Il volo della Tortorella – 6 –

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Gli spostamenti dello “spagnolo

– 6 –

A prima vista pare un omicidio a scopo di furto, ipotesi però scartata quasi subito poiché, in realtà, in casa non manca nulla, com’è verificato da una nuova e minuziosa perquisizione nel domicilio della Demicheli il martedì 30 maggio.
Gli inquirenti sequestrano alcune lettere, compresa quella che Ester stava scrivendo al cognato, purtroppo irrintracciabile. Ulteriori interrogatori a Erminia Beltrami, Erminia Rota ed Enio Michelotti non svelano nuovi particolari rilevanti.
Non resta che chiudere la casa per concentrarsi in seguito su ricerche in altra direzione. È concesso ai parenti vendere gli immobili a un rigattiere, Giovanni regala alla fedele Erminia qualche oggetto di Ester come ricordo e, così, il luogo del misterioso delitto rimane vuoto a muta testimonianza di momenti terribili. I sigilli agli ingressi delimitano i confini del silenzio.

Le indagini proseguono e si basano sull’esito dell’autopsia che permette di definire l’arma del delitto.
Considerando la profondità e le dimensioni delle ferite, s’ipotizza che l’assassino non possa aver usato un piccolo coltello di lunghezza normale, forse trovato nella cucina della vittima, bensì uno strumento ben più tagliente e aguzzo, molto resistente e dotato di un manico robusto. Si pensa alla corta baionetta in dotazione all’esercito italiano. L’impugnatura e la lama sarebbero compatibili con la lacerazione al cranio e la configurazione delle altre lesioni sparse sul corpo, ipotesi suffragata dall’episodio del diverbio acceso tra la Demicheli e un soldato, che la stessa Ester aveva confidato all’amico Enio, alla cameriera Erminia e ad altre conoscenti.
L’inchiesta segue ora una rotta precisa investigando, in particolare, nell’ambiente della caserma La Marmora proprio di fronte all’abitazione della Tortorella in via dei Rustici. Il colpevole potrebbe essere un membro della truppa di stanza lì ma anche di passaggio, il che complicherebbe non poco la soluzione del caso. Il militare romano pare comunque essersi volatilizzato. In quel famoso venerdì sera, nessun testimone aveva assistito alla scena del litigio e chi ne è informato riferisce che anche per la Tortorella era «uno non di qui.»

Il Giudice Istruttore e i suoi collaboratori si avvalgono del contributo dell’autorità militare che mette a disposizione mezzi e uomini.
Ed ecco spuntare un vero e proprio personaggio che ben s’inserisce in questa sordida storia arricchendone la trama di dettagli intricati.
È soprannominato “lo spagnolo”: di origini sudamericane, si esprime in un italiano stentato e parla quasi sempre la sua lingua. Eppure è reclutato nel nostro esercito. Che ci fa nella caserma La Marmora un giovane di altra nazionalità? Com’è riuscito ad arrivare a Cremona, a essere inserito nel 65º fanteria? Qualcuno ne ha accertata l’identità? Soprattutto, chi è davvero? Domande che servono agli inquirenti come linee guida per indagare su di lui. E, a ogni nuova scoperta, il mistero sembra infittirsi sempre più.

Si chiama Carlos, Carlos Dominguez per la precisione, ma nell’elenco dei soldati non risulta. I suoi dati coincidono con un altro nome: Carlo Del Vecchio. False generalità? A che scopo?
Lunghi interrogatori ai compagni del suo reparto e accurate indagini consentono di sbrogliare pian piano la matassa d’informazioni ingarbugliate.
Carlos Dominguez e Carlo Del Vecchio sono la stessa persona.
“Lo spagnolo”, nato a Caracas, si arruola nel 1915 a Napoli dichiarandosi Del Vecchio Carlo, ossia usando il cognome del padre che tuttavia, in Venezuela, non lo ha riconosciuto come figlio. Dominguez è il cognome della madre. L’adesione volontaria all’esercito italiano sarebbe motivata dal desiderio di acquisire il diritto di portare il cognome paterno.
Non arriva da solo in Italia. È in compagnia di un altro militare, Michele Jollenardo, che lo conosce da molti anni e, a Napoli, garantisce per la sua identità come Del Vecchio. Il distretto partenopeo non ritiene quindi necessarie ulteriori verifiche. Insieme sono assegnati di stanza a Cremona.

