Lo spettacolo (non) è finito

sipario 1

Tempo fa mi sono avventurata in una narrazione allegorica. È trascorso qualche anno e il divertissement letterario cede il passo all’amarezza del reale. La prossimità con l’attualità è molto evidente, la domanda iniziale ha perso l’ apparente ingenuità per trasformarsi in un malizioso quesito retorico. Il giullare ripropone il suo racconto, una saga iniziata secoli fa e che, ne è convinto, potrà durare molto a lungo.

Fiaba o realtà?

 

C’era una volta una zona del globo a forma di stivale con tacco e punta immersi in un mare stupendo e a contatto con altri splendidi terreni. La cultura vi era padrona: Arte e Lettere passeggiavano a braccetto visitando le varie Contee e lasciando ovunque traccia del loro passaggio. Viandanti e pellegrini provenivano da ogni parte del mondo per ammirarne la grande bellezza. In questo lembo di terra, nel tempo, iniziarono a nascere aggregazioni importanti: associazioni di individui al servizio del bene comune operavano per salvaguardare il benessere, garantire diritti, vegliare sull’osservanza dei doveri.

E fu la legge. E fu la partecipazione degli abitanti le contee per nominare i propri conti e relativi consiglieri, poi su su fino alla punta della piramide.

Essere in alto provocava vertigine e un senso di disagio. Qualcuno, tuttavia, stanziale, si abituò a queste altitudini, cominciò a respirare meglio, a sentirsi bene quasi in uno stato di ebbrezza.

E fu il potere. E fu il dominio. E fu il predominio.

Nacque Senilità, un gruppo d’individui che, partendo dalla Contea principale, allungarono i  tentacoli in varie direzioni lungo lo stivale.
«Abbiamo esperienza» dissero e tanto bastò per certificarli abili gestori della cosa pubblica con conseguente rapidissima metamorfosi in manipolatori d’istituzioni e creatori di profitto a tutti i costi.
Questi “signori” che pensavano di potere comprare tutto, speculare su cose e persone, finanche su indigenza e bisogno, non calcolarono però che il meccanismo così ben congeniato, studiato nei minimi dettagli, perfetto ai loro occhi, potesse a un certo punto urtare un ostacolo e avere una battuta d’arresto. Il motore cominciò a battere in testa.

Spuntò Gioventù, un’ampia schiera di persone per bene, una maggioranza fino a quel momento troppo silenziosa che iniziò a fare sentire la propria voce. L’eco del suo ardore si sparse per le Contee sostenuta da Purezza, Onestà, Giustizia.

E fu guerra, non di armi ma di valori contro disvalori.

«Sono folli! Vivono al di fuori della realtà! La loro passione fatta solo di cuore non servirà a nulla. Occorrono testa, tanto cervello, molta furbizia. Loro non sono in grado, non conoscono Scaltrezza!»

Mentre Senilità pronunciava queste parole, si voltò e vide un gruppetto di nuove leve, timide, in disparte, timorose.

«Ma guarda che giovani rampolli! Venite … Venite … v’insegnerò la vita, quella vera, un meraviglioso ingranaggio in cui diventerete ruote motrici.»

Li acchiappò con seduzione, li educò in tutta fretta e modellò a sua immagine, facendone copie e facsimili.

Ebbene, Gioventù urlò il suo «Non ci sto!». Non voleva crescere, diventare “adulta” se questo comportava tramare nell’oscurità, progettare all’ombra, calpestare chiunque come un sigaro ciccato, sfruttare persino una condizione simile a un mozzicone di sigaretta. Se qualcuno deragliava, era cacciato dalla porta principale del maniero: nessuna attenuante, nessuno sconto. Non si poteva tradire il motto inciso all’ingresso del castello

targa scritta

Per Senilità, Esperienza e Saggezza erano lontanissime conoscenti. Nelle sue lande, inesistenti i matrimoni con Onestà e Moralità, brave fanciulle bramate dai conti per la loro aria di primavera da trasformare in vento di tardo autunno. Bruciavano dal desiderio. Le ragazze preferivano tuttavia prati verdi e fiori freschi.

