«Natale sulla terra»

Arthur Rimbaud, Matin Une Saison en enfer, 1873. Œuvres Complètes Edition La Pléiade, Gallimard 1972

Mattino

    Non ebbi forse una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa grazia! Per quale delitto, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino per la tristezza, che i malati si disperino, che i morti facciano brutti sogni, provate voi a raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi se non come il mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!
    Eppure, oggi, credo di avere terminato la narrazione del mio inferno. Era davvero l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.
    Da quello stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi si risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si turbino i Re della vita, i tre Magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge e le montagne a salutare la nascita del lavoro nuovo, la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!
    Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

(© traduzione Primula Bazzani)

Rimbaud: poeta Veggente, errante, vagabondo, sperimentatore nella vita e nella creazione artistica, stravagante, anticonformista, ragazzo dal comportamento maledetto e atteggiamenti spessissimo volutamente eclatanti e di grande scalpore, dichiaratosi ateo in più occasioni, evoca la stella, i Magi, il Natale.

Nonostante i suoi dicionnove anni, parla da uomo adulto, consapevole di avere perso la primitiva purezza, cosciente della sua caduta, del suo smarrimento. Esce tuttavia dall’inferno – perché era davvero l’inferno – in cui era precipitato, anche volontariamente. Un mondo nuovo si apre a lui e agli uomini.

Natale: la fine dell’aridità del deserto, l’inizio della prosperità di una rinascita. È la visione palese di un Natale sulla terra, prospettiva più laica che religiosa: i re Magi rappresentati dalle tre facoltà della filosofia tradizionale, il cuore, l’anima, lo spirito; la stella diventata guida verso la rigenerazione storica di un’umanità liberata. La rappresentazione è inoltre un quadro statico: Arthur si chiede quando andremo […] ad adorare […]: Natale è una grande speranza, ma quando si realizzerà?

La percezione di uno slancio al di là delle spiagge e delle montagne, di una tensione che unisce la trascendenza del canto dei cieli e la realtà concreta della marcia dei popoli è tuttavia innegabile. Natale è una grande opportunità per gli uomini che, non più schiavi, sapranno prendere in mano il loro destino. Come non intuire la ricerca di una salvezza che si realizza anche nel cammino verso la libertà dell’individuo? La stella d’argento che ridà luce a uno sguardo stanco non è forse la metafora di una palingenesi storica, sociale e umana?

«Se l’assassino glieli avesse chiesti con gentilezza, Aldo glieli avrebbe dati quei soldi.»*  Venticinque euro possono essere poca cosa, o tanto. Dipende. La solidarietà tra barboni e bisognosi, la condivisione di un panettone tra compagni di cella, con amici di sventura meno “fortunati” cui nessun familiare o conoscente ha pensato, narrano un’apocalisse positiva, il germe di una catarsi sociale – l’avanzamento dei popoli – e, perché no?, anche metafisica – i cieli non possono che allietarsi e cantare guardando un simile altruismo e senso di comunità pur nell’indigenza.

Il figlio dell’uomo aprì le porte dell’inferno, ci ha liberati dalla schiavitù del peccato originale, per chi crede nel messaggio cristiano, dal giogo della diseguaglianza e dell’individualismo, in un’ottica più puramente laica. Visione progressista di un Natale sulla terra, concreta rinascita, e prospettiva messianica di una trasformazione: perché non concepirle in simbiosi? Il Cristianesimo non significa forse  realizzare la preghiera in azioni effettive, tangibili, efficaci, attuare un umanesimo immanente e nel contempo trascendente?

Rimbaud sembra affermare: se Dio esiste, se ama le sue creature, non può volerle schiave. A suo modo è una dichiarazione di fiducia, se non proprio di fede nell’accezione religiosa.

Il Natale è la nascita del Figlio dell’Uomo, di un Cristo, per tutti: per me è una certezza.

