A proposito di libri …

“In argot francese leggere si dice ligoter che vuole anche dire incatenare.
Nel linguaggio figurato un grosso libro è un mattone.
Sciogliete quelle catene e il mattone diventerà una nuvola.” ¹

Questa è per me un’autentica dichiarazione d’amore che Daniel Pennac dedica AL LIBRO, qualunque libro, nel suo Comme un roman / Come un romanzo.
Ed è con questa bellissima frase che ringrazio Isabella (Isabella Scotti) di avere ricordato la mia passione per la lettura attraverso il Lovely Book Award.

Lovely bokk award

Il testo di Pennac è davvero un must per chi trasforma la lettura in una “piacevole regola” di vita. Con stile vivace e tono spesso ironico, un narratore divertente e divertito affronta senza pedanteria una questione seria come la scelta di quando, come, cosa e se leggere.

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni altri verbi: il verbo “amare” … il verbo “sognare” …
Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!”
“Sali in camera tua e leggi!”
Risultato?
Niente.
Si è addormentato sul libro.” ¹

È come se io scegliessi un libro facendomi influenzare dalle recensioni, che non vuol dire che non le legga anche prima di acquistarlo, non fosse altro per il gusto di sentenziare che quei giudizi non erano affatto attendibili, almeno per me.

“Care bibliotecarie, custodi del tempio, è una fortuna che tutti i titoli del mondo abbiano trovato il loro alveolo nella perfetta organizzazione delle vostre memorie (come potrei raccapezzarmi, senza di voi, io che ho una memoria che non vale un soldo?), è prodigioso che voi siate al corrente di tutti i soggetti ordinati nelle scaffalature che vi circondano … ma come sarebbe bello, anche, sentirvi raccontare i vostri romanzi preferiti ai visitatori smarriti nella foresta delle letture possibili … come sarebbe bello che faceste loro omaggio dei vostri migliori ricordi di lettura! Narratrici, siate –maghe– e i libri voleranno direttamente dagli scaffali alle mani del lettore.” ¹

Ecco, quando entro in libreria mi piacerebbe molto che la mia interlocutrice o il mio interlocutore non fossero semplici commessi addestrati a fornirmi lo scontrino, ma mi parlassero del libro che sto acquistando, mi mettessero a parte della loro opinione. Sentirei l’atmosfera di un luogo vivo …
Sono incontri rari. Mi ricordo solo di un negozietto di libri a Parigi vicino alla Sorbona e, più recentemente, di una libreria a Milano nei pressi della Stazione Centrale il cui (credo) proprietario è un vero esperto, un abile consigliere. In alcuni casi ha persino evitato di consultare l’archivio sul pc!
In caso contrario, è come acquistare libri on line: ugualmente impersonale, ma più comodo.

“Io spizzico, noi spizzichiamo, lasciamoli spizzicare.
È la libertà che ci concediamo di prendere un volume a caso nella nostra biblioteca, di aprirlo dove capita e di immergercisi un istante, proprio perché solo di quell’istante disponiamo. Alcuni libri si prestano meglio di altri allo spizzicare, fatti come sono di testi brevi e separati: le opere complete di Alphonse Allais o di Woody Allen, i racconti di Kafka o di Saki, i Papiers Collés di Georges Perros, il buon vecchio La Rochefoucault, e la maggior parte dei poeti …
Detto questo, si può benissimo aprire a casaccio Proust, Shakespeare o la Corrispondenza di Raymond Chandler e spizzicare qua e là, senza correre alcun rischio di rimanere delusi.
Quando non si ha né il tempo né i mezzi per concedersi una settimana a Venezia, perché negarsi il diritto di passarvi cinque minuti?” ¹

Anche a me capita di “spizzicare” … bellissimo farlo con le raccolte di poesie! Apro e trovo sempre quei versi che sembrano essere stati scritti per me in quel preciso istante!
Il mio “spizzicare” si traduce anche, in concreto, nel leggere più libri contemporaneamente, nell’acquistarne molti in una volta sola (il mio comodino sta assumendo la struttura di una piramide!) facendo la classica “scorta”.
Libri più brevi accatastati su tomi più corposi: il numero delle pagine non costituisce per me un fattore determinante nella scelta di un libro. Ho letto romanzi di poche pagine ma pesantissimi e altri voluminosi ma leggeri come piume.

“Per lui siamo diventati narratori. Dal primo sbocciare in lui del linguaggio abbiamo incominciato a raccontargli delle storie. Era un talento che ignoravamo di avere. Ma il suo piacere ci ispirava, la sua felicità ci dava le ali. Per lui abbiamo moltiplicato i personaggi, concatenato gli episodi, raffinato gli accorgimenti. Come il vecchio Tolkien con i suoi nipotini, gli abbiamo inventato un mondo. Al confine tra il giorno e la notte, siamo diventati il suo romanziere.
Se invece non abbiamo avuto questo talento, se gli abbiamo raccontato le storie degli altri, e anche piuttosto male, cercando le parole, storpiando i nomi propri, confondendo gli episodi, unendo l’inizio di un racconto con la fine di un altro, poco importa …E se anche non abbiamo raccontato affatto, se ci siamo limitati a leggere a voce alta, eravamo il suo romanziere, il narratore unico grazie al quale ogni sera lui si infilava nel pigiama del sogno prima di scomparire sotto le lenzuola della notte. O meglio, eravamo il Libro.” ¹

Ho imparato a leggere da bambina esattamente così: ascoltando, come questo figlio con i suoi genitori. Per me sono stati i racconti della mia nonna mentre ero con lei nel lettone per il sonnellino pomeridiano o le fiabe la sera dopo Carosello e prima di spegnere la luce della cameretta. Ho assimilato in tutta naturalezza l’idea che leggere è interiorizzare, il “silenzio dopo la lettura”.

Troviamo il tempo per leggere!

