Paradossi

Il 25 aprile è l’evento fondativo della Repubblica italiana, è la guerra (vinta) di liberazione dall’invasore tedesco e dalle forze nazi-fasciste. Questa è la storia.

Non esisterebbe 2 giugno senza 25 aprile.
È festa del popolo italiano, della nazione italiana.

In un periodo in cui il “sovranismo” sventola il vessillo dell’italianità, giova ricordare che a fronte di chi ha infangato la bandiera italiana gettandola nella melma di un’alleanza ideologica con un delinquente nazista e in una guerra impossibile, i partigiani combattevano per quella bandiera e le loro azioni erano davvero compiute in nome di “prima gli italiani”. Invece, oggi 24 aprile 2019, un gruppo d’individui può esibire pressoché indisturbato lo striscione “Onore a Benito Mussolini”, cantare slogan fascisti, fare il saluto romano. Il tutto in pieno centro di Milano.

Paradosso odierno che significa veramente non capire, non sapere, ignorare, millantare. L’assuefazione di chi osserva sembra essere la reazione quasi ricorrente.

La Resistenza è il lungo lavorio che ha condotto al 25 aprile 1945, un movimento nato dopo l’armistizio di Cassibile nel ’43 e uscito dalla clandestinità in cui i piccoli gruppi partigiani si erano rinchiusi. La Resistenza è infatti durata vent’anni in realtà, lo ricorda Piero Calamandrei nel discorso pronunciato il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico di Milano alla presenza di Ferruccio Parri.

«l’antifascismo significò la Resistenza della persona umana che si rifiutava di diventare cosa e voleva restare persona: e voleva che tutti gli uomini restassero persone: e sentiva che bastava offendere in un uomo questa dignità della persona, perché nello stesso tempo in tutti gli altri uomini questa stessa dignità rimanesse umiliata e ferita. Cominciò così, quando il fascismo si fu impadronito dello Stato, la Resistenza che durò venti anni. Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile. Non si combatteva più sulle piazze, dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine dalle quali fino dal 1925 cominciarono a uscire i primi foglietti alla macchia, nelle guardine della polizia, nell’aula del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. E ogni tanto in quella lotta sorda c’era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio rincuorava i superstiti a continuare: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gobetti, Rosselli, Gramsci, Trentin. Venti anni di resistenza sorda: ma era resistenza anche quella: e forse la più difficile, la più dura e la più sconsolata.»

La Costituzione è la figlia di quella stagione: finché ci sarà lei, il 25 aprile e quanto rappresenta troverà ogni anno la sua ragione profonda. L’istituzione politica ha pertanto l’onere e l’onore di dare solennità alla memoria, alla Storia; se non lo fa, tradisce la storia dalla quale è nata. La scelta del sindaco Laura Ferrari di Lentate sul Seveso circa l’annullamento delle celebrazioni, o la loro riduzione a una corona deposta sui caduti, decisione motivata dalla necessità di «un momento di riflessione» e «anno sabbatico », si giudica da sola ricordando che il Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185 (Disposizioni in materia di ricorrenze festive. (Gazz. Uff., 24 aprile 1946, n. 96) all’Art.1 recita «A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale», deliberazione ribadita dalla legge 260 del 27 maggio 1949.

Ricordare il giorno della Liberazione non è perpetuare un «derby fascisti-comunisti»: la visione del ministro dell’Interno è sbilenca, sballata, storicamente errata poiché la bilancia del giudizio pende solo dalla parte del “dopo” e scorda il “prima”, ossia l’essenza stessa della Resistenza, confonde lotta per la Liberazione e guerra civile – poiché quella è stata nel ’45 – con tutte le aberrazioni che un conflitto interno e fratricida comporta.

Nessuno storico nega più ormai alcune violenze partigiane che non colpirono solo chi si era compromesso col fascismo, ma in certi casi toccarono anche antifascisti e altri partigiani, vedi massacro di Porzûs. Si era in guerra civile, il che non giustifica affatto la violenza, anzi, ma la contestualizza, come ogni buon storico fa. Inquadrare non significa scagionare.

Questo è tuttavia il “dopo” che dovrebbe essere archiviato all’unanimità, storicamente giudicato all’unisono per ciò che è stato, da non confondere con il “prima”, l’anima della Resistenza che ha visto il sacrificio di donne, uomini, operai, contadini, intellettuali, preti, laici, cattolici, atei… tutti uniti e solidali attorno all’idea di libertà, unità, umanità, solidarietà, in nome di una nazione e di un popolo da rifondare alla radice.