Sandro Chia, Angelo con ala sola (2003), chiostro Guidetti in Palazzo della Minerva – Palazzi del Senato, Roma

«L’angelo ha un’ala sola quando ce ne vogliono due per volare. Se vuole spiccare il volo, deve accompagnarsi a un altro angelo con un’ala. Se vuole elevarsi in volo e portare in alto il proprio cuore brancusiano non ha che da cercare un complice e compagno di viaggio.» (Sandro Chia)

Natale è superare questa contraddizione.

L’uomo sogna di volare.
Guardare dall’alto, planare sul mare
che si trovi su un aereo o in un grande appartamento
sui gradini di una chiesa, nella favela di Candeal.
L’uomo sogna di volare.
E scrive sui muri: noi siamo tutti uguali
ma prega nel buio: la sorte del più debole non tocchi mai a me.
Ma tutto quello che può dire veramente un uomo è: non fate come me.

Ognuno di noi è la seconda ala di qualcuno: un augurio dal cuore.

 

* Aid Abdellah, Palermo

«Il giorno sapeva di sporco» (Claudio Lolli)

Non ho scritto nulla sui fatti tragici di Genova. Non ritengo sia necessario esternare sempre e comunque. La riflessione intima è amica, il silenzio esprime rispetto, la prudenza è ispiratrice e consigliera.

Ad alcuni giorni dalle esequie, mantenendo sempre però il doveroso riguardo verso chi non è più in vita e chi soffre, mi lascio andare a un pensiero, che è pure una richiesta sommessa.

Eviterei i funerali di Stato, almeno in circostanze come queste. Non si assisterebbe alla strumentalizzazione di un dolore immenso, baciamani, carezze sui visi, strette di mano profuse, applausi al deus ex machina di turno, fischi inopportuni – dati luogo e momento – selfie richiesti e sconvenientemente concessi mentre Saggezza avrebbe suggerito un cortese rifiuto – sempre dati luogo e momento.

Il paternalismo di chi appare, agli occhi dei più, l’uomo della provvidenza che regge il destino di uno Stato è storia vecchia come il mondo. Nell’immediato, si cerca subito il responsabile e, nel contempo, si plaude a un certo potere ritenuto salvifico, unico e miracolante.

Esiste un tempo per tutto: la partecipazione al lutto, il pianto, la rabbia, l’elogio e la contestazione, fasi e momenti che l’uomo di Stato, se interprete corretto del suo ruolo, non può e non deve confondere. Richiedere giustizia e chiarezza, protestare contro gli inadempienti è sacrosanto, ma, mi si consenta, tutto ciò a bocce ferme, non a morto caldo.

Lo Stato siamo tutti noi, noi cittadini, elettori, lavoratori, madri e padri di famiglia, individui dotati di buon senso accanto al moltiplicarsi di comitati nel no, del ni, del ma, del non so, del forse, assieme a quanti ci rappresentano che abbiamo delegato e sono perciò nostra proiezione.

Esistono diversi livelli di responsabilità, ma anche il più basso deve sentirne il peso e agire di conseguenza. Non basta che il nostro personale orticello, e solo quello, sia lussureggiante poiché è un pezzettino di un campo molto molto più vasto.

Che brani avrebbero scelto per tale contesto Aretha Franklin e Caudio Lolli, morti a un giorno di distanza l’una dall’altro, il 16 e il 17 agosto, interpreti indimenticabili di sentimenti come giustizia, partecipazione e senso della collettività?

Forse il pezzo di Otis Redding, Respect, di cui la regina del soul ribalta completamente il senso? L’uomo che chiede alla sua compagna di essere rispettato quando rientra dal lavoro si trasforma in una donna che da lui pretende rispetto.

I am about to give you all my money
But all I want you to do
Just give it, give it
Respect when I come home.
(Otis Redding)

All I’m asking
Is for a little respect when you get home
Hey baby
When you get home Mister
……………………………………………
Respect
Find out what it means to me
(Aretha Franklin)

Allargando l’angolo visuale, è in buona sostanza la richiesta di fedeltà al proprio ruolo, dal rapporto di coppia alla relazione cittadini/uomo di Stato.