“Sì, ma a quale dei miei impegni rubare quest’ora di lettura quotidiana? Agli amici? Alla tivù? Agli spostamenti? Alle serate in famiglia? Ai compiti?
Dove trovare il tempo per leggere?
Grave problema.
Che non esiste.
Nel momento in cui mi pongo il problema del tempo per leggere, vuol dire che quel che manca è la voglia. Poiché, a ben vedere, nessuno ha mai tempo per leggere. Né i piccoli, né gli adolescenti, né i grandi. La vita è un perenne ostacolo alla lettura.
“Leggere? Vorrei tanto, ma il lavoro, i bambini, la casa, non ho più tempo …”
“Come la invidio, lei che ha tempo per leggere!”
E perché questa donna, che lavora, fa la spesa, si occupa dei bambini, guida la macchina, ama tre uomini, frequenta il dentista, trasloca la settimana prossima, trova tempo per leggere e quel casto scapolo che vive di rendita, no?”
Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare)
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.
Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi ci si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato? Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare?
Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva.
La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.
La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d’altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.” ¹

Pennac

Anche questa volta ho “rivoluzionato” le regole del gioco/nomination.
Ne seguo diligentemente una sola e passo il testimone a

Fabiana Schianchi
L’angolino di Ale
La Bloggastorie
Ombreflessuose
Trame di pensieri

sicura che, se – e solo se – vorranno, sapranno trovare un modo originale e non scontato di condividere il loro personale rapporto con IL LIBRO.

¹ Come un romanzo di Daniel Pennac (Feltrinelli, Milano, 1993)
  Titolo originale Comme un roman (Gallimard, Paris, 1992)

Un evento letterario: Fare fuori la Medusa

Ebbene, abbiamo fatto fuori la Medusa …
Nessun riferimento alla creatura della mitologia greca e nemmeno a un polipo cucinato a dovere.
Si è invece chiuso il sipario sul romanzo di Ben Apfel Fare fuori la Medusa, anzi, mi correggo, sul suo blomanzo.

Per i pochi che non lo sapessero o non avessero mai fatto capolino anche solo un attimo sul sito sopraindicato, ricordo brevemente di cosa si tratta.
Un romanzo a puntate su un blog, sintesi tra la tradizione del romanzo d’appendice o feuilleton e le moderne tecnologie comunicative. Capitoli pubblicati a cadenza settimanale: puntualmente ogni giovedì mattina, a partire dalle 00:01, minuto più minuto meno, i seguaci della “Medusa” potevano godere di una piacevole lettura e aggiungere un nuovo tassello alla trama della storia.

Non intendo per il momento addentrarmi negli aspetti narrativi del blomanzo: personaggi, temi, struttura, stile. Rimando a più tardi questo lavoro che richiede impegno, riflessione e analisi.
A pochi giorni dalla sua conclusione, illustro ciò che ha rappresentato per me, lettrice costante di Ben Apfel.

Giovedì 1° maggio: seduta davanti allo schermo del pc, leggo la parola FINE seguita da una lista interminabile di nomi che scorre quasi all’infinito, accompagnata dalla melodia di una canzone.
“A caldo” penso: termina il film con tanto di titoli di coda e colonna sonora!
Successivamente realizzo.
Mi è sfuggito un dettaglio!! E che dettaglio!! Un monosillabo, una piccola e semplice preposizione, un CON che introduce l’elenco, il nostro elenco. Nickname di blogger e link dei blog corrispondenti: tutta la comunità dei lettori di Fare fuori la Medusa riuniti in una sorta di gobbo elettronico e indicati come coprotagonisti del blomanzo.
“Ma quanti siamo!!” esclamo a voce alta. Impossibile tenere il conto.

La mia reazione si fa ora più riflessiva e inizio a ragionare sul “fenomeno Fare fuori la Medusa”.
Sì, perché per me è definibile come un evento che, in gergo letterario, significa avvenimento, fatto degno di memoria per l’unicità che lo caratterizza.
È “evento letterario” ciò che rompe gli schemi, introduce un elemento di turbolenza nella stagnazione culturale esistente, non propone novità banali, ma spezza equilibri e dà una scudisciata a un universo letterario dormiente.

Fare fuori la Medusa provoca un evidente effetto sorpresa in chi ne è testimone contemporaneo.
La veste del divertissement dall’apparenza semplice, in realtà ben congegnato e intelligentemente piazzato sul mercato dell’editoria spontanea, nasconde elementi comunicativi ed estetici che smuovono una concezione del romanzo vecchia e stantia e modificano l’approccio da parte di chi ne fruisce.

Con la forma che Ben Apfel ha voluto confezionare per la sua creatura, il romanzo diventa un luogo pubblico: lo spazio commenti, presente nei blog in coda ai post ma in questo caso applicato ai capitoli di un libro, fa in modo che il lettore si sieda comodamente à la terrasse d’un café virtuale accolto con cortesia da un inappuntabile garçon e inizi una piacevole conversazione non solo con lui ma anche con chi gli è accanto.
Un caffè letterario con tanti tȇte à tȇte dapprima sommessi e via via sempre più rumorosi, discorsi inizialmente timidi e successivamente più spavaldi.

Fare fuori la Medusa ha trasformato noi lettori/commentatori in un naturale complemento della narrazione: personalità e idee a confronto con l’autore e tra di loro.
Ben Apfel lascia volontariamente la porta aperta al suo lettore; parla con lui, gli assegna un ruolo attivo, crea il clima per interazioni all’interno del gruppo con uno splendido effetto catalizzante che rende, per me, questo blomanzo un autentico evento letterario.

Perché tanto riscontro? Molto semplice, credo.
Viviamo una fase d’impoverimento della narrativa, italiana almeno; le proposte culturali non sono affatto assenti, ma o sono calate dall’alto o sono aride.
La nostra sete è tuttavia intensa e in un simile contesto l’evento risponde e corrisponde a un’attesa.
Per le modalità scelte, espressive e comunicative, Fare fuori la Medusa non può quindi essere una palla che rimbalza contro un muro, ma acqua che penetra in un tessuto poroso, dà linfa e potrà certamente avere  un futuro rigenerante.

