Lo spettacolo (non) è finito

sipario 1

Tempo fa mi sono avventurata in una narrazione allegorica. È trascorso qualche anno e il divertissement letterario cede il passo all’amarezza del reale. La prossimità con l’attualità è molto evidente, la domanda iniziale ha perso l’ apparente ingenuità per trasformarsi in un malizioso quesito retorico. Il giullare ripropone il suo racconto, una saga iniziata secoli fa e che, ne è convinto, potrà durare molto a lungo.

Fiaba o realtà?

 

C’era una volta una zona del globo a forma di stivale con tacco e punta immersi in un mare stupendo e a contatto con altri splendidi terreni. La cultura vi era padrona: Arte e Lettere passeggiavano a braccetto visitando le varie Contee e lasciando ovunque traccia del loro passaggio. Viandanti e pellegrini provenivano da ogni parte del mondo per ammirarne la grande bellezza. In questo lembo di terra, nel tempo, iniziarono a nascere aggregazioni importanti: associazioni di individui al servizio del bene comune operavano per salvaguardare il benessere, garantire diritti, vegliare sull’osservanza dei doveri.

E fu la legge. E fu la partecipazione degli abitanti le contee per nominare i propri conti e relativi consiglieri, poi su su fino alla punta della piramide.

Essere in alto provocava vertigine e un senso di disagio. Qualcuno, tuttavia, stanziale, si abituò a queste altitudini, cominciò a respirare meglio, a sentirsi bene quasi in uno stato di ebbrezza.

E fu il potere. E fu il dominio. E fu il predominio.

Nacque Senilità, un gruppo d’individui che, partendo dalla Contea principale, allungarono i  tentacoli in varie direzioni lungo lo stivale.
«Abbiamo esperienza» dissero e tanto bastò per certificarli abili gestori della cosa pubblica con conseguente rapidissima metamorfosi in manipolatori d’istituzioni e creatori di profitto a tutti i costi.
Questi “signori” che pensavano di potere comprare tutto, speculare su cose e persone, finanche su indigenza e bisogno, non calcolarono però che il meccanismo così ben congeniato, studiato nei minimi dettagli, perfetto ai loro occhi, potesse a un certo punto urtare un ostacolo e avere una battuta d’arresto. Il motore cominciò a battere in testa.

Spuntò Gioventù, un’ampia schiera di persone per bene, una maggioranza fino a quel momento troppo silenziosa che iniziò a fare sentire la propria voce. L’eco del suo ardore si sparse per le Contee sostenuta da Purezza, Onestà, Giustizia.

E fu guerra, non di armi ma di valori contro disvalori.

«Sono folli! Vivono al di fuori della realtà! La loro passione fatta solo di cuore non servirà a nulla. Occorrono testa, tanto cervello, molta furbizia. Loro non sono in grado, non conoscono Scaltrezza!»

Mentre Senilità pronunciava queste parole, si voltò e vide un gruppetto di nuove leve, timide, in disparte, timorose.

«Ma guarda che giovani rampolli! Venite … Venite … v’insegnerò la vita, quella vera, un meraviglioso ingranaggio in cui diventerete ruote motrici.»

Li acchiappò con seduzione, li educò in tutta fretta e modellò a sua immagine, facendone copie e facsimili.

Ebbene, Gioventù urlò il suo «Non ci sto!». Non voleva crescere, diventare “adulta” se questo comportava tramare nell’oscurità, progettare all’ombra, calpestare chiunque come un sigaro ciccato, sfruttare persino una condizione simile a un mozzicone di sigaretta. Se qualcuno deragliava, era cacciato dalla porta principale del maniero: nessuna attenuante, nessuno sconto. Non si poteva tradire il motto inciso all’ingresso del castello

targa scritta

Per Senilità, Esperienza e Saggezza erano lontanissime conoscenti. Nelle sue lande, inesistenti i matrimoni con Onestà e Moralità, brave fanciulle bramate dai conti per la loro aria di primavera da trasformare in vento di tardo autunno. Bruciavano dal desiderio. Le ragazze preferivano tuttavia prati verdi e fiori freschi.

Per Gioventù non esisteva età: nella sua terra si viveva grazie agli anni del cuore, a purezza e ardore, a sfida e passione, nulla a che vedere con lo scorrere cronologico del tempo.

Se Senilità non avesse sputato insieme al suo catarro quella sfumatura di anima di cui è dotato ogni essere vivente, se Gioventù avesse avuto il suo stesso raggio d’influenza, se il suo anelito verso il nuovo, il davvero vergine, avesse potuto percorrere strade senza barriere, allora il mondo sarebbe stato ciò che DOVEVA essere.

Fiaba o realtà? Utopia o possibilità? Al lettore la scelta.

Il cantore che, accompagnato dalla sua lira, ha narrato nei principali castelli delle Contee questa epopea del Malaffare e l’allegorica lotta tra la lestofante Senilità e la proba Gioventù conclude, sempre in musica, con questo auspicio

Verrit humum bene scopa recens ¹

e saluta con il consueto finale

Acta est fabula ²

giullare

¹ scopa nuova spazza bene la polvere
² lo spettacolo è finito

 

 

 

I giorni più freddi (II^ parte)

 ⇐  I^ parte

 

separatore-verde

 

disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

 

«Vi prego – scoppiò a piangere la ragazza – lasciatemi scappare dalla regina Mycred!»
«Tu conosci la regina del regno Tutto-Colorato? – chiese emozionato il Gatto delle Nevi – non ti ucciderò se mi porti da lei!»

Il Gatto delle Nevi, infatti, era nato nel reame dove vivono i gatti come lui. Yirr era stato rapito da re Ian quando era solo un cucciolo: una creatura così potente sarebbe stata un ottimo guardiano per il regno.

«Prima, però, toglimi il collare, non riesco a slacciarlo!» disse Yirr indicando l’anello di ghiaccio al collo che gli impediva di uscire dal regno Sempre-Bianco.