La sera del sabato 27 maggio, durante la libera uscita, si recano a cena in una trattoria di corso Garibaldi. Il Dominguez ha ottenuto il permesso serale, ma non ne usufruisce e rientra in caserma per dormire. Sono le 21 passate. Trova chiuso il ripostiglio del pane in cui è stato autorizzato a trascorrere la notte, si corica perciò su un tavolaccio vicino ai bagni e si addormenta. Il giorno dopo parte per Milano. Fino al 31 maggio gli è stata concessa una breve licenza per avviare le pratiche di modifica delle generalità presso il consolato spagnolo. Finalmente sarebbe stato Del Vecchio per tutti, e solo quello, ciò che desidera da sempre, la ragione del suo essere soldato, la concretizzazione dell’orgoglio di sentirsi italiano a tutti gli effetti.
Sceso alla stazione di Cremona il mercoledì 31, si avvia verso la caserma La Marmora. Solito tragitto: via del Vecchio Passeggio, corso Garibaldi, il voltoncino di via dei Rustici.
Non si accorge di essere seguito. Giunto a destinazione ed entrato nell’edificio, trova le forze dell’ordine e il funzionario di Pubblica Sicurezza dott. Tretti che, autorizzato dal comando militare, lo sottopone a un interrogatorio, il primo di molti altri. Esce poco dopo scortato per essere trasferito in carcere.

Quale mistero avvolge la vita di quest’uomo? Cos’è successo durante la sua assenza da Cremona?
La città è sempre più coinvolta nel fattaccio della Tortorella e ora incuriosita da questo nuovo attore che entra nella tragedia da protagonista. Agli angoli delle strade gli strilloni urlano i titoli del quotidiano La Provincia-Corriere di Cremona:

Verso la luce il mistero di via dei Rustici?
I sospetti su un soldato oriundo spagnolo!!…
Lo spagnolooo, arrestato lo spagnolooo!!..

Persone passano, acquistano il giornale, leggono. E vogliono saperne di più.

cap. 7 

Il volo della Tortorella – 5 –

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Documento riguardante il ritrovamento del cadavere di Ester Demicheli, detta la Tortorella

– 5 –

Mancano testimoni oculari. I rappresentanti dell’autorità giudiziaria devono perciò limitarsi ad ascoltare i racconti di chi ha solo udito le urla della donna la sera precedente. Erminia Rota e la sentinella della caserma La Marmora, che si qualifica come Edoardo Jervolino appartenente al 65º fanteria, dichiarano di aver sentito il rumore di un’ipotetica colluttazione, il colpo secco di una porta aperta e chiusa in tutta fretta, il passo veloce di qualcuno che, all’orecchio, sembrava correre verso via Milazzo.
Impossibile per loro vedere chi fosse da via dei Rustici.
«Senz’altro un uomo» precisa il militare.
Lo deduce dalla camminata pesante tipica di chi indossa calzature a suola spessa e non certo decolleté con il tacco. Aggiunge di averne parlato con un maresciallo rientrato in caserma dopo l’una di notte.

Si presenta spontaneamente Enio Michelotti, l’ultimo ad avere avuto contatti con Ester viva, tranne l’assassino, beninteso. È quindi comprensibile la circospezione degli inquirenti nei suoi confronti. Alla presenza del Sostituto Procuratore del Re e del Giudice Istruttore, rievoca le ore in compagnia della donna ripetendo le sue confidenze, specificando persino dettagli sulla cena. Non omette nulla, è tranquillo e d’altronde non ha di che temere. Dopo le 21 era in compagnia di amici, di cui riferisce identità precise, con i quali è rimasto fino a notte inoltrata. Le guardie di Pubblica Sicurezza che ha incontrato, sentite più tardi dal Giudice Istruttore, confermano la circostanza. Individuati i ragazzi, arriva anche la prova di una serata trascorsa in un’osteria dove sono stati riconosciuti. Semplice quindi verificare l’attendibilità del suo resoconto: l’alibi è di ferro.

