Paradigma

primo giorno d’autunno in Pianura Padana

 

Lassù, il sole osserva il moto delle cose. Sfoggia ancora l’abito estivo che non si decide a riporre. Con ilare irriverenza e autoritaria disinvoltura, scruta in basso verso le stoppie in attesa di decomposizione, di un erpice a miscelarle nel terreno.

In un torrido inizio d’autunno, una brillante presenza, quasi insolente e sfacciata, signoreggia su scure zolle deferenti e paglie monche: fermezza sovrasta fragilità.

Il terreno dissodato diventa tomba in cui tutto si assembla – semina, germinazione, mietitura, vita e morte, spazio e tempo – e si rincorre nell’estinzione apparente.

Restano solchi tracciati: culle di futuri neonati, monumenti di sopravvivenza.

Ed Elios è lassù: caldo punto fermo, risoluto nel contrastare il passaggio ineluttabile del tempo; riferimento rassicurante, determinato nel fronteggiare l’incertezza della transizione.

Quasi una sfida. O un orientamento? Espressione di solidarietà? Invito alla resistenza?

In un angolino della bassa padana, la natura diventa paradigma di un oggi in buona parte barcollante, che chiede e cerca chiarezza.

 

 

Cartoline

If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now.
It’s just a spring-clean for the May queen.
Yes, there are two paths you can go by,
but in the long run there’s still time to change the road you’re on.

And it makes me wonder

Se c’è trambusto sul tuo sentiero, non ti allarmare ora.
Sono solo i preparativi per la festa di maggio.
Sì, ci sono due strade che puoi percorrere,
ma in futuro c’è ancora tempo per cambiare strada.

E questo mi stupisce

Led Zeppeling, Stairway to heaven

 

2 agosto 1980

Litorale romagnolo. Non una nube in cielo, il mare una tavola. Corpi stesi al sole, teste immerse nelle pagine dei quotidiani, penne a riempire caselle di cruciverba o rivolvere rebus, chiacchiere sommesse miste a risate squillanti, un coccobello già al lavoro, bambini sulla battigia impegnati in fantasiose costruzioni con la sabbia.

L’altoparlante della stazione balneare, il nostro dj diurno, ha scelto un medley dei tormentoni di quell’estate. Tra un My Sharona, il Kobra e le immancabili Luna e Maracaibo, si può anche accennare una cantata insieme, i tamburelli come ritmo di sottofondo. Non è ancora esplosa la moda di iPod e smartphone, cuffie e cuffiette, la musica resta ancora un fatto collettivo.

All’improvviso, le note si stoppano, nell’aria le onde di una voce tetra parla di Bologna. L’orologio del bar segna 10.35. Il fatto comunicato risale a una decina di minuti prima.

Silenzio tombale sulla comunità vacanziera della nostra stazione balneare. Sguardi allibiti, espressioni sgomente, nessun commento.Non scorderò mai l’immagine statica di un tempo sospeso, l’immobilità quasi a trattenere il fiato per non perdere nemmeno una sillaba di quella voce, il senso di freddo piombato di getto, inaspettato, tra sdraio, ombrelloni e secchielli, né il coccobello che raccoglie le sue cose e abbandona la spiaggia rinunciando a un misero guadagno.

Pian piano la vita riprende, la giornata – e non solo – segue un’altra direzione.

Bologna, 2 agosto 1980
immagine dal web

L’eternità della bellezza

Ripropongo questo momento: a distanza di qualche anno, il paesaggio si è presentato di nuovo con il suo fascino seducente facendomi rivivere le stesse profonde emozioni. La bellezza vince lo scorrere del tempo.

Toh, un pertugio.
Entro senza indugio.

Senso di frescura.
Ah! La penombra perdura…

Filtra una luce,
un raggio mi seduce.

A rilento, cammino.
Attenta, mi chino.

Basso è il soffitto,
difficile il tragitto.

L’apertura è stretta,
non bisogna avere fretta!

Una curva a gomito,
svolto con un fremito.

Improvviso chiarore,
quasi acceca il bagliore.

Appare un quadro ovale
con cornice naturale.

Alla roccia mi affaccio.
Senza fiato, mi taccio.

Meraviglia!
E ora, chi si ripiglia?

Le emozioni ricomponendo,
l’immensità riprendo.

E in una delicata carezza,
afferro e catturo bellezza.

©PrimulaBazzani

Tre Cime di Lavaredo viste da una trincea austriaca

 

 

Ponti

Ponte sul fiume Po – Cremona

Un caldo e afosissimo pomeriggio di metà luglio. Il grande fiume sonnecchia. La corrente biancastra, quasi immobile, è specchio per la mandria verde sulla riva, bruciata dal sole, china in richiesta di refrigerio e smania di abbeverarsi.

Il ponte cinge le sponde dormienti. La struttura in ferro avvampa, luccica al solleone in bagliori smorzati da un filtro nebuloso. La natura è esperto fotografo.

Il ponte è il senso stesso del mio sentire in questi tempi: abbraccio, mano tesa, dialogo, apertura, inclusione. Lo schiaffo di una parola come l’insulto del non detto, l’offesa dell’arroganza come l’umiliazione dell’irridente condiscendenza sono ponti interrotti.

Il ponte è razionalità ed equilibrio: non isola e non divide, ma nemmeno identifica, assimila o annulla. Racchiude differenza e unità: le identità sono mobili e distinte e riconoscendosi tali – ma non antagoniste – arrivano a congiungersi.

