Un flash su Cremona: l’incontro con l’arte del liutaio

Cremona, Piazza del Duomo. Il Torrazzo e il Battistero. Agosto 2016

Cremona, Piazza del Duomo. Il Torrazzo e il Battistero.
Agosto 2016

La Scuola Internazionale IPIALL Antonio Stradivari, le botteghe di liutai sparse un po’ ovunque in città fanno di Cremona il punto di riferimento mondiale del violino e la rendono capitale della liuteria. «In nessun’altra città al mondo esiste una così alta percentuale di liutai» racconta il Maestro Devanneaux nel suo atelier situato in via Sicardo, una viuzza all’ombra del Battistero dove, camminando, è possibile imbattersi in cinque negozi-studio. Sono molti, considerando lo spazio limitato e tale rapporto dà la misura della concentrazione di botteghe nel cuore di Cremona.

Cremona, Via Sicardo all'ombra del Battistero.

Cremona, Via Sicardo all’ombra del Battistero.

La Bottega del Violino del Maestro Philippe Devanneaux

La Bottega del Violino del Maestro Philippe Devanneaux

Nel 1981 Philippe Devanneaux lascia Parigi, dove è nato e ha studiato Musicologia, per approdare a Cremona in seguito all’incontro casuale con un maestro liutaio ungherese da cui il fratello violinista aveva acquistato una viola. Non conosce nulla dell’Italia né parla la lingua. Cremona è nondimeno un richiamo per chi vuole specializzarsi nell’arte della costruzione e restauro di strumenti ad arco.

Senza esitare, segue le orme di Zsolt Felegyhazy che gli ha trasmesso molto: tecnica, estro, mentalità di cittadino del mondo, spirito artistico. Un maestro vagabondo, «quasi un clochard» – lo definisce Philippe – che sei mesi più tardi parte per il Canada lasciandogli un’eredità importante: un mestiere, che affinerà presso altri liutai, alcuni attrezzi personalizzati e il banco da lavoro, persino raffinato nei particolari nonostante l’aspetto vetusto dovuto ai segni del tempo. Ha le sembianze di una credenza, dotato di cassettini, rifinito con cura ai bordi, il ripiano ricoperto da arnesi affastellati in un ordine che, a un profano, ricorda una semplice falegnameria. Questo mobile e l’altro grande tavolo, anch’esso antico che occupa il centro della bottega, conferiscono all’ambiente l’atmosfera operosa del laboratorio, trasmettono un’aria di artigianalità, l’autentico pregio di un atelier, il tratto distintivo di un creatore di violini.

Philippe Devanneaux al grande tavolo da lavoro. Sulla destra la "credenzina" del suo maestri ungherese

Philippe Devanneaux al grande tavolo da lavoro nella Bottega. Sulla destra la “credenzina” del suo maestro ungherese

Nel 1991 il maestro Devanneaux apre la sua prima bottega in piazza Padella con un amico giapponese per poi spostarsi, qualche anno più tardi, in quella di via Sicardo 12 dove opera tuttora. Un collega argentino collabora con lui; in seguito le loro strade si separano e ognuno gestisce la propria attività. Un francese, un giapponese, un argentino, prima ancora un ungherese insieme in una città italiana, piccola per dimensioni ma grande per rilevanza artistica. Che la musica sia un collante è fatto noto, che Cremona catalizzi nazionalità diverse attorno all’arte liutaria è fenomeno da valorizzare e di cui il cremonese medio dovrebbe forse essere più consapevole.

Esistono varie scuole di liuteria nel mondo. In Europa si trovano a Mittenwald in Alta Baviera (Germania), a Mirecourt in Lorena (Francia), per l’Italia è opportuno citare la Scuola Civica di Liuteria di Milano, quella internazionale di Parma, il Corso di formazione Maestri Liutai-Archettai di Gubbio e Pieve di Cento. Nessuna ha tuttavia la storia e il prestigio dell’IPIALL.

