Fatti non foste a viver come bruti…

immagine dal web

ma per seguir virtute e canoscenza”: versi danteschi che spesso mi frullano in testa e, di recente, martellano quasi ininterrotti. La disonestà intellettuale mi rattrista sempre, la mancanza di cultura pure con la premessa che la tuttologia non esiste e non è umano avere una conoscenza enciclopedica. Ritengo tuttavia doveroso affermare di non sapere e abbandonare la spocchia di non ammettere il proprio torto. È leale e serio.

Il 9 febbraio, a Torino, Giorgia Meloni ha organizzato una manifestazione all’esterno del Museo Egizio per contestare l’iniziativa “fortunato chi parla arabo”. Poco dopo, il direttore del museo ha raggiunto il gruppo dei contestatori per spiegare spirito, intenzioni e dettagli del progetto. Credo che ormai l’incontro di Giorgia Meloni con Christian Greco sia notissimo. La signora Meloni non ne esce proprio bene, anzi. Tralasciando le convinzioni politiche di ciascuno, di cui non intendo affatto discutere poiché sarebbero anche fuori tema, non è accettabile creare un caso di «discriminazione razziale, in cui i discriminati sono gli italiani», di «razzismo al contrario» (parole di Giorgia Meloni) ed esibire lo striscione «No all’islamizzazione» riferito alla promozione specifica del Museo Egizio.

Basta consultare il sito per capire di cosa si tratta. Se la Meloni e il suo staff si fossero documentati, sarebbe stato un nuovo ingresso nell’universo della cultura. L’iniziativa “fortunato chi parla arabo” è temporanea come ogni altra proposta del museo e dura dal 6 dicembre 2017 al 31 marzo 2018. Non prevede gratuità totale, ma sconto: i cittadini di lingua araba potranno entrare in due al costo di un biglietto intero. Non si tratta di favorire i musulmani, la religione non c’entra nulla. Per Giorgia Meloni, tuttavia, esiste solo l’equazione arabo=musulmano, dimenticando, o ignorando, che esistono arabi copti, ossia cristiani, cattolici, una minoranza documentata, e guarda un po’, anche atei. Basta farsi un giretto nel Maghreb, parlare con le persone oppure leggere Arabi senza Dio. Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente di Brian Whitaker (ed. Corpo60, 2015) ed evitare gli stereotipi.

Un progetto identico era stato realizzato nel 2016 con grande riscontro; ebbene, all’epoca nessuno aveva obiettato. Il museo propone offerte particolari: le feste di mamme e papà con ingresso gratuito per il genitore di turno accompagnato dai figli; i compleanni; il giorno di San Valentino – anche quest’anno – con un biglietto unico per la coppia. L’8 marzo 2017, le donne – tutte – hanno fruito di una riduzione. Restando in ambiente arabo, il 24 giugno 2017, il museo ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato con un’apertura serale straordinaria e gratuita e, nel 2015, ha organizzato #egizio2015 ospitando centoventi donne “velate” tra egiziane, marocchine, tunisine, siriane e di altri paesi africani.  Anche in questi casi nessuna protesta, almeno di risonanza nazionale.

Si è in seguito diffusa la notizia che «una volta (centrodestra, ndr.) al governo», Greco sarebbe stato «cacciato», notizia smentita dalla stessa Meloni attraverso un video sulla sua pagina Facebook in cui spiega la fake news, e fin qui tutto ok. Nel farlo, rincara tuttavia la dose sulla presunta «discriminazione» confondendo ancora una volta lingua e religione. Le feste di mamme, papà, innamorati sono «casi specifici», il resto si sintetizza nell’aggettivo «discriminatorio». Perché mai? Cosa rende esclusiva e diversa da altre un’iniziativa a favore di chi parla arabo se non la lettura politica e, considerato il periodo, anche utilitaristica dell’evento culturale? Attendo con ansia “fortunato chi parla cinese”, idea peraltro abbozzata nel 2015, in seguito abbandonata forse «per mancanza di utenza in quantità adeguata», mi riferisce un’addetta del museo che ho interpellato.

La cultura è apertura.