Dopo averlo liberato, la bella fruttivendola saltò in groppa al Gatto delle Nevi, che, con un grande balzo, entrò subito nel sentiero. Marlen si teneva ben stretta al collo di Yirr perché percorreva il sentiero a grande velocità. Sembrava quasi volasse: le sue zampe non lasciavano tracce!
Arrivarono nel regno di Mycred quella stessa notte. Qui tutto è colorato: luci bianche e sfavillanti illuminano le case e decorano le strade. Marlen e Yirr trovarono subito il castello della regina poiché luccicava quanto una stella. Sul portone d’ingresso due Gatti delle Nevi riconobbero subito il loro amico da tempo scomparso. I guardiani li fecero entrare e li annunciarono alla regina che sedeva sul trono, avvolta in un ampio mantello dorato. Corse subito ad abbracciare Yirr e Marlen le chiese se poteva aiutarla a fuggire da re Ian.

«Purtroppo cara ragazza – disse dispiaciuta la regina – non posso cancellare l’amore che Ian prova per te. Una cosa, però, potrei fare… – e, dopo averci pensato, la regina esclamò – posso trasformarti in una merla!»

La fruttivendola acconsentì e, in un attimo, cambiò aspetto: la regina l’aveva avvolta nell’enorme mantello e l’aveva tramutata in una merla bianca dagli occhi verdi.

«Ora, finalmente, – aggiunse la regina – puoi fuggire senza che re Ian possa inseguirti!»

Marlen, la merla bianca, ringraziò Mycred con un grande inchino, salutò Yirr e prese il volo. Nel frattempo re Ian era già ritornato nel suo regno. Di Marlen non c’era traccia né nel villaggio né nel castello. Uscì di corsa a chiedere agli abeti se l’avessero vista. Ma nessuno gli disse la verità. Ian, allora, sfoderò la spada bianca e fece un taglio così profondo nel tronco di un albero che questo cadde. Poi, minacciò tutti quanti:

«Questa sarà la vostra punizione se scopro quanto è successo!»
«Ѐ scappata dalla regina Mycred!» disse un piccolo abete impaurito.

Re Ian, quindi, cavalcò verso il Regno Tutto-Colorato e scoprì l’accaduto. Ritornato nel suo reame, andò a cercare un oggetto magico che aveva nascosto sotto la neve. Si trattava di un corno di ghiaccio. Soffiò dentro e, all’istante, ne uscì il Vento Freddo.

«Perché mi hai disturbato?» esclamò il Vento stizzito.
«Voglio che tu soffi più forte che puoi su tutti i regni, devi trovare una merla bianca dagli occhi verdi!» gli ordinò il re.
«Come desideri! – gli rispose il Vento Freddo – Ma ricorda! Oggi, con un suono, tu mi hai convocato. Suona due volte e io ritornerò dentro il corno. Quando sarà passato un anno, potrai risvegliarmi nello stesso giorno in cui mi hai chiamato quest’anno.»

Il Vento Freddo partì subito: soffiava così forte che spazzava via le case e graffiava volti e alberi. Marlen, nel frattempo, volava a fatica, cercando di non farsi trascinare dal Vento. Viaggiava da giorni perché non aveva ancora trovato dove rifugiarsi: i ripari nei tronchi delle piante erano già pieni di animali infreddoliti. Decise, perciò, di entrare nel camino fumante di una casetta. Non sapeva tuttavia dove si trovasse. Il Vento Freddo era stato così rapido da raggiungerla e l’aveva vista, scoprendo quindi il suo nascondiglio. Più potente di prima, ritornò in un attimo nel Regno Sempre-Bianco.

«Ho trovato chi stai cercando – disse al re – e ora ascolta bene: questa notte suona il corno due volte. Poi, raggiungi alla svelta il Regno Nero, la tua merla si nasconde nell’unica casa al confine di quel reame. Vedrai che al mattino uscirà subito dal camino perché penserà che il Vento Freddo non è più in circolazione.»

Quella notte re Ian suonò il corno due volte e il Vento Freddo ritornò nel corno. Al mattino presto, arrivò davanti a quella casa del Regno Nero. Il camino era stato appena spento e Marlen uscì fuori proprio in quell’istante. Ma che delusione! La fuliggine l’aveva sporcata tutta e da bianca era diventata una merla nera! Ian non la riconobbe affatto; andò su tutte le furie e lanciò un ruggito che echeggiò ovunque.

Da quel momento, il re non desiderò altro che uccidere Marlen: ogni anno, suonava il corno di ghiaccio sempre nello stesso giorno e, per tre giorni consecutivi, il Vento Freddo soffiava forte in tutti i regni alla ricerca della merla bianca. Ma, ormai, la bella fruttivendola era tranquilla: nessuno poteva più riconoscerla.

Accade alla fine del mese di gennaio. Da quando Marlen è stata trasformata in una merla, è da sempre il periodo più freddo dell’anno.

separatore-verde                                                                                            Se della fuliggine
cade dall’alto,
alza lo sguardo:
Marlen la merla,
nei giorni più freddi,
la tua città
sta sorvolando,
per cercare
un rifugio
caldo!

© Harfang Diseuse

separatore-verdeRingrazio l’amica Harfang Diseuse per la sua gradita presenza qui e la preziosa collaborazione.
La fiaba: un genere da rivalutare, una lettura non solo per bambini.

Le fiabe
Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d’un destino: la giovinezza, dalla nascita (…) al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno tutto (…) e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste.
Italo Calvino,  Fiabe italiane, 1956

 

I giorni più freddi ( I^ parte)

Ecco ritornata Harfang Diseuse con una nuova fiaba.
Auguro a tutti, amici e passanti occasionali,  buona lettura. 🙂

disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

C’era una volta un re di nome Ian: alto, non più giovane ma prestante, canuto, dal viso lungo e magro, la chioma sciolta sulle spalle. Anche gli occhi, il vestito, il mantello, gli stivali e persino la spada erano lattescenti. Sovrano del Regno Sempre-Bianco, abitava nel Castello degli Spifferi. Durante l’inverno, quando anche negli altri reami faceva freddo, re Ian li percorreva a cavallo per fare visita a tutti i sovrani.

Un giorno, arrivò nel regno della regina Lolien e si diresse subito verso il suo castello. Mentre cavalcava, quasi urtò una ragazza che attraversava la strada. Le guance della giovane erano rosa come le nuvole al tramonto, i capelli biondi come i raggi del sole e gli occhi verdi come gli stracci che indossava. Calzava scarpe nere e bucate qua e là. Si chiamava Marlen. Povera, viveva da sola in una casa piccola e rovinata. Faceva la fruttivendola per guadagnare qualche soldino. Quella gelida mattina, infatti, spingeva un carretto pieno di frutta per andare al mercato.
Re Ian, arrabbiato, scese da cavallo per punirla, ma la ragazza era così giovane e bella che se ne innamorò a prima vista. Marlen, invece, si spaventò tanto nel vedere quell’uomo così… bianco! che, inoltre, non le piaceva affatto. Allora, indietreggiò tutta infreddolita e raccolse alla svelta la frutta sparsa a terra.

«Dove andate così di fretta?» chiese Ian.
«Vado al mercato a vendere questi frutti. – rispose la ragazza – Poi comprerò della legna: farà molto freddo questo inverno.»
«Potreste essere al caldo, invece, se voi foste al mio fianco!» esclamò il re.
«Con chi credete di avere a che fare? – rispose Marlen infastidita – Non mi conoscete nemmeno e già mi mancate di rispetto!»
«Perdonatemi, mia adorata, se vi ho offesa. Io sono re Ian – le disse facendo un inchino – sovrano del Regno Sempre-Bianco. Accettate di essere la mia sposa, ve ne prego, e non avrete più bisogno di nulla.»

In quell’istante, Marlen capì chi fosse veramente il re: era l’uomo più crudele e più freddo del mondo. Si diceva che, nel suo regno, non abitasse nessuno: laggiù era sempre inverno.

«Voi siete un uomo così arrogante e gelido che non potreste mai darmi calore e affetto! – esclamò Marlen senza paura – Non si può amare una persona che ha solo neve e ghiaccio nel cuore!»

E corse via infreddolita, spingendo il suo carretto. Infuriato per essere stato respinto, il re rapì Marlen: voleva portarla nel Regno Sempre-Bianco per sposarla. Veloce e furioso come un fulmine, Ian montò in sella al suo destriero tenendo tra le braccia la povera fruttivendola e, lanciando un urlo terribile, partì.

In poche ore, arrivarono nel Regno Sempre-Bianco. Laggiù, tutto era davvero candido: la neve e il ghiaccio coprivano ogni cosa, non si sentiva alcun rumore né si vedeva anima viva. C’erano solo moltitudini di abeti nel villaggio e tantissimi orsi bianchi nel maniero.
Marlen era prigioniera nel Castello degli Spifferi. Dalle porte e dalle finestre non poteva fuggire, tutte bloccate perché re Ian era andato ad annunciare le sue imminenti nozze ai vari sovrani. Rinchiusa nella sua camera in cima alla fortezza, la fruttivendola si ripeteva, notte e giorno, piangendo:

«Quanto freddo fa qui dentro!»

mentre dal soffitto, dalle porte e dalle finestre entravano refoli gelidi. Una mattina, addirittura, Marlen si accorse che le scendevano dagli occhi delle lacrime di neve! Spiandola dal buco della serratura, gli orsi bianchi, allora, si dissero preoccupati:

«La ragazza non può restare più a lungo: le sue ore sono contate!»

Infatti, se fosse rimasta ancora un solo giorno nel castello, Marlen sarebbe morta di freddo. Un orso bianco, allora, buttò giù la porta e ruppe la finestra della stanza.

«Ecco Marlen, scappa e non tornare più!» le disse in fretta.
«Come mai parli?» gli domandò molto stupita.
«Una volta – le rispose l’orso bianco – eravamo persone e in molti abitavamo in questo regno. Ma, qui c’è così tanta neve e ghiaccio che stavamo per morire di freddo. Ci salvò la regina Mycred. Ci trasformò in creature che resistono all’inverno: gli abeti erano gli abitanti del borgo noi quelli del castello.»
Poi, esclamò: «Adesso vattene in fretta, re Ian ritornerà presto!»

Nel frattempo, un altro orso aveva chiamato un abete.

«Se in vita Marlen vuole restare, dalla regina Mycred deve andare! – gli sussurrò all’orecchio – solo lei la può salvare!»

La ragazza scavalcò la finestra: non voleva perdere l’occasione per fuggire da quel regno.

«Non puoi saltare da quell’altezza… – esclamò subito l’abete – ti romperai la testa!»

Quando si accorse che era l’abete a parlare, Marlen si spaventò così tanto che rischiò di cadere davvero dal davanzale.

«Non avere paura – le disse subito l’albero – noi ti trasporteremo fino ai confini del regno!»

Afferrò la bella fruttivendola e la consegnò all’abete più vicino, dicendogli:

«Tieni nord-ovest come direzione: la frontiera è la destinazione.»

Così, passandosi la ragazza, in poco tempo riuscirono a trasportarla alla fine del Regno Sempre-Bianco. Posandola a terra, l’ultimo abete le disse:

«Segui il sentiero, quello delle bacche e degli agrifogli: arriverai nel regno della regina Mycred in tre giorni!»

Marlen lo ringraziò. Quando si voltò verso la stradina, qualcuno le aveva ostacolato il passaggio. Un grande gatto, metà color oro e metà bianco, con gli occhi dorati e il naso rosa, la stava fissando.

«Dove stai andando?» le chiese sornione.
«Da nessuna parte… – mentì Marlen per non essere scoperta– Ma… voi chi siete?»
«Io mi chiamo Yirr e sono il Gatto delle Nevi. – rispose sogghignando – Sono il guardiano di questo regno e se stai cercando di scappare, finirai proprio male! In fiocchi di neve ti posso trasformare se questa zampa dorata lecco e porto dietro l’orecchio! »

La zampa destra era magica, tutta dorata tranne la punta, che era bianca.

«Oppure, se sbatto la coda due volte, con una valanga ti sotterro!» minacciò infine il gatto.
«A che serve – esclamò Marlen rassegnata – tanto morirei lo stesso se resto ancora un giorno in questo regno!»
«Allora – esclamò Yirr – non decidere tu come morire perché sarò io a scegliere la tua fine!»

………….⇒

© Harfang Diseuse

separatore-verde

Riuscirà la nostra amica Marlen a sopravvivere e scampare alla rabbiosa bramosia di re Ian?

 

Tarmalen

È un’amica, Harfang Diseuse il suo pseudonimo. Ama le fiabe, ne scrive parecchie e molto belle. Alcune mi hanno talmente catturato da indurmi a decidere, in accordo con lei, di proporle qui. In un momento in cui la realtà ci coinvolge e sconvolge, tra accadimenti gravissimi, questioni annose e tragiche, temi molto importanti e recentemente banalizzati, una narrazione in apparenza lieve e tuttavia carica di significato come ogni favola che si rispetti può solo fare bene alla mente.
Buona lettura! 🙂

disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

Ciao!
Mi chiamo Stella Polare. Abito nel quartiere Sistema Solare in Via Lattea, racchiuso da un alto recinto di bretelle bianche. Insieme alle mie amiche stelle, alle comete e ai segni dello Zodiaco, abito su un enorme tetto di velluto blu che ricopre la zona. Siamo talmente tanti che lo occupiamo proprio per intero. Ognuno si mette alla distanza che preferisce: o più vicino o più lontano dagli altri.
Noi stelle siamo brillanti bottoni bianchi con cinque punte: le due in basso ci permettono di camminare o pattinare per lo spazio, ma di solito preferiamo stare ferme. Quella in alto è la testa. A metà del corpo abbiamo le braccia con mani appuntite. Luccichiamo sempre, anche quando sonnecchiamo.
Le comete, invece, sono dispettosi cuscini rotondi, ripieni di piume; quando si spostano ne lasciano sempre una scia. Se si addormentano mentre sono in viaggio, rischiano di cadere a terra ed esplodere. Tranquillo, non capita tante volte.
I segni dello Zodiaco, infine, sono sia persone sia animali e, tutti, spille d’oro luccicanti: piccoli diamanti, infatti, sono sparsi sul contorno dei loro corpi.
Ogni segno dello Zodiaco ha il suo carattere. Ariete è il pecorone più forte e temuto dello spazio; un po’ scorbutico, non ama parlare con gli altri. Toro è davvero spensierato. Assaggia molto lentamente bocconi di tetto mentre ascolta distratto i discorsi complicati di Cancro, un vecchio granchio con folte sopracciglia e lunghi baffi. I Gemelli, Castore e Polluce, sono due fratelli grossi e alti come giganti. Trascorrono le giornate a giocare con Leone, un cucciolo spelacchiato che adora farsi grattare la pancia dal pungiglione di Scorpione. Anche a Scorpione piace tanto chiacchierare e soprattutto cantare… – c’è da tapparsi le orecchie! – Vergine, una signora non più giovanissima, si preoccupa sempre della linea. Tutti i giorni si reca da Bilancia, l’equilibrato medico dello Zodiaco, per farsi pesare. Sagittario ha gli zoccoli, le zampe, il sedere e la coda di un cavallo. Le mani, le braccia, il petto e la testa ricordano invece un uomo forte e sano. Insieme alla sua fedele capra da caccia, Capricorno, vaga nello spazio in cerca di prede, lanciando a destra e a manca aghi di ghiaccio. Per nostra fortuna, Sagittario non ci vede tanto bene e Capricorno non ha buon naso: tu non dirglielo, ma è sempre raffreddato! Infine, Acquario: un pescatore non proprio fortunato. Cerca sempre di prendere i Pesci, però mai ci riesce:  troppo furbi perché abbocchino all’amo.

Sotto il tetto si estende un’enorme valle, sempre di velluto blu. Qui abitano i pianeti e, un tempo, anche le tarme.
I pianeti sono perle variopinte: al loro centro, un ago li fa ruotare su se stessi. Per tutto l’anno, viaggiano a bordo di scarpe di ogni tipo e misura: remano prima con un laccio, poi con l’altro e navigano senza bussola. Infatti, i percorsi da seguire sono già disegnati da pezzetti di roccia colorata, i meteoriti. Nessuno gareggia: ognuno si sposta alla propria velocità e gira intorno a un gigantesco gomitolo di flanella, il Sole. Tanti fili gialli e arancioni intrecciati tra loro gli danno la forma di una palla. Il Sole tuttavia non riesce a trattenerli tutti: alcuni si allungano e galleggiano nell’area circostante. Anche tu li chiami i raggi del Sole?
Alcuni pianeti si portano appresso delle decorazioni. Per esempio, Giove indossa sempre quattro cinture strette alla pancia e la Terra è accompagnata da un peluche di lana grigia: la Luna. Proprio qui abitava la mia amica tarma.

Il suo nome è Len, ma io la chiamo ancora adesso TarmaLen. Ghiotta di lana, è bassa e paffutella, con un po’ di pancetta. Ha la pelle gialla con tre punti neri sulla guancia. In testa le cresce una foresta di riccioli color argento da cui spuntano due antenne, le orecchie. In mezzo agli occhi minuscoli e azzurri si vede il naso all’insù e, più in basso, le labbra verdi disegnano una bocca grande e sorridente. Una camicia azzurra e una gonna lunga a strisce color castagna e albicocca sono i suoi vestiti preferiti, dono degli abitanti di Giove.
Non era nata sulla Luna. Viveva nella valle, in Vicolo Buchini, vicino alla zona dei pianeti. Tutte le tarme abitavano lì. In quel punto, il velluto era croccante e crescevano ciuffi altissimi, dietro ai quali si nascondevano le tarme. Mangiavano parecchio tessuto per potersi trasformare man mano in farfalle. E così il terreno di Vicolo Buchini era coperto di buche: alcune piccole, altre profondissime, altre ancora larghe… insomma, la misura dipendeva dall’appetito delle tarme.
Sgranocchia sgranocchia, queste creature avevano scoperto che sotto il velluto erano imprigionate le stelle. Ogni tarma, allora, ne liberò una ciascuna. Io sono stata trovata proprio da TarmaLen! In seguito, mi sono sistemata sul tetto.