Il maestro Devanneaux mi conferma che Cremona è una tappa obbligata per qualunque aspirante liutaio, allievo, apprendista, di ogni nazionalità. Tutti, indistintamente, a diploma conseguito in altri stati o città, vi risiedono per un anno o anche più con lo scopo di vedere e toccare con mano l’arte del manufatto e imparare lo stile cremonese.

L’estetica è aspetto considerevole in un violino. Determina la grazia di questo strumento che è unico: fatto artigianalmente, non ne esiste uno uguale all’altro. L’abilità del liutaio consiste nello sfruttare al massimo il legno scelto per ottenere un certo suono che avrà il colore e il timbro desiderato dal suo violinista. Diventerà il suono di quel musicista e di nessun altro. L’arte inizia a monte e ancor prima di bombature, fori di risonanza, inclinazione del manico, corde e vernici. Nasce nell’ascolto di un pezzo di abete, materiale insostituibile, e acero o pero, accarezzato, picchiettato, guardato, scrutato, operazione che permette a un liutaio esperto e dotato di intuire se la tonalità dello strumento futuro potrà essere chiara o scura. Questa capacità è maestria vera, si acquisisce con anni di lavoro, è indiscutibile, ma forse la sensibilità artistica personale gioca un ruolo non secondario.

Incontri alla Bottega del Violino

Incontri alla Bottega del Violino

Nella sua Bottega in via Sicardo, il maestro Philippe Devanneaux organizza audizioni di solisti e incontri per gruppi interessati a conoscere le fasi della costruzione di un violino. Servono due mesi per completare il lavoro ed è ovvio che in queste visite al laboratorio siano solo presentati attrezzi, resine, legni, parti dello strumento. È un’esperienza formativa, un approccio alla musica risalente alla nascita di un mezzo per praticarla, di cui dovrebbero beneficiare le scuole laddove la materia è curriculare.

Ebbene, dialogando con il Maestro scopro un paradosso. Tra i visitatori del suo atelier, annovera stranieri di ogni parte del mondo – da americani a giapponesi – nostri connazionali – da Torino a Venezia, da Milano a Palermo – mentre i cremonesi sono in netta minoranza. Le classi di studenti soprattutto sono pressoché assenti, fatta eccezione per alcune Scuole Medie della provincia. Ma come? Abbiamo l’arte in casa e non si sfrutta l’occasione? Giustissimo visitare il Museo del Violino, struttura davvero ben studiata. Non è comunque paragonabile al contatto diretto con il clima di creatività manuale percepito in un laboratorio che continua l’eredità dei grandi maestri liutai, Stradivari o Guarneri del Gesù.

Mai dare per scontata una tradizione che, se si vuole mantenere viva, va coltivata, assaporata, conosciuta e diffusa non solo dagli addetti ai lavori.

E ora, buon ascolto.

Venerdì 11 settembre 2015: uno strepitoso Sergej Krylov si esibisce con uno Stradivari del 1715 nell’ Auditorium del Museo del Violino di Cremona.

 

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Uno stralcio di questo articolo è pubblicato sulla rivista letteraria Librarsi  n. 1 Anno V  (gennaio, febbraio, marzo 2017) di Apostrofo Editore.

 

Iniziamo da noi

La routine di carrelli in fila in un supermarket, alcuni più ricchi di altri: il cenone di Natale impone acquisti straordinari a chi può. Tre o quattro persone mi separano dalla cassa. Per ingannare l’attesa giocherello con lo smartphone. Brusio di voci concitate nei pressi del rullo, mi scosto leggermente per vedere. Una donna parla animatamente con la cassiera, il viso delizioso incorniciato da un hijab non è tuttavia contratto.
Conosco gli islamici, so la loro consuetudine a concitarsi anche in una normale conversazione. Non discutono, comunicano.
La donna non ha sufficiente denaro per pagare la spesa, chiede pertanto di togliere alcuni articoli dal suo mucchietto. Non riesco a distinguere quali, forse sono di prima necessità.
All’istante, il mio pensiero corre alla signora Teresa: episodio analogo con una diversa protagonista. La ristrettezza non ha nazionalità.
Condivido le mie riflessioni di allora che restano quelle di oggi.
Natale e la prospettiva di un Nuovo Anno, di una stagione speriamo più felice, si trovano nella concretezza di un quotidiano vissuto al meglio delle possibilità personali.
Bastano piccoli gesti, frasi pronunciate senza la volontà di imporre con violenza se stessi e la propria idea, l’umiltà di conoscere prima di esprimersi, la delicatezza del non giudicare, l’intelligenza dell’autocritica, la capacità di distinguere tra convivenza civile e politica sull’immigrazione, lo sforzo per non scadere negli -ismi di ogni genere – alterazioni linguistiche e comportamentali -, l’assunzione della responsabilità, l’abbandono del comodo e tranquillo delegare.