Per Gioventù non esisteva età: nella sua terra si viveva grazie agli anni del cuore, a purezza e ardore, a sfida e passione, nulla a che vedere con lo scorrere cronologico del tempo.

Se Senilità non avesse sputato insieme al suo catarro quella sfumatura di anima di cui è dotato ogni essere vivente, se Gioventù avesse avuto il suo stesso raggio d’influenza, se il suo anelito verso il nuovo, il davvero vergine, avesse potuto percorrere strade senza barriere, allora il mondo sarebbe stato ciò che DOVEVA essere.

Fiaba o realtà? Utopia o possibilità? Al lettore la scelta.

Il cantore che, accompagnato dalla sua lira, ha narrato nei principali castelli delle Contee questa epopea del Malaffare e l’allegorica lotta tra la lestofante Senilità e la proba Gioventù conclude, sempre in musica, con questo auspicio

Verrit humum bene scopa recens ¹

e saluta con il consueto finale

Acta est fabula ²

giullare

¹ scopa nuova spazza bene la polvere
² lo spettacolo è finito

 

 

 

Incontro

Ripropongo volentieri (e non in reblog) il racconto che la foto di Kalosf mi ha ispirato in occasione del suo secondo compleblog, ringraziandolo ancora  per l’opportunità che mi ha regalato.

separatore-webImmersa nella lettura di documenti per la riunione dell’indomani, nonostante fosse solo tardo pomeriggio era già comodamente seduta sul letto, semi avvolta nel piumone. Si trovava nella solita stanza, piccola e accogliente, dell’hotel ormai a lei familiare. Lo sceglieva ogniqualvolta si recava a Firenze per lavoro.

Vibrò il cellulare. A lungo. Nascosto sotto i fogli sparsi al suo fianco, lo cercò a tentoni senza guardare, concentratissima su grafici e tabelle. L’avvicinò all’orecchio convinta di sentire la voce del suo Edo che, dall’altro capo del mondo, le augurava una buona serata e le dava la buonanotte. Una dolce abitudine anche dopo tanti anni di matrimonio quando le rispettive attività li tenevano separati per alcuni giorni.
“Pronto? Ciao Roberta…”
Ops! Osservò il display. Non riconobbe il numero.
“Pronto? Ciao… ma chi sei, scusa…?” eppure quella erre arrotata e vibrante avrebbe dovuto ricordarle qualcuno.
“Mais, c’est moi… sono io, Xavier! Come stai? Non è che disturbo, vèro?” Non aveva proprio perso l’accento francese nonostante anni e anni trascorsi all’estero.
“Ma… Xavier!!!… Che sorpresa! Quanto tempo! Io tutto ok, e tu?”
“Moi, bène mòlto bène. Ora che ti sẽnto va ãncòra meglio. Ho avuto il tuo numero da Marta, l’ho incontrata un paio di volte per lavòro. Abbiamo parlato di te, e così mi son detto – pourquoi pas? – perché non salutarla?” Roberta adorava la musicalità di quella voce, l’inflessione inconfondibile, nasali, vocali aperte e erre marcata a ricamare un italiano perfetto. Ora non aveva dubbi: era proprio Xavier, l’avrebbe riconosciuto tra mille.
“Sẽnti chérie, sono in Italia per qualche giòrno, passo a trovarti?” Brillante come sempre, pensò Roberta.
“Cavoli! Mi dispiace! Non sono a casa… Sto a Firenze e ci resto fino a mercoledì. Désolée, davvero!”
“Pas de problème! Sai che sòno a Ròma? Mi fermo a Firẽnze prima di riẽntrare in Frãncia. Possiamo vederci domani sèra?… Al solito posto?…”
Roberta ebbe un tuffo al cuore, ma si riprese subito.
“Perfetto! Lo ricordo ancora molto bene, sai?…” Non riusciva a essere disinvolta come lui. La sorpresa le aveva fatto perdere la favella, fatto inusuale per lei. Rispondeva in modo lucido ma laconico.
“Allora a domani!”
“A demain chérie e bonne nuit! Bisous!”