Fu quella la circostanza in cui conobbi TarmaLen. Speravo di incontrarla di nuovo, ma era sempre impegnata a scoprire altre stelle. Una notte, però, la scovai distesa sulla faccia della Luna.

«Che strano…» pensai

Mi decisi ad avvicinarmi. Vidi che era ferita! Corsi subito in suo aiuto: aveva perso anche i sensi! Le cucii i tagli con fili di lana di Luna.

«TarmaLen come ti senti?» le domandai non appena si svegliò.
«Dove mi trovo? – si chiese confusa guardandosi intorno – Perché sono qui? Dove sono le altre tarme?»

Mi guardò sbarrando gli occhi e si voltò di scatto verso Vicolo Buchini. Completamente distrutto! Una cometa era caduta proprio lì e… boom! Non esisteva più traccia né di ciuffi né di tarme! Solo TarmaLen era sopravvissuta: l’esplosione l’aveva fatta saltare in aria e, per sua fortuna, era finita sulla Luna.

Per un po’ di tempo non ci vedemmo; preferì restare da sola finché un mattino, all’ora del risveglio, mi salutò dalla Luna. La raggiunsi con entusiasmo e mi disse:

«Grazie per avermi salvata! Non ho più nessuno. Ora sono sola!»
«Non ti preoccupare, TarmaLen. Non tutto è perduto, ora ci sono io qui con te.»

Allungai la mano in segno di amicizia e da quel giorno fummo inseparabili.
Iniziammo a raccontarci le nostre giornate precedenti. Mi confidò di avere assaggiato dei bocconi di lana di Luna. L’aveva trovata soffice, saporita e le era proprio piaciuta. Mi confessò anche il disagio provato una notte mentre mangiava. Dalla Terra alcune persone la osservavano: gruppi di esploratori stavano navigando i mari del mondo da tantissimi giorni alla ricerca, senza successo, della via più breve per arrivare in un territorio sconosciuto. Una notte di plenilunio, si accorsero di un esserino che si muoveva sulla Luna. Credettero che avrebbe mostrato loro la via giusta. Perciò iniziarono a osservare con un cannocchiale e ad annotare, in fretta e furia, i movimenti della ghiotta creatura. Insomma, se TarmaLen assaggiava la guancia destra della Luna, allora puntavano a ovest; se sgranocchiava a sinistra, le navi viravano immediatamente verso est. Se si sdraiava un attimo per riposarsi, anche le imbarcazioni si fermavano. Alla fine gli esploratori si persero e trovarono un’altra terra, ma questa è un’altra storia…

Ogni giorno, dopo averla pulita dalle piume cadute dalle comete in viaggio, TarmaLen mangiava la faccia della Luna un po’ qua un po’ là. Ormai aveva lasciato tracce evidenti delle sue scorpacciate: si potevano vedere, persino da lontano, macchie di un grigio più scuro rispetto al colore vero della Luna. Questi morsi erano sparsi ovunque e non avevano la stessa dimensione: alcuni assomigliavano più a piccoli assaggi; altri, invece, larghi e profondi, sembravano il risultato di uno spuntino prolungato. Non si riempiva la pancia solo perché ghiotta di lana; voleva soprattutto crescere e trasformarsi in farfalla. Il sogno di ogni tarma è avere le ali. Certo, considera che qui i tempi di crescita sono molto, ma molto più lenti rispetto a quelli dove abiti tu.

Comunque, non tutti sapevano perché TarmaLen mangiasse la Luna. Volando sopra quell’area, una cometa le chiese:

«Perché mangi così tanta lana?»
«Perché devo crescere per…»

Stava per finire la frase quando la cometa la interruppe con tono cattivo:

«Se continui così, l’unica cosa che crescerà sarà la tua pancia! Ahahah!»

TarmaLen, offesa, abbassò lo sguardo per la vergogna. D’improvviso, la cometa scomparve come spazzata via da un soffio di vento.

«Perché fai così, TarmaLen? Non ti devi offendere!»

La Terra le parlava in quell’istante con dolcezza. Era tutta concentrata a remare, come d’abitudine, quando la risata della cometa la disturbò. Brontolando, cacciò via quella brutta dispettosa.

«Se devi crescere, è giusto che tu mangi quel che serve, ma sei anche un po’ golosa, non è vero? Ognuno è fatto a modo suo e non bisogna vergognarsene. Anzi, ti confido che da quando abiti sulla Luna e lasci le tue tracce, le persone da quaggiù la ammirano maggiormente. Tutti credono che lei sia bella, ma sei stata tu a renderla così. Sei davvero speciale, TarmaLen. Ricordatelo sempre! Sono convinta che prima o poi raggiungerai il tuo obiettivo. E ora… buon appetito!»

Mi avvicinai di più per vedere la Terra parlare, ma anche girandole attorno non notai proprio nulla: era già assorta e impegnata a remare.

Non riesco a calcolare quanti anni passarono prima che TarmaLen potesse vendicarsi di quella cometa, non ho abbastanza punte per contarli tutti. Direi che trascorsero tantissimi secoli! Alla fine di un lungo periodo di attesa, sulla Luna arrivò una nave spaziale. Ne uscirono due astronauti che indossavano tute bianche e portavano in testa dei caschi enormi. Erano giunti sulla Luna per conquistarla. Appena sbarcati, uno dei due disse con grandissimo orgoglio:

«Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità!».

Entusiasti, iniziarono a saltellare, lasciando impronte puzzolenti sulla faccia della Luna proprio mentre TarmaLen la stava pulendo.

«Brutti maleducati!» disse indispettita

Così andò loro incontro per chiedere di scusarsi. Gli astronauti non potevano però vederla talmente era minuscola. Anzi, TarmaLen dovette fare marcia indietro e correre a zampette levate per evitare di essere schiacciata. Purtroppo inciampò nella sua gonna:

«Accidenti!» esclamò

Ma era troppo tardi per fuggire! L’ombra di uno di quegli scarponi già le copriva il corpo. Allora le urlai:

«Attenta, ti stanno schiacciando!»

La mia amica alzò lo sguardo e vide la suola della scarpa pronta ad appiattirla come un bottone. Non sapevo più cosa fare, impaurita chiusi gli occhi. Nooo! Li riaprii e corsi ad aiutarla. Avrei potuto accecare gli astronauti!
Ma non erano più li’, la navicella neppure… e non vedevo nemmeno TarmaLen! Scesi in fretta sulla Luna per cercarla in lungo e in largo, ma non riuscivo a trovarla. No, no, non era possibile che fosse stata spiaccicata, o forse non volevo crederci! Non era comunque il momento per piangere; così, con calma, pensai in quale luogo si fosse potuta nascondere. Uffa! Non riuscivo a concentrarmi, ero troppo agitata. Guardando da lontano, mi accorsi di un oggetto che brillava. Avvicinandomi, pensai fosse una perla: era bianchissima e lucidissima, mi potevo persino specchiare. Incuriosita, andai a vedere cosa realmente fosse. Più grande di una piccola pallina, era imbucato nella Luna. Lo estrassi a fatica, perché era davvero pesante, e con enorme stupore vidi un piccolo corpo abbastanza rotondo, avvolto in una coperta bianca, appiccicosa, che finiva con un folto cespuglio di riccioli d’argento.

«TarmaLen!»

In fretta e furia cercai di liberarla, ma ogni volta che strappavo un pezzo della coperta, quella si ricuciva immediatamente! Era impossibile anche sollevarla e portarla al sicuro: così avvolta era incredibilmente pesante. Non potevo fare nulla, se non sperare che TarmaLen riuscisse a liberarsi da sola.

Proprio in quel momento, si verificò un’eclissi di Sole. Accade quando la Luna gli si mette davanti, lo copre e lascia intravedere solo i raggi. Libero di fare ciò che vuole, perché non più controllato dal Sole, ogni raggio si avvicina a un segno dello Zodiaco: prima lo incanta danzando, poi lo ipnotizza sussurrandogli:

«Nel sogno faccio ciò che in realtà non faccio!»

L’eclissi non dura molto, ma fa paura, sul serio! Una volta Sagittario si convinse che Vergine fosse una preda facile da catturare e le aveva scagliato i suoi aghi di ghiaccio mentre Capricorno la inseguiva per morderle le gambe.
Ora, mentre cercavo di liberare TarmaLen senza successo, i Gemelli la acchiapparono. Pensavano fosse un involtino succulento per un ottimo spuntino. Entrambi avevano fame e, per saziarsi, decisero che avrebbero dovuto tagliarla a metà:

«Una parte andrà a te» disse Castore a Polluce
«E l’altra andrà a me! Eheheh!» ridacchiò stupidamente Polluce
Castore gli diede un pugno in testa:
«E l’altra a me, scemo!»

Andarono dal Dott. Bilancia per conoscere il peso di TarmaLen:

«Cinque quasar!» rispose Bilancia, un po’ ubriaco, aveva bevuto troppe granite di roccia…
«Quindi, la metà di cinque è…?» rifletteva pensieroso Castore
«Sei! Eheheh» intervenne subito Polluce
«Ignorante, è tre! Quindi ognuno avrà una parte da tre, perché tre più tre fa cinq…» Castore, non tanto sicuro del calcolo, iniziò a contare sulle dita.
«Fa sei! La metà è…» Polluce non finì in tempo perché gli arrivò uno schiaffo dietro la testa.
«Tappati la bocca, mi confondi!» esclamò con forza Castore.

Non era un calcolo difficile in fondo, ma i Gemelli non si trovavano mai d’accordo sul risultato e iniziarono a litigare. Castore prese la parte finale dell’involtino, Polluce quella iniziale e, avanti e indietro, ognuno lo tirava a sé per poterselo mangiare tutto intero.
L’eclissi stava finendo e il ritorno alla normalità era imminente. Accortisi per primi del bisticcio, i Pesci diedero ai Gemelli delle forti pinnate sulle guance e, per dividerli, Acquario gettò una secchiata d’acqua che lanciò l’involtino sulla Luna. Andai a controllare se non si fosse rotto… era completamente disfatto! e TarmaLen sparita dall’interno!

«Sarà caduta e si sarà persa nello spazio! – riflettevo disperata – no, no, c’è ancora una soluzione.»

Chiesi a tutte le stelle e alle comete di andare a cercarla. Per giorni percorremmo l’intero Sistema Solare, ma nessuna traccia della mia amica. Non era né appesa alle corna di Ariete, né tra le zampe di Leone. La cercai persino su Giove. Il mio amico Centauris mi consigliò di rassegnarmi, ma io non volevo arrendermi.

Dopo parecchi mesi, durante una notte di ricerca disperata, da lontano notai una specie di nebbia attorno alla Luna:

«Forse la Luna si è svegliata per il trambusto e sa dove si trova TarmaLen» pensai

Così accelerai perché ero ancora piena di speranza. Man mano che mi avvicinavo, la mia curiosità aumentava sempre più. Non avevo mai assistito a niente di simile. Senza accorgermene, entrai nella nuvola: non riuscivo a vedere e respiravo a fatica, quel vapore mi penetrava negli occhi e nel naso. Passo dopo passo, mi trovai di fronte a un’ombra gigantesca.

«Ah!» urlai e tentai di scappare, ma l’essere si posizionò davanti a me e mi bloccò.

«Chi sei?» chiesi impaurita

Non mi rispose. L’ombra mi afferrò la mano e mi trascinò fuori dalla nuvola. Alla luce del Sole, vidi due ali bianche, la pelle gialla ed era una… tarma?! Ma che dico! Una FARFALLA!

TarmaLen era una farfalla!

«Che sorpresa, amica mia! Ma perché non mi hai subito cercata? Mi sono davvero spaventata! Allora, raccontami!»
«Scusami, Stella Polare, se non mi sono fatta viva, ma mi ero persa nello spazio dopo essere uscita dal guscio. Poi dovevo imparare a usare le ali ed ero confusa. Allora ho fatto un giro per tutta la Via Lattea. Ma ho deciso di ritornare qui sulla Luna perché avevo fame e sentivo che ti avrei trovata qui!»

Finalmente TarmaLen aveva realizzato il suo sogno. Chi l’aveva presa in giro, come quella cometa, ora si vergognava e ammirava con un pizzico d’invidia la bella e felice creatura in cui si era trasformata la mia amica.

Ora questa farfalla vive in mezzo a noi stelle e ci rende ancora più splendenti. Torna sempre sulla Luna per pulirla dalle piume di cometa e dalle impronte lasciate dagli astronauti. Ovviamente, quando ha fame, vuole riempirsi la pancia di lana di Luna. Mentre sgranocchia e rosicchia, le sue ali continuano a sbattere, sollevando un polverone di… di briciole!
Quando non sa cosa fare, TarmaLen si siede sulla faccia della Luna e osserva divertita gli abitanti della Terra che ne ammirano le macchie e si domandano come si siano formate. Nessuno sa dare una risposta esatta e precisa. E tu, promettimi che non racconterai in giro chi è stato. Che rimanga sempre un segreto solo tra me, te e TarmaLen!

Una volta, sulla Luna trovai una tarma ferita, triste e sperduta. In seguito a  un episodio un po’ sfortunato la persi di vista. Ora sulla Luna l’ho ritrovata felice, soddisfatta e matura. Anche se cambiata, TarmaLen non mi ha mai dimenticata: mi è sempre rimasta amica!

© Harfang Diseuse

 

Incontro

Ripropongo volentieri (e non in reblog) il racconto che la foto di Kalosf mi ha ispirato in occasione del suo secondo compleblog, ringraziandolo ancora  per l’opportunità che mi ha regalato.

separatore-webImmersa nella lettura di documenti per la riunione dell’indomani, nonostante fosse solo tardo pomeriggio era già comodamente seduta sul letto, semi avvolta nel piumone. Si trovava nella solita stanza, piccola e accogliente, dell’hotel ormai a lei familiare. Lo sceglieva ogniqualvolta si recava a Firenze per lavoro.

Vibrò il cellulare. A lungo. Nascosto sotto i fogli sparsi al suo fianco, lo cercò a tentoni senza guardare, concentratissima su grafici e tabelle. L’avvicinò all’orecchio convinta di sentire la voce del suo Edo che, dall’altro capo del mondo, le augurava una buona serata e le dava la buonanotte. Una dolce abitudine anche dopo tanti anni di matrimonio quando le rispettive attività li tenevano separati per alcuni giorni.
“Pronto? Ciao Roberta…”
Ops! Osservò il display. Non riconobbe il numero.
“Pronto? Ciao… ma chi sei, scusa…?” eppure quella erre arrotata e vibrante avrebbe dovuto ricordarle qualcuno.
“Mais, c’est moi… sono io, Xavier! Come stai? Non è che disturbo, vèro?” Non aveva proprio perso l’accento francese nonostante anni e anni trascorsi all’estero.
“Ma… Xavier!!!… Che sorpresa! Quanto tempo! Io tutto ok, e tu?”
“Moi, bène mòlto bène. Ora che ti sẽnto va ãncòra meglio. Ho avuto il tuo numero da Marta, l’ho incontrata un paio di volte per lavòro. Abbiamo parlato di te, e così mi son detto – pourquoi pas? – perché non salutarla?” Roberta adorava la musicalità di quella voce, l’inflessione inconfondibile, nasali, vocali aperte e erre marcata a ricamare un italiano perfetto. Ora non aveva dubbi: era proprio Xavier, l’avrebbe riconosciuto tra mille.
“Sẽnti chérie, sono in Italia per qualche giòrno, passo a trovarti?” Brillante come sempre, pensò Roberta.
“Cavoli! Mi dispiace! Non sono a casa… Sto a Firenze e ci resto fino a mercoledì. Désolée, davvero!”
“Pas de problème! Sai che sòno a Ròma? Mi fermo a Firẽnze prima di riẽntrare in Frãncia. Possiamo vederci domani sèra?… Al solito posto?…”
Roberta ebbe un tuffo al cuore, ma si riprese subito.
“Perfetto! Lo ricordo ancora molto bene, sai?…” Non riusciva a essere disinvolta come lui. La sorpresa le aveva fatto perdere la favella, fatto inusuale per lei. Rispondeva in modo lucido ma laconico.
“Allora a domani!”
“A demain chérie e bonne nuit! Bisous!”

Roberta appoggiò il cellulare al mento. Xavier era come un fantasma che risuscitava dal passato. Si sentiva confusa, lusingata, frastornata, felice. Insomma, era un caos di emozioni.
Si alzò dal letto, aveva bisogno d’aria fresca. Spalancò la finestra e le si presentò uno spettacolo mozzafiato. Non le era mai capitata una serata simile a Firenze, almeno in inverno. L’ora del crepuscolo: ultimi chiarori del giorno che muore, la notte non ancora nata, un cielo dal bagliore lunare solcato da striature biancastre simili a pennellate ad acquarello, le luci dei lampioni sul lungo Arno. Il riflesso tremulo nell’acqua le trasformava in stelle filanti rievocando ballerine di fila nelle riviste di un tempo con costumi cosparsi di lustrini sul palco blu intenso del fiume. Una volta celeste al contrario. E lì, stagliato in mezzo al quadro, il profilo del ponte, il loro ponte, il loro posto. Dopo Parigi, Firenze li aveva spesso accolti nel suo abbraccio.

foto SandroRoberta si rannicchiò nel bavero della vestaglia. L’aria era frizzante, benefica però, e ne respirò a pieni polmoni. Chiuse la finestra.
Lo faceva spesso nel piccolo monolocale di Xavier: una mansardina in Rue Laplace, strada tranquilla nei pressi del Jardin du Luxembourg e a pochi minuti dal Panthéon. A Xavier piaceva che l’atmosfera del Quartier Latin entrasse nella stanza, e Roberta non poteva chiedere di meglio.