Domanda logica e consequenziale: ma la Medusa è stata davvero “fatta fuori” o siamo in presenza di una medusa immortale, secondo la scienza unico animale in grado di ritornare a un nuovo ciclo vitale?
Nulla è impossibile, se considero un particolare non insignificante contenuto nell’ ultimo capitolo del blomanzo.

Non preciso ulteriormente le mie intuizioni; consiglio di cliccare sul link, leggere, trovare l’incognita e risolvere l’equazione. Chissà se qualcuno avrà il mio stesso sentore che altro non è se non l’espressione di un desiderio.
Anzi, già che ci siete iniziate dal prologo “Prima di tutto” ; rimarrete catturati dai tentacoli medusiani, dalle avventure reali e surreali di Luca & Co. passeggiando per una magnifica Roma e sorvolandola pure!

Il blomanzo è lì, a uso e consumo di chi non l’ha seguito nel suo divenire, e resta sempre evento letterario proprio per le sue peculiarità.
Perché, se è vero che i contemporanei hanno la fortuna di salutarne l’arrivo, solo chi si unisce successivamente può consacrarlo come tale.

 

Emma Bovary: la donna che non vorrei mai essere

Due settimane circa di lavoro intenso e più gravoso del previsto.
Nulla è peggio per un traduttore della revisione di un testo che un altro ha già studiato, filtrato, interpretato.
Non ho la minima intenzione di dilungarmi in riflessioni, forse tediose per qualcuno, sulla “filosofia della traduzione”; uno stuolo di linguisti, semiologi, critici si sono ampiamente espressi sull’argomento.
Mi limito solo a osservare che il traduttore è prima di tutto un lettore, con l’importanza che ha per me quest’ultimo nel ruolo della “ri-creazione” dell’opera letteraria; quindi ognuno ha la propria sensibilità linguistica e una personale intuizione creativa. L’approccio a un testo non sarà mai, o quasi mai, uguale. Inoltre io vivo ogni intervento di riassetto durante la revisione come un rilievo all’operato di chi mi ha preceduta.
In sintesi, non mi piace e potrei definire queste due settimane un periodo d’impegno faticoso; sarebbe stato decisamente meglio tradurre il testo ex novo …
Comunque, lavoro terminato.
Mi rimane sempre una perplessità di fondo, per cui invio virtualmente a egregi editori e spettabili aziende l’invito a scegliersi, fin dall’inizio, collaboratori di cui si fidano.

Ma, guardiamo il lato positivo della vicenda.

Ho avuto se non altro l’opportunità di rispolverare alcune pagine del romanzo Madame Bovary di Flaubert.
Letto e riletto negli anni, oggetto di numerose lezioni ai miei studenti. Insomma, non posso certo dire di non conoscere questo libro di cui non intendo affatto proporre l’ennesimo commento.

Vorrei parlare della donna Emma perché ogni volta mi sento coinvolta nella sua avventura e mi arrabbio nel constatare quanto talora un individuo possa essere per natura un perdente.
E ogni volta mi dico: questa è proprio la donna che non avrei mai voluto essere e che non desidero assolutamente diventare.

Credo che tutti conoscano la trama del romanzo.

Madame Bovary

Emma Rouault, stanca di un’esistenza piatta vissuta in una cascina di campagna, sposa Charles Bovary che, secondo le sue fantasie, le avrebbe fatto fare un salto di qualità. Si sposta in città (Tostes, Yonville). Ora è Emma Bovary, la moglie del medico, quindi non una persona qualunque. Suo marito la adora. Nasce la loro bambina, Berthe. Tuttavia Charles non è l’uomo che si aspettava ed Emma inizia poco a poco a stancarsi della routine di moglie e di madre. Due amanti, Léon e Rodolphe, sembrano darle una sorta di seconda vita. Le due liaisons naufragano. Persa in un vortice di acquisti scriteriati per migliorare il suo guardaroba e il suo aspetto, avvolta in una spirale di menzogne, si indebita sempre di più finché, non riuscendo a reggere il peso della situazione, si uccide con l’arsenico.

Storia banale, suicidio a parte: matrimonio insoddisfacente e conseguenti vicende sentimentali parallele.
Ça arrive! Capita!

Non è certo questo il motivo della mia personale avversione nei confronti di Emma.
Non sopporto la sua mediocrità, la sua incapacità di fare, lei, un salto di qualità, dentro di sé anziché costruirsi attorno artificiosamente una parvenza di “felicità”.

Emma vive come se fosse perennemente in un film, in preda a una costante dicotomia tra reale e ideale, o meglio tra realtà e finzione, binomio che la caratterizza più efficacemente.
Posa, sempre. Durante la cerimonia delle nozze, nella famosa festa al castello della Vaubyessard, persino quando sta per morire.

Un’attricetta di scarso valore inoltre: recitare un ruolo, anche nella vita reale, per chi ne è capace, presuppone una discreta dose di furbizia, scaltrezza, anche di intelligenza. Sovrapporre un ideale a un reale deludente implica grandi aspirazioni e apertura mentale.

Ebbene, Emma non è nulla di tutto questo.

Sempre in attesa di un appagamento inaccessibile, s’identifica con modelli ideali di donna, immagina relazioni sentimentali da romanzo rosa, sogna “un’esistenza al di sopra delle altre, fra cielo e terra, in piena bufera, qualcosa di sublime.”

Conosceva troppo bene la campagna; sapeva il belato delle greggi, i latticini, gli aratri. Abituata alle visioni tranquille, era attratta da quelle drammatiche. Non amava il mare se non per le sue tempeste e il verde solo se cresceva fra le rovine. Bisognava che dalle cose potesse trarre qualche vantaggio personale; rifiutava come inutile tutto quanto non contribuisse all’ardore immediato del suo cuore, – più sentimentale che artista com’era di temperamento, in cerca di emozioni e non di paesaggi

Prospettiva illusoria poiché le persone attorno a lei sono individui concreti; alcuni di un realismo quasi cinico, altri di scarsissimo spessore, tutti comunque con i piedi ben saldi a terra.