Roberta appoggiò il cellulare al mento. Xavier era come un fantasma che risuscitava dal passato. Si sentiva confusa, lusingata, frastornata, felice. Insomma, era un caos di emozioni.
Si alzò dal letto, aveva bisogno d’aria fresca. Spalancò la finestra e le si presentò uno spettacolo mozzafiato. Non le era mai capitata una serata simile a Firenze, almeno in inverno. L’ora del crepuscolo: ultimi chiarori del giorno che muore, la notte non ancora nata, un cielo dal bagliore lunare solcato da striature biancastre simili a pennellate ad acquarello, le luci dei lampioni sul lungo Arno. Il riflesso tremulo nell’acqua le trasformava in stelle filanti rievocando ballerine di fila nelle riviste di un tempo con costumi cosparsi di lustrini sul palco blu intenso del fiume. Una volta celeste al contrario. E lì, stagliato in mezzo al quadro, il profilo del ponte, il loro ponte, il loro posto. Dopo Parigi, Firenze li aveva spesso accolti nel suo abbraccio.

foto SandroRoberta si rannicchiò nel bavero della vestaglia. L’aria era frizzante, benefica però, e ne respirò a pieni polmoni. Chiuse la finestra.
Lo faceva spesso nel piccolo monolocale di Xavier: una mansardina in Rue Laplace, strada tranquilla nei pressi del Jardin du Luxembourg e a pochi minuti dal Panthéon. A Xavier piaceva che l’atmosfera del Quartier Latin entrasse nella stanza, e Roberta non poteva chiedere di meglio.

Era arrivata a Parigi per seguire uno stage di perfezionamento in linguistica alla Sorbonne. Da subito aveva amato quell’ambiente; estroversa e socievole, non le era stato difficile inserirsi in gruppi di studenti o professori già affiatati tra loro. La sua comunicativa risultava contagiosa.
Xavier era uno dei tanti compagni di studio. Di qualche anno più grande di lei, aveva già tenuto alcuni corsi a studenti. Arguto e intelligente, era destinato a una sicura carriera in università, Roberta glielo ripeteva in continuazione. Lui si schermiva, ma era visibilmente compiaciuto almeno agli occhi di Roby che iniziava a conoscerlo davvero bene. Trascorrevano parecchio tempo insieme, in biblioteca a studiare o nei cortili della Sorbonne a discutere. Erano in disaccordo su tante cose e proprio durante un animato scambio di opinioni Roberta si trovò improvvisamente le labbra di Xavier stampate sulle sue. Spontaneo, naturale, bello. Da lì alle lenzuola della mansardina il passo fu breve. Seguirono serate stupende, cenette in casa a base di camembert, baguette e Beaujolais, rigorosamente acquistato al supermarket, o qualche volta, borsellino permettendo, in un delizioso piccolo bistrot in Rue Princesse chiacchierando e amoreggiando davanti a un faux-filet e un buon bicchiere di bordeaux.

“Santo cielo Roby, perché ora ti perdi nei ricordi? A che serve? Uff… rivedrai un vecchio amico, e che sarà mai!?” Sprimacciò il cuscino, era stanca. “Forza! Dai!… Dormiamoci su… domani è una giornata pesante…” Appoggiò la testa e si addormentò come un sasso.

Rientrata in hotel, verso sera, si concesse una lunga doccia calda e rilassante. I meeting erano stati più impegnativi del previsto. L’incontro con Xavier meritava una Roberta in forma.
Il getto d’acqua scorreva sui capelli, le accarezzava le guance, massaggiava delicatamente il corpo.