Ebbene sì, la lotta antifascista è al contempo patriottica. Ai miei occhi, il partigiano è un patriota, nel senso ampio e profondo di un termine oggi politicamente abusato.

Non vedere il rilievo ampio della Resistenza significa essere privi di prospettiva. I valori portanti non muoiono mai e sono alla base della nostra Costituzione su cui i ministri giurano all’inizio del loro mandato. Dovrebbero ricordare ogni giorno quel giuramento.

«Dietro ogni articolo di questa Costituzione […], voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.»

(discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955)

Ecco: un invito per le istituzioni odierne, se proprio desiderano andare altrove e rappresentare, per esempio, la lotta alla mafia (Salvini a Corleone), atto sacrosanto ma per nulla antitetico al ricordo della Resistenza e quindi fattibile in altre circostanze. Il generale Dalla Chiesa, partigiano nella Brigata Patrioti Piceni e vittima della mafia, ne è stato un’altissima testimonianza.

Da cittadina, antifascista e libera, elettrice consapevole e impegnata, pretendo correttezza e linearità da chi governa. Assisto invece oggi al paradosso costante e generalizzato: la confusione tra “prima” e “dopo” il 25 aprile, il vortice di pseudo idee in cui tutto è macinato senza distinguere e progettare, la contraddizione tra pretendere il giusto rispetto delle regole e il continuo infrangerle mettendosi al di sopra e fregandosene, per esempio, del silenzio elettorale – il ministro dell’Interno lo fa in modo scientifico – e di comportamenti intrinsecamente connessi al ruolo istituzionale.

«In anni non lontani, c’è stato anche chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele: livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano.»

scrive Liliana Segre su Repubblica il 23 aprile 2019.

Considerazione triste e amara che vorrei superare, sempre più convinta che noi italiani non possiamo non essere antifascisti, e ciò indipendentemente dall’orientamento politico personale. Per me, l’antifascismo è uno stato mentale, culturale, non ha nulla a che fare con l’adesione o la simpatia verso questo o quel partito. La Resistenza ha creato una condizione di libertà di cui oggi sono in grado di beneficiare tutti, anche chi la irride, non ne riconosce l’enorme valore, la giudica con faziosità accusando altri di altrettanta parzialità, inconsapevoli, forse, che la loro critica è possibile proprio grazie a questo movimento.

 

Un mondo a rovescio


fotografia di Norberto Ranzetti

Unico scatto, stesso paesaggio ma prospettive diverse, medesima realtà e tuttavia visioni differenti del mondo.

Un chiasmo incrocia e mescola le carte, a loro volta già confuse tra loro. Qual è l’immagine reale, quale la virtuale? Quasi impossibile riconoscere il vero e l’illusione tra questi quadri. Anche conoscendo l’origine del gioco di prestigio, si è presto catturati dall’effetto trompe-l’oeil. La differenza tra Terra e Aria si annulla nella linea orizzontale dell’acqua: il paesaggio reale si fonde con la sua proiezione virtuale.

L’incapacità di distinguere genera il parossismo. La fantasia di pesci che volano e uccelli che nuotano diventa convinzione duratura nel tempo in un mondo a rovescio dove s’invertono i piani dell’essere e dell’apparire in un’intercambiabilità per qualcuno forse rassicurante, per altri – e per me – affatto consolatoria.

Confondere la soluzione politica di una questione con l’iniziativa umanitaria del salvataggio; assimilare clandestinità e bisogno; equiparare la prostituta africana schiava al suo aguzzino, madam o boss; accomunare lo spacciatore nero al bambino sudanese già scolarizzato o all’adolescente ben inserito, il mafioso nigeriano all’operaio tunisino contribuente; proclamare «porti chiusi» in assenza di un’ordinanza-porti-chiusi poiché l’annuncio virtuale facebuchiano appare più efficace e convincente della realtà istituzionale; uniformare individui in una massa indistinta, divisa in seguito in pezzi casuali spediti verso un non-so-dove o impacchettati in un arrangiati-tu-per-strada colpendo così le vittime di un sistema cooperativo non proprio integro, risparmiando invece i carnefici. Livellare conoscenze e competenze all’università della vita, e pure del sorriso, è degradante per le prime, banalizzante per le seconde.