È ormai trascorsa una settimana dal famoso monologo di Pierfrancesco Favino sul palco di Sanremo e ancora si leggono strascichi di polemiche. Post indignati, attacchi al buonismo ipocrita pro immigrati, sfottò del politically correct, confusione tra monologo teatrale e comizio politico.

Mi permetto di consigliare la lettura del testo La nuit juste avant les forêtsLa notte poco prima della foresta (ci trasciniamo questa traduzione al singolare fin dalla prima edizione in italiano del 1990) dell’autore francese Bernard-Marie Koltès, opera teatrale del 1977, da cui è tratto l’assolo. Si capirà che si tratta di molto altro.

Il testo è un lungo soliloquio formato da una frase di sessanta pagine, nessun capitolo, nessun paragrafo, frasi da percorrere senza sosta restando privi di fiato. Si prospetta un desiderio di dialogo con un personaggio che rimane in silenzio, forse un tentativo per parlare con se stesso e leggersi dentro, giacché il protagonista evita gli specchi.

«Il testo è difficile – confessa Koltès in una lettera del 14 giugno 1977 scritta alla mamma – Con tutte le parole che può, un uomo tenta di trattenere uno sconosciuto avvicinato all’angolo di una strada, una sera in cui è solo. Parla del suo universo. Una periferia in cui piove, in cui si è stranieri, dove non si lavora più; un mondo notturno che egli attraversa, per fuggire, senza voltarsi indietro; parla di tutto e dell’amore come si può parlarne solo a uno sconosciuto come quello, forse un bambino, silenzioso, immobile» (Koltès, Lettere)

È un mondo di emarginati, in una periferia notturna e piovosa, un universo cupo di esclusi – tutti – l’omosessuale, il disoccupato, la puttana, il pazzo, l’immigrato, il negro, l’arabo, una società imputridita, tra prostitute, apolidi, ricchi e omologati, violenza e chiacchiere inutili. “Siamo tutti più o meno stranieri“, si legge nel testo, e il personaggio identifica “zone”.

Il soggetto non è lo straniero fine a se stesso, inteso come personaggio venuto da un altro luogo, ma l’individuo che rifiuta l’omologazione sociale. Il tema è l’estraneità, l’essere o sentirsi straniero o estraneo, la solitudine metropolitana alimento di un disagio collettivo. Lo straniero non è solo il senza patria e il senza radici, ma chi è “extra”, fuori rispetto a un sistema di convenzioni o forzature. E il flusso di coscienza del testo è anch’esso una forma di nomadismo.

Di fronte a proteste e interpretazioni fantasiose, mi chiedo alla fine se un italiano non possa provare un simile stato d’animo all’interno del proprio paese, un francese (e altro) nella sua stessa nazione. Perché il pensiero è corso subito ai migranti sui barconi quando il messaggio del monologo di Koltès era rivolto anche ai suoi connazionali negli anni in cui ha scritto questo testo? Forse perché Favino ha pronunciato la parola Nicaragua? In realtà, è riferimento simbolico, citato solo alla fine del testo, a un luogo di frontiera, di foreste, spazio del caos in cui è necessario ripristinare un ordine. Non si tratta perciò di una collocazione geografica.

Sarebbe buona abitudine parlare solo di ciò che si conosce, evitare di emettere sentenze senza sapere, tacere sul resto e ascoltare chi è competente. Non è un obbligo conoscere Koltès; è opportuno, invece, ammettere di non conoscerlo e, semmai, informarsi prima di giudicare.

Sono moltissimi gli argomenti su cui sono del tutto impreparata, direi proprio ignorante. Non è un problema, non li affronto, ascolto, leggo e cerco d’imparare. La cultura rende liberi, è la mia certezza, e permette di rispettare la sostanza dell’essere umano, la semenza.

Così, anche la terzina dantesca è ricomposta

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza

L’anno in musica e poesia

Ho sempre considerato Canzone dei dodici mesi Di Francesco Guccini (dall’album Radici del 1972) una stupenda sintesi dello scorrere del Tempo nell’arco dell’anno, qualunque anno.