Quanto alla residua umanità, era sfumata, indeterminata e come non esistente. Del resto, più le cose erano vicine, più il suo pensiero se ne distoglieva. Tutto quanto le stava immediatamente intorno, campagna noiosa, piccoli borghesi imbecilli e mediocrità dell’esistenza le sembravano un’eccezione nel mondo, una combinazione accidentale in cui proprio lei sarebbe incappata, mentre al di là si stendeva a perdita d’occhio l’immensa contrada delle felicità e delle passioni. Nel suo desiderio confondeva le sensualità del lusso e le gioie del cuore, l’eleganza dei costumi e le delicatezze del sentimento.

Una donna priva di capacità di discernimento.
Nemmeno la bassezza umana da cui è circondata, che potrebbe essere per i più sensibili causa del sentimento di inadeguatezza e un’attenuante alla sua fuga mentale nel sogno, in realtà non provoca come reazione alcuna scelta concreta.

Jennifer Jones in una scena del film Madame Bovary (1949) di Vincente Minnelli

Jennifer Jones in una scena del film Madame Bovary (1949) di Vincente Minnelli

La sua idea di esistenza è filtrata dall’ambiente in cui è cresciuta da adolescente e dalle letture sulle quali si è formata la sua testolina.
Suo padre decide di farla studiare in un convento, consuetudine per le famiglie borghesi dell’epoca.
Letture sacre, preghiera, libri “istituzionali” come Le Génie du Christianisme di Chateaubriand, educazione da “brava ragazza” destinata a essere “buona sposa” e “buona madre”. Di nascosto divora tuttavia i romanzi romantici allora di moda, proibiti dalle suore; lei e le altre “educande” riescono ad averli dalla donna che si occupa della biancheria, il loro tramite con il mondo esterno.

C’erano amori a bizzeffe, amanti, innamorate, dame perseguitate, [ … ], foreste tenebrose, turbamenti del cuore, giuramenti, singulti, lacrime e baci, barche al chiaro di luna, usignoli nei boschi, cavalieri audaci come leoni, soavi come agnelli, virtuosi oltre il credibile, sempre eleganti e lacrimosi come urne. Per sei mesi, a quindici anni, Emma si sporcò le dita con quella polvere da vecchio gabinetto di lettura. Con Walter Scott, più tardi, s’invaghì di cose storiche, sognò forzieri, corpi di guardia e menestrelli. Avrebbe voluto vivere in qualche antico maniero, come quelle castellane dal lungo corsetto che sotto le ogive passavano i giorni con il gomito sul davanzale e il mento appoggiato sulla mano a guardare se dal fondo della campagna spuntasse un cavaliere al galoppo, con la piuma bianca e un cavallo nero

È tutta finzione, ma Emma crede che sia possibile e lo crederà sempre.
Come se una giovane donna di oggi plasmasse la propria vita sull’universo limitato e patinato di una soap opera, un Beautiful qualsiasi.

Prima di sposarsi Emma aveva creduto di essere innamorata; ma la felicità che sarebbe dovuta scaturire da quell’amore non era venuta, certo doveva essersi sbagliata, pensava. E cercava di scoprire che cosa in realtà s’intendesse nella vita con le parole felicità, passione ed ebbrezza che nei libri le erano parse così belle.

Suo marito Charles non regge ovviamente il confronto con i seducenti “cavalieri” di cui sopra ed Emma lo trova insopportabile.

La conversazione di Charles era piatta come un marciapiede, e vi sfilavano le idee più comuni, nel loro aspetto più dimesso, senza alcun lievito di emozione, di umorismo o fantasia. Non gli era mai venuta la curiosità, diceva, di andare a teatro a vedere gli attori di Parigi, al tempo in cui abitava a Rouen. Non sapeva né nuotare né tirare di scherma né usare la pistola, e nemmeno riuscì, un giorno, a spiegarle un termine di equitazione in cui si era imbattuta in un romanzo.
Ma un uomo non doveva sapere tutto, eccellere nelle più varie attività, iniziare la moglie ai dinamismi della passione, alle raffinatezze della vita, a ogni genere di mistero? Invece lui non insegnava niente. Niente sapeva e niente sperava. La credeva felice; e lei provava rancore per quella sua calma così solida, per quella sua greve serenità, per quella felicità che era lei a dispensargli

“Perché, Dio mio, mi sono sposata?″
Si domandava se non ci sarebbe stato modo di incontrare un uomo diverso, per diverse combinazioni del caso; e si sforzava d’immaginare quali sarebbero potuti essere quegli avvenimenti non avvenuti, quel tipo diverso di vita, quel marito che non conosceva. Non tutti, infatti, erano come il suo. Poteva trattarsi di un uomo bello, brillante, distinto, attraente come dovevano essere i mariti che le sue antiche compagne di convento avevano trovato. Che cosa facevano ora? In città, con il frastuono delle strade, il brusio dei teatri e le rutilanti sale da ballo, conducevano esistenze da dilatare il cuore e far fiorire i sensi. Ma lei, la sua vita era fredda come una soffitta con la finestrella a Nord, e la noia, ragno silenzioso, tesseva la sua tela nell’ombra, in ogni angolo del suo cuore

Léon, che sa dire espressioni “poetiche” e che Emma trova “charmant” la turba.

Era innamorata di Léon e cercava la solitudine per potersi abbandonare al piacere di evocarne l’immagine. La vista della sua persona turbava la voluttà di quella meditazione. Emma palpitava al rumore dei suoi passi. Ma quando lui era presente l’emozione si spegneva, lasciandole solo un immenso stupore che finiva in tristezza

Il solito banale innamoramento dell’idea dell’amore.

L’incontro con Rodolphe è veramente un colpo di fulmine, per Emma almeno.
Uomo affascinante, sa come trattare le donne, capisce subito il punto debole di Madame Bovary e le parla con frasi romantiche riciclando cliché letterari … lei non se ne accorge nemmeno!

Allora parlarono della mediocrità provinciale, delle vite che riusciva a soffocare, delle illusioni che faceva svanire.
“Per questo – diceva Rodolphe, – io sto sprofondando in una tristezza …”
“Voi! – fece lei stupita. – E io che vi credevo così spensierato.”
“Ah, sì, in apparenza, perché in mezzo alla gente mi so mettere sul viso una maschera beffarda; eppure quante volte alla vista di un cimitero, al chiaro di luna, mi sono domandato se son sarebbe meglio per me andare a raggiungere quelli che dormono laggiù …”
“Oh! E i vostri amici? – disse lei – Non direte sul serio.”
“I miei amici? Quali amici? Ne ho forse? Chi si preoccupa per me?”
[ …]
“Sì, tante cose mi sono mancate! Sempre solo! Ah, se avessi avuto uno scopo nella vita, se avessi incontrato un affetto, se avessi trovato qualcuno … Ah, come avrei speso tutta l’energia di cui sono capace, come avrei superato, travolto qualsiasi cosa!”

Mentre parla, spesso lui la guarda di soppiatto e aggiunge gesti teatrali alle frasi, come passarsi la mano sul viso quasi in preda a un mancamento e lasciarla ricadere distrattamente in quella di Emma.
Uno diventa oggetto del desiderio dell’altro, in seguito appagato. Rodolphe ha la sua preda, Emma il suo “bel tenebroso”. Per poco, come con Léon.

Siamo in presenza di una donna che tenta di colmare il vuoto di un’esistenza in cui si sente soffocare. È evidente.
Ma come lo fa?
Immergendosi in sentimenti fasulli, in una visione distorta del reale che le fa credere vero ciò che non lo è, in una deformazione della natura delle cose e del loro autentico valore, in una prolungata menzogna anche nei confronti di se stessa.
Se i cliché letterari di cui è impregnata la sua mente determinano per sempre la sua concezione della vita, la festa danzante al Castello della Vaubyessard cui è invitata appare ai suoi occhi come la conferma che quel mondo di dame, cavalieri, baciamano, abiti svolazzanti, lumi di candela, valzer travolgenti esiste davvero.

il ballo al Castello di Vaubeyssard Scena del fil Madame Bovary (1991) di Claude Chabrol con Isabelle Huppert

il ballo al Castello della Vaubeyssard
Scena del film Madame Bovary (1991) di Claude Chabrol con Isabelle Huppert

La vive come un vero e proprio evento: le danze sono sfarzose, il castello meraviglioso … se non fosse che si tratta invece di una festa abituale per i nobili di un piccolo castello di provincia.

Una donna con scarsa capacità di valutazione.

Vi pare infine normale che nei momenti di atroce sofferenza provocati dall’arsenico si possa chiedere uno specchio?

Ed ecco che lei prese a volgere intorno lo sguardo, lentamente, come chi si ridesti da un sogno. Con voce chiara chiese il suo specchio e vi rimase china sopra un bel po’, finché grosse lacrime le scesero dagli occhi. Allora con un sospiro rovesciò il capo e ricadde sul guanciale.

quasi a voler verificare se stesse morendo come le eroine dei romanzi tanto amati

Si spiava con curiosità, per capire se soffriva. Ma no! Ancora nulla. [ …]
“Ah, è ben poca cosa, la morte! – pensava. – Mi addormenterò, e tutto sarà finito.”

Il suo malessere è la noia in cui lei si crogiola: non si adopera per salvare il suo matrimonio, non ha il coraggio di abbandonare il marito e di ricostruirsi una vita con un altro uomo pur desiderandolo e pur avendone l’occasione, con Léon ad esempio.
Non è nemmeno una buona madre.
Mai sufficientemente lucida per capire che il mondo tanto agognato non esiste, se non nella sua mente o nella finzione narrativa, Emma è mediocre anche nei sogni ed è per me il simbolo del fallimento di una donna e di un modo di approcciare la vita.

Esistono tesi contrarie che salvano un personaggio che ho letteralmente distrutto. Ne sono consapevole, ma questa è la mia opinione e, come tale, opinabile. Prontissima a discuterne.

Resta comunque un fatto incontestabile: Madame Bovary è un capolavoro per stile, composizione, struttura narrativa e chi avesse la possibilità di leggerlo in lingua originale se ne renderebbe immediatamente conto. Inoltre, Flaubert ha creato Emma, questa Emma, non per caso; aveva i suoi buoni motivi, letterari intendo.

Vorrei invitare i pochi che non l’avessero ancora fatto a sfogliare con attenzione le pagine di questo libro, a compensare la lettura forse svogliata degli anni delle scuole superiori … cercando di non lasciarsi influenzare dal mio severo “ritratto di signora”.

27 gennaio 1945

Oggi ho riletto alcune pagine del libro La tregua di Primo Levi, il racconto del dopo Auschwitz, dall’apertura dei cancelli il 27 gennaio 1945 al conseguente lungo viaggio che lo riporterà a Torino.

Desidero condividere alcune parti del primo capitolo “Il disgelo”, bellissima e struggente evocazione di quel giorno: induce riflessione, meditazione, il ricordo che “questo è stato” come scrive lo stesso Levi in Se questo è un uomo. È anche, sommessamente, un mio personale invito alla lettura di questo testo, per quei pochissimi che non l’avessero ancora fatto.

E magari a vedere pure l’omonimo film del 1997, diretto da Francesco Rosi che, a mio avviso, ha reso bene il percorso narrativo del libro (non era facile!) e soprattutto i caratteri, gli stati d’animo dei componenti il gruppetto di ritorno in Italia con un scelta davvero azzeccata degli attori: per citarne alcuni, il romano Cesare interpretato da un bravissimo Massimo Ghini; il milanese Ferrari da un Claudio Bisio sorprendente, per quegli anni almeno per me; il siciliano D’Agata da Andy Luotto; John Turturro nel ruolo di Primo Levi.

Il disgelo

Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di “recuperare”, a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Dai vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.