Questo «tutto alla rinfusa, il santo e il furfante, il cavaliere e l’ebreo e tutti gli animali dell’arca di Noè»,¹ forma una spirale vorticosa in cui non si coglie più l’essenza. Massificare genera confusione, differenziare esalta peculiarità: l’acqua non è l’aria, il cielo non è la terra. Affinando l’attenzione, quegli alberi illuminati dal sole che ne valorizza i colori non offrono la stessa intensità nelle sfumature, più vive da un lato, leggermente opache dall’altro.

Lavorare sull’osservazione è un’urgenza, individuare casi e situazioni un obbligo.

Questo stato di disordine è un passaggio necessario, una tappa? Ha forse ragione Zarathustra che, parlando agli uomini, dice loro: «bisogna ancora portare in sé un caos per poter generare una stella danzante»? ²

¹ Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885, parte quarta, Colloquio coi re
² Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885, parte prima, Prologo

 

«Natale sulla terra»

Arthur Rimbaud, Matin Une Saison en enfer, 1873. Œuvres Complètes Edition La Pléiade, Gallimard 1972

Mattino

    Non ebbi forse una volta una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d’oro, – troppa grazia! Per quale delitto, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie singhiozzino per la tristezza, che i malati si disperino, che i morti facciano brutti sogni, provate voi a raccontare la mia caduta e il mio sonno. Io non posso spiegarmi se non come il mendicante con i suoi continui Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!
    Eppure, oggi, credo di avere terminato la narrazione del mio inferno. Era davvero l’inferno; l’antico, quello di cui il figlio dell’uomo aprì le porte.
    Da quello stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi si risvegliano alla stella d’argento, sempre, senza che si turbino i Re della vita, i tre Magi, il cuore, l’anima, lo spirito. Quando andremo oltre le spiagge e le montagne a salutare la nascita del lavoro nuovo, la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!
    Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

(© traduzione Primula Bazzani)

Rimbaud: poeta Veggente, errante, vagabondo, sperimentatore nella vita e nella creazione artistica, stravagante, anticonformista, ragazzo dal comportamento maledetto e atteggiamenti spessissimo volutamente eclatanti e di grande scalpore, dichiaratosi ateo in più occasioni, evoca la stella, i Magi, il Natale.

Nonostante i suoi dicionnove anni, parla da uomo adulto, consapevole di avere perso la primitiva purezza, cosciente della sua caduta, del suo smarrimento. Esce tuttavia dall’inferno – perché era davvero l’inferno – in cui era precipitato, anche volontariamente. Un mondo nuovo si apre a lui e agli uomini.

Natale: la fine dell’aridità del deserto, l’inizio della prosperità di una rinascita. È la visione palese di un Natale sulla terra, prospettiva più laica che religiosa: i re Magi rappresentati dalle tre facoltà della filosofia tradizionale, il cuore, l’anima, lo spirito; la stella diventata guida verso la rigenerazione storica di un’umanità liberata. La rappresentazione è inoltre un quadro statico: Arthur si chiede quando andremo […] ad adorare […]: Natale è una grande speranza, ma quando si realizzerà?

La percezione di uno slancio al di là delle spiagge e delle montagne, di una tensione che unisce la trascendenza del canto dei cieli e la realtà concreta della marcia dei popoli è tuttavia innegabile. Natale è una grande opportunità per gli uomini che, non più schiavi, sapranno prendere in mano il loro destino. Come non intuire la ricerca di una salvezza che si realizza anche nel cammino verso la libertà dell’individuo? La stella d’argento che ridà luce a uno sguardo stanco non è forse la metafora di una palingenesi storica, sociale e umana?

«Se l’assassino glieli avesse chiesti con gentilezza, Aldo glieli avrebbe dati quei soldi.»*  Venticinque euro possono essere poca cosa, o tanto. Dipende. La solidarietà tra barboni e bisognosi, la condivisione di un panettone tra compagni di cella, con amici di sventura meno “fortunati” cui nessun familiare o conoscente ha pensato, narrano un’apocalisse positiva, il germe di una catarsi sociale – l’avanzamento dei popoli – e, perché no?, anche metafisica – i cieli non possono che allietarsi e cantare guardando un simile altruismo e senso di comunità pur nell’indigenza.