Le mie riflessioni non sono nuove, le ripropongo in armonia con il testo del brano (ri)dedicandole all’anno in senso lato

diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale

al susseguirsi di mesi e stagioni come metafora della vita, e a tutti noi con l’auspicio che il Tempo sia sempre un regalo.

Ogni strofa è un quadro che ritrae con intensità i mesi in successione, fondendo sapientemente peculiarità stagionali e visioni personali.

Alla calma di un Gennaio dormiente, silenzioso e lieve, segue il dualismo di Febbraio: l’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza, nei primi giorni di malato sole la primavera danza.

Arrivano poi le piogge di Marzo canterino, quando porta la neve sciolta nelle rogge il riso del disgelo e la rinascita è palpabile.

Aprile è dolce. In questo punto il testo è stupendo. Con l’abilità di un grande scrittore, Guccini passa dall’evocazione del detto popolare “aprile, dolce dormire”

con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene

a riferimenti colti

quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele

un T. S. Eliot che nell’incipit della Terra Desolata (1922) così si esprime

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.

La canzone di Guccini è armonia poetica che unisce aspetto popolano e tono aulico delle allusioni dotte senza alcuna forzatura.

Maggio è il trionfo della primavera. È la rosa che è dei poeti il fiore:  per lui cantautore con la mia chitarra,  per Cenne e Folgóre, entrambi compositori di Una corona dei mesi, con forma parodistica  in  Cenne da la Chitarra e stile elegante-cortese in Folgóre da San Gimignano. Ennesima conferma che la musica raggiunge la poesia.

Bellissimi i “quadri” dedicati all’estate: Giugno, maturità dell’anno; Luglio, con i colori chiari del solleone e l’afa della pianura; le lunghe oziose ore di Agosto, mese del godimento della vita in cui è bello inebriarsi di vino e di calore. È l’apice dell’entusiasmo vitale.

Con Settembre, mese del ripensamento, la parabola si fa discendente.

Superata la parentesi della grande bellezza di Ottobre con i suoi tini grassi come pance, il suo mosto e ebbrezza, questo inno alla simbolica fecondità della vendemmia lascia spazio alle inquietanti nebbie di Novembre.

La pioggia che cade non è quella del Marzo canterino, è l’acqua delle lacrime versate nei cimiteri, i giardini consacrati al pianto, che solcano anche il volto di chi è consapevole che pure lui un giorno, cambierà la sorte in fango della strada.

A Dicembre il ciclo finisce, il cerchio si chiude, ci si addormenta come in un letargo risvegliati solo dalla nascita di Cristo, la tigre che irrompe con violenza nella Storia – altro omaggio a T. S. Eliot:

I segni sono presi per miracoli. “Vogliamo vedere un segno!”
La parola in una parola, incapace di dire una parola,
Fasciata di tenebra. Nell’adolescenza dell’anno
Venne Cristo la tigre
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda
In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto
Fra i bisbigli; …………………………………………………………….

(Gerontion, in Poesie 1920)

La melodia accompagna con arrangiamenti diversi il passaggio da un mese all’altro; il motivo dominante si arricchisce di più strumenti, dal flauto, al clavicembalo medievale, al sax, alla chitarra ovviamente. Sintesi musicale che unisce il classico a variazioni quasi jazz; sintesi lirica che sposa un genere popolare come la ballata a riferimenti letterari importanti. Nessuna scelta, testuale o musicale, è dovuta al caso come in ogni produzione artistica che si rispetti.

E ora gustiamoci il sonoro.

 

 

Sisifo felice?

Tiziano Vecellio, Sisifo
Madrid, Museo del Prado

Dapprima un flash. L’immagine, in seguito, si delinea con contorni sempre più netti mentre lo sguardo scorre sulla prosa di Mela, lessico impeccabile, linguaggio sensoriale e animista, coppa di parole da cui bevo in un’unica sorsata, ogni volta. Centellino a una seconda lettura, degusto aggettivi e verbi, assaporo sostantivi. È una bevanda di carattere, sapida, dal retrogusto spesso amaro ma sempre stuzzicante e fonte d’ispirazione. “Futilità”, “estranea”, “disagio”, parole… superflue danzano sulle papille linguali.  Ne individuo sapore e qualità prima di deglutire.