Subito avvisato, Giovanni, fratello di Ester, raggiunge Cremona da Pavia il prima possibile. È costernato e desidera assolutamente vedere la sorella. Lo informano sullo stato del cadavere, ma non gli importa: vuole costatare di persona, e con i propri occhi, gli effetti della brutalità umana che gli appare in tutto il suo orrore osservando il corpo esanime, avvolto nel telo bianco. Il viso di Ester è deformato, la fronte e la parte destra del cranio sfondate da una ferita profonda, i tagli sono ovunque. Un massacro.
«Ma chi può essere stato? – singhiozza – come si può ridurre così una donna? Come? Chi è quell’animale? Lo prenderete, non è vero?»
Penoso consolarlo, complicato rispondergli. L’assassino non ha lasciato traccia di sé. Con ogni probabilità, conosceva bene la casa poiché non si è riscontrato alcun segno di scasso o forzatura alla porta. È vero, dei cassetti sono stati aperti, qualcuno vi ha frugato convulsamente, ma può avere preparato una messa in scena per depistare le indagini. L’arma del delitto è inoltre introvabile e, dalle testimonianze raccolte, tracciare un identikit è irrealizzabile.
Il movente? Sarebbe possibile costruire un’ipotesi partendo dalle informazioni acquisite sulla personalità e stile di vita di Ester. Nessuna però è di vero aiuto in tal senso. Conoscenti e amiche parlano di lei come di una donna discreta. Era una prostituta, non un segreto, che esercitava la professione in modo meno sfacciato di altre. Viveva sola, selezionava i clienti, sceglieva lei chi e quando. Alcune sere, il clima di divertimento nella sua stanza da letto era più percepibile di altre dall’esterno, mai comunque scandaloso o sopra le righe.

Finora, il fatto è definito “il misterioso assassinio di vicolo Polluce”.
Mistero: termine ripetutamente usato sulla stampa locale che pubblica la notizia il giorno dopo.
Il quotidiano La Provincia-Corriere di Cremona di lunedì 29 maggio 1916, nella sezione Cronaca, titola così un lungo articolo dedicato all’accaduto: Un efferato delitto in via dei Rustici. La Tortorella sgozzata misteriosamente.
Il settimanale Interessi Cremonesi, lo stesso giorno, sintetizza i fatti in mezza colonna insistendo sull’effetto turbamento poiché “da oltre un anno non si registravano efferati delitti di sangue. L’ultimo fu l’omicidio e suicidio consumato da un giovane ex carabiniere in via Largo Paolo Sarpi.”
L’Azione informa i suoi lettori a metà settimana in due brevi e laconici comunicati con ragguagli sommari: “Certa Demicheli Esterina, quarantenne, abitante in via dei Rustici 4, fu rinvenuta morta, accoltellata, nella sua abitazione.” La linea editoriale di questo quotidiano è palesemente diversa, ma il cronista non può evitare il termine “mistero” che, scrive, “regnerà ancora”.

Le indagini si prospettano in salita. L’ambiente della leggera non aiuta certo a fare chiarezza; aleggiano omertà, reticenze, paure, gelosie, diffamazioni, scarsa attendibilità. Non solo. In questo periodo d’inizio guerra, anche a causa del conflitto, agguati, omicidi e rapine avvengono di rado per strada. Si preferiscono spazi chiusi nelle case, nei bordelli, protetti dal privato, robusto involucro di segreti.
Nel pomeriggio di domenica 28 maggio, il cadavere della Tortorella è trasportato alla camera mortuaria del Cimitero per l’autopsia eseguita dai dott. Cappello e Ferrazzi. La perizia necroscopica fa riscontrare cinquantun ferite di arma da taglio, la più violenta profonda ben venti centimetri. Sono perforati la base del cuore, stomaco, polmone e fegato. Sull’addome, è evidente la cicatrice di un intervento subìto in vita dalla donna. Si appura che era stata operata per un tumore all’utero. La parete destra del cranio presenta lacerazione e contusione dovute a un colpo inferto con un oggetto più voluminoso di una lama. Infine, in zona sopra clavicolare, uno squarcio ha reciso arteria e vene causando un’emorragia consistente.
Il dott. Cappello accerta che Ester Demicheli è deceduta per ferite al cuore e ai vasi del collo causate da arma da taglio e punta. L’autopsia fa risalire la morte tra l’una e le due di mattina di domenica 28 maggio, ossia a otto o nove ore precedenti la scoperta del delitto.
In seguito, l’ufficio del Giudice Istruttore di Cremona emette il nullaosta di seppellimento in data 29 maggio 1916. La salma di Ester è deposta nella fossa 404 comparto XIX del Civico Cimitero della città.

cap.6 

Il volo della Tortorella – 4 –

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cap. 1  cap. 2  ⇒ cap. 3  

La chiesetta di Santa Rita all’angolo di via dei Rustici

– 4 –

La città riposa ancora, il cigolio di qualche bicicletta e l’eco di passi lenti su corso Garibaldi e via Trecchi interrompono la consueta tranquillità della domenica mattina. Alcune donne si recano a messa nella chiesetta di Santa Rita, le cui campane avvolgono di armonia le ore del giorno.

Come il solito, verso le undici, Erminia Beltrami percorre il breve tratto di via dei Rustici, imbocca vicolo Polluce e apre la porta di casa di Ester. Quello è l’ingresso che tutti usano, una posterla a dire il vero; l’altro, in via dei Rustici n. 4, in realtà il principale, è sempre chiuso. La donna attraversa il cortiletto, passa dalla sala da pranzo, sosta un attimo nell’attigua cucina e, vedendo che tutto è in ordine, sale al primo piano.
«Esterina… sùunti rivàada! ¹ »
Ansima leggermente tra un gradino e l’altro, gli anni e qualche acciacco si fanno sentire.
«Esterinaaa…! Esteeer…!»
Nessuna risposta.
«La dòorma amó? Nòt de divertiméent, alùura! – mormora mentre si avvicina alla stanza da letto – Mah, stràan, a st’ùura ´l’è alméen in vestàja… ² »

La porta della camera è socchiusa. Erminia entra accolta dalla semioscurità. Le imposte sono appena accostate e lasciano penetrare tenui fasci di luce, sottili come filamenti, in cui danza il pulviscolo dell’ambiente e che, orientati al letto, lo mostrano completamente fatto. Vi è appena visibile l’impronta di una persona, probabilmente coricatasi giusto un attimo sulla coperta. Una salvietta è ai piedi del materasso, pulita e ben ripiegata.
«Pusìbil? ´l’è bèle andàada fóora? ³ »
Poi, mentre si avvicina per aprire la finestra, la tragica scoperta: un ammasso di asciugamani e panni arruffati copre un corpo rannicchiato e rigido. Attorno, una chiazza di sangue.
«Aaaah!… Maria Vergine! Oddio! Oddio!»
Sempre urlando, scende le scale ed esce dalla casa in preda al terrore.
«Aiuto! Aiuto!»
Alle sue grida, i vicini si affollano all’angolo tra via dei Rustici e vicolo Polluce, chi angosciato, qualcuno incuriosito, altri persino sprezzantemente ironici.
«La Tortorella? Uccisa? Ma… come?»
«Strangolata?»
«No, no, forse accoltellata…»
«Puarìna … che bröta féen! 4 »
«Be’, con il suo mestiere c’era da aspettarselo un giorno o l’altro…»
La morte livella, ma non per tutti.

Chiamato un vigile che registra il ritrovamento del cadavere e appura le generalità della vittima, si recano sul posto il Sostituto Procuratore del Re presso il Tribunale di Cremona, avv. Lanzetta, e il Giudice Istruttore, avv. Bongiovanni.
«Largo, fate largo! – intimano i Carabinieri alla folla che intanto si accalca – Fate passare!»
È necessario mettere un piantone all’inizio di vicolo Polluce per consentire alle autorità i primi accertamenti e le costatazioni di legge. Si sono aggiunti, nel frattempo, i marescialli dell’Arma e di Pubblica Sicurezza in compagnia di un medico legale convocato per l’esame preliminare della salma.
Gli inquirenti riscontrano l’ordine che regna nei locali a pianterreno: nulla è fuori posto eccezion fatta per un cassetto del comò a sinistra della porta d’ingresso, scostato di sghimbescio, forse aperto di fretta. Al primo piano, la luce del pieno giorno inonda la stanza da letto mostrando una scena spettrale: un secchio rovesciato accanto al lavabo, un telo di spugna buttato sul corpo di Ester e, anche qui, il cassettone aperto con segni evidenti di una ricerca affannosa.
In realtà, consultata più tardi la cameriera, non manca nulla. La collana d’oro con rubini a pendantif di cui «la signora si vantava», racconta Erminia tra le lacrime, era stata impegnata tempo addietro insieme ad alcuni anelli per necessità di denaro contante.
Infine, sotto la finestra, il cadavere, che giace su un fianco in posizione fetale, rannicchiato sulle ginocchia, il braccio destro nascosto e il sinistro a coprire il viso in un estremo tentativo di autodifesa. Poi sangue, sangue ovunque: raggrumato tra i capelli, sparso su dorso, torace, addome e una larga chiazza come macabra cornice a un corpo martoriato di ferite. Nemmeno il cranio è stato risparmiato. La ferocia di una mano assassina ha talmente infierito da staccarne la pelle fino a mostrare l’osso. Atto di pura bestialità suggellato da una coperta buttata lì sopra senza troppa cura, con la negligenza tipica di chi è indifferente a un oggetto.
Sì, perché quella donna è ora una cosa da guardare, girare, analizzare, trasformata così dalla brutalità di chi l’ha straziata.
Ester è seminuda. Indossa calze nere e scarpette con tacchi alti, anch’esse nere; al collo, un giro di perle e, alle orecchie, un paio di orecchini di un certo valore. Tocchi di femminilità quasi beffardi e irridenti in tragico contrasto con la carne lacerata e la staticità della morte: un quadro di violenza dipinto con malvagità e ora abbandonato nell’angolo del sottofinestra, in un silenzio tombale.

Conclusi i primi superficiali accertamenti, la salma è avvolta in un lenzuolo e spostata in un’altra stanza, la camera da letto viene chiusa e la casa piantonata in attesa di ulteriori indagini.

¹ sono arrivata!
² Dorme ancora? Notte di bagordi, allora! … Ma, strano, a quest’ora è almeno in vestaglia
3 Possibile? È già uscita?
4 Poverina… che brutta fine!

⇒  cap. 5

Il volo della Tortorella – 3 –

⇒ Il fascino dell’enigma
cap. 1 cap. 2

Angolo tra via dei Rustici e vicolo Polluce ripreso dall’ex casa della Tortorella

– 3 –

Rivivendo l’episodio alla luce del mattino seguente, Ester non si scompone. Non sarà certo un militare mezzo ubriaco a farle paura; si sente sicura in casa, la palazzina non è isolata e le inferriate al piano terra le infondono senso di protezione.
Il campanile di Sant’Agostino rintocca le dieci e mezza. Si è fatto tardi, deve uscire per la spesa, l’amico Enio merita una buona cenetta. Si appoggia al letto per indossare le scarpe. La lettera è ancora lì sul comodino, dove un portaritratti funge da fermacarte. Li afferra entrambi e inizia a leggere:
“Caro Annibale,
ò ricevuto tuo telegramma. Grazie che ài capito. Forse vengo a Genova a trovarti, magari faccio anche trasloco…”
Decide di terminarla l’indomani, avrà modo e tempo per raccontare tutto per benino a suo cognato. Prima di uscire, un rapido sguardo alla fotografia che ritrae la sorella Erminia, la piccola della famiglia Demicheli. Di tre anni più giovane, erano sempre insieme, passeggiavano per Cremona in coppia e molti le notavano. Si erano poi separate. Erminia, già donna matura, aveva sposato Annibale Rossi, ma, povera sorella!, il matrimonio le concesse solo un breve periodo di gioia: morì due anni dopo all’età di vent’otto anni.

Riflettendoci, la famiglia Demicheli era stata un groviglio di vissuto. Non se la passavano male, in fondo. Il padre Luigi, classe 1841, aveva sempre esercitato un mestiere ricercato all’epoca, trebbiatore e in seguito mediatore, una vera e propria professione che richiedeva abilità ed era allora pure discretamente pagata. Non potevano certo definirsi benestanti ma, rispetto ad altri poveretti che vivevano e lavoravano in campagna, sarebbe stato scorretto lamentarsi. Per la sua competenza, Luigi era chiamato in varie cascine e la famiglia dovette cambiare residenza parecchie volte. Sapeva anche leggere e scrivere; nessuno di loro era analfabeta, nemmeno mamma Regina, semplice contadina giornaliera, neppure la sorella maggiore Luigia e il fratello Giovanni diventato addirittura scrivano presso il genio militare.

Soffermandosi sul viso di Erminia, Ester ripensa a quando vivevano uniti sotto lo stesso tetto. I problemi non mancavano: loro figlie erano tutte sarte, ecco perché lei s’intende di cuciture e tessuti e ha scelto Gesuina come confezionatrice di camicie e gonne. Poi, si sa, la vita può giocare brutti scherzi: alla morte della mamma, nel 1892, Luigi sposò solo un anno dopo, a cinquantun anni, una ragazza, Maria Cavallieri, venticinquenne e ben più giovane dei suoi figli. Una donnina allegra. La decisione aveva gettato malumore e scompiglio nei rapporti familiari e provocato una diaspora.
Ben presto le sartine non cucirono più abiti per rivestire i corpi, s’interessarono piuttosto ai corpi. Fu così che Erminia conobbe Annibale, Luigia incontrò Filippo Maiorino, s’innamorarono e lasciarono Cremona, la prima per Genova, l’altra per Salerno, dove morì. Anche il fratello Giovanni se ne andò a lavorare a Pavia dove vive tuttora. Loro due gli unici sopravvissuti, Ester la sola ad avere scelto di rimanere nubile: niente matrimonio, per carità! Ha troppa esperienza degli uomini.
Sta declinando pure la proposta del cognato Annibale che, rimasto vedovo, le chiede da tempo e con insistenza di diventare sua moglie. Ma lei non accetta. Ostinata e risoluta, difende una libertà anche affettiva e, inoltre, non le va affatto di essere la seconda scelta di qualcuno. Proprio questo vuole chiarire nella lettera, oltre al fatto che l’eventuale trasloco a Genova l’avrebbe deciso unicamente per risolvere i suoi problemi economici. Un ennesimo rifiuto per Annibale, «come lo prenderà?» L’ultima volta non troppo bene, sembra rodersi nel saperla con altri uomini e assillato dall’idea di averla. «Leggerà e capirà, deve capire…»
«Chissà dov’è finita Maria… Più vista.» Non è tuttavia preoccupata, anzi! Non ha voglia di pensare che se la sia goduta con i pochi guadagni sudati da papà togliendoli ai figli. Le è venuta in mente così, questa matrigna ragazzina che seconda mamma non è mai stata e della quale si sono perse le tracce.

Flash di ricordi affollano la mente di Ester mentre ritorna dalla spesa. Rientrata, saluta Erminia alla quale ha dato il pomeriggio libero. Enio sarebbe arrivato verso sera, vuole farsi trovare sola in casa e regalargli una cena preparata con le sue mani.
Nessuno conosce la reale natura del rapporto con Enio Michelotti, giovane tipografo romano residente a Milano, che gli obblighi di leva avevano trattenuto per qualche tempo a Cremona, uno dei rari militari cui era permesso varcare la soglia di vicolo Polluce. La Tortorella ha una certa fama nel quartiere e oltre, il pettegolezzo morboso è pane quotidiano per molti ma Ester non se n’è mai curata. D’altra parte, passare la serata da non significa automaticamente andare a letto con ed Ester lascia che il mondo mormori. In realtà, Enio e lei sono davvero solo buoni amici. Può scapparci qualche giochino nel letto di tanto in tanto, attimi d’intimità non programmati e, soprattutto, non venduti. Il suo mestiere è quello che tutti sanno, inutile negarlo, e benché possa sembrare paradossale ai più, cerca di esercitarlo con discrezione, persino signorilità a detta di conoscenti e amiche. Il paragone con le battone scamiciate di via Bardellona non regge.

Enio finalmente arriva. Cenano, chiacchierano tanto, Ester gli racconta la discussione vivace con un soldato mai visto in passato, gli confessa che non era la prima volta e che si sente solo un po’ più impressionata del solito. Forse perché il fatto è recente, o forse quel battibecco le ricorda momenti e situazioni con certi personaggi, spesso esigenti.
La serata scorre gradevole. Dopo le nove, Enio deve vedere alcuni compagni, si accomiata con un affettuoso «arrivederci» e raggiunge il gruppo di amici. Strada facendo, l’allegra brigata incontra due guardie di Pubblica Sicurezza in bicicletta che, osservando quei ragazzi così su di giri, sorridono e salutano: «Buona serata, giovanotti!»

Sono le 22 passate da un po’. La luce nella stanza da letