E ora, a noi due

Un post di qualche tempo fa finito per sbaglio in un angolino buio del blog. Lo ripesco dal cestino in cui è scivolato. Le numerose analogie tra le riflessioni di Balzac e la società odierna valgono, a mio avviso, una risurrezione se, come leggo in un tweet molto recente, «il punto è questo… meglio essere benestanti e pregiudicati o essere onesti ma morti di fame?» L’essenza dell’uomo non cambia: sentimenti, passioni, emozioni, bassezze o gesti nobili restano immutabili. Può rinnovarsi il modo di esprimerli, ma non la loro sostanza.

Le Père Goriot, uno dei tasselli dell’imponente Comédie Humaine sembra in effetti davvero scritto da un autore di oggi, se non per lo stile, per alcuni messaggi di una sconcertante attualità. Personaggi e situazioni appaiono quasi come uno specchio dei nostri tempi: donne e uomini che vivono di apparenza, recitano un ruolo nel mondo del lavoro, in famiglia, nelle relazioni interpersonali, nella società. È una “pièce teatrale” alla quale il lettore assiste: mai titolo Comédie Humaine fu più azzeccato. Si finge, sempre e comunque, scientemente. Scelte e atteggiamenti sono frutto di un calcolo ragionato. Scopo? Diventare importanti, qualcuno che conta, uscire dal limbo dell’oblio o dell’indifferenza altrui, apparire. Poco importa se la sostanza non corrisponde alla forma.

Il romanzo pullula di personaggi; il protagonista è tradizionalmente considerato, e a ragione, chi dà il titolo al romanzo stesso, Goriot appunto.  Eugène de Rastignac e Vautrin sono tuttavia, dal mio punto di vista, le figure che danno una dimensione di modernità all’analisi sociale.

Il primo è un giovane di provincia che arriva a Parigi per studiare legge, ignora le dinamiche dei rapporti umani in questa grande città e deve impararle, se vuole attuare il suo programma professionale e di vita; il secondo è il suo mentore, il  consigliere che lo educa ai “nuovi valori” senza i quali non si va da nessuna parte.

Lei è ancora troppo giovane per conoscere bene Parigi, più tardi imparerà

Vautrin non è certo un uomo colto e nemmeno un borghese: è un individuo di bassa estrazione sociale che ha fatto di tutto nella vita, compreso un omicidio; conosce bene il mondo e trasmette al suo pupillo pillole di “saggezza” maturate in lui grazie alla condizione di perenne pregiudicato e infiltrato nelle alte sfere. Le persone cosiddette per bene hanno avuto bisogno di lui e ancora se ne serviranno. Lui ne approfitterà, sfruttandole a sua volta.

Le pagine in cui Vautrin trasmette a Eugène la sua “filosofia” fanno immaginare il nostro presente, le figure dominanti, i comportamenti ricorrenti di fronte ai quali provo un profondo desiderio di aria pulita. Si è disposti a qualunque compromesso persino con la propria coscienza in nome dell’affermazione personale. Non vi è nulla di negativo nel coltivare ambizioni o aspirare alla realizzazione dei propri progetti. Ora, si possono raggiungere risultati con il talento, le capacità personali, una condotta esemplare: logico e auspicabile. Ma che fatica! Perché sprecare tanta energia quando è possibile ricorrere ad altre vie più brevi e agevoli? Nessuno ci criticherebbe, anzi! Poiché ormai «non ci sono princìpi, ma solo fatti, non ci sono leggi, ma solo circostanze!» spiega Vautrin a Eugène. Corruzione e disonestà sono quindi la norma, non solo per i ricchi ma per tutti poiché «l’uomo è lo stesso in alto, in basso, in mezzo».

Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.

L’onestà è dunque un atteggiamento stupido.

Ma cosa crede che sia l’onest’uomo? A Parigi è colui che tace e rifiuta di spartire il bottino. Non le parlo di quei poveri iloti che ovunque faticano senza essere mai ricompensati del loro lavoro e che io chiamo la confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, tra loro s’incontra la virtù in tutto lo splendore della sua stupidità, ma anche la miseria.

Le parole di Vautrin esprimono sarcasmo e disillusione e, nel contempo, lasciano trapelare la consapevolezza che occorre fare i conti con questo stato di cose, volenti o nolenti. Il cinico realismo aumenta esponenzialmente alla constatazione che la consuetudine e le abitudini hanno rimpiazzato la legge e che, come la legge, fanno testo, creano un precedente. Ci si sente, pertanto, quasi giustificati nella disonestà. Addirittura, sottolinea Vautrin, se qualcuno si arrichisce in modo integerrimo, nessuno lo crederà mai, si penserà sempre che abbia usato mezzi illeciti. Un povero cristo ha sgobbato tutta la vita,  lavorato con rettitudine per essere comunque piazzato tra i «ladri». Tanto vale faticare di meno: la nostra immagine pubblica non ne guadagna, ma non ne perde.

Facciamo l’avvocato per diventare presidente di una corte d’assise e mandare dei poveri diavoli, migliori di noi, con un LF ¹ sulla spalla per dimostrare ai ricchi che possono dormire tranquilli. Non è piacevole, e poi è lunga. Prima, due anni di attesa a Parigi a guardare, senza toccarle, le delizie di cui siamo golosi. È faticoso desiderare sempre senza essere mai appagati. [ …. ]
Quindi soccomberà a questo supplizio, il più orrendo che si sia mai visto nell’inferno del buon Dio. Ammettiamo che sia giudizioso, che beva latte e componga elegie; generoso com’è, dopo tante noie e privazioni da rendere rabbioso un cane, dovrà cominciare col diventare il sostituto di qualche marpione, in un buco di città dove il governo le butterà lì mille franchi di stipendio, come si butta una zuppa al mastino di un macellaio. Abbaia ai ladri, difende i ricchi, fa ghigliottinare gente di cuore. Obbligatissimo! Se non ha protezioni, marcirà nel suo tribunale di provincia. Verso i trent’anni, sarà giudice a milleduecento franchi all’anno, se non ha ancora buttato la toga alle ortiche. Quando avrà raggiunto la quarantina, sposerà la figlia di qualche mugnaio, che possiederà una rendita di circa seimila lire. Grazie tante. Se avrà qualche protezione, sarà procuratore del re a trent’anni, con mille scudi di stipendio, e sposerà la figlia del sindaco. Se commetterà qualche bassezza politica, come leggere su una scheda Villèle invece di Manuel (fa rima e la coscienza è a posto), a quarant’anni sarà procuratore generale e potrà diventare deputato.
[ …. ]
Se nelle cento professioni che può intraprendere, s’incontrano dieci uomini che hanno rapidamente successo, la gente li chiama ladri. Tragga lei le conclusioni.

Il commento di Eugène è la classica esclamazione di chi è ancora estraneo alla logica dominante: «Ma allora la sua Parigi è un letamaio.» Questo ragazzo ancora da educare esprime disgusto; la risposta di Vautrin evidenzia la triste rassegnazione: «È un dannato letamaio.»

La morale? Cupa, tetra, le parole di Vautrin, ancora una volta, negano la possibilità di qualunque utopia:

Ecco com’è la vita. Non è meglio della cucina, puzza altrettanto e bisogna sporcarsi le mani se si vuol combinare qualcosa …. questa è tutta la morale della nostra epoca.

È un quadro di generale miseria morale, relativo alla realtà storica e sociale della Francia nella prima metà dell’800, che assomiglia maledettamente alla nostra. Alla fine del romanzo Eugène esclama: «E ora, a noi due!», un grido di sfida che non sarebbe male estrapolare dal contesto.

Mi pare urgente proporre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, sentirsi chiamati a svolgere un ruolo attivo, ognuno nel proprio ambito, per contribuire a un risanamento di cui abbiamo un dannato bisogno e per il quale non è ammissibile delegare il compito sempre ad altri. L’ignavia è un male del nostro tempo ed è a volte la risposta della ciurma al malcostume del capitano della nave.

¹ LF : lavori forzati, simbolo del condannato al bagno penale

 

Il valzer sull’orlo del pozzo

Uno dei miei ricordi più belli è quando io e la nonna poggiavamo un piccolo mangianastri sull’orlo di Merlino, alimentato da una prolunga che partiva da casa, e insieme ballavamo il valzer. Era il ballo preferito della nonna. Io non ero un grande ballerino, anche perché la mia altezza non dava l’immagine di un degno cavaliere adatto a lei. Nelle sue mani ero un piccolo burattino, ma i nostri corpi erano lì, la nostra essenza era trascinata dal vortice dell’illusione. Diventavamo piccolissimi e cominciavamo a ballare sull’orlo del pozzo, mentre lo stereo si trasformava in un’orchestra con archi, viole, arpe, chitarre, clarinetti, fisarmoniche, e il gracidare delle rane un coro stonato; l’acqua del pozzo traboccava fino a diventare un lago argentato e noi volteggiavamo intorno dimenticando il mondo intero. Non esisteva più nessuno, all’infuori di noi e della nostra voglia di ballare. Ed io ero contentissimo.
«Nonna ma che cos’è questa musica?» Le domandavo mentre ballavamo.
«È la felicità, Cesare».
E ridevamo.

È un breve estratto dal romanzo Il valzer sull’orlo del pozzo di Ro Meo, blogger, caro amico, ora anche promettente scrittore nonostante lui non ritenga calzante per sé l’appellativo e si protegga dietro una naturale modestia.

Erodaria legge queste parole a degna conclusione dell’incontro, bellissimo, di sabato 16 dicembre presso l’atelier di Cecilia Gattullo a Torino. Un’atmosfera ricca di calore, un gruppo riunito attorno a un ideale focolare: il libro di Romeo, appunto. Coinvolgente, si legge d’un fiato, regala emozioni e numerosi spunti per riflettere sulla vita. Opera prima, non sembra tuttavia tale valutando la maestria con cui è gestita la narrazione.

Cesare, il protagonista, si racconta e dispone scampoli della sua biografia che il lettore ricuce sino al nodo di chiusura, un punto fermo dopo un ricamo a zigzag.

Il Prologo informa sulla data di nascita del libro: «questo 1995». Il lettore è proiettato in un periodo ben preciso, si accomoda vicino all’io narrante in uno spazio indefinito: una camera con un’ «unica finestra» dove giunge l’eco di una canzone che qualcuno ascolta nella «stanza accanto». Fuori «piove inesorabilmente da giorni». Un luogo qualunque, quindi, e nessun’altra indicazione. Solo la certezza del riferimento al presente degli anni ‘90. Un flashback fa ritornare all’improvviso «indietro nel tempo», precisamente al 1971, anno in cui nasce Cesare. La ricostruzione narrativa può iniziare.