goccia_nell_oceanoUn augurio a me stessa e a tutti: iniziamo da noi.

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Miseria e nobiltà

Supermercato, ore 11,30.
Alla cassa davanti a me una signora anziana, circa ottant’anni anni, pulita, profumata, vestiti dismessi, vecchi ma dignitosi.
Dalla busta estrae mezzo litro di latte, un pacchetto di biscotti secchi, uno di fette biscottate, una confezione di tè, una di camomilla e un pacchettino di prosciutto cotto, tutto rigorosamente di sottomarca. La cassiera batte lo scontrino: €. 3,38. La signora apre un borsello piccolo piccolo e inizia a contare tutte le monetine. Arriva a due euro e trentacinque centesimi, mancano un euro e tre centesimi. Cerca nelle tasche. La cassiera chiede cosa deve stornare. La signora guarda i prodotti acquistati e sussurra: « I biscotti… nel latte metterò le fette biscottate.»

Non riesco a trattenermi. Deposito un euro e dieci centesimi sulla cassa e cortesemente ma con decisione: « Alla Signora non storna proprio niente.»
Mi guarda.  «Sono mortificata….che Dio la benedica….questi soldi glieli ridarò, appena mi vede mi chiami, sono Teresa… »
«Non si preoccupi Signora, non glieli regalo, glieli presto, stia tranquilla, magari la prossima volta sarà lei a doverli prestare a me… »
Piango di commozione mentre rientro a casa. Sono sicura che la rivedrò e certamente farò finta di non vederla. Voglio che pensi che non ci siamo più incontrate…

Se si volesse cercare e trovare una definizione al termine dignità, nulla di più efficace del comportamento e delle parole della signora Teresa. Nessuna pretesa alla richiesta su “cosa stornare”; piuttosto che umiliarsi a chiedere, ecco la rinuncia a qualche biscotto secco. Nessuna traccia di orgoglio tuttavia nel suo gesto o acredine nei confronti della cassiera: è talmente signorile da capire che quella ragazza sta facendo il suo lavoro.

Se esiste un alone di poesia” nella povertà, questo ne è un esempio.
La Signora Teresa potrebbe davvero essere quasi una figura letteraria, un personaggio d’invenzione, il soggetto di una lirica, assurgendo a simbolo di una condizione esistenziale precaria e difficile, ma vissuta con estremo decoro. Questo racconto sembrerebbe allora un aneddoto e sarebbe quindi irrilevante sapere se è reale e vero. Emergerebbe il legame strettissimo tra un’immagine e un’idea: un individuo povero e la sua grandezza morale, la sua miseria e la sua nobiltà.

Questa donna è un ossimoro vivente: in lei contrastano armoniosamente indigenza e ricchezza interiore, antitesi che si annulla quando pronuncia il suo nome: Teresa. Non è una persona anonima, ha un nome, un’identità; si presenta proprio per essere identificata e riconosciuta non come quella povera ma come la signora Teresa.

Un momento di vita quotidiana che mi ha fatto riflettere molto sulla necessità di pensare ai meno abbienti, a ognuno di loro, come singoli individui con le loro peculiari necessità, di non fermarsi a filosofeggiare sul concetto astratto di povertà imbevuto di discorsi belli ma retorici, a scapito talora dell’azione concreta.