E Claudio Lolli? Geniale outsider, capace di rescindere il contratto con la multinazionale EMI per firmare con una casa discografica indipendente dopo il successo di Ho visto anche degli zingari felici, uomo che ha cantato l’utopia di una generazione, ironizzato sulla mentalità borghese, dichiarato in un’intervista del giugno 2017: «Chi dice: “Rubano tutti, so’ tutti ladri!”, ecco loro non invitano al convivio politico, ma al contrario invitano all’indifferenza. Quelli che sembrano più movimentisti sono in realtà i più freddi. Forse sarà un paradosso, ma quelli che scendono nelle piazze contro tutto sono quelli più freddi, perché impediscono alla gente di pensare, di farsi un’idea, di avere un profilo civile. Moderatamente civile.»

Chissà se approverebbe la scelta di Incubo numero zero, brano tratto dall’album Disoccupate le strade dai sogni (1977). Tutto è quantificabile, anche la soddisfazione, e ogni cosa misurabile: è la certezza del calcolo. L’invito disilluso

disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole

rende i sogni stessi ingombranti, inutili, ma comunque vivi mentre l’uomo della provvidenza – in senso politico – dispensa solo rassicurazioni.

Un diritto e un rovescio…

È sempre una bella avventura incontrare qualcuno di cui s’ignorava persino l’esistenza. Mi è accaduto di recente con un pittore cremonese che non conoscevo affatto: Osvaldo Boldori, per gli amici Jàlo, scomparso nel 2001 a sessantasette anni, noto a una cerchia ristretta di artisti, quasi sconosciuto al grande pubblico.

Dopo la morte, le sue opere rimangono nell’ombra per sedici anni finché il pronipote decide di sottrarle al silenzio e farle “parlare” alla sua città natale. Cremona riscopre così un paesaggista e ritrattista eclettico, capace di muoversi tra tecniche diverse, spaziare da pennellate a olio decise e nervose a sfumature impressioniste tenui e dolci. Ammiratore delle avanguardie dei primi del Novecento e delle neoavanguardie degli anni ‘60, ne è intriso e le fa proprie. Impossibile classificarlo in una corrente precisa: impressionista, espressionista, fauvista, post-espressionista, Jàlo è tutto ciò, in sequenza temporale e in simultaneità. Pur non trattandosi di capolavori assoluti a mio modesto parere, i quadri sono comunque davvero godibili.

Cammino davanti a nature morte, paesaggi, notturni veneziani e numerose figure femminili da cui Jàlo era attratto. Un femminino variegato e multiforme: donne dalle forme eleganti e armoniose, fumatrici ammiccanti, ragazze mascherate misteriose e seducenti, ballerine dalla postura gioiosamente sensuale, espressioni angelicate, sguardi pensosi.

Mi colpisce un’immagine

Osvaldo Boldori “Jàlo” – Ritratto della madre Elvira (olio su tela)

È un ritratto della madre Elvira. Il rimando a Umberto Boccioni è immediato. La tela suggerisce tuttavia un-non-so-che di originale, comunica un’aura di tranquillità e saggezza, proietta in un’atmosfera colma di pazienza.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Respirare con calma.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

«È tardi, arriverà. Arriva sempre… Aspetto…»

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Ascoltare i pensieri, seguire il filo del discorso.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

La spalla duole, l’ematoma pulsa. «Massì, è ancora inverno, copro con la maglia, nessuno se ne accorge. Passerà.»

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Riprendere il filo del pensiero. «C’è sempre una spiegazione, deve esserci…»

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Sentire freddo nel cuore, una morsa nel petto, le mani sono calde però, si maneggia lana. La pazienza ha le sue temperature.

Un diritto e un rovescio, un rovescio e un diritto

Recuperare la maglia, riprendere il filo del lavoro, raggomitolare il filo del tempo poiché vuole il suo spazio e ha la sua trama.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Ricominciare, continuare, respirare lentamente, procedere punto per punto. La pazienza ha il suo percorso.

 

 

E ora, a noi due

Un post di qualche tempo fa finito per sbaglio in un angolino buio del blog. Lo ripesco dal cestino in cui è scivolato. Le numerose analogie tra le riflessioni di Balzac e la società odierna valgono, a mio avviso, una risurrezione se, come leggo in un tweet molto recente, «il punto è questo… meglio essere benestanti e pregiudicati o essere onesti ma morti di fame?» L’essenza dell’uomo non cambia: sentimenti, passioni, emozioni, bassezze o gesti nobili restano immutabili. Può rinnovarsi il modo di esprimerli, ma non la loro sostanza.

Le Père Goriot, uno dei tasselli dell’imponente Comédie Humaine sembra in effetti davvero scritto da un autore di oggi, se non per lo stile, per alcuni messaggi di una sconcertante attualità. Personaggi e situazioni appaiono quasi come uno specchio dei nostri tempi: donne e uomini che vivono di apparenza, recitano un ruolo nel mondo del lavoro, in famiglia, nelle relazioni interpersonali, nella società. È una “pièce teatrale” alla quale il lettore assiste: mai titolo Comédie Humaine fu più azzeccato. Si finge, sempre e comunque, scientemente. Scelte e atteggiamenti sono frutto di un calcolo ragionato. Scopo? Diventare importanti, qualcuno che conta, uscire dal limbo dell’oblio o dell’indifferenza altrui, apparire. Poco importa se la sostanza non corrisponde alla forma.

Il romanzo pullula di personaggi; il protagonista è tradizionalmente considerato, e a ragione, chi dà il titolo al romanzo stesso, Goriot appunto.  Eugène de Rastignac e Vautrin sono tuttavia, dal mio punto di vista, le figure che danno una dimensione di modernità all’analisi sociale.

Il primo è un giovane di provincia che arriva a Parigi per studiare legge, ignora le dinamiche dei rapporti umani in questa grande città e deve impararle, se vuole attuare il suo programma professionale e di vita; il secondo è il suo mentore, il  consigliere che lo educa ai “nuovi valori” senza i quali non si va da nessuna parte.

Lei è ancora troppo giovane per conoscere bene Parigi, più tardi imparerà

Vautrin non è certo un uomo colto e nemmeno un borghese: è un individuo di bassa estrazione sociale che ha fatto di tutto nella vita, compreso un omicidio; conosce bene il mondo e trasmette al suo pupillo pillole di “saggezza” maturate in lui grazie alla condizione di perenne pregiudicato e infiltrato nelle alte sfere. Le persone cosiddette per bene hanno avuto bisogno di lui e ancora se ne serviranno. Lui ne approfitterà, sfruttandole a sua volta.

Le pagine in cui Vautrin trasmette a Eugène la sua “filosofia” fanno immaginare il nostro presente, le figure dominanti, i comportamenti ricorrenti di fronte ai quali provo un profondo desiderio di aria pulita. Si è disposti a qualunque compromesso persino con la propria coscienza in nome dell’affermazione personale. Non vi è nulla di negativo nel coltivare ambizioni o aspirare alla realizzazione dei propri progetti. Ora, si possono raggiungere risultati con il talento, le capacità personali, una condotta esemplare: logico e auspicabile. Ma che fatica! Perché sprecare tanta energia quando è possibile ricorrere ad altre vie più brevi e agevoli? Nessuno ci criticherebbe, anzi! Poiché ormai «non ci sono princìpi, ma solo fatti, non ci sono leggi, ma solo circostanze!» spiega Vautrin a Eugène. Corruzione e disonestà sono quindi la norma, non solo per i ricchi ma per tutti poiché «l’uomo è lo stesso in alto, in basso, in mezzo».

Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.

L’onestà è dunque un atteggiamento stupido.

Ma cosa crede che sia l’onest’uomo? A Parigi è colui che tace e rifiuta di spartire il bottino. Non le parlo di quei poveri iloti che ovunque faticano senza essere mai ricompensati del loro lavoro e che io chiamo la confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, tra loro s’incontra la virtù in tutto lo splendore della sua stupidità, ma anche la miseria.

Le parole di Vautrin esprimono sarcasmo e disillusione e, nel contempo, lasciano trapelare la consapevolezza che occorre fare i conti con questo stato di cose, volenti o nolenti. Il cinico realismo aumenta esponenzialmente alla constatazione che la consuetudine e le abitudini hanno rimpiazzato la legge e che, come la legge, fanno testo, creano un precedente. Ci si sente, pertanto, quasi giustificati nella disonestà. Addirittura, sottolinea Vautrin, se qualcuno si arrichisce in modo integerrimo, nessuno lo crederà mai, si penserà sempre che abbia usato mezzi illeciti. Un povero cristo ha sgobbato tutta la vita,  lavorato con rettitudine per essere comunque piazzato tra i «ladri». Tanto vale faticare di meno: la nostra immagine pubblica non ne guadagna, ma non ne perde.

Facciamo l’avvocato per diventare presidente di una corte d’assise e mandare dei poveri diavoli, migliori di noi, con un LF ¹ sulla spalla per dimostrare ai ricchi che possono dormire tranquilli. Non è piacevole, e poi è lunga. Prima, due anni di attesa a Parigi a guardare, senza toccarle, le delizie di cui siamo golosi. È faticoso desiderare sempre senza essere mai appagati. [ …. ]
Quindi soccomberà a questo supplizio, il più orrendo che si sia mai visto nell’inferno del buon Dio. Ammettiamo che sia giudizioso, che beva latte e componga elegie; generoso com’è, dopo tante noie e privazioni da rendere rabbioso un cane, dovrà cominciare col diventare il sostituto di qualche marpione, in un buco di città dove il governo le butterà lì mille franchi di stipendio, come si butta una zuppa al mastino di un macellaio. Abbaia ai ladri, difende i ricchi, fa ghigliottinare gente di cuore. Obbligatissimo! Se non ha protezioni, marcirà nel suo tribunale di provincia. Verso i trent’anni, sarà giudice a milleduecento franchi all’anno, se non ha ancora buttato la toga alle ortiche. Quando avrà raggiunto la quarantina, sposerà la figlia di qualche mugnaio, che possiederà una rendita di circa seimila lire. Grazie tante. Se avrà qualche protezione, sarà procuratore del re a trent’anni, con mille scudi di stipendio, e sposerà la figlia del sindaco. Se commetterà qualche bassezza politica, come leggere su una scheda Villèle invece di Manuel (fa rima e la coscienza è a posto), a quarant’anni sarà procuratore generale e potrà diventare deputato.
[ …. ]
Se nelle cento professioni che può intraprendere, s’incontrano dieci uomini che hanno rapidamente successo, la gente li chiama ladri. Tragga lei le conclusioni.

Il commento di Eugène è la classica esclamazione di chi è ancora estraneo alla logica dominante: «Ma allora la sua Parigi è un letamaio.» Questo ragazzo ancora da educare esprime disgusto; la risposta di Vautrin evidenzia la triste rassegnazione: «È un dannato letamaio.»

La morale? Cupa, tetra, le parole di Vautrin, ancora una volta, negano la possibilità di qualunque utopia:

Ecco com’è la vita. Non è meglio della cucina, puzza altrettanto e bisogna sporcarsi le mani se si vuol combinare qualcosa …. questa è tutta la morale della nostra epoca.

È un quadro di generale miseria morale, relativo alla realtà storica e sociale della Francia nella prima metà dell’800, che assomiglia maledettamente alla nostra. Alla fine del romanzo Eugène esclama: «E ora, a noi due!», un grido di sfida che non sarebbe male estrapolare dal contesto.

Mi pare urgente proporre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, sentirsi chiamati a svolgere un ruolo attivo, ognuno nel proprio ambito, per contribuire a un risanamento di cui abbiamo un dannato bisogno e per il quale non è ammissibile delegare il compito sempre ad altri. L’ignavia è un male del nostro tempo ed è a volte la risposta della ciurma al malcostume del capitano della nave.