La silhouette di Sisifo si definisce ora in modo preciso, lui e la pietra spinta verso la cima di un monte da cui sarebbe rotolata in eterno, sua condizione perenne. Un mito molto umano poiché rappresenta il coraggio che non ha nulla di extra-ordinario. Come cornice, le pagine di un libro che si sfogliano nella mente.

Chi non ha provato il senso di estraneità per breve o lungo tempo? Nessuno, credo, può dirsene immune, sempre che non senta nemmeno il richiamo del fermarsi a riflettere. «L’inquietudine nasce dal cuore dei vivi» scrive Camus in Il vento a Djemila (Nozze, Noces 1938, I^ ed.) La consapevolezza è una compagna che rende vitali nonostante il peso del macigno. Sisifo, appunto. Di fronte alla routine del quotidiano, è impossibile non porsi domande, anzi LA domanda.

Alzarsi, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… Questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. […]
Ed ecco l’estraneità: accorgersi che il mondo è “denso”, intravedere fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con quale intensità la natura, un paesaggio, possano sottrarsi a noi … […] Le scene, travisate dall’abitudine, ridiventano ciò che sono e si allontanano da noi. Come succede certi giorni, in cui, sotto il volto familiare di una donna, ritroviamo quasi una straniera in quella che mesi o anni addietro avevamo amata…¹

L’insoddisfazione è in agguato, anzi ha già collezionato le sue prede, la percezione di disagio incombe, tutto sembra assurdo, l’inadeguatezza penetra nella carne come un liquido. Ma, di preciso, cos’è “assurdo”? Ciò che mi circonda? Come e quel che sono? L’io voglio che contrasta con l’io posso?

Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo. [ …]
L’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo. È questo che non bisogna dimenticare; è a questo che bisogna aggrapparsi, poiché possono nascere le conseguenze di tutta una vita.¹

In un mondo ideale non esisterebbe conflitto, ma l’eden non è realtà, prende forma solo nel ricordo di una vita precedente, anteriore al peccato originale che anche i non credenti conoscono. Il contrasto tra l’umano desiderio di luce e il buio del mondo è invece innegabile, è l’essenza dell’esistere, «non posso cancellarla con un tratto di penna». «Se giudico una cosa vera, devo preservarla»¹ per vivere con dignità e consapevolezza.

L’assurdo rende l’uomo estraneo al mondo, ma non diamogliela vinta – esclama Camus – impediamogli di trasformare l’individuo in un estraneo a se stesso. Un calcio allora a illusioni, false speranze, sintomo di rassegnazione di fronte all’oggi. «Vivere è dar vita all’assurdo. Dargli vita è innanzitutto saper guardarlo»¹: dritto negli occhi, senza timore, con l’atteggiamento del ribelle che rifiuta di sottomettersi alla sua condizione senza però fuggirla, anzi vivendola con lucidità.

Sisifo spinge la pietra verso la cima e, dopo uno sforzo immane, la meta è raggiunta. Dall’alto, la osserva precipitare e sa che deve farla risalire di nuovo. Quindi torna al piano. «È durante questo ritorno che Sisifo m’interessa»¹: potrebbe buttarsi dalla rupe, rotolare insieme al masso ed essere schiacciato, correre oltre giù per il pendio. Invece, prende coscienza che il macigno gli appartiene, «è cosa sua», che quei gesti sono il suo destino, la sua stessa vita, si concentra non sulla fatica dell’ascesa ma su di sé e il suo atteggiamento mentre scende. Ogni passo lento e graduale è una tappa verso un cosciente disprezzo ma un’altrettanto cosciente assunzione dell’atto: questa è la sua vittoria sul fato.

«Caro Albert, credi sia facile per un operaio che ripete ogni giorno lo stesso lavoro accettare una simile concezione della vita? O per chi è in situazioni che non ama e nelle quali si è ritrovato suo malgrado?.»
«Mia cara, Sisifo potrebbe diventare altro da sé ma non può. La sua alternativa è dominare le azioni, libero dalle paure, in balia solo della propria ragione che dà un senso anche a quanto all’apparenza non ne ha, trasformarle in una scelta, una lotta continua. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.¹»

«Un’ombra di rassegnato fatalismo me lo concedi?»
«E perché mai? Sisifo sa di essere padrone dei propri giorni. Torna al suo macigno e quindi sceglie, accetta la sfida non l’imposizione. Impegnati a immaginare che sorrida all’assurdo del mondo e che si tuffi con cinismo tra le onde indifferenti della realtà. La sua è comunque una vittoria.»

Mi arrendo al maestro. Chiudo il libro la cui (ri)lettura è davvero un’esperienza intellettuale e non solo. Sembra pura speculazione filosofica, eppure quando penso che chi la propone ha conosciuto povertà e malattia, la tubercolosi contratta a soli 17 anni, è vissuto in un quartiere umilissimo alla periferia di Algeri, cresciuto praticamente senza padre, morto pochi mesi dopo la sua nascita, con una madre che sgobbava da mattina a sera come donna delle pulizie e rientrava la sera sfiancata e muta per la fatica, non devo sforzarmi troppo per calarla nel quotidiano. Vero che Camus è stato un grande intellettuale, vincitore di Premio Nobel nel 1957, ma non era certo un membro dell’intellighenzia borghese parigina formatasi all’Ecole Normale, persone che avevano avuto tutto fin dalla nascita mentre lui si è dovuto sudare la vita. Nessuna difficoltà perciò a tradurre nel reale la sua lucida e laicissima analisi dell’esistenza.

¹ Il mito di Sisifo

 

 

Bonjour tendresse

 

L’individuo odierno – almeno nella sua versione ideale, condivisa dalla burocrazia e dal marketing – non fa una buona propaganda alla tenerezza. La include fra i suoi consumi privati, ma diffida dal considerarla una risorsa pubblica. Il vincente, l’uomo di successo, la donna in carriera devono guardarsene con cura. La tenerezza è una debolezza imperdonabile: meglio prevenire. I bambini vanno addestrati fin da piccoli a farsi valere, tenendo a freno altruismo e compassione. Là dove la tenerezza sconfina nella vulnerabilità e mette a rischio l’ego, essa rappresenta persino un pericolo. Pur sempre associata a sentimenti benevoli e umanizzanti, in questo momento storico, la tenerezza appare del tutto priva di gloria e di intensità.

La tenerezza è decisione contro la prepotenza che vuole ridurci a macchine desideranti, senza compassione per l’intimità – delle persone e delle cose – di cui abbiamo bisogno. Questa intimità è il godimento di ciò che, nelle persone e nelle cose, non si può comprare né vendere. Di ciò che, della vita, non si può produrre e non si può consumare, perché vive del suo stesso dono, si alimenta del suo stesso riconoscimento, vive della nostra stessa vulnerabilità, pacificata dal rispetto che le è accordato e dalla delicatezza con cui è ospitata. Bisognerà imparare a guardare di nuovo anche eros con questa tenerezza, rimuovendo ogni suo delirio di onnipotenza. La tenerezza gli restituirà l’emozionante levità del dio delle piccole cose, sottraendolo alla possessione insaziabile della dismisura, che lo annienta.

da Tenerezza La rivoluzione del potere gentile di Isabella Guanzini, Ponte alle Grazie, Adriano Salani Editore, Milano 2017. Libro di una teologa cattolica pervaso da un’intensa morale laica. Leggerlo può solo fare bene.

La tenerezza ha i colori della concretezza. Non piange lacrime di comoda sensibilità a un dramma lontano, è l’abbraccio a un malessere vicino, un conta-su-di-me, un io-ci-sono-sempre.

La tenerezza ha lo smalto della fermezza. Non adula né lusinga, non spaccia parole di affetto, non smercia effusioni, è sostegno franco e onesto nei consigli.

La tenerezza ha le tinte della pacatezza. Non urla, non s’irrigidisce su questioni di principio, possiede il dubbio nelle viscere e se ne nutre.