Paragonata alla miseria morale “senza poesia” di mentitori professionisti, arrivisti, arricchiti ipocriti incalliti, amministratori e politici corrotti, ci si può solo inchinare di fronte a tanta dignità, al rifiuto di un’elemosina, alzare il cappello e salutare con rispetto e ammirazione.

 

Legami senza tempo

Apparizione di Léopoldine - disegno di V. Hugo

Apparizione di Léopoldine – disegno di V. Hugo, dal libro Les Contemplations éd. Garnier

Un testo intenso, un ricordo delicato: le parole penetrano nel cuore, il proprio vissuto riemerge, un episodio eloquente riaffiora dal silenzio temporaneo finora protetto in uno strato della memoria. Sinergia di emozioni, frecce diverse lanciate simultaneamente verso un unico bersaglio: tutto converge sull’atemporalità degli affetti.

Amici riuniti attorno a un tavolo: buon cibo, ottimo vino, magnifica compagnia, chiacchiere, allegria. Si scattano foto, gli smartphone passano tra le mani, le istantanee scorrono sugli schermi. Un touch dalla pressione più decisa e veloce fa apparire una gallery. Lo sguardo di Anna si sofferma su un volto: un uomo giovane, dall’espressione buona guarda l’obiettivo con il sorriso negli occhi.

“Com’è bello il mio papi!” esclama.

Il suo papi se n’è andato bruscamente non molto tempo addietro. Nemmeno la possibilità di salutare moglie e figlia unica. Biker non professionista, amante dei motori, la passione lo segue fino alla fine, improvvisa, inaspettata. Un camion non rispetta la segnaletica stradale e, a pochi metri da casa, il crash fatale.

Osservo il viso di Anna. Si contrae, le labbra s’incurvano in un leggero tremolio per aprirsi quasi subito in un largo e tenero sorriso. È il ritratto di un dolore custodito nella serenità. Le sue parole mi toccano nel profondo, struggenti e confortanti nel contempo, tutt’altro che banali pur nella loro normalità. Basta un verbo al presente, è, quando forse, data la circostanza, la logica avrebbe suggerito era. Forse Anna sceglie d’istinto, forse vuole alludere all’immagine che sta guardando, forse… Intuisco tuttavia qualcosa che trascende la mera opzione grammaticale: una concezione della vita e del rapporto con la morte.

Non ci si rassegna mai alla perdita di chi amiamo, che sia imprevista o preannunciata. Si passa rapidamente dall’incredulità alla rabbia, dalla fatica alla disperazione; poi, il tempo attenua, le lacrime si asciugano senza per questo dimenticare. Mai. Mancano vicinanza e contatto fisico, ma i nostri padri o le nostre madri sopravvivono in ciò che ci hanno regalato con la loro presenza, breve o lunga, in un rapporto magari non facile, una relazione abitudinaria in cui non si è saputo reciprocamente individuare in tempo sprazzi di straordinarietà, o un’intesa perfetta. Poco importa ora. Nella spontaneità delle parole di Anna avverto che il suo è è anche un era e un sarà, sottintende la continuità e sintetizza un dialogo tra la vita e la morte consolatorio, rassicurante.
“Il suo papi era, è, sarà bello”, sempre.

Domani all’alba

Domani all’alba, nell’ora in cui imbiancano i campi,
partirò. Vedi, lo so che tu mi aspetti.
Vagherò per la foresta, vagherò per la montagna.
Non posso restare lontano da te più a lungo.

Camminerò con gli occhi fissi sui miei pensieri,
senza vedere niente attorno, senza ascoltare rumori,
solo, sconosciuto, schiena curva, mani giunte,
triste, e il giorno sarà per me come la notte.

Non guarderò né l’oro della sera che tramonta,
né le vele che verso Harfleur discendono da lontano
e quando arriverò, metterò sulla tua tomba
un mazzo di agrifoglio verde e di erica fiorita.

(Victor Hugo, Les Contemplations, 1856)

Ho letto e presentato tante volte questi versi di Victor Hugo. Ancora oggi disegnano una cornice perfetta al mosaico di emozioni mie personali e di chi ha voluto regalarsi, e regalare, un ricordo del proprio papà. I ruoli sono invertiti, qui è un padre che si rivolge alla figlia, ma la sostanza non muta.