¹ LF : lavori forzati, simbolo del condannato al bagno penale

 

Fatti non foste a viver come bruti…

immagine dal web

ma per seguir virtute e canoscenza”: versi danteschi che spesso mi frullano in testa e, di recente, martellano quasi ininterrotti. La disonestà intellettuale mi rattrista sempre, la mancanza di cultura pure con la premessa che la tuttologia non esiste e non è umano avere una conoscenza enciclopedica. Ritengo tuttavia doveroso affermare di non sapere e abbandonare la spocchia di non ammettere il proprio torto. È leale e serio.

Il 9 febbraio, a Torino, Giorgia Meloni ha organizzato una manifestazione all’esterno del Museo Egizio per contestare l’iniziativa “fortunato chi parla arabo”. Poco dopo, il direttore del museo ha raggiunto il gruppo dei contestatori per spiegare spirito, intenzioni e dettagli del progetto. Credo che ormai l’incontro di Giorgia Meloni con Christian Greco sia notissimo. La signora Meloni non ne esce proprio bene, anzi. Tralasciando le convinzioni politiche di ciascuno, di cui non intendo affatto discutere poiché sarebbero anche fuori tema, non è accettabile creare un caso di «discriminazione razziale, in cui i discriminati sono gli italiani», di «razzismo al contrario» (parole di Giorgia Meloni) ed esibire lo striscione «No all’islamizzazione» riferito alla promozione specifica del Museo Egizio.

Basta consultare il sito per capire di cosa si tratta. Se la Meloni e il suo staff si fossero documentati, sarebbe stato un nuovo ingresso nell’universo della cultura. L’iniziativa “fortunato chi parla arabo” è temporanea come ogni altra proposta del museo e dura dal 6 dicembre 2017 al 31 marzo 2018. Non prevede gratuità totale, ma sconto: i cittadini di lingua araba potranno entrare in due al costo di un biglietto intero. Non si tratta di favorire i musulmani, la religione non c’entra nulla. Per Giorgia Meloni, tuttavia, esiste solo l’equazione arabo=musulmano, dimenticando, o ignorando, che esistono arabi copti, ossia cristiani, cattolici, una minoranza documentata, e guarda un po’, anche atei. Basta farsi un giretto nel Maghreb, parlare con le persone oppure leggere Arabi senza Dio. Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente di Brian Whitaker (ed. Corpo60, 2015) ed evitare gli stereotipi.

Un progetto identico era stato realizzato nel 2016 con grande riscontro; ebbene, all’epoca nessuno aveva obiettato. Il museo propone offerte particolari: le feste di mamme e papà con ingresso gratuito per il genitore di turno accompagnato dai figli; i compleanni; il giorno di San Valentino – anche quest’anno – con un biglietto unico per la coppia. L’8 marzo 2017, le donne – tutte – hanno fruito di una riduzione. Restando in ambiente arabo, il 24 giugno 2017, il museo ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato con un’apertura serale straordinaria e gratuita e, nel 2015, ha organizzato #egizio2015 ospitando centoventi donne “velate” tra egiziane, marocchine, tunisine, siriane e di altri paesi africani.  Anche in questi casi nessuna protesta, almeno di risonanza nazionale.

Si è in seguito diffusa la notizia che «una volta (centrodestra, ndr.) al governo», Greco sarebbe stato «cacciato», notizia smentita dalla stessa Meloni attraverso un video sulla sua pagina Facebook in cui spiega la fake news, e fin qui tutto ok. Nel farlo, rincara tuttavia la dose sulla presunta «discriminazione» confondendo ancora una volta lingua e religione. Le feste di mamme, papà, innamorati sono «casi specifici», il resto si sintetizza nell’aggettivo «discriminatorio». Perché mai? Cosa rende esclusiva e diversa da altre un’iniziativa a favore di chi parla arabo se non la lettura politica e, considerato il periodo, anche utilitaristica dell’evento culturale? Attendo con ansia “fortunato chi parla cinese”, idea peraltro abbozzata nel 2015, in seguito abbandonata forse «per mancanza di utenza in quantità adeguata», mi riferisce un’addetta del museo che ho interpellato.