Il figlio dell’uomo aprì le porte dell’inferno, ci ha liberati dalla schiavitù del peccato originale, per chi crede nel messaggio cristiano, dal giogo della diseguaglianza e dell’individualismo, in un’ottica più puramente laica. Visione progressista di un Natale sulla terra, concreta rinascita, e prospettiva messianica di una trasformazione: perché non concepirle in simbiosi? Il Cristianesimo non significa forse  realizzare la preghiera in azioni effettive, tangibili, efficaci, attuare un umanesimo immanente e nel contempo trascendente?

Rimbaud sembra affermare: se Dio esiste, se ama le sue creature, non può volerle schiave. A suo modo è una dichiarazione di fiducia, se non proprio di fede nell’accezione religiosa.

Il Natale è la nascita del Figlio dell’Uomo, di un Cristo, per tutti: per me è una certezza.

Sandro Chia, Angelo con ala sola (2003), chiostro Guidetti in Palazzo della Minerva – Palazzi del Senato, Roma

«L’angelo ha un’ala sola quando ce ne vogliono due per volare. Se vuole spiccare il volo, deve accompagnarsi a un altro angelo con un’ala. Se vuole elevarsi in volo e portare in alto il proprio cuore brancusiano non ha che da cercare un complice e compagno di viaggio.» (Sandro Chia)

Natale è superare questa contraddizione.

L’uomo sogna di volare.
Guardare dall’alto, planare sul mare
che si trovi su un aereo o in un grande appartamento
sui gradini di una chiesa, nella favela di Candeal.
L’uomo sogna di volare.
E scrive sui muri: noi siamo tutti uguali
ma prega nel buio: la sorte del più debole non tocchi mai a me.
Ma tutto quello che può dire veramente un uomo è: non fate come me.

Ognuno di noi è la seconda ala di qualcuno: un augurio dal cuore.

 

* Aid Abdellah, Palermo

«Il giorno sapeva di sporco» (Claudio Lolli)

Non ho scritto nulla sui fatti tragici di Genova. Non ritengo sia necessario esternare sempre e comunque. La riflessione intima è amica, il silenzio esprime rispetto, la prudenza è ispiratrice e consigliera.

Ad alcuni giorni dalle esequie, mantenendo sempre però il doveroso riguardo verso chi non è più in vita e chi soffre, mi lascio andare a un pensiero, che è pure una richiesta sommessa.

Eviterei i funerali di Stato, almeno in circostanze come queste. Non si assisterebbe alla strumentalizzazione di un dolore immenso, baciamani, carezze sui visi, strette di mano profuse, applausi al deus ex machina di turno, fischi inopportuni – dati luogo e momento – selfie richiesti e sconvenientemente concessi mentre Saggezza avrebbe suggerito un cortese rifiuto – sempre dati luogo e momento.

Il paternalismo di chi appare, agli occhi dei più, l’uomo della provvidenza che regge il destino di uno Stato è storia vecchia come il mondo. Nell’immediato, si cerca subito il responsabile e, nel contempo, si plaude a un certo potere ritenuto salvifico, unico e miracolante.

Esiste un tempo per tutto: la partecipazione al lutto, il pianto, la rabbia, l’elogio e la contestazione, fasi e momenti che l’uomo di Stato, se interprete corretto del suo ruolo, non può e non deve confondere. Richiedere giustizia e chiarezza, protestare contro gli inadempienti è sacrosanto, ma, mi si consenta, tutto ciò a bocce ferme, non a morto caldo.

Lo Stato siamo tutti noi, noi cittadini, elettori, lavoratori, madri e padri di famiglia, individui dotati di buon senso accanto al moltiplicarsi di comitati nel no, del ni, del ma, del non so, del forse, assieme a quanti ci rappresentano che abbiamo delegato e sono perciò nostra proiezione.

Esistono diversi livelli di responsabilità, ma anche il più basso deve sentirne il peso e agire di conseguenza. Non basta che il nostro personale orticello, e solo quello, sia lussureggiante poiché è un pezzettino di un campo molto molto più vasto.

Che brani avrebbero scelto per tale contesto Aretha Franklin e Caudio Lolli, morti a un giorno di distanza l’una dall’altro, il 16 e il 17 agosto, interpreti indimenticabili di sentimenti come giustizia, partecipazione e senso della collettività?

Forse il pezzo di Otis Redding, Respect, di cui la regina del soul ribalta completamente il senso? L’uomo che chiede alla sua compagna di essere rispettato quando rientra dal lavoro si trasforma in una donna che da lui pretende rispetto.