La tenerezza ha le sfumature della compostezza. Non è rigida osservanza, non draconiana inflessibilità, è equilibrio morbido e avvolgente, sintesi e punto d’incontro.

La tenerezza ha i riflessi della mitezza. Allo spavaldo non-hai-capito preferisce il modesto mi-sono-spiegato-male.

La tenerezza ha la luce della dolcezza. Non è leziosa attenzione, è misura nell’agire, calore dell’essenziale.

La tenerezza è antidoto a cinismo ed egoismo, a esteriore romanticismo, a indifferenza e violenza anche dei silenzi, a reazioni smodate e incontrollate.

La tenerezza è forma che si fa sostanza, stile di vita, forza gentile e virtù civile cui addestrare l’anima per non limitarsi a sopravvivere.

 

Spazio e armonia

Vagabondando tra libri, fogli, immagini, pensieri  e riflessioni.

Paul Eluard, Le visage de la paix, 1951, éd. La Pléiade

[I]
Conosco tutti i luoghi dove abita la colomba
e il più naturale è la testa dell’uomo.

[2]
L’amore della giustizia e della libertà
ha prodotto un frutto meraviglioso.
Un frutto che non marcisce
perché ha il sapore della felicità.

[3]
Che la terra produca, che la terra fiorisca
che la carne e il sangue viventi
non siano mai sacrificati.

[4]
Che il volto umano conosca
l’utilità della bellezza
sotto l’ala della riflessione.

[5]
Pane per tutti, per tutti delle rose
L’abbiamo giurato tutti
Camminiamo a grandi passi
E la strada non è poi tanto lunga.

[6]
Fuggiremo il riposo, fuggiremo il sonno,
Coglieremo veloci l’alba e la primavera
E prepareremo giorni e stagioni
A misura dei nostri sogni.

[7]
La bianca illuminazione
Di credere tutto il bene possibile.

[8]
L’uomo in preda alla pace s’incorona di speranza.

[9]
L’uomo in preda alla pace ha sempre un sorriso
Dopo tutte le battaglie, per chi glielo chiede.

[10]
Fertile fuoco del grano delle mani e delle parole
Un fuoco di gioia si accende e ogni cuore si riscalda.

[11]
La vittoria si regge sulla fraternità.

[12]
Crescere non ha limiti.

[13]
Ciascuno sarà vincitore.

[14]
La saggezza è appesa al soffitto
E il suo sguardo cade dalla fronte come una lampada di cristallo.

[15]
La luce scende lentamente sulla terra
Dalla fronte del più anziano passa al sorriso
Dei bambini liberati dal timore delle catene.

[16]
E pensare che per tanto tempo l’uomo ha intimorito l’uomo
E fa paura agli uccelli che portava nella sua testa.

[17]
Dopo aver lavato il suo viso al sole
L’uomo ha bisogno di vivere
Bisogno di far vivere e si unisce con amore
Si unisce all’avvenire.

[18]
La mia felicità è la nostra felicità
Il mio sole è il nostro sole
Noi ci dividiamo la vita
Lo spazio e il tempo sono di tutti.

[19]
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.

[20]
Eravamo nel millenovecentodiciassette
e conserviamo la percezione
della nostra liberazione.

[21]
Noi abbiamo inventato gli altri
Come gli altri ci hanno inventato
Avevamo bisogno gli uni degli altri.

[22]
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

[23]
Riempiremo l’innocenza
Con la forza che così a lungo
Ci è mancata
Non saremo mai più soli.

[24]
Le nostre canzoni chiamano la pace
E le nostre risposte sono atti per la pace.

[25]
Non è il naufragio è il nostro desiderio
A essere fatale e la pace inevitabile.

[26]
L’architettura della pace
Poggia sul mondo intero.

[27]
Apri le tue ali bel volto
Imponi al mondo di essere saggio
Poiché noi diventiamo veri.

[28]
Diventiamo veri insieme grazie allo sforzo
Alla nostra volontà di dissipare le ombre
Nel corso folgorante di una nuova luce.

[29]
La forza diventerà sempre più leggera
Respireremo meglio canteremo a voce più alta.