Come bruciava la pioggia sul viso quel giorno al Jardin du Luxembourg! Si confondeva con le lacrime che si asciugavano al vento freddo di un umido pomeriggio primaverile, non raro a Parigi. Lei e Xavier si stavano salutando: Roberta sarebbe rientrata in Italia e lui, vincitore di un concorso a cattedra, aveva accettato di trasferirsi negli Stati Uniti. Un’occasione da non perdere. Roberta non poteva di certo seguirlo; anche per lei in Italia esistevano concrete prospettive professionali.
“Mais je t’aime, lo sai bène! Ci scriverèmo, ci telefonerèmo, appena posso salgo sul primo aereo e corro da te…” Ma lei sapeva che non sarebbe stato così, che tutto si sarebbe pian piano smorzato per poi spegnersi. Colpa di nessuno, semmai conseguenza della vita la cui concreta quotidianità non ha nulla dell’assoluto cui si crede quando ci si innamora a vent’anni o poco più. Xavier la teneva stretta a sé sfiorando con le mani gli abiti bagnati. Non avevano neppure cercato riparo almeno sotto un albero; se ne stavano lì, appiccicati, i baci di lui a coprire occhi, guance, labbra, collo di lei.

Roberta scosse la testa per dare forma alla capigliatura umida. Un modo per scacciare nostalgia e tristezza? Si guardò allo specchio. “Ma va là! Su, datti una mossa! Vestiti, truccati, sfodera il tuo sorriso migliore, la tua solita esuberanza e raggiungilo!” Era brava a gestire le situazioni.
Uscì dall’albergo. Percorse il lungo Arno che la sera precedente aveva contemplato dalla finestra. I lampioni illuminavano il marciapiede mentre sulla sponda opposta del fiume sembrava che le case stessero già riposando, immerse nell’acqua e in una penombra rassicurante.

Camminava spedita anche se non aveva fretta. Arrivata al ponte, rallentò il passo. Nel via vai di gente, aveva riconosciuto la silhouette di un uomo semi illuminata dalla luce romanticamente fioca di un lampione. Si mosse verso di lei e le si avvicinò: era Xavier. Nessuna formalità: un immediato, rapido e intenso abbraccio sussurrando reciprocamente un semplice “ciao” all’orecchio. Rimasero così per minuti, travolti dall’emozione, senza dirsi altro. Le parole non servivano. Erano sul loro ponte che abbracciava l’Arno mentre le loro braccia univano lo spazio e il tempo che li avevano separati. Quel ponte diventava, ancor più che nel passato, il ‘loro posto’: metafora di un’unione nella simbiosi tra ponte reale e sentimentale.

L’aria era pungente e Roberta si staccò appena per stringersi nel piumino. Xavier la riafferrò e la strinse ancora più forte per scaldarla; poi le prese il volto tra le mani e iniziò a guardarla intensamente negli occhi. Proprio come al Jardin du Luxembourg, ma senza lacrime questa volta. Il non detto affiorava negli sguardi e nei gesti: gli occhi parlavano trasmettendo ondate di sentimento. Xavier glieli accarezzò con le labbra, per Roberta un déjà vu che la fece ritornare ventenne per lunghi istanti. Le labbra si sfiorarono…

… Lo squillo del cellulare riecheggiò nella stanza.
Con un gesto istintivo Roberta lo toccò e contemporaneamente accese la radio. In quella camera, anche al buio, ormai sapeva dove trovare il pulsante. Trasmettevano Una lunga storia d’amore cantata da Gino Paoli.
Era mattina. Roberta si stava svegliando al suono di quella melodia, la colonna sonora della storia tra lei e Xavier. La prima canzone italiana che lui aveva imparato e le dedicava sempre.
Si riprese dal torpore del sonno e la realtà le apparve con chiarezza. Afferrò il cellulare e scrisse un sms annullando l’appuntamento della sera con una scusa banale.

Forse era meglio così, forse era più saggio, forse… Si ripeteva mentre, aprendo la finestra, respirava l’aria fresca dell’alba fiorentina.

Un anno di noi: Primula e Kalosf

 

Sensibile, gentile, attento, squisitamente discreto: questa è l’immagine che ho di Kalosf. Entra in punta di piedi negli spazi altrui, mai sopra le righe negli interventi, sempre cordiale e accogliente nell’ambiente del suo blog.

Credo che il punto di osservazione privilegiato del fotografo, il cui occhio da dietro l’obiettivo interpreta la realtà, dà vita a volti, corpi, oggetti e crea momenti animandoli di essenza propria, gli abbia conferito la capacità di cogliere l’anima degli altri tra le righe o nelle parole che legge di loro.