Nell’infermeria del Lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sómogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che delimitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso del pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.

Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera. Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni.

Per tutto il resto della giornata non avvenne nulla, cosa che non ci sorprese, ed a cui eravamo da molto tempo avvezzi.

(…)

Per tutto il giorno, avevamo avuto troppo da fare per aver tempo di commentare l’avvenimento, che pure sentivamo segnare il punto cruciale della nostra intera esistenza; e forse, inconsciamente, l’avevamo cercato, il da fare, proprio allo scopo di non aver tempo, perché di fronte alla libertà ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, disadattati alla nostra parte.

Ma venne la notte, i compagni ammalati si addormentarono, si addormentarono anche Charles e Arthur del sonno dell’innocenza, poiché erano in Lager da un solo mese, e ancora non ne avevano assorbito il veleno: io solo, benché esausto, non trovavo sonno, a causa della fatica stessa e della malattia. Avevo tutte le membra indolenzite, il sangue mi pulsava convulsamente nel cranio, e mi sentivo invadere dalla febbre. Ma non era solo questo: come se un argine fosse franato, proprio in quell’ora in cui ogni minaccia sembrava venire meno, in cui la speranza di un ritorno alla vita cessava di essere pazzesca, ero sopraffatto da un dolore nuovo e più vasto, prima sepolto e relegato ai margini della coscienza da altri più urgenti dolori: il dolore dell’esilio, della casa lontana, della solitudine, degli amici perduti, della giovinezza perduta, e dello stuolo di cadaveri intorno.

(…)

Il mattino ci portò i primi segni di libertà. Giunsero (evidentemente precettati dai russi) una ventina di civili polacchi, uomini e donne, che con pochissimo entusiasmo si diedero ad armeggiare per mettere ordine e pulizia fra le baracche e sgomberare i cadaveri. Verso mezzogiorno arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e fuggì come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato in pochi minuti, sventrato, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti i recessi del campo dove si annidavano i superstiti.

A partire dal giorno successivo, vedemmo aggirarsi per il campo altre ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo: ripulivano i malati e ne curavano alla meglio le piaghe. Accesero anche in mezzo al campo un enorme fuoco, che alimentavano con i rottami delle baracche sfondate, e sul quale cucinavano la zuppa in recipienti di fortuna. Finalmente, al terzo giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato festosamente da Yankel, uno Häftling: era un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunziò che aveva incarico di portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco lazzaretto, tutti i vivi fra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al giorno, e a cominciare dai malati più gravi.

Era intanto sopravvenuto il disgelo, che da tanti giorni temevamo, ed a misura che la neve andava scomparendo, il campo si mutava in uno squallido acquitrino. I cadaveri e le immondizie rendevano irrespirabile l’aria nebbiosa e molle. Né la morte aveva cessato di mietere: morivano a decine i malati nelle loro cuccette fredde, e morivano qua e là per le strade fangose, come fulminati, i superstiti più ingordi, i quali, seguendo ciecamente il comando imperioso della nostra antica fame, si erano rimpinzati delle razioni di carne che i russi, tuttora impegnati in combattimenti sul fronte non lontano, facevano irregolarmente pervenire al campo: talora poco, talora nulla, talora in folle abbondanza.

Ma di tutto quanto avveniva intorno a me io non mi rendevo conto che in modo saltuario e indistinto. Pareva che la stanchezza e la malattia, come bestie feroci e vili, avessero atteso in agguato il momento in cui mi spogliavo di ogni difesa per assaltarmi alle spalle. Giacevo in un torpore febbrile, cosciente solo a mezzo, assistito fraternamente da Charles, e tormentato dalla sete e da acuti dolori alle articolazioni. Non c’erano medici né medicine. Avevo anche male alla gola, e metà della faccia mi era gonfiata: la pelle si era fatta rossa e ruvida, e mi bruciava come per una ustione; forse soffrivo di più malattie ad un tempo. Quando venne il mio turno di salire sul carretto di Yankel, non ero più in grado di reggermi in piedi.

Fui issato sul carro da Charles e da Arthur, insieme con un carico di moribondi da cui non mi sentivo molto dissimile. Piovigginava, e il cielo era basso e fosco. Mentre il lento passo dei cavalli di Yankel mi trascinava verso la lontanissima libertà, sfilarono per l’ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell’appello su cui ancora si ergevano, fianco a fianco, la forca e un gigantesco albero di Natale, e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: “Arbeit Macht Frei”, “Il lavoro rende liberi”

(Primo Levi, La Tregua, 1961-1962)

Auschwitz

Albert Camus uomo “mediterraneo”

7 novembre 2013: cent’anni dalla nascita di Albert Camus, un grande della letteratura del ‘900.
In questa occasione, da qualche mese, sono stati scritti articoli e varie recensioni sulla sua produzione letteraria.
Nel mese di settembre è stata pubblicata la traduzione italiana della biografia di Virgil Tanase Albert Camus – Una vita per la verità (ed. Castelvecchi, Roma, trad. di Alessandro Bresolin); nel mese di ottobre, a cura dello stesso editore, è uscita in libreria un’antologia di scritti, molti dei quali tradotti per la prima volta in italiano, Calendari della libertà (trad. di Alessandro Bresolin).

camus

Camus 2

Proprio giovedì 7 novembre, MicroMega ha ricordato il centenario con un eBook Camus Filosofo dell’avvenire la cui prima parte propone un’intervista alla figlia Catherine, la seconda un saggio del direttore di MicroMega Flores d’Arcais, pubblicato nell’Almanacco di filosofia 1996 che riprende il testo di una conferenza tenuta a Grosseto il 25 maggio 1984 per il convegno internazionale dedicato a “Albert Camus: la scrittura e l’impegno”.

Amo molto questo autore e ho letto praticamente quasi tutto.

Non potevo perciò perdere l’opportunità; ho scaricato l’eBook che ho letto ieri in pochissimo tempo.

Camus 3

Camus: un vero gigante della letteratura.
Vincitore del Premio Nobel nel 1957 a soli 44 anni, il più giovane a ricevere questa onorificenza dopo Kipling (a cui venne assegnato nel 1907 all’età di 41 anni), romanziere, drammaturgo, giornalista, saggista; … filosofo… ? Ho sempre avuto dubbi al riguardo.

Lui stesso ha rifiutato questa definizione:
Non sono un filosofo e non ho mai preteso di esserlo. L’uomo in rivolta non presume di essere uno studio esauriente della rivolta, che dovrei dunque completare e rettificare. So tutto quello che gli manca, da questo punto di vista, nell’informazione e nella riflessione. Ma ho voluto soltanto descrivere un’esperienza, la mia, che so essere anche quella di molti altri.” (Gazette des Lettres, 15 febbraio 1952)
Confortano anche le parole della figlia Catherine che, alla domanda sul pregiudizio tutto francese riguardo al suo valore come filosofo, risponde: “Ha sempre detto che non era un filosofo, se per filosofia si intende un sistema, non aveva esprit de système. In questo senso non è un filosofo. Se la filosofia è riflettere sulla condizione umana, allora è un filosofo. Che però non ha mai edificato sistemi

L’intervista è davvero bellissima.
L’ho letta con gioia perché mi ha ripresentato l’immagine del Camus che adoro: l’uomo innamorato della luce, del sole, del cielo terso, del mare.
L’autore di Nozze (1939), di L’Estate (1945), di brevi saggi che lui stesso chiamava “saggi solari”, opere pervase dal sentimento della comunione tra uomo e natura, dall’esaltazione della luce e del mare, dalla celebrazione del momento presente.
Una dichiarazione d’amore al mondo come in “Nozze a Tipasa” (uno dei quattro racconti che compongono Nozze).

In primavera, Tipasa è abitata dagli dei e gli dei parlano nel sole e nell’odore degli assenzi, nel mare corazzato d’argento, nel cielo d’un blu crudo, fra le rovine coperte di fiori e nelle grosse bolle di luce, fra i mucchi di pietre. In certe ore la campagna è nera di sole. Gli occhi tentano invano di cogliere qualcosa che non sian le gocce di luce e di colore che tremano sulle ciglia.
[…….. ]
Arriviamo al villaggio che s’apre già sulla baia. Entriamo in un mondo giallo e turchino dove ci accoglie l’alito odoroso e acre della terra algerina d’estate. […….. ]
Già, ai piedi del faro, grosse piante grasse, dai fiori violetti, gialli e rossi, scendono verso le prime rocce che il mare succhia con un mormorio di baci. Ritti nel vento leggero, sotto il sole che ci riscalda una sola parte del viso, guardiamo la luce scendere dal cielo, il mare senza increspature, e il sorriso dei suoi denti smaglianti. Prima di entrare nel mondo delle rovine, per l’ultima volta siamo spettatori.
Dopo pochi passi, gli assenzi ci prendono alla gola. La loro lanugine grigia copre le rovine a perdita d’occhio. La loro essenza fermenta sotto il caldo, e dalla terra al sole si leva su tutta la distesa del mondo un alcool generoso che fa vacillare il cielo. Andiamo incontro all’amore e al desiderio. Non cerchiamo insegnamenti, né l’amara filosofia che si cerca nella grandezza. All’infuori del sole, dei baci e dei profumi selvaggi, tutto ci sembra futile. […….. ]
È il gran libertinaggio della natura e del mare che si impossessa completamente di me. […….. ]
Quante ore passate a calpestare gli assenzi, ad accarezzare le rovine, a tentare di accordare il mio respiro con il sospirare tumultuoso del mondo! Immerso negli odori selvaggi e fra i concerti d’insetti assonnati, apro gli occhi e il cuore alla grandezza insostenibile di questo cielo saturo di calore. Non è così facile diventare ciò che si è, ritrovare la propria misura profonda. Ma guardando il dorso solido dello Chenoua, il mio cuore si colmava di una strana certezza. Imparavo a respirare, mi integravo e mi compivo. […….. ]
… poi immergermi nel mare, ancora tutto odoroso delle essenze della terra, lavare queste in quello, e allacciare sulla mia pelle la stretta per la quale da tanto tempo sospirano, labbra a labbra, la terra e il mare. […….. ]
In certo senso, è proprio la mia vita che io recito qui, una vita che sa di pietra calda, piena dei sospiri del mare e delle cicale che cominciano a cantare adesso. La brezza è fresca e il cielo turchino. Amo questa vita con abbandono e voglio parlarne liberamente: essa mi dà l’orgoglio della mia condizione d’uomo. Pure, spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Sì, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, il mio cuore che balza di giovinezza, il mio corpo che sa di sale e l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e nell’azzurro. È per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie risorse. Qui tutto mi lascia integro, non abbandono nulla di me tesso, non indosso alcuna maschera: mi basta apprendere pazientemente la difficile scienza della vita che vale tutto il loro saper vivere. […….. ]
Mare, campagna, silenzio profumi di questa terra, mi riempivo d’una vita odorosa e mordevo nel frutto già dorato del mondo, turbato di sentire il suo succo dolce e forte colare lungo le mie labbra. No, non ero io che contavo, né il mondo, ma soltanto l’accordo e il silenzio che fra il mondo e me faceva nascere l’amore. Amore che non avevo la debolezza di rivendicare per me solo, cosciente e orgoglioso di esserne partecipe con tutta una razza nata dal sole e dal mare, viva e saporosa, che attinge la propria grandezza dalla semplicità e in piedi sulle spiagge rivolge il proprio sorriso complice al sorriso splendente dei cieli.

Una sola giornata a Tipasa basta a riempire Camus di una strana gioia, a farlo godere del momento presente in un’armonia con la natura che non è un accordo solitario ma può espandersi e diventare il paradigma della vita dell’uomo.