Hugo ha perso la sua adorata secondogenita in un tragico incidente. Léopoldine, che lui chiamava affettuosamente Didine, e il marito morirono annegati nella Senna durante una gita in barca. Un colpo di vento fece rovesciare la loro piccola imbarcazione. Il padre apprese la notizia per caso leggendola sulle pagine  di un giornale: nella sua professionale precisione, la cronaca rese il fatto ancora più drammatico. Sofferenza inizialmente indescrivibile, rifiuto anche della scrittura; in seguito la catarsi proprio nella parola con la promessa, regolarmente mantenuta, di scrivere poesie dedicate alla figlia a ogni anniversario della sua morte. Domani all’alba è una delle più celebri.

Se non esistesse la parola tomba del penultimo verso, la percezione sarebbe di una conversazione e di un appuntamento con una persona viva: Hugo sa che lei lo sta aspettando e le si rivolge dandole del tu.
I sobri fiori di campo, raccolti probabilmente durante il cammino e deposti sul marmo in un gesto privo di solennità, diventano simbolo di vita, atto usuale, sono semplici come le parole che Anna ha deposto sulla foto del suo papà.

Ma c’è di più.

Purtroppo l’italiano non rende l’efficacia di una scelta lessicale, presente nella lingua originale, che è pregnante, bellissima, e che annulla il normale sentimento di tristezza legato alla circostanza.
Hugo mette sul tumulo della figlia un mazzo di agrifoglio verde / un bouquet de houx vert
Il termine houx vert è sintesi dei legami senza tempo. Si pronuncia come ouvert, participio passato del verbo ouvrir, aprire. Ecco che allora questi fiori modesti, non certo orchidee o rose rosse, sono simbolicamente un ponte, un’apertura della vita sulla morte.
Léopoldine era, è e sarà.

Gli occhi sorridenti del padre di Anna erano, sono e saranno, per lei, per sempre.

“Ero incredibilmente un uomo libero!”

                Molti di voi conoscono già questo racconto. Nel frattempo altri amici si sono aggiunti e mi sento  pertanto di condividere, anche quest’anno, una testimonianza di fede nell’ideale della libertà, di impegno per riconquistarla e concretizzarla.
La mia generazione ha avuto la fortuna, e alcuni come me l’hanno tuttora, di avere conosciuto la storia partigiana dalla voce diretta dei protagonisti e di averne assimilato lo spirito profondo.
Oggi zio Guido, il partigiano della mia famiglia, è alle soglie dei novant’anni, ma non ha perso la lucidità dell’analisi e la capacità di rendere vivo il ricordo. Ogni volta che parlo con lui, mi convinco sempre di più che noi italiani non possiamo non essere antifascisti, e ciò indipendentemente dall’orientamento politico attuale. Perché, per me, l’antifascismo è uno stato mentale, culturale, non ha nulla a che fare con l’adesione o la simpatia verso questo o quel partito.
La Resistenza ha creato una condizione di libertà di cui oggi sono in grado di beneficiare tutti, anche chi la irride, non ne riconosce l’enorme valore, la giudica con faziosità accusando altri di altrettanta parzialità, inconsapevoli, forse, che la loro critica è possibile proprio grazie a questo movimento.
La nostra Repubblica non sta vivendo uno dei suoi momenti migliori; non è il primo e non sarà l’ultimo. I contrasti, anche accesi, si esprimono per l’appunto perché siamo liberi.
Vorrei fare mie le parole del grande Sandro Pertini pronunciate nel Parlamento spagnolo a Madrid il 28 maggio 1980:
ove non esiste un regime democratico questi confronti e questi contrasti non si hanno. Le democrazie a menti superficiali possono apparire disordinate; le dittature invece appaiono ordinate; nessuna protesta, nessun clamore da esse si leva: ma è l’ordine delle galere, il silenzio dei cimiteri.
No, alla più perfetta delle dittature io preferirò sempre la più imperfetta delle democrazie.

Ciao Henriette

Collège International de Cannes - uno scorcio dell'interno

Collège International de Cannes – uno scorcio dell’interno

Anni ’80 – ’90. Un lungo periodo in cui, ogni settembre, all’incirca in questi giorni, stavo preparando le valigie destinazione Cannes, Collège International. Per anni la mia scuola ha organizzato corsi intensivi di lingua e letteratura all’estero: due settimane, cinque ore di lezione al giorno, un programma preparato da me e svolto al Collège in collaborazione con i docenti di madre lingua condividendo il lavoro di spiegazione, correzione e valutazione. Altrettando facevano le mie colleghe in Inghilterra e, un po’ più tardi, in Germania. Era come iniziare altrove il nuovo anno scolastico.

Un’esperienza davvero importante e completa, tipica della vita in un campus.

È facilmente intuibile che il rapporto con gli studenti fosse molto aperto: salivo ancora in cattedra, vero, ma pranzavo con loro, facevamo gruppo nei momenti di pausa tra una “racchettata” a tennis e l’altra, una partita a volley, una nuotata in mare proprio di fronte al Collège, o semplicemente seduti su una panchina nell’ampio cortile abbellito da palme e aiuole fiorite. La sera, dopo cena, raggiungevamo a volte il centro di Cannes, passeggiavamo sulla Croisette, entravamo a piccoli gruppi in qualche locale, ma molto spesso restavamo al campus, complici gli animatori che preparavano splendide serate trasformando il foyer in una discoteca, organizzando tornei di pallavolo, ping pong o scrabble.

Una compagnia eterogenea la nostra. Il Collège era frequentato da studenti di tutto il mondo; girava per il campus qualche orientale, ma la scena era dominata da ragazzoni statunitensi cresciuti a pallacanestro e palestra, corpi statuari da lasciare senza fiato le mie “fanciulle”… e pure me!

Si studiava anche, eh! Dislocati ai tavoli in cortile o all’interno, nel foyer, i ragazzi svolgevano i loro compiti per il giorno successivo, spesso a orari poco ortodossi.

«Prof, venga qua, per favore!»
«What a mess… French… is this a language?»
«S’il vous plaît… s’il vous plaît, Madame, pouvez-vous m’aider?»
«Eh, ma qui non ho mica capito, sa?»
«Primula, come here, please… pleeeas …»
«French… too much grammar, shit»
«Un aiutino… la prego… prooof…!»

Insomma, non mi annoiavo proprio nel doppio ruolo di prof e pseudo-mascotte.

In questo quadretto idilliaco, c’era un ma.

Pur a distanza, senza far percepire il fiato sul collo, i controlli erano all’ordine del giorno – dovrei piuttosto dire della notte. 😉 Captavo appuntamenti e sentivo odore di spinello lontano un miglio. I ragazzi, si sa… ma molti erano ancora minorenni e quindi ne ero direttamente responsabile.

Ed ecco Henriette. (il nome è di fantasia)

Molto carina, apparentemente timida o comunque poco estroversa – almeno con me – un’acqua cheta, ergo di quelle che alla fine creano maggiori problemi. Non mi stupiva per nulla che fosse spesso in compagnia di qualche giovanottone americano; m’insospettiva piuttosto la cautela del suo comportamento in mia presenza che si trasformava in leggera disinibizione non appena mi allontanavo. Libera – pensava – ma con la coda dell’occhio io non me n’ero mai andata.

Finché una sera, dietro una palma, vidi la sua mano aprirsi e l’amico di turno depositarvi una bustina. Tutto chiaro. Non intervenni subito, lo feci qualche ora più tardi… Chiunque stia leggendo può intuire il seguito della storia. Preciso solo che tutto rimase tra lei e me.