Paul Eluard, Il volto della pace, 1951 ¹

Ventinove quadri con pennellate di parole, arricchiti, nell’edizione originale Cercle d’Art del 1951, da ventinove illustrazioni di Pablo Picasso.

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Variazioni sul tema della colomba e il viso di Françoise Gilot, sua compagna dal 1943 al ’53 nonché modella, musa ispiratrice e madre di Paloma (colomba in spagnolo) e Claude. L’artista le utilizza per rappresentare il tema della pace.

Un simbolo caro a Picasso che già l’aveva proposto nell’aprile 1949 in occasione del Congresso Mondiale dei Combattenti per la Pace svoltosi a Parigi, il primo incontro tra stati che avevano aderito al Movimento per la Pace nato l’anno precedente a Breslavia in Polonia.

Una colomba dal folto piumaggio, a terra, con grosse zampe, per il cui disegno il pittore si era ispirato alla silhouette di un piccione milanese, regalo di Matisse notoriamente amante di questi pennuti.

Henri Matisse fotografato da Cartier-Bresson nella sua casa a Vence, 1944

Una colomba ben diversa da quelle che Picasso disegnerà più tardi da quando gli chiesero di creare ancora un emblema della Pace in occasione del Congresso del movimento pacifista a Vienna nel 1952. Ancora una paloma, questa volta però in volo e dedicata inoltre, nelle Lettres Françaises di novembre-dicembre 1952, alla memoria dell’amico Paul Eluard, morto il 18 novembre dello stesso anno.

Pablo Picasso lithograph, Colombe Volant, 1952

Seguirà la serie di Colombes de la Paix, la prima dipinta nel 1961, numerose versioni  raffiguranti tutte la colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.

Pablo Picasso lithograph, La colombe bleue, 1961

L’origine dell’immagine? Si pensa immediatamente al libro della Genesi, alla colomba che Noè ha inviato per due volte fuori dall’arca dopo il diluvio. Alla seconda uscita, l’uccello ritornò con l’ulivo, segno che le acque erano scese e la terra riemersa si presentava di nuovo abitabile.

Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.
Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori…
Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra…
con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece. (Genesi 6, 12-22)

Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrò nell’arca Noè con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli: essi e tutti i viventi secondo la loro specie e tutto il bestiame secondo la sua specie e tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la loro specie, tutti i volatili secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui è il soffio di vita. Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio: il Signore chiuse la porta dietro di lui.
Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca che si innalzò sulla terra. Le acque divennero poderose e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque si innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.
Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta morì.
Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni. (Genesi 7, 12-24)

Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo; le acque andarono via via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni. Nel settimo mese, il diciasette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.
Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui. (Genesi 8, 1-12)

L’acqua può distruggere, ma pulisce e purifica. Non è il “naufragio a essere fatale”, scrive Eluard. La colomba vola via e non ritorna più in uno spazio chiuso.

La vita è altrove: in un’ipotetica casa della felicità, la facciata è aperta, le chiavi tintinnano e cantano, non chiudono, la porta è un trampolino di lancio, le finestre un’apertura per un viaggio nel mondo. Il movimento è centrifugo, spinta costante che sposta sempre più lontano con continui balzi in avanti.

L’essenziale si nutre di spazio, preferibilmente con sviluppo verticale ascendente, nella maggioranza dei casi orizzontale, mai discendente. Condividere e con-vivere è passare dalla casa alla strada, dalla strada alle piazze, dalle piazze alle pianure sconfinate. Salire è progredire. “Crescere non ha limiti”, scrive ancora Eluard.

Spazio aereo, quindi: ed ecco il vento, la brezza, la colomba, le piume, le ali. Per Eluard, l’aria è per eccellenza l’elemento dell’interscambio, abbrevia le distanze, è compartecipazione,  libertà, “speranza“. È una dimensione anche interiore: la “testa dell’uomo” diventa allora la dimora “naturale” della colomba. La “riflessione” ha le ali, scrive. La sua colomba, e quella picassiana il cui becco è inoltre proteso verso l’alto, sono pertanto metafora di un canto poetico-pittorico ad armonia, unione e concordia.

Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

 

 

¹ Traduzione di Primula ©