Belle immagini, miti letterari anche, che hanno origine nella terra in cui lo scrittore è nato nel 1913, l’Algeria, e che hanno in qualche modo compensato la povertà della sua infanzia. Un padre mai conosciuto perché morto quando Albert aveva pochi mesi; una madre costretta a sfiancanti lavori come domestica per sostenere la famiglia e che la sera rientrava a casa sfinita, quasi muta per la fatica; un umile appartamento a Belcourt, un quartiere popolare di Algeri, composto di due stanze in cui vivevano in cinque.

La povertà … non è mai stata una sventura per me: la luce vi diffondeva le sue ricchezze. Persino le mie rivolte ne sono state rischiarate. […….. ] Per correggere un’indifferenza naturale, fui posto tra la miseria e il sole, a uguale distanza. La miseria mi impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto. Cambiare la vita, sì, ma non il mondo di cui facevo la mia divinità” (Prefazione de Il rovescio e il dritto, 1937)

Era profondamente mediterraneo” afferma Catherine e, mi permetto di completare, un mediterraneo epicureo.

Vero che Camus è stato profondamente deluso dalla vita e dagli uomini. Si pensi alla sua malattia, la tubercolosi contratta a soli 17 anni, all’esperienza sconfortante nel Partito Comunista a cui aderì come antifascista e antinazista più che come convinto marxista e di cui attaccò le contraddizioni denunciando i gulag e sostenendo i dissidenti, all’isolamento in Francia da parte del mondo degli intellettuali per ragioni politiche, di estrazione sociale e di origini, “uno dei rari scrittori francesi che non erano nati borghesi, e questo nei suoi rapporti con l’Intelligencija parigina costituiva un problema centrale. Veniva dal Sud, dalla periferia di Algeri, con quell’aria un po’ canaglia, troppo persino per dei borghesi di sinistra che amavano molto incanaglirsi. All’epoca, la maggior parte degli intellettuali francesi veniva dall’Ecole Normale, erano dei professori o, ad ogni modo, [….] dei borghesi che avevano avuto tutto fin dalla nascita” ricorda la figlia nell’intervista.

Vero ancora che Camus non si lascia andare alla bellezza della natura, della terra e al mondo con uno slancio superficialmente romantico. Scruta, analizza, mette in discussione, dà voce alle angosce del suo tempo e alle sue inquietudini, perché ne ha, come il rifiuto netto di qualunque idea di trascendenza unita alla ricerca ansiosa della salvezza e della felicità, l’interrogarsi sul senso dell’esistenza o sul suo nonsenso.

Non è tuttavia il mondo a essere assurdo, né tantomeno l’uomo.

L’assurdo nasce da un paragone. […..] Non si trova né nell’uno, né nell’altro degli elementi paragonati. Nasce dal loro confronto. […..] non è nell’uomo (se una simile metafora potesse avere un senso), né nel mondo, ma nella loro presenza comune”. Camus definisce il mondo “irragionevole” e giudica assurdo “il confronto tra questo irrazionale e il desiderio struggente di chiarezza il cui appello risuona nel più profondo dell’uomo” (Il mito di Sisifo, 1942)

L’uomo è, come Sisifo, costretto a portare con sé un masso pesante che, metaforicamente, rappresenta il desiderio di infinito ostacolato dalla finitezza; ogni tentativo di dare un significato ai suoi sforzi si riassume in un gesto ripetitivo come quello di Sisifo.

Ma, nonostante tutto, la vita merita di essere vissuta.

Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva le rocce. […..] la lotta verso le cime basta a riempire il cuore di un uomo. Si deve immaginare Sisifo felice.” (Il mito di Sisifo)

Accettazione passiva? No, consapevolezza e presa di coscienza che fanno dire che una certa conciliazione con la vita sia possibile, che il “divorzio tra lo spirito che desidera e il mondo che delude, la […..] nostalgia di unità” siano colmabili in un atteggiamento epicureo di fronte alla vita stessa.

Perché non cercare di interpretare Lo Straniero (1942) alla luce di questa mediterraneità?

Meursault, il protagonista, è un uomo qualunque che vive una vita qualunque; la sua frase più ricorrente è “per me fa lo stesso”, nel senso di “come vuoi tu”, “come vuole lei”, “una cosa vale l’altra”, che usa in varie occasioni anche importanti, ad esempio la proposta di un avanzamento di carriera da parte del suo datore di lavoro o quella di matrimonio di Maria. L’esistenza sembra scorrergli addosso e procedere routiniera. Finché un giorno uccide un uomo. Arrestato, accusato di omicidio, assiste al suo processo con distacco, come se avvocati e giudice parlassero di un estraneo. Condannato a morte, trascorre le giornate nella sua cella.

Ebbene, paradossalmente dice “non ero eccessivamente infelice. Il solo problema, ancora una volta, era di ammazzare il tempo.” E, per farlo, ricorda: la sua casa, la sua stanza … “più riflettevo e più tiravo fuori dalla mia memoria cose sconosciute e dimenticate”. Scopre che lo rende felice rivedere non momenti della sua vita “sociale”, bensì quelli vissuti il giorno dopo il funerale della mamma: il bagno in mare e qui l’incontro con Maria, sua ex collega di lavoro, l’abbandono del suo corpo all’acqua e sul ventre di lei, lo sguardo rivolto verso l’alto mentre aveva “negli occhi tutto il cielo ed era blu e oro”, il film con Fernandel visto insieme, il bacio scambiato nel buio della sala, la notte trascorsa con lei.

Istanti di vita, brandelli di un’esistenza vissuta da straniero nei confronti delle regole della società ma non indifferente al mondo.
L’universo del condannato a morte è in fondo quello di un “mediterraneo” epicureo che, non potendo più organizzare o programmare la propria vita, si abbandona al momento presente.

La vigilia dell’esecuzione, dopo uno scontro furioso con il prete e una volta ritrovata la calma, si getta “esausto” sulla branda nella sua cella.

Devo avere dormito perché mi sono svegliato con delle stelle sul viso. Rumori di campagna giungevano fino a me. Odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La pace meravigliosa di quell’estate assopita entrava in me come una marea. […..] Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.