Era arrivata a Parigi per seguire uno stage di perfezionamento in linguistica alla Sorbonne. Da subito aveva amato quell’ambiente; estroversa e socievole, non le era stato difficile inserirsi in gruppi di studenti o professori già affiatati tra loro. La sua comunicativa risultava contagiosa.
Xavier era uno dei tanti compagni di studio. Di qualche anno più grande di lei, aveva già tenuto alcuni corsi a studenti. Arguto e intelligente, era destinato a una sicura carriera in università, Roberta glielo ripeteva in continuazione. Lui si schermiva, ma era visibilmente compiaciuto almeno agli occhi di Roby che iniziava a conoscerlo davvero bene. Trascorrevano parecchio tempo insieme, in biblioteca a studiare o nei cortili della Sorbonne a discutere. Erano in disaccordo su tante cose e proprio durante un animato scambio di opinioni Roberta si trovò improvvisamente le labbra di Xavier stampate sulle sue. Spontaneo, naturale, bello. Da lì alle lenzuola della mansardina il passo fu breve. Seguirono serate stupende, cenette in casa a base di camembert, baguette e Beaujolais, rigorosamente acquistato al supermarket, o qualche volta, borsellino permettendo, in un delizioso piccolo bistrot in Rue Princesse chiacchierando e amoreggiando davanti a un faux-filet e un buon bicchiere di bordeaux.

“Santo cielo Roby, perché ora ti perdi nei ricordi? A che serve? Uff… rivedrai un vecchio amico, e che sarà mai!?” Sprimacciò il cuscino, era stanca. “Forza! Dai!… Dormiamoci su… domani è una giornata pesante…” Appoggiò la testa e si addormentò come un sasso.

Rientrata in hotel, verso sera, si concesse una lunga doccia calda e rilassante. I meeting erano stati più impegnativi del previsto. L’incontro con Xavier meritava una Roberta in forma.
Il getto d’acqua scorreva sui capelli, le accarezzava le guance, massaggiava delicatamente il corpo.

Come bruciava la pioggia sul viso quel giorno al Jardin du Luxembourg! Si confondeva con le lacrime che si asciugavano al vento freddo di un umido pomeriggio primaverile, non raro a Parigi. Lei e Xavier si stavano salutando: Roberta sarebbe rientrata in Italia e lui, vincitore di un concorso a cattedra, aveva accettato di trasferirsi negli Stati Uniti. Un’occasione da non perdere. Roberta non poteva di certo seguirlo; anche per lei in Italia esistevano concrete prospettive professionali.
“Mais je t’aime, lo sai bène! Ci scriverèmo, ci telefonerèmo, appena posso salgo sul primo aereo e corro da te…” Ma lei sapeva che non sarebbe stato così, che tutto si sarebbe pian piano smorzato per poi spegnersi. Colpa di nessuno, semmai conseguenza della vita la cui concreta quotidianità non ha nulla dell’assoluto cui si crede quando ci si innamora a vent’anni o poco più. Xavier la teneva stretta a sé sfiorando con le mani gli abiti bagnati. Non avevano neppure cercato riparo almeno sotto un albero; se ne stavano lì, appiccicati, i baci di lui a coprire occhi, guance, labbra, collo di lei.

Roberta scosse la testa per dare forma alla capigliatura umida. Un modo per scacciare nostalgia e tristezza? Si guardò allo specchio. “Ma va là! Su, datti una mossa! Vestiti, truccati, sfodera il tuo sorriso migliore, la tua solita esuberanza e raggiungilo!” Era brava a gestire le situazioni.
Uscì dall’albergo. Percorse il lungo Arno che la sera precedente aveva contemplato dalla finestra. I lampioni illuminavano il marciapiede mentre sulla sponda opposta del fiume sembrava che le case stessero già riposando, immerse nell’acqua e in una penombra rassicurante.

Camminava spedita anche se non aveva fretta. Arrivata al ponte, rallentò il passo. Nel via vai di gente, aveva riconosciuto la silhouette di un uomo semi illuminata dalla luce romanticamente fioca di un lampione. Si mosse verso di lei e le si avvicinò: era Xavier. Nessuna formalità: un immediato, rapido e intenso abbraccio sussurrando reciprocamente un semplice “ciao” all’orecchio. Rimasero così per minuti, travolti dall’emozione, senza dirsi altro. Le parole non servivano. Erano sul loro ponte che abbracciava l’Arno mentre le loro braccia univano lo spazio e il tempo che li avevano separati. Quel ponte diventava, ancor più che nel passato, il ‘loro posto’: metafora di un’unione nella simbiosi tra ponte reale e sentimentale.

L’aria era pungente e Roberta si staccò appena per stringersi nel piumino. Xavier la riafferrò e la strinse ancora più forte per scaldarla; poi le prese il volto tra le mani e iniziò a guardarla intensamente negli occhi. Proprio come al Jardin du Luxembourg, ma senza lacrime questa volta. Il non detto affiorava negli sguardi e nei gesti: gli occhi parlavano trasmettendo ondate di sentimento. Xavier glieli accarezzò con le labbra, per Roberta un déjà vu che la fece ritornare ventenne per lunghi istanti. Le labbra si sfiorarono…

… Lo squillo del cellulare riecheggiò nella stanza.
Con un gesto istintivo Roberta lo toccò e contemporaneamente accese la radio. In quella camera, anche al buio, ormai sapeva dove trovare il pulsante. Trasmettevano Una lunga storia d’amore cantata da Gino Paoli.
Era mattina. Roberta si stava svegliando al suono di quella melodia, la colonna sonora della storia tra lei e Xavier. La prima canzone italiana che lui aveva imparato e le dedicava sempre.
Si riprese dal torpore del sonno e la realtà le apparve con chiarezza. Afferrò il cellulare e scrisse un sms annullando l’appuntamento della sera con una scusa banale.

Forse era meglio così, forse era più saggio, forse… Si ripeteva mentre, aprendo la finestra, respirava l’aria fresca dell’alba fiorentina.