È coesistenza: la chiave dell’agire a ogni livello, spesso inceppata nel meccanismo della serratura.

 

Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla, secondo me, è più bello e più prezioso dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri, perché più utili, dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, sempre innalzati, sensatamente, nel punto in cui si incrocia la maggior parte delle necessità umane, più duraturi di ogni altra costruzione, mai asserviti a trame oscure o a poteri malvagi.

I grandi ponti di pietra grigia, erosi dal vento e dalle piogge, spesso sgretolati sugli angoli acuti, testimoni di epoche passate, in cui si viveva, si pensava e si costruiva diversamente. Nelle loro giunture e nelle loro invisibili fessure cresce l’erba sottile e gli uccelli fanno il nido.

I sottili ponti di ferro, un filo d’acciaio da una sponda all’altra, che vibrano ed echeggiano per ogni treno che li percorre, come se aspettassero ancora la loro forma e la perfezione finale. La bellezza delle loro linee si svelerà del tutto solo agli occhi dei nostri nipoti. I ponti di legno all’entrata delle cittadine bosniache, le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, come lamine di uno xilofono. E infine, i minuscoli ponti di montagna, spesso solo un unico grande tronco ovale, o al massimo due, gettati uno accanto all’altro sopra qualche torrente che altrimenti sarebbe impossibile superare. Due volte all’anno, il torrente si ingrossa e, impetuoso, li trascina via, ma i contadini, con l’ostinazione cieca delle formiche, continuano a tagliare e a segare, per rimetterne di nuovi. Ecco perché, vicino ai corsi d’acqua di montagna, nelle anse tra le pietre dilavate, spesso si vedono questi «ponti» precedenti: giacciono lì insieme all’altra legna arrivata per caso. Ma questi tronchi che un tempo servivano e oggi sono condannati a bruciare o a marcire sono comunque diversi  dal resto del legname:  ricordano sempre lo scopo per il quale sono serviti.

Sono tutti un unico ponte e tutti degni della nostra attenzione, perché indicano il posto in cui l’uomo ha incontrato un ostacolo e non si è fermato, ma lo ha superato e scavalcato come meglio ha potuto, secondo le sue idee, il suo gusto e le condizioni circostanti.

Quando evoco i ponti, non mi vengono in mente quelli che ho attraversato più spesso, ma quelli che più hanno impegnato il mio spirito, che hanno attirato la mia attenzione e fatto spiccare il volo alla mia fantasia.

I ponti di Sarajevo, prima di tutto: vertebre di pietra su quella spina dorsale della città che è il fiume Miljacka. Li vedo e li conto. Conosco ogni arcata, ricordo ogni parapetto. Ce n’è anche uno che porta il nome fatale di un ragazzo, un ponte minuscolo ma eterno, che sembra ritirarsi in se stesso, una piccola e accogliente fortezza che non conosce né resa né tradimento.

Poi i ponti visti durante viaggi, di notte, dai finestrini dei treni, sottili e bianchi come fantasmi. I ponti di pietra in Spagna, ricoperti di edera e come impensieriti dalla propria immagine riflessa nell’acqua scura. I ponti di legno in Svizzera, riparati da tetti che li difendono dalle abbondanti nevicate, simili a lunghi silos e ornati all’interno da immagini di santi o di avvenimenti miracolosi come fossero cappelle. I ponti fantastici della Turchia, che poggiano sul terreno come per caso, custoditi e protetti dal destino. I ponti di Roma e dell’Italia meridionale, in candida pietra, da cui il tempo ha preso tutto ciò che ha potuto e che rimangono, accanto ai ponti nuovi che da cent’anni vengono costruiti, come sentinelle di pietra.

Così, ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada e si fermi, trova ponti fedeli e operosi, simboli dell’eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, separazioni.

Così, anche nei sogni e nel libero gioco della fantasia, ascoltando la musica più bella o più triste, improvvisamente mi appare dinanzi agli occhi il ponte di pietra troncato a metà, con le parti spezzate dell’arco dolosamente interrotto che si protendono l’una verso l’altra in un ultimo sforzo di mostrare l’unica linea possibile dell’arcata scomparsa. È la fedeltà e l’estrema ostinazione della bellezza, che oltre a se stessa permette un’unica possibilità: la non esistenza.

Ogni cosa esprima questa nostra vita – pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta che sola dia alla vita stessa un senso. Ogni cosa ci porta ad andare oltre, a superare il disordine, la morte o l’assurdo. Poiché ogni cosa è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto i ponti della terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. E la nostra speranza è tutta su quell’altra sponda.»

Ivo Andrić, I Ponti, da Racconti di Bosnia (traduzione a cura di Dunja Badnjević)

Sarò sempre grata a Moni Ovadia. Qualche anno fa, in un breve colloquio al termine di una sua rappresentazione, mi ha fatto conoscere Ivo Andrić, premio Nobel per la Letteratura nel 1961, e i Racconti di Bosnia, una raccolta di testi affascinanti in cui il senso di umanità pervade tutto, persone, animali, natura e cose. Terra geograficamente a noi molto vicina, il bosniaco è in realtà un universo lontano e comunque da conoscere poiché emoziona proprio come il suo I ponti, vero e proprio inno alla loro laica sacralità.

IMG_0287