Felice scrive molto, alcune sue lettere sono lunghe, ben scritte, se si pensa che ha frequentato solo la terza elementare. Un autodidatta ma avido lettore, rivela la nipote, di opere come I promessi sposi, I Sepolcri, La Divina Commedia e ovviamente La Bibbia data la sua fede convinta.
Colpisce che nel carteggio, indirizzato prevalentemente alla moglie, la guerra appaia addirittura come uno sfondo. I riferimenti alle circostanze di pericolo e disagio sono rapidi, fugaci. Allude alle condizioni atmosferiche “di giorno fa caldo, di notte fa freddo”, accenna alla paura per le avanzate, alla perdita del senso del tempo “non so più quando è domenica o lunedì”, a “pulci e pidocchi”, sassi e reticolati ma non insiste su particolari angoscianti, nemmeno quando accenna a un compagno morto sul colpo sotto un bombardamento o al ferimento del suo Tenente. Tra le righe si percepisce un “non detto”, indipendente dalla censura che interveniva sulla corrispondenza dal fronte, una volontà di tacere episodi dolorosi come se egli volesse proteggere i suoi cari dagli orrori della guerra.
Sto bene” è la frequente frase introduttiva dei suoi scritti; “parliamo d’altro”, ripete spesso; “non spaventatevi”, scrive in occasione dell’avanzata sul Monte Sabotino; “ho ancora la fortuna di scrivervi”, dichiara dal campo di prigionia in Germania.
Brevi flash. Vero che Felice si trova di solito nelle retrovie, scelto dal Comando per la sua professione di sarto – da civile era specializzato nella confezione di abiti talari – ma anche dietro il fronte la situazione non era certo idilliaca. Non cuciva le uniformi in un atelier! Inoltre, non per questo è meno profondo il suo sentimento di una Patria libera. La sera, scrive spesso con ardore agli amici al fronte, noncurante che qualcuno lo definisca “imboscato”. Vorrebbe al contrario essere con loro.

Nella loro densa brevità, le sue sono istantanee verbali che lasciano intuire un filtro narrativo tra il suo mondo e la famiglia a casa. Protegge anche se stesso. Oltre alla fede, la sua salvezza è l’amore: per i figli, gli amici di Pescarolo, la famiglia, soprattutto la moglie.
Il sentimento che lo lega alla “sua” Maria è potente, espresso con pudore quasi a volerlo tutelare. Si firma con un casto “tuo aff.mo sposo”, ma emergono qua e là complicità coniugale, intesa fisica tra un uomo e una donna, intensità di un’unione evocata dai “caldi affettuosi baci appassionati”, il ricordo delle sue carezze, il desiderio di stringerla forte a sé e baciarla a lungo. È bisogno di un contatto con la “sua” donna e non con una femmina qualsiasi che sarebbe stato facile per lui trovare in zona, come molti altri soldati. La bellissima espressione “ti bacio il cuore”, con cui conclude una delle sue dichiarazioni sentimentali, unisce passione e profondità di un legame. È sete d’amore che si placa nella “sua” Maria “fonte d’acqua freschissima” cui “porse avidamente le labbra”, scrive ricordando alcuni momenti stupendi trascorsi con lei durante una licenza. Non è l’ardore di un istante, è la confessione di un sentimento completo e duraturo. Come non percepire anche in queste pagine un “non detto” sulla tragicità delle condizioni al fronte e sulla forza di sopravvivenza dell’uomo?

Le parole di quasi venerazione di Felice per la moglie si rincorrono da una lettera all’altra. Su una incolla addirittura petali di violetta per il suo “unico amore”, “unico tesoro”.
felice-a-mariaDicono che l’amore aggiunge, non sottrae; arricchisce, non toglie; accende le tinte di un arcobaleno che, lì sul fronte, è oscurato dalle tenebre della violenza.

Questo libro consegna un destino individuale che, pur nelle avversità, si racconta attraverso il sentimento dell’amore, linfa in ogni momento della vita.

 

 

“Non serve fingere di essere uguali”

Una fiaba semplice eppure dal contenuto denso e dal messaggio efficace: un modo dolce, tenero, equilibrato e fermo per educare una bambina alla convivenza con chi è solo apparentemente diverso o vive in un contesto familiare e culturale distante.
È opera di Avvocatolo, di Massimo, una creazione – dice lui – fatta di getto per tentare di addormentare la “pupa” evitando di ricorrere alle solite favole inflazionate. Chapeau! Per i pochissimi che non la conoscessero ancora, un invito a colmare la lacuna…

Leggendola, gustando la finezza della storia, la grazia dei toni, ho immediatamente pensato a Piccolo Uovo di Francesca Pardi: una fiaba illustrata, un racconto delizioso e delicato come semplici e naïf sono i disegni di Antan.

Piccolo Uovo

Questo libretto è inserito nella lista dei testi “proscritti” dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro all’inizio dell’anno scolastico corrente, rei di diffondere la teoria gender.

lista libri proscritti

Non intendo addentrarmi nella questione; mi limito a segnalare il testo della legge 13 luglio 2015, n.107, a specificare che il termine “genere” compare solo all’articolo 16 “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità dei sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, a suggerire la Circolare del Ministero dell’Istruzione datata 15 settembre 2015.
Chi volesse approfondire il tema può farlo sui testi citati qui o su documenti e testimonianze on-line. Ne esistono di tutti i tipi. Ognuno si formerà la propria opinione al riguardo, spero sempre ponderata qualunque essa sia.

In Piccolo Uovo non esiste alcun incitamento alla trasgressione, nessuna svalutazione della famiglia tradizionale che, sotto le spoglie di graziosi coniglietti, compare insieme ad altri tipi di “comunità”. Sfogliando le pagine, s’incontrano due gatte con il loro gattino, due pinguini maschi con i rispettivi figlioletti, una coppia “etero” di canguri con i piccoli di diverso colore depositati amorevolmente nel marsupio, un ippopotamo solo con il suo “bambino”, una famiglia di cani, uno nero e l’altra bianca, incinta, con un cucciolo candido come il latte.
“Arriva anche un fratellino… Chissà di che colore sarà!” si chiede meravigliato e felice Piccolo Uovo alla ricerca della sua famiglia.
Una garbata allegoria.

Al netto della proposta di Camilla Seibezzi, durante la precedente amministrazione a Venezia, di usare la terminologia “genitore1” e “genitore2” che non approvo, a mio avviso inutile e discriminatoria nei confronti di chi ha una mamma e un papà – se parliamo di diritti dobbiamo considerare quelli di tutti, indistintamente – mi piacerebbe che quanti polemizzano e si scagliano contro la diffusione di questi testi, hanno gridato allo scandalo nei mesi scorsi con qualche rigurgito recente, leggessero un paio di questi libretti. Tempo di lettura brevissimo.

On-line circolano tuttora immagini e petizioni, diventate virali, dai toni allarmistici e spesso create ad hoc e, se mi è permesso, basate su mala informazione, informazione parziale o distorta quanto meno circa la scuola come luogo di crescita. Prima di esprimere qualunque giudizio, non è sufficiente il passaparola talora anzi nocivo. La verifica personale è opportuna. E chi si sta adoperando per evitare che questi libretti possano anche solo circolare – cosa che avviene comunque lo stesso poiché vengono fatte letture collettive nelle librerie – è senz’altro genitore e merita pertanto tutto il rispetto, ma non è forse mai entrato in una classe.

Scrivo da ex insegnante che per anni si è interessata alla crescita umana e culturale di adolescenti commettendo anche errori – solo chi non fa nulla ne è esente – ma mettendo sempre al centro i ragazzi.
Al di là della materia di competenza, se sentiamo e viviamo il ruolo come una missione, noi docenti educhiamo prima di tutto al rispetto: dei ragazzi tra loro, dei ragazzi verso il prof e, importantissimo, del prof verso i ragazzi (non possiamo pretenderlo se prima non l’offriamo noi); insegniamo la convivenza tra personalità diverse, la tolleranza e l’accettazione.
Ebbene, i gruppi che abbiamo di fronte ogni giorno sono estremamente eterogenei per classe sociale, religione, situazioni affettive e familiari. Figli adottati, di divorziati, di conviventi, di coppie miste, di immigrati, di famiglie allargate con rapporti più o meno facili con il compagno di lei o la compagna di lui che non sono magari mai gli stessi poiché negli anni vengono sostituiti da nuove relazioni… e così via. Da tempo, nelle classi, esistono bambini o adolescenti che già vivono in unioni omosessuali e in contesti monoparentali.
Questa è la realtà, chi la nega mente. Questa è la varietà, da rispettare, che vediamo da una cattedra.

La scuola ha l’obbligo morale di far sentire a proprio agio chiunque, di far crescere il bambino e maturare l’adolescente in armonia con il suo ambiente personale, non può e non deve sovrapporsi a scelte che non le competono. Il compito educativo è quello di creare nell’aula un microcosmo sociale di convivenza, d’incanalare in un percorso naturale di sviluppo della persona diverse situazioni affettive che, ripeto, non dipendono dalla scuola.
Il bambino, l’adolescente e il ragazzo devono essere l’interesse primario, non possono “pagare” per le scelte degli adulti o per un vuoto legislativo che esiste, è innegabile, sta creando problemi alle coppie coinvolte e, di riflesso, ai figli. Quindi, a scuola, si lavori per loro, si lascino a casa preconcetti e sovrastrutture di qualunque natura che, soprattutto nella mente lineare di un bambino, creerebbero solo confusione e caos.
La mancanza di uno strumento ben fatto come un libro, che aiuti l’insegnante ad affrontare le diverse realtà e fornisca un punto d’appoggio, lascia tutto al caso, all’iniziativa di un corpo docente non sempre in grado o preparato a trattare certi argomenti con delicatezza e competenza. Spesso il prof non entra in classe “nudo”, le sue idee e la sua sensibilità lo accompagnano, la sua formazione personale non viene ogni volta lasciata fuori dalla porta. Non si nasce insegnanti, si può essere più o meno naturalmente predisposti, ma si impara esercitando e si può rischiare di improvvisare. Succede.

E ora svesto i panni della prof (o ex) per indossare quelli del bambino.
Frequentavo le elementari e già a sette anni ero senza mamma. I miei compagni avevano tutti una famiglia “regolare”. Ogni maggio, scrivevo la letterina alla mamma come gli altri… Non dico sia stato un trauma, ma che io l’abbia vissuto come se nulla fosse, quello no. Era difficile. Rientravo a casa e consegnavo la letterina alla seconda moglie di papà, che ho sempre considerato come un’usurpatrice. Colpa del mio carattere ribelle, responsabilità del suo ingresso prepotente nel mio mondo familiare, forse entrambi i fattori… con lo sguardo di oggi la situazione assume di certo contorni più nitidi. Ma allora era così.
Nessuno ha tuttavia mai pensato a opzioni diverse. Perché a otto o nove anni non farmi scrivere una sorta di preghiera a un angelo con il nome della mia mamma rendendo il tutto molto naturale e insegnando non solo a me ma anche ai miei compagni che la morte è parte della vita? Oppure aiutarmi a creare due testi, differenti l’uno dall’altro? La maestra avrebbe spiegato con tatto alla classe l’importanza di accettare un nuovo compagno per la madre vedova o una nuova donna per il padre vedovo, e dato a me l’opportunità di maturare un rapporto disteso e anche affettuoso con la “mamma2”.
No, è continuata per un po’ la finzione dell’essere uguale agli altri.

E i bambini, le bidelle e le maestre capirono che per aiutare chi è diverso da noi non serve fingere di essere uguali, che l’uguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo, ma rispettare e accettare la diversità di tutti e, ogni tanto, guardare la vita a testa in giù.” conclude Massimo nella sua favola. Frase azzeccatissima e calzante anche estrapolata dal suo contesto.

Mi metto oggi nella condizione di un bambino con un ambiente affettivo non da Mulino Bianco, posso intuirne il disagio se attorno a sé si confronta con due mondi molto lontani: il modello di famiglia perfetta visto a scuola e un altro vissuto a casa.
La scuola deve prendere atto dell’esistenza di situazioni e realtà varie, dalla famiglia con una mamma e un papà ad altre forme di unione, armonizzarsi con loro al meglio e non creare barriere psicologicamente dannose per la formazione degli adulti di domani.