Tornammo in Italia. La scuola “regolare” riprese nella sua routine.
Aspettavo con ansia i colloqui con i genitori per parlare con la mamma di Henriette.
Nel frattempo avevo avvisato del fatto la Preside, che minimizzò con un «Lascia perdere.»
Lascia perdere???!!! Ero basita, o forse era al corrente di qualcosa, ma bastava dirlo.
Mi confidai con alcune colleghe.
«Ah… ma io l’avevo già vista in un portone dietro scuola… Si stava allacciando un elastico al braccio… forse… una siringa… non so…»
«E non sei intervenuta?»
«Come potevo? Ero in macchina!»
Ricordo che non risposi e contrassi i muscoli del viso in una smorfia come se avessi pestato la merda di un cane sul marciapiede.

Era una mattina d’inverno. Seduta in un’aula, aspettavo i genitori per i colloqui settimanali, quelli durante i quali è garantita una certa privacy: assente la ressa di persone che, anche da lontano, sono in grado di leggere i labiali controllando che tu abbia finalmente finito e sia arrivato il loro turno.
«Posso?»
«Prego, entri … – alzai la testa – Ah, buongiorno signora, come sta? Si accomodi!»
«Tutto bene e lei? La trovo proprio in forma!»

Convenevoli di rito. La mamma di Henriette si sedette di fronte a me. Ci separava un tavolo sul quale avevo appoggiato il registro che stavo aprendo con una lentezza inverosimile. Il mio cervello assemblava idee alla velocità della luce; cercavo il modo più elegante e discreto per parlare di Henriette, della persona più che della studentessa.

«Allora, come andiamo? Mi dica, ha recuperato un po’ questa benedetta figlia?»
Non era molto brillante a scuola. Intendevo tuttavia liquidare rapidamente la questione rendimento scolastico per arrivare a ciò che mi premeva di più.
«Sì… insomma… vediamo » appoggiai l’estremità di un foglio sulla riga del suo nome e dei voti. In realtà li conoscevo perfettamente, stavo solo prendendo tempo. Quasi balbettavo, cosa non da me.
«Allora… be’, per lo scritto deve ancora lavorare parecchio. L’ultima volta era impreparata, penso di interrogarla la prossima, ma glielo dica però…»
«Ma… devo mandarla a lezione?»
Presi la palla al balzo. Ora o mai più – mi dissi.
«Senta signora. Le lezioni di francese sono l’ultimo dei problemi. Le vorrei parlare di Henriette a Cannes…»
«Ah! Professoressa, come la devo ringraziare! – m’interruppe – si è trovata benissimo! È tornata entusiasta! Del corso, delle amicizie, di lei…»
«Signora mi ascolti… – parlavo lentamente guardandola negli occhi – sua figlia è giovanissima, eppure fuma molto…» La scrutavo, cercavo di intuire se fosse a conoscenza di qualcosa.
«Eh, sì… qualche sigaretta purtroppo… Sa, mio marito è un gran fumatore.»
«Ecco… a dire il vero non mi riferisco a semplici sigarette… anche a qualcos’altro, qualche spinello… e non solo… vede… una sera a Cannes… un ragazzo le ha dato una bustina, ma forse…»
«Ma come si permette? – si alzò in piedi urlando – Mia figlia è una brava ragazza, sa? Non farebbe mai nulla di simile. Cosa le viene in mente? Anzi, se permette, la mamma sono io, lei si faccia gli affari suoi… pensi a fare l’insegnante piuttosto!» e uscì dalla stanza sbattendo  la porta con violenza.

Una conversazione che non ho mai dimenticato, anche dopo tanti anni, così come non ho scordato Henriette nonostante avesse abbandonato la  scuola alla fine dell’anno.

Perché raccontare questa storia proprio ora?
Il caso.

Mercoledì sera Rai 3 ha trasmesso un programma ottimo, Smile, in cui senza retorica né moralismo, curiosità morbosa o giudizio alcuno, si offre un quadro davvero coinvolgente dell’uso di alcol e stupefacenti. Una galleria di ragazze e ragazzi (alcuni adolescenti con il volto coperto da una maschera o un passamontagna per non essere identificati) che riferiscono liberamente la loro esperienza.

Parole alternate a immagini di locali in cui l’ambiente pulsa d’intermittenze blu, rosse, arancioni, con faretti che sparano fasci di luce chiara o colorata al ritmo martellante della musica. S’intravedono teste, braccia alzate e bicchieri. Poi, il silenzio di una strada notturna al riverbero di qualche lampione… il palmo di una mano che si apre, un’altra mano che deposita una bustina trasparente e ritira banconote.

Sappiamo tutti bene come funziona, e pure le statistiche dei consumi; non sono certo le immagini ad avermi colpita, ma le parole pronunciate: frasi che mi si sono stampate nel cervello e si sono trasformate in pugni nello stomaco ieri pomeriggio quando ho pensato di rivedere il video.

Tante le giustificazioni dei ragazzi, conosciamo bene anche questo: dal gioco di scaricare le responsabilità sempre su altri, su un mondo che non soddisfa, non presenta prospettive e su una scuola che non offre nulla, a discorsi sulla pseudo “necessità” dell’uso degli stupefacenti per essere accolti nel “gregge”, quasi fosse un rito d’iniziazione all’età adulta.

Mi ha fatto veramente soffrire l’assurdità di un ossimoro

«Io ci tengo alla mia felicità»
«Uscire con amici a chiacchierare attaccati a un muretto, a fumare una sigaretta, anche una canna, andare a ballare, mi annoiava. Mi sono accorto che assumendola sempre (coca, ndr.) mi divertivo un sacco di più. Io ci tengo alla mia felicità.»

Mi ha ferito l’anima l’analisi disincantata e cinica di un pusher

«Spaccio? Sì, e allora? C’è chi si prostituisce, chi pulisce i cessi, chi vende assicurazioni, chi lecca il culo al politico di turno, chi distribuisce volantini… io spaccio, offro un servizio richiesto che mi permette di fare una vita un po’ meno di merda di molti…»

Scorrono le immagini di un ragazzo incappucciato nella sua felpa che cammina velocemente tra le auto parcheggiate e ogni tanto spunta una mano che deposita una bustina trasparente sul palmo di un’altra mano.

«Vendere polvere è come vendere caramelle. Anche lo zucchero è tossico. Quindi mi sono detto: se vuoi fare soldi, devi vendere un prodotto che ti costi poco e che puoi vendere a tanto. Me l’hanno insegnato a economia, il mercato funziona così…
Vuoi sapere perché spaccio? Per giocare a video poker. Ci ho speso una fortuna e qualche volta ho pure vinto parecchio, ma mai tanto quanto ci ho investito. Questo è veramente un vizio costoso.
È un lavoro che mi permette di dormire fino a tardi. Mi sono fatto un sacco di amici, ho sempre gente in casa… ti posso dire di essere un tipo che piace.»

Mucchietti di cocaina su una bilancia, dosi preparate e imbustate. Parole di sottofondo.

«Se non lo faccio io lo fa qualcun altro, è un mercato enorme questo. La domanda supera di gran lunga l’offerta. Non hai idea di quanti siano a calarsi di tutto… ragazzi, anche giovanissimi. Ormai non è solo una questione di sballo il fine settimana. Ormai è dappertutto, sempre, sette giorni su sette, 24 ore su 24. C’è gente che mi chiama alle quattro del mattino di mercoledì, ci credi?… Ragazzini, tanti… ne hanno bisogno per stare insieme, per studiare, per giocare alla play station, come se le sostanze colmassero un vuoto profondo, come se fosse troppo difficile stare dentro la realtà.
Essere lucidi per alcuni è una condizione terrificante.»

Quest’ultima dichiarazione è una pugnalata. Quanta solitudine in questo sballo! Quanta richiesta d’aiuto! Mi sono coricata tardi mercoledì notte, faticavo a prendere sonno; troppo forte la sensazione amara di non avere fatto abbastanza per chi ho conosciuto, di non avere comunicato sufficiente senso della vita attraverso la cultura.

Ho rivisto il viso di Henriette.

Forse se avessi urlato anch’io quel giorno, imposto a quella mamma di ascoltarmi, battuto i pugni sul tavolo arrivando persino a farmi odiare da lei più di quanto non stesse già facendo in quel momento… forse Henriette oggi sarebbe ancora viva.

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