Così è capitato per me. Amo i ponti in modo particolare con la stessa intensità con cui respingo barriere e muri. Il ponte collega, unisce, abbraccia, è simbolo di condivisione, partecipazione, complicità. Valori in cui credo fortemente.

In occasione del suo secondo compleblog, ecco che Kalosf m’invia una fotografia di Firenze con un ponte al centro, protagonista dello scatto. Non potevo essere più felice.
Ho osservato l’immagine qualche istante e ho visto in quel ponte la metafora di un legame: due cuori, due corpi. Molta fantasia, il rispolvero di alcuni ricordi giovanili ormai lontani ed ecco la storia di un incontro.

Grazie Kalosf per la disponibilità con cui regali le tue creature perché possano fare nascere altro.

kalosf

Lo ha fatto l’anno scorso in un “Fuori Compleblog” inatteso. Ci riprova quest’anno, con un racconto carico di sentimenti e emozioni come lei sa scrivere. Il suo blog è trasgressivo, poichè attraverso la sua scrittura Primula cerca un senso, un percorso e lo fa attraverso la levità del suo mondo interiore, non tralasciando l’esperienza della letteratura (della quale è un’attenta conoscitrice) e le esperienze reali del quotidiano.

Grazie di esserci Primula, grazie di aver voluto ancora una volta far parte di questo Compleblog. E grazie per la tua “trasgressione” letteraria…

Incontro

Immersa nella lettura di documenti per la riunione dell’indomani, nonostante fosse solo tardo pomeriggio era già comodamente seduta sul letto, semi avvolta nel piumone. Si trovava nella solita stanza, piccola e accogliente, dell’hotel ormai a lei familiare. Lo sceglieva ogniqualvolta si recava a Firenze per lavoro.

Vibrò il cellulare. A lungo. Nascosto sotto i fogli sparsi al…

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Fiaba o realtà?

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C’era una volta una zona del globo a forma di stivale con tacco e punta immersi in un mare stupendo e a contatto con altri splendidi terreni. La cultura vi era padrona: Arte e Lettere passeggiavano a braccetto visitando le varie Contee e lasciando ovunque traccia del loro passaggio. Viandanti e pellegrini provenivano da ogni parte del mondo per ammirarne la grande bellezza. In questo lembo di terra, nel tempo, iniziarono a nascere aggregazioni importanti: associazioni di individui al servizio del bene comune operavano per salvaguardare il benessere, garantire diritti, vegliare sull’osservanza dei doveri.

E fu la legge. E fu la partecipazione degli abitanti le contee per nominare i propri conti e relativi consiglieri, poi su su fino alla punta della piramide.

Essere in alto provocava vertigine e un senso di disagio. Qualcuno, tuttavia, stanziale, si abituò a queste altitudini, cominciò a respirare meglio, a sentirsi bene quasi in uno stato di ebbrezza.

E fu il potere. E fu il dominio. E fu il predominio.

Nacque Senilità, un gruppo d’individui che, partendo dalla Contea principale, allungarono i  tentacoli in varie direzioni lungo lo stivale. «Abbiamo esperienza» dissero e tanto bastò per certificarli abili gestori della cosa pubblica con conseguente rapidissima metamorfosi in manipolatori d’istituzioni e creatori di profitto a tutti i costi. Questi “signori” convinti di potere comprare tutto, speculare su cose e persone, finanche su indigenza e bisogno, non calcolarono però che il meccanismo così ben congeniato, studiato nei minimi dettagli, perfetto ai loro occhi, potesse a un certo punto urtare un ostacolo e avere una battuta d’arresto. Il motore cominciò a battere in testa.

Spuntò Gioventù, un’ampia schiera di persone per bene, una maggioranza fino a quel momento troppo silenziosa che iniziò a fare sentire la propria voce. L’eco del suo ardore si sparse per le Contee sostenuta da Purezza, Onestà, Giustizia.

E fu guerra, non di armi ma di valori contro disvalori.

«Sono folli! Vivono al di fuori della realtà! La loro passione fatta solo di cuore non servirà a nulla. Occorrono testa, tanto cervello, molta furbizia. Loro non sono in grado, non conoscono Scaltrezza!»

Mentre Senilità pronunciava queste parole, si voltò e vide un gruppetto di nuove leve, timide, in disparte, timorose.

«Ma guarda che giovani rampolli! Venite … Venite … v’insegnerò la vita, quella vera, un meraviglioso ingranaggio in cui diventerete ruote motrici.»

Li acchiappò con seduzione, li educò in tutta fretta e modellò a sua immagine, facendone copie e facsimili.

Ebbene, Gioventù urlò il suo «Non ci sto!». Non voleva crescere, diventare “adulta” se questo comportava tramare nell’oscurità, progettare all’ombra, calpestare chiunque come un sigaro ciccato, sfruttare persino una condizione simile a un mozzicone di sigaretta. Se qualcuno deragliava, era cacciato dalla porta principale del maniero: nessuna attenuante, nessuno sconto. Non si poteva tradire il motto inciso all’ingresso del castello

targa scritta

Per Senilità, Esperienza e Saggezza erano lontanissime conoscenti. Nelle sue lande, inesistenti i matrimoni con Onestà e Moralità, brave fanciulle bramate dai conti per la loro aria di primavera da trasformare in vento di tardo autunno. Bruciavano dal desiderio. Le ragazze preferivano tuttavia prati verdi e fiori freschi.

Per Gioventù non esisteva età: nella sua terra si viveva grazie agli anni del cuore, a purezza e ardore, a sfida e passione, nulla a che vedere con lo scorrere cronologico del tempo.

Se Senilità non avesse sputato insieme al suo catarro quella sfumatura di anima di cui è dotato ogni essere vivente, se Gioventù avesse avuto il suo stesso raggio d’influenza, se il suo anelito verso il nuovo, il davvero vergine, avesse potuto percorrere strade senza barriere, allora il mondo sarebbe stato ciò che DOVEVA essere.

Fiaba o realtà?
Utopia o possibilità?
Al lettore la scelta.

Il cantore che, accompagnato dalla sua lira, ha narrato nei principali castelli delle Contee questa epopea del Malaffare e l’allegorica lotta tra la lestofante Senilità e la proba Gioventù conclude, sempre in musica, con questo auspicio

Verrit humum bene scopa recens ¹

e saluta con il consueto finale

Acta est fabula

giullare

¹ scopa nuova spazza bene la polvere

L’ assenza non è un dono

Ho ricevuto uno splendido cadeau e chi me l’ha donato ha acconsentito a che le parole non scolorissero su un foglio di carta ingiallito.

Un giorno da un buco nel terreno uscì un uomo.
Benché avesse appena scavalcato i trent’anni, si portava addosso una faccia che non ne dimostrava più di venticinque, perlomeno quando aveva la barba tagliata; si trascinava dietro un sacco con dentro tutto quello che aveva al mondo.
Stava sempre da solo ma sosteneva ugualmente di essere il sovrano di un qualche sperduto reame, e in questa veste si presentava alla corte di vari re e prìncipi e duchi e arciduchi.
Lungo la via aveva acquistato dei cavallini pelle e ossa per farne regalo a quei rispettabili signori, assieme a qualcosa di quel poco che conservava nel sacco.
Sette troni visitò, e sette volte si prostrò e offrì il meglio di ciò che aveva, non per piaggeria ma solo perché il suo cuore non avrebbe sopportato di passare attraverso quei paesi senza rendere omaggio a chi li guidava.
In ogni reggia però si sentì umiliato, nonostante gli ospiti lo trattassero con ogni riguardo facendogli anche visitare i posti più suggestivi delle loro nazioni; però lui confrontò ciò che portava con ciò che gli altri già possedevano e ne fu sconfortato.
Lui aveva collanine bagnate nell’argento e gli altri sfarzose collane d’oro traboccanti di pietre preziose; lui aveva uno specchio incrinato e gli altri altissimi specchi a muro talmente lustri che guardandocisi attraverso si riusciva a veder dentro di sé; lui aveva pochi cavallini magri e gli altri scuderie affollate di splendidi e possenti purosangue; lui aveva un libriccino di proverbi piegato e umido e gli altri biblioteche talmente ampie che non bastava un giorno a percorrerle per intero.
Ma più umiliante ancora era la bontà d’animo di tutti loro, nessuno di loro ostentò le proprie ricchezze e nessuno di loro si sdegnò della pochezza dei doni che l’uomo portava con sé; così l’uomo dovette costatare che nemmeno il suo cuore era all’altezza di quelle nobili figure e, una sera in cui il vento aveva preso a mormorare una cantilena che gli pareva di riconoscere, decise di tornare sui suoi passi.

Bellissima fiaba, dall’atmosfera suggestiva, quasi medievale e feudale, e dal profondo significato esistenziale: la parabola di una vita, il peregrinare di un giovane giullare alla ricerca della sua collocazione nel mondo.

Si sente inadatto ai regni che visita; troppo evidente ai suoi occhi la differenza tra il suo sacco, le sue cose e lo sfavillio dei luoghi in cui è accolto; trova inadeguato persino il suo cuore.
Reagisce? No, rinuncia e rientra nella tana da cui è uscito. Sceglie il silenzio e l’oblio. Meglio sparire che elemosinare gentilezza e cordialità; preferisce l’isolamento nel suo sperduto reame in nome di un personale concetto di dignità.

Ma forse, durante il suo vagabondare, non raccoglie e non mette nel sacco il messaggio positivo che il mondo gli invia: troppo forte il richiamo di un’egocentrica cantilena.
Perché il nostro giovane uomo, dall’apparenza dimessa e modesta, è in fondo un eroe orgoglioso, personaggio di un’epopea cavalleresca pronto al sacrificio di sé e ostile al baratto.

Nell’universo delle relazioni interpersonali, quelle vere e autentiche, reali o virtuali (fa differenza?…) non esistono monarchi né sudditi, ma persone; non castelli né corti, ma case. Tutti sono ugualmente sparsi per le strade del mondo, Worldland o Blogland che sia.
Ha importanza se si percorrono autostrade o sentieri tra i campi? se si sceglie la velocità che fa intravedere o la lentezza che permette di osservare? Si arriva comunque alla meta …

Tutti suonano una tastiera: ha importanza se è un pianoforte a coda, una fisarmonica o una spinetta usata? Esce comunque armonia …

Ognuno ha il proprio sacco di esperienze, il proprio carico di sensibilità e potenzialità; ogni casa ha il proprio peculiare arredo.
Non esiste gerarchia, non un meglio o un peggio, solo una varietà di ‘sacchi’ contenenti talenti di vario peso e diverse grandezze, bagagli unici e irripetibili, non preconfezionati ma fatti ‘su misura’.
Non conta ciò che si ha, ma ciò che si fa con quel che si è.

E, tornando al nostro eroe, se fosse il suo passaggio, quasi da giovane menestrello trovatore, a dare splendore ai regni che visita? a risvegliare la bontà d’animo dei suoi ospiti e il loro sentimento d’accoglienza? a illuminare le loro dimore?

Invece, davanti a un grande specchio a muro che riflette il suo io interiore, arretra, gira le spalle e se ne va. Vedere la sua ricchezza, ossia ciò che è, lo spaventa forse?

In questi giorni, nel mio vagabondare mi sono imbattuta in uno di quei cartelli che ci si piazzano davanti agli incroci della metropoli Webcity, ma capita anche nel sobborgo di Blogland, e che propinano sentenze e verità assolute

Oscar Wilde

M’inchino al genio di Oscar Wilde, ma mi permetto di dissentire in questo caso.
L’assenza non è un regalo; lo è semmai il Tempo, e non la quantità di giorni o di ore, bensì l’intensità anche di pochi minuti dedicati all’ascolto delle parole altrui e all’elargizione delle nostre.
Nel sacco, in mezzo a tutto ciò che abbiamo, c’è questo dono, il più prezioso che possa esistere.
Un vero peccato seppellirlo.