I am about to give you all my money
But all I want you to do
Just give it, give it
Respect when I come home.
(Otis Redding)

All I’m asking
Is for a little respect when you get home
Hey baby
When you get home Mister
……………………………………………
Respect
Find out what it means to me
(Aretha Franklin)

Allargando l’angolo visuale, è in buona sostanza la richiesta di fedeltà al proprio ruolo, dal rapporto di coppia alla relazione cittadini/uomo di Stato.

E Claudio Lolli? Geniale outsider, capace di rescindere il contratto con la multinazionale EMI per firmare con una casa discografica indipendente dopo il successo di Ho visto anche degli zingari felici, uomo che ha cantato l’utopia di una generazione, ironizzato sulla mentalità borghese, dichiarato in un’intervista del giugno 2017: «Chi dice: “Rubano tutti, so’ tutti ladri!”, ecco loro non invitano al convivio politico, ma al contrario invitano all’indifferenza. Quelli che sembrano più movimentisti sono in realtà i più freddi. Forse sarà un paradosso, ma quelli che scendono nelle piazze contro tutto sono quelli più freddi, perché impediscono alla gente di pensare, di farsi un’idea, di avere un profilo civile. Moderatamente civile.»

Chissà se approverebbe la scelta di Incubo numero zero, brano tratto dall’album Disoccupate le strade dai sogni (1977). Tutto è quantificabile, anche la soddisfazione, e ogni cosa misurabile: è la certezza del calcolo. L’invito disilluso

disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole

rende i sogni stessi ingombranti, inutili, ma comunque vivi mentre l’uomo della provvidenza – in senso politico – dispensa solo rassicurazioni.

Un diritto e un rovescio…

È sempre una bella avventura incontrare qualcuno di cui s’ignorava persino l’esistenza. Mi è accaduto di recente con un pittore cremonese che non conoscevo affatto: Osvaldo Boldori, per gli amici Jàlo, scomparso nel 2001 a sessantasette anni, noto a una cerchia ristretta di artisti, quasi sconosciuto al grande pubblico.

Dopo la morte, le sue opere rimangono nell’ombra per sedici anni finché il pronipote decide di sottrarle al silenzio e farle “parlare” alla sua città natale. Cremona riscopre così un paesaggista e ritrattista eclettico, capace di muoversi tra tecniche diverse, spaziare da pennellate a olio decise e nervose a sfumature impressioniste tenui e dolci. Ammiratore delle avanguardie dei primi del Novecento e delle neoavanguardie degli anni ‘60, ne è intriso e le fa proprie. Impossibile classificarlo in una corrente precisa: impressionista, espressionista, fauvista, post-espressionista, Jàlo è tutto ciò, in sequenza temporale e in simultaneità. Pur non trattandosi di capolavori assoluti a mio modesto parere, i quadri sono comunque davvero godibili.

Cammino davanti a nature morte, paesaggi, notturni veneziani e numerose figure femminili da cui Jàlo era attratto. Un femminino variegato e multiforme: donne dalle forme eleganti e armoniose, fumatrici ammiccanti, ragazze mascherate misteriose e seducenti, ballerine dalla postura gioiosamente sensuale, espressioni angelicate, sguardi pensosi.

Mi colpisce un’immagine

Osvaldo Boldori “Jàlo” – Ritratto della madre Elvira (olio su tela)

È un ritratto della madre Elvira. Il rimando a Umberto Boccioni è immediato. La tela suggerisce tuttavia un-non-so-che di originale, comunica un’aura di tranquillità e saggezza, proietta in un’atmosfera colma di pazienza.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Respirare con calma.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

«È tardi, arriverà. Arriva sempre… Aspetto…»

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Ascoltare i pensieri, seguire il filo del discorso.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

La spalla duole, l’ematoma pulsa. «Massì, è ancora inverno, copro con la maglia, nessuno se ne accorge. Passerà.»

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Riprendere il filo del pensiero. «C’è sempre una spiegazione, deve esserci…»

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Sentire freddo nel cuore, una morsa nel petto, le mani sono calde però, si maneggia lana. La pazienza ha le sue temperature.

Un diritto e un rovescio, un rovescio e un diritto

Recuperare la maglia, riprendere il filo del lavoro, raggomitolare il filo del tempo poiché vuole il suo spazio e ha la sua trama.

Un diritto e un rovescio, un diritto e un rovescio

Ricominciare, continuare, respirare lentamente, procedere punto per punto. La pazienza ha il suo percorso.