Da un capitolo all’altro, ci si sposta in continuazione nel tempo e nello spazio seguendo due direzioni parallele: lo ieri a Inverno, «piccolissima frazione» di una città mai nominata nel romanzo, si alterna all’oggi nell’ospedale psichiatrico. Man mano che il racconto procede, la distanza temporale tra passato e presente diminuisce fino a scomparire e ad annullarsi in una notte di tentativi e confusione, sogni da realizzare e crollo della speranza, voli da spiccare e mani come tenaglie a impedire il decollo. Notte di contrasti: luci intermittenti, alba spezzata, sole decapitato, cielo nero stracarico di pioggia. Svolta radicale nella vita di Cesare, lui, timoroso del cambiamento, vissuto in un paesino di circa mille abitanti dove tutti si conoscono, nel quale ogni cosa pare avere la fissità della neve ghiacciata sui rami e l’immobilità della bambagia familiare che l’ha protetto. Quella notte smuove la coscienza, strappa le radici, taglia il cordone ombelicale, getta una luce retroattiva sui perché, conferisce consistenza – nella rottura – alla ricerca di un «posto nel mondo».

Smarrimento, disagio, estraneità: sensazioni che accompagnano Cesare tutta la vita, a Inverno come in ospedale, e lo fanno sentire fuori contesto anche quando gli altri sono come lui.

Cominciai a sentirmi solo e ridicolo nell’orribile divisa da studente: grembiule nero e fiocchetto blu. Sembravamo usciti da una tipografia dove ci avevano stampato tutti con la stessa matrice e nonostante fossimo tutti uguali, continuavo a sentirmi inadeguato e fuori luogo.

A volte mi stupisco di me stesso. Mi ritrovo a dialogare con persone che sono totalmente fuori di testa o forse devo leggere la cosa in un’altra prospettiva: sono loro che dialogano con uno fuori di testa?

Chi è sano? Chi malato? Cos’è la normalità? Il silenzio di Antonio, la loquacità ripetitiva di Gianna, il can-can di Moira, sconclusionato e comunque solare, i medici in salute che devono valutare i matti e sono tuttavia anch’essi strani agli occhi di Cesare? La sua visione della realtà circostante in manicomio è molto lucida. Osserva, analizza, fotografa e coglie dettagli significativi. Diffidente nei colloqui con gli specialisti, fatica a rispondere non perché non sappia cosa dire, lo trova semplicemente inutile. Ogni affermazione sarebbe inadeguata e forse non capita fino in fondo. Spesso dà «la risposta che volevano loro».

Cesare, in realtà, non mi appare estraneo a tutto. Da bambino, non ama la scuola ma gli piace studiare, non la considera come luogo di relazioni ma adora la cultura. Si sente bene quando è nei campi, a contatto con la natura, vicino al suo amico pozzo Merlino con cui parla, sui libri che spesso legge appoggiato al muretto o seduto sull’orlo. Da paziente, prova solidarietà verso i suoi «compagni di viaggio» e i loro gesti spontanei che suore e infermieri vogliono bloccare e sedare. Non esterna tuttavia i sentimenti e non si apre con i dottori. Lo vedo perciò estraneo al gioco sociale, alla commedia verbale del linguaggio che si rifiuta di recitare e di cui respinge le convenzioni. Ha sprazzi di felicità quando percepisce il mondo come lontano, quando balla il valzer con la nonna o fa l’amore per la prima volta. In questi momenti conta il presente, essere lì, ora, con tutto se stesso, capace di «non sprecare la vita» come il nonno gli suggerisce spesso.

Alla fine del percorso, Cesare ha completato la formazione interiore e si appresta a ripartire.

Auspico che non tema la pioggia il cui rumore ha scandito ogni momento della sua vita: diluvio, tempesta, temporale, secchiate d’acqua, scrosci, grandine tamburellante in un pomeriggio d’intenso dolore, ticchettio costante sui vetri dell’ospedale, anche acqua dolce, delicata e calda in occasione del primo bacio. Cesare è nato insieme al pozzo, il pozzo ha ripreso vita il giorno in cui è nato Cesare: talmente uniti da essere interdipendenti. Hanno un destino comune, un’aspirazione condivisa: tentare un viaggio insieme. Nell’acqua esiste il rischio di naufragare, è vero, ma dove scorre c’è fertilità.

Auguro a Cesare di piantare i semi che gli hanno regalato con la consapevolezza che alcuni germineranno, altri no. Nessuna paura però: ha imparato a estirpare ciò che lega e rende statici, un passato da non cancellare semmai da sublimare in nuove prospettive e progetti di moderne mongolfiere.

Brindo con lui alla leggiadria di un ballo. Gli archi e i fiati del Valzer dei fiori cederanno spesso all’aggressività di ritmi e beat pesanti, ricordando che ogni riff di chitarra ha comunque la propria armonia.

Faccio il tifo, infine, affinché Cesare, che adora la musica, possa tirare un calcio di rigore come Nino del suo amato Degre e perdersi nel mondo in un altrove cui lui, e solo lui, darà colore e forma.

 

 

 

Sisifo felice?

Tiziano Vecellio, Sisifo
Madrid, Museo del Prado

Dapprima un flash. L’immagine, in seguito, si delinea con contorni sempre più netti mentre lo sguardo scorre sulla prosa di Mela, lessico impeccabile, linguaggio sensoriale e animista, coppa di parole da cui bevo in un’unica sorsata, ogni volta. Centellino a una seconda lettura, degusto aggettivi e verbi, assaporo sostantivi. È una bevanda di carattere, sapida, dal retrogusto spesso amaro ma sempre stuzzicante e fonte d’ispirazione. “Futilità”, “estranea”, “disagio”, parole… superflue danzano sulle papille linguali.  Ne individuo sapore e qualità prima di deglutire.

La silhouette di Sisifo si definisce ora in modo preciso, lui e la pietra spinta verso la cima di un monte da cui sarebbe rotolata in eterno, sua condizione perenne. Un mito molto umano poiché rappresenta il coraggio che non ha nulla di extra-ordinario. Come cornice, le pagine di un libro che si sfogliano nella mente.

Chi non ha provato il senso di estraneità per breve o lungo tempo? Nessuno, credo, può dirsene immune, sempre che non senta nemmeno il richiamo del fermarsi a riflettere. «L’inquietudine nasce dal cuore dei vivi» scrive Camus in Il vento a Djemila (Nozze, Noces 1938, I^ ed.) La consapevolezza è una compagna che rende vitali nonostante il peso del macigno. Sisifo, appunto. Di fronte alla routine del quotidiano, è impossibile non porsi domande, anzi LA domanda.

Alzarsi, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… Questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. […]
Ed ecco l’estraneità: accorgersi che il mondo è “denso”, intravedere fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con quale intensità la natura, un paesaggio, possano sottrarsi a noi … […] Le scene, travisate dall’abitudine, ridiventano ciò che sono e si allontanano da noi. Come succede certi giorni, in cui, sotto il volto familiare di una donna, ritroviamo quasi una straniera in quella che mesi o anni addietro avevamo amata…¹

L’insoddisfazione è in agguato, anzi ha già collezionato le sue prede, la percezione di disagio incombe, tutto sembra assurdo, l’inadeguatezza penetra nella carne come un liquido. Ma, di preciso, cos’è “assurdo”? Ciò che mi circonda? Come e quel che sono? L’io voglio che contrasta con l’io posso?

Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo. [ …]
L’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo. È questo che non bisogna dimenticare; è a questo che bisogna aggrapparsi, poiché possono nascere le conseguenze di tutta una vita.¹

In un mondo ideale non esisterebbe conflitto, ma l’eden non è realtà, prende forma solo nel ricordo di una vita precedente, anteriore al peccato originale che anche i non credenti conoscono. Il contrasto tra l’umano desiderio di luce e il buio del mondo è invece innegabile, è l’essenza dell’esistere, «non posso cancellarla con un tratto di penna». «Se giudico una cosa vera, devo preservarla»¹ per vivere con dignità e consapevolezza.

L’assurdo rende l’uomo estraneo al mondo, ma non diamogliela vinta – esclama Camus – impediamogli di trasformare l’individuo in un estraneo a se stesso. Un calcio allora a illusioni, false speranze, sintomo di rassegnazione di fronte all’oggi. «Vivere è dar vita all’assurdo. Dargli vita è innanzitutto saper guardarlo»¹: dritto negli occhi, senza timore, con l’atteggiamento del ribelle che rifiuta di sottomettersi alla sua condizione senza però fuggirla, anzi vivendola con lucidità.

Sisifo spinge la pietra verso la cima e, dopo uno sforzo immane, la meta è raggiunta. Dall’alto, la osserva precipitare e sa che deve farla risalire di nuovo. Quindi torna al piano. «È durante questo ritorno che Sisifo m’interessa»¹: potrebbe buttarsi dalla rupe, rotolare insieme al masso ed essere schiacciato, correre oltre giù per il pendio. Invece, prende coscienza che il macigno gli appartiene, «è cosa sua», che quei gesti sono il suo destino, la sua stessa vita, si concentra non sulla fatica dell’ascesa ma su di sé e il suo atteggiamento mentre scende. Ogni passo lento e graduale è una tappa verso un cosciente disprezzo ma un’altrettanto cosciente assunzione dell’atto: questa è la sua vittoria sul fato.

«Caro Albert, credi sia facile per un operaio che ripete ogni giorno lo stesso lavoro accettare una simile concezione della vita? O per chi è in situazioni che non ama e nelle quali si è ritrovato suo malgrado?.»
«Mia cara, Sisifo potrebbe diventare altro da sé ma non può. La sua alternativa è dominare le azioni, libero dalle paure, in balia solo della propria ragione che dà un senso anche a quanto all’apparenza non ne ha, trasformarle in una scelta, una lotta continua. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.¹»

«Un’ombra di rassegnato fatalismo me lo concedi?»
«E perché mai? Sisifo sa di essere padrone dei propri giorni. Torna al suo macigno e quindi sceglie, accetta la sfida non l’imposizione. Impegnati a immaginare che sorrida all’assurdo del mondo e che si tuffi con cinismo tra le onde indifferenti della realtà. La sua è comunque una vittoria.»

Mi arrendo al maestro. Chiudo il libro la cui (ri)lettura è davvero un’esperienza intellettuale e non solo. Sembra pura speculazione filosofica, eppure quando penso che chi la propone ha conosciuto povertà e malattia, la tubercolosi contratta a soli 17 anni, è vissuto in un quartiere umilissimo alla periferia di Algeri, cresciuto praticamente senza padre, morto pochi mesi dopo la sua nascita, con una madre che sgobbava da mattina a sera come donna delle pulizie e rientrava la sera sfiancata e muta per la fatica, non devo sforzarmi troppo per calarla nel quotidiano. Vero che Camus è stato un grande intellettuale, vincitore di Premio Nobel nel 1957, ma non era certo un membro dell’intellighenzia borghese parigina formatasi all’Ecole Normale, persone che avevano avuto tutto fin dalla nascita mentre lui si è dovuto sudare la vita. Nessuna difficoltà perciò a tradurre nel reale la sua lucida e laicissima analisi dell’esistenza.

¹ Il mito di Sisifo

 

 

La ruota dei criceti

Criceti: otto racconti sul tema del lavoro senza la retorica che in genere lo accompagna. Lettura avvincente e interessante che sa di quotidianità; pagine che trasudano di labor, fatica soprattutto psicologica, irradiano qualche sprazzo di Labh- (da cui il greco antico λαμβάνω, lambánō) raggiungimento, presa, conquista di un risultato. Narrazioni lontane da dati, percentuali, grafici tracciati o slogan urlati che dipingono da anni e anni «un paese che non riparte», scandiscono ricorrenti imperativi «dare valore al lavoro», «investire», «abbattere precarietà», «contrastare il lavoro nero». Nel tempo i volti e gli analisti sono cambiati, seppur con molta calma. Le parole, invece, si presentano sempre uguali a se stesse.

Le testimonianze di vita lavorativa, che poco importa sapere se siano vere poiché in narrativa ciò che conta è il loro essere verosimili, gravitano tutte attorno a due punti cardine: il lavoro come difficoltà, da un lato, e come spinta alla consapevolezza di sé e della propria utilità nella sfera sociale, dall’altro. Che svolgano un mestiere più o meno soddisfacente, l’abbiano perso o lo stiano cercando, tutti i protagonisti desiderano dimostrare la capacità di fare qualcosa apprezzato da altri e da se stessi. Esiste una dignità del lavoro reclamata, spesso tuttavia calpestata nelle aspettative deluse e la cui difesa può trascinare all’abbandono.

Lo sa bene Gavino Marras nel suo e la chiamano estate. La piacevolezza di un’attività a contatto con i bambini – pur con alcuni problemi che si sommano ai «cinque euro l’ora» per «sei ore al giorno» – è inficiata da negligenze e mancanza di professionalità: colleghi impreparati, coordinatori che non coordinano, organizzazione che non sa organizzare. La voce critica all’interno infastidisce ed è perciò isolata da una comunità che si attribuisce in seguito meriti non suoi, vigliaccamente rubati proprio all’elemento di disturbo. L’opportunismo è di casa in certi ambienti di lavoro simili a un serraglio in cui ci si divora e si lotta per la sopravvivenza, molto distanti dall’immagine idilliaca di un luogo che, per definizione, dovrebbe valorizzare la persona e migliorare il mondo.

Tiziana Mantovani è un’esperta di queste dinamiche. Lavora sul lavoro, ossia nell’ambito delle human resources – dove credete di andare se non piazzate qua e là qualche espressione inglese? Fa chic, è cool… e io sono una persona che… Sceglie chi può fare cosa e cosa può andare bene a chi. Conosce quindi molto bene l’universo di bisogni e necessità. Lo descrive con dovizia di dettagli, con una punta d’ironia che protegge lei, donna, dalla diffidenza maschile e le impedisce di livellarsi alla generale mancanza di poesia.

Solidarietà femminile quindi nella realtà lavorativa? E quando mai!
Si chieda a Chiara di Regina Re. Illusa dal capo donna e vittima della sua gelosia, ha sulle spalle la mazzata di un contratto non rinnovato dopo la maternità a beneficio di una collega meno titolata e capace di lei ma più abile, o succube, nell’adeguarsi al compromesso dominante. Un report amaro, dal finale tutto da vivere emotivamente in un «jeu, le dernier jour».
Si chieda ancora alla pendolare di Katia Mazzone e al gruppo di colleghe inviate in una trasferta inutile per un corso di formazione improduttivo. Le donne sono solo segretarie da gossip e chiacchiere da salotto o scompartimento ferroviario? Petula sembra confermare l’ipotesi nonostante il ruolo da dirigente. Le altre la compatiscono e sopportano, le prese di posizione chiare sono sconsigliabili anche lontano dalle mura di un ufficio, la sincerità non paga oppure può costare davvero cara.

Contesti e frangenti molto veri, non sempre scelti, poiché il lavoro è un’esigenza che mette talora nella condizione di dover perdere comunque qualcosa, trasformandosi in triste necessità.
«I sogni non si mangiano» scrive Andrea Finottis. Il suo Andrea è in cerca di lavoro, anzi deve inventarsi un lavoro. Con cura e meticolosità, segue il copione dei consigli e sceglie tra le «opzioni imposte». Il lavoro sarebbe quindi inconciliabile con l’idea di libertà? Eppure – recitano i trattati di sociologia – è la struttura portante dei rapporti interpersonali, determina la trasformazione del tessuto sociale, dà sostanza all’esistere, permette all’individuo di avere stima di sé, di essere responsabile. Andrea ha detto dei «no», grido di affermazione in questo caso, ed è ancora alla ricerca della sua «grotta adatta», efficace metafora di un’occupazione in armonia con le attitudini della persona.

Sentirsi un semplice ingranaggio della macchina sociale non è certo una buona base di partenza. La rassegnazione è garantita.
Il dipendente pubblico di Alfredo Bruni, nella sua «cella di lavoro», respira l’odore dell’ignavia e vive la piatta routine che spegne anche la minima velleità d’iniziativa personale. Ogni giorno uguale all’altro, da quarant’anni. Quando lavorare coincide con il tirare a campare e la mancanza di passione, perché sarebbe inutile, è solo labor e poco lambánō. L’essenziale è portare a casa la pagnotta. Efficace, pratico ma umiliante.

Come avvilente è sentirsi ripetere «io ti pago e tu non devi sbagliare» o «alza il culo dalla sedia e portami le fotocopie», ordini ai quali Lucia di Maria Teresa Barreca risponde con lo zelo dell’esecuzione. Il lavoro è un rapporto di reciprocità e Lucia ci crede. Nel suo Ora et labora quotidiano mette sentimento e abnegazione, lo vive come un «rapporto amoroso» che purtroppo si rivela sbilanciato. Seguono tradimento subìto, appostamenti, gusto della vendetta e senso di liberazione indossando un «nuovo paio di scarpe». Troppa merda sotto la suola delle vecchie. Occorre camminare da soli e su basi solide se si vuole sopravvivere e, nel migliore dei casi, ottenere un risultato.

Difficile, talora quasi impossibile. Arduo uscire da un circolo vizioso per il «tizio… giacca, cravatta e valigetta” di Luca Oggero. L’apparenza professionale è la maschera sociale del ricatto. «In otto anni mi hanno rinnovato il contratto sei volte e sono a termine ancora adesso. Mi tengono per i coglioni.» Come per Lucia, anche il suo è un vincolo impari. Accanto a lui, «un giubbotto di jeans…», metafora di un lavoro/non lavoro. Se hai bisogno, il denaro te lo procuri borseggiando. Non è la mise a stabilire chi è dentro il sistema o vive alle sue spalle. Sul palco del teatrino sociale, ognuno ha un ruolo, segue un copione. Agli attori a soggetto, si fatica a concedere qualche euro.

La raccolta Criceti è formata da otto storie che, indipendentemente dall’epilogo, sono otto “celle di lavoro” con punti luce diversi, tutti comunque a direzione centrifuga: la prospettiva intima e personale s’irradia verso l’esterno e rende possibile un’analisi più generale. Il caso si fa emblema, il concreto evolve in concetto.
Accanto a chi rinuncia, o ne è costretto, anche chi ce la fa deve perdere qualcosa: per esempio, a Lucia è stata rubata la fiducia nella nobiltà del lavoro, Tiziana ha imparato a coltivare lo scetticismo nei confronti delle dichiarazioni altrui, la pendolare di Katia si è abituata a guardare la realtà lavorativa circostante «tra le ciglia socchiuse», l’impiegato di Alfredo a non dare un volto alla comunità che un servizio pubblico dovrebbe servire. Il quadro complessivo che ne emerge non è dei più edificanti. Proseguendo nella lettura, l’ho accompagnata con il ricordo della dialettica hegeliana tra signore e servo che, nella Fenomenologia dello Spirito, è lotta per la sopravvivenza e determinazione dell’“autocoscienza”. Il signore fonda il suo “essere indipendente” sull’“essere dipendente” del servo il cui lavoro soddisfa i suoi bisogni e appetiti. Il signore s’impone sul servo, ma dipende anche da quanto questi produce e il servo si accorge di essergli necessario. Due autocoscienze che si affermano attraverso l’altra: il signore si determina attraverso il servo e viceversa. Un capovolgimento di ruoli che può durare in eterno, una ruota che gira senza fine con, a turno, nuovi signori e nuovi servi. Come quella dei criceti, titolo azzeccatissimo a mio avviso.

Chiudo il libro e mi frulla in testa una domanda sospesa. Se la ruota si fermasse, finisse l’illusione del correre e sempre correre senza andare da alcuna parte, sarebbe attuabile oggi l’ipotesi di una realizzazione libera e indipendente di sé, ognuno nella propria creatività attiva?

 

Le mie pagliuzze di Dora Buonfino

Mercoledi 19 aprile 2017, h. 18, Circolo dei Lettori di Torino. Persone entrano nella Sala della Musica, dove è presentato per la prima volta il libro di Dora Buonfino Le mie pagliuzze pubblicato da Le Parche Edizioni nel marzo dello stesso anno. È il secondo lavoro di Dora Buonfino, il suo primo romanzo dopo la raccolta di racconti Scrivo per te (settembre 2016, Le Parche Edizioni). Si potrebbe definire Il libro della vita per il tema delicato e drammatico, l’abuso sui minori, che Dora ha purtroppo vissuto e subìto da bambina.

Le mie pagliuzze è un’opera autobiografica quindi, scritta in prima persona, in cui l’autrice evita tuttavia di mettere se stessa sotto i riflettori. Con un’accortezza tipica di molta narrativa di questo genere letterario, sceglie il personaggio fittizio circondato da altri tutti con identità inventate e corrispondenti a persone realmente esistite per personalità, caratteristiche e ruoli.
Alla base della scelta esistono senza dubbio preoccupazione e delicatezza di tutelare se stessa e altri. Sul piano narrativo, è un’operazione studiata: non importa sapere chi abbia fatto cosa, commesso atti gravi, si sia comportato in modo riprovevole. L’importante è la molestia in sé, non il molestatore A o la molestata B. La mancanza di precisi riferimenti biografici proietta il racconto su un piano generale e universale. Non si tratta solo della “vicenda Dora Buonfino”, tutti i bambini abusati sono rappresentati attraverso lei. Non è un caso se la protagonista non ha nemmeno un nome: il dato autobiografico è elevato a emblema di un dramma.

L’abuso minorile è una realtà spesso trascurata, sottovalutata o rappresentata male. Era necessario che un vissuto personale servisse da punto di riferimento: la generosità dello scrittore, e della scrittura che vuole trasmettere un messaggio, richiede sovente l’annullamento del proprio io per qualcosa di più grande e più ampio da sé. La denuncia di un problema molto serio avviene attraverso l’analisi delle sensazioni di una bambina abusata perché la donna che è diventata oggi si liberi da tutto quanto può scaturire dal sopruso subìto: la percezione di essere un oggetto, un «giocattolo» nelle mani di un adulto, il rancore, lo schifo, il disagio, il senso di colpa.

Anche il tempo e lo spazio appaiono indefiniti.
I soli elementi che scandiscono il tempo sono l’età della bambina – cinque anni, dieci anni, l’adolescenza, l’età più adulta ma non precisata – e il susseguirsi delle stagioni. Non esiste alcuna collocazione temporale in un periodo ben specificato. L’azione può svolgersi negli anni ‘50, un anno fa, ieri come oggi. Non è inoltre indicata alcuna città. Può essere del Nord, Sud o centro, grande o piccola. Le informazioni spazio-temporali non sono determinanti per circoscrivere il problema, altro aspetto che conferisce alla narrazione uno spessore di generalità trascendendo la situazione personale. L’abuso avviene ovunque, è un evento tragico non limitato a una specifica geografia umana e sociale.
L’unico luogo ben descritto è la casa della nonna con la stanza della mamma della protagonista, quella in cui la donna dormiva da piccola. Tra quelle quattro mura, la protagonista subisce l’abuso per la prima volta a cinque anni.

«Mi ero quasi lasciata andare al sonno, quando cominciò a carezzarmi. Gli chiesi perché mi stesse toccando in quel modo, lui rispose che voleva spiegarmi una cosa importante, che voleva farmi un regalo.
L’indomani avrei compiuto cinque anni e come regalo mi aveva trascinata nel mondo degli adulti.»

Qui l’abuso si ripeterà varie volte: è quindi uno spazio simbolo, metafora della frequente mancanza di protezione dai pericoli all’interno delle mura domestiche. La casa e la famiglia non sono sempre un rifugio.

Vittorio è l’abusante di cui Dora tratteggia un ritratto eloquente. È un seduttore della mente che conosce alla perfezione le esigenze della bambina, sfrutta il suo desiderio di affetto e considerazione poiché sa bene che il rapporto con la mamma e anche con il papà non è certo dei migliori. Gioca con questo bisogno e si mostra come l’unico che la faccia sentire «grande» e importante, che non la lascia sola. È un vigliacco prestigiatore che s’insinua nella psiche della bambina fino a farsi credere indispensabile.

«[…] lui era la persona più sincera della famiglia, […] non mi mentiva e mi parlava in maniera schietta, rappresentava una fonte di cultura e la possibilità di imparare tutto, ed era l’unico a regalarmi dei libri, l’unico a dire che valevo molto.»

Non solo, ha una dannata abilità nel far ricadere la responsabilità sulla piccola

«[…] mi diceva che facevamo quelle cose perché anch’io le volevo, che lui non mi avrebbe mai obbligata. […] Assicurava, inoltre, che non c’era nulla di male nel farlo, ma che gli altri non avrebbero capito.»

Non è mai stato violento, non le ha procurato dolore fisico. Siamo tuttavia ben coscienti del disastro che può causare la violenza anche psicologica. La bambina cresce con un senso di colpa che la domina e sembra quasi invincibile. Tende ad attribuire a sé qualunque cosa funzioni male, come i rapporti tormentati con l’altro sesso, i dubbi che accompagnano la convivenza con un uomo quando sarà cresciuta, la convinzione che il corpo sia un male perché «non è libera di amarlo.»

«Un corpo che più di una volta avrei voluto cancellare dal mondo, un corpo che non amavo.»

L’adolescente che cresce, cambia forma e aspetto, diventa pian piano donna, lo copre con gonne lunghe e maglie larghe.

L’abuso non è raccontato con dettagli pruriginosi. Anzi, i particolari erotici mancano completamente nel libro in cui si evoca ma non si esplicita. Si accenna a sfioramenti, toccamenti anche occasionali, alle istruzioni per l’autoerotismo, l’insegnamento che «il corpo non serve solo per sostenere la testa […], anche da sola, avrei potuto farne uso.» Il libro non ha l’intento di stuzzicare corde di morbosità, deve e vuole mettere al centro il problema delle molestie sui minori senza trasformare il lettore in un guardone. Conta il danno provocato, pesa il dramma interiore che nasce e si sviluppa. Eventuali scene di sesso innaturale non solo non avrebbero aggiunto nulla – tutti siamo in grado di immaginare quanto succede – anzi avrebbero tolto molto al messaggio che questo libro vuole comunicare. L’abuso violenta soprattutto l’anima, dà una percezione sbagliata del sesso, rende incapaci di crescere nella possibilità di costruire rapporti lineari, deforma l’immagine del maschio

«maschio era il vecchio bavoso che, seduto davanti al bar, con lo sguardo mi accompagnava nel cammino; maschio era il giornalaio che sfogliava riviste porno tra un cliente e l’altro; maschio era il verduriere che non mancava di provarci con tutte le clienti; maschio era il vecchio del piano terra che passava le sue giornate affacciato alla finestra, usando il marciapiede come sputacchiera.»

L’abuso fa inoltre soffrire di un’immensa solitudine. Sì, perché la bambina, l’adolescente, la ragazza si sentirà sempre sola nella sua sciagura.

Un modo per sconfiggere la solitudine, superare il senso di colpa e tentare di vincerlo è il desiderio di informare gli altri, la ricerca perciò di una soluzione fuori da sé. Scelta difficile, non un passo che la protagonista compie a cuor leggero. Prima lancia segnali attraverso comportamenti che forse una madre avrebbe dovuto cogliere e interpretare, con qualche frase scritta e fatta leggere a chi subito non intuisce.
Racconta la verità a Stefano, poi alla mamma, in seguito a Giacomo. Un altro personaggio è inoltre al corrente della situazione: una donna che abita nel palazzo della protagonista e che, dalla finestra dove trascorre in pratica tutta la giornata, ha visto qualcosa

«Sai, un giorno ti ho vista mentre baciavi Vittorio.»

Interessante inversione dei ruoli, lo sguardo di chi vede solo ciò che vuole vedere e non va oltre. Sarebbe troppo impegnativo porsi domande e tentare di darsi risposte sul vero responsabile. 

«Però non l’ho detto mai a nessuno.»

Ognuno di questi personaggi reagisce in modo diverso: Stefano non commenta, la mamma non le crede e si arrabbia:

«Non dire sciocchezze»
«E adesso non andare in giro a raccontare queste sciocchezze!»

Giacomo sminuisce:

«Mi dispiace. […] Questo accade in un sacco di famiglie, purtroppo, ma tu non ci pensare più, chiudi la porta e butta la chiave, […] ora è finito tutto.»
«Non temere, non lo dirò mai a nessuno” disse per confortarmi. «Tu però cerca di essere discreta, non parlarne se non vuoi che lo sappia mezzo mondo.» […] «Mi raccomando, non dirlo mai a nessuno!»

Anche la vicina, a conoscenza del bacio e forse anche di qualcos’altro, rassicura la ragazza che non l’avrebbe mai detto a nessuno.

Tutti hanno in comune un comando: non dirlo a nessuno, frase che già Vittorio ripeteva in continuazione alla bambina. Confessare significa dare forma a un atto, concretezza a un gesto, rendere evidente un drammatico segreto. Ogni volta che la protagonista racconta, seguono però momenti di chiusura: la parola pronunciata, anziché aprire, ostacola la soluzione. Dichiarare equivale a perdersi. La parola esce a fatica quasi debba percorrere i meandri di un labirinto, deve combattere la vergogna, il pudore, la temuta incomprensione del mondo esterno. Se il mostro esce dal dedalo, perde la sua esclusività per diventare patrimonio collettivo. L’universo circostante allora, familiare e sociale, una volta compartecipe del segreto, deve prendersene carico. Disarmante, destabilizzante, meglio non sapere ed esortare al silenzio.

L’unica vera possibilità è la scrittura.
Grazie a un incontro fondamentale con un personaggio importante, alla fine del libro si scopre che la protagonista è arrivata all’ultima riga del romanzo.
La scrittura è reazione al non-dirlo-a-nessuno, corrisponde alla necessità di ricordare, al rifiuto di «tenere la realtà confinata in un anfratto della mia mente» e di dimenticare

«non ci pensavo neppure a relegare la mia storia in un angolo buio del mio inconscio.»

La salvezza risiede nella non rimozione, nell’avere ben presente l’accaduto per poterlo dominare.

Le mie pagliuzze può perciò essere interpretato come un romanzo di iniziazione, un libro nel quale la protagonista affronta prove difficili della vita come la sofferenza, in questo caso l’abuso sessuale, penetra in un mondo diverso da quanto, sempre in questo caso, la normale vita di una bambina prevede, si avventura in un’indagine interiore ritrovandosi completamente trasformata.

Il libro diventa una ricerca spirituale, la storia di un dilemma tra parlare e tacere. Alla fine si supera il senso di colpa, si vincono le incertezze e la protagonista prende possesso di sé, del suo corpo e della mente.
Le mie pagliuzze è anche quindi la storia di un romanzo che si fa, che scrive se stesso, la narrazione del superamento di un contrasto, un libro di ricordi, certo, ma rivolto al futuro e non ripiegato sul passato. La scrittura è strumento di liberazione e rinascita di un’identità. La protagonista ha trovato in se stessa la forza di creare un romanzo e con lui ri-creare la propria vita annullando anche la distanza temporale tra infanzia ed età adulta nella riconquista di momenti che le erano stati rubati.

Il libro inizia evocando il libro:

«Ho quasi completato la formula, fra un po’ sarò in grado di intraprendere il viaggio. Spero che questa volta funzioni, non voglio una nuova delusione. Vediamo, mi sembra di avere tutto: la lista delle cose da cambiare, le forbici per tagliare di più… Sì, ho anche il diario dove scrivere ciò che non voglio dimenticare.»

e termina parlandone di nuovo

«Ora della mia libreria c’era uno spazio vuoto, il posto giusto dove sistemare il libro […] il mio mondo capovolto.»

Tra i due momenti, una vita sbagliata cui si accenna con un verbo al passato nelle righe finali del romanzo. Il cerchio si chiude: il mondo non è più capovolto.