La cultura è apertura.

È ormai trascorsa una settimana dal famoso monologo di Pierfrancesco Favino sul palco di Sanremo e ancora si leggono strascichi di polemiche. Post indignati, attacchi al buonismo ipocrita pro immigrati, sfottò del politically correct, confusione tra monologo teatrale e comizio politico.

Mi permetto di consigliare la lettura del testo La nuit juste avant les forêtsLa notte poco prima della foresta (ci trasciniamo questa traduzione al singolare fin dalla prima edizione in italiano del 1990) dell’autore francese Bernard-Marie Koltès, opera teatrale del 1977, da cui è tratto l’assolo. Si capirà che si tratta di molto altro.

Il testo è un lungo soliloquio formato da una frase di sessanta pagine, nessun capitolo, nessun paragrafo, frasi da percorrere senza sosta restando privi di fiato. Si prospetta un desiderio di dialogo con un personaggio che rimane in silenzio, forse un tentativo per parlare con se stesso e leggersi dentro, giacché il protagonista evita gli specchi.

«Il testo è difficile – confessa Koltès in una lettera del 14 giugno 1977 scritta alla mamma – Con tutte le parole che può, un uomo tenta di trattenere uno sconosciuto avvicinato all’angolo di una strada, una sera in cui è solo. Parla del suo universo. Una periferia in cui piove, in cui si è stranieri, dove non si lavora più; un mondo notturno che egli attraversa, per fuggire, senza voltarsi indietro; parla di tutto e dell’amore come si può parlarne solo a uno sconosciuto come quello, forse un bambino, silenzioso, immobile» (Koltès, Lettere)

È un mondo di emarginati, in una periferia notturna e piovosa, un universo cupo di esclusi – tutti – l’omosessuale, il disoccupato, la puttana, il pazzo, l’immigrato, il negro, l’arabo, una società imputridita, tra prostitute, apolidi, ricchi e omologati, violenza e chiacchiere inutili. “Siamo tutti più o meno stranieri“, si legge nel testo, e il personaggio identifica “zone”.

Il soggetto non è lo straniero fine a se stesso, inteso come personaggio venuto da un altro luogo, ma l’individuo che rifiuta l’omologazione sociale. Il tema è l’estraneità, l’essere o sentirsi straniero o estraneo, la solitudine metropolitana alimento di un disagio collettivo. Lo straniero non è solo il senza patria e il senza radici, ma chi è “extra”, fuori rispetto a un sistema di convenzioni o forzature. E il flusso di coscienza del testo è anch’esso una forma di nomadismo.

Di fronte a proteste e interpretazioni fantasiose, mi chiedo alla fine se un italiano non possa provare un simile stato d’animo all’interno del proprio paese, un francese (e altro) nella sua stessa nazione. Perché il pensiero è corso subito ai migranti sui barconi quando il messaggio del monologo di Koltès era rivolto anche ai suoi connazionali negli anni in cui ha scritto questo testo? Forse perché Favino ha pronunciato la parola Nicaragua? In realtà, è riferimento simbolico, citato solo alla fine del testo, a un luogo di frontiera, di foreste, spazio del caos in cui è necessario ripristinare un ordine. Non si tratta perciò di una collocazione geografica.

Sarebbe buona abitudine parlare solo di ciò che si conosce, evitare di emettere sentenze senza sapere, tacere sul resto e ascoltare chi è competente. Non è un obbligo conoscere Koltès; è opportuno, invece, ammettere di non conoscerlo e, semmai, informarsi prima di giudicare.

Sono moltissimi gli argomenti su cui sono del tutto impreparata, direi proprio ignorante. Non è un problema, non li affronto, ascolto, leggo e cerco d’imparare. La cultura rende liberi, è la mia certezza, e permette di rispettare la sostanza dell’essere umano, la semenza.

Così, anche la terzina dantesca è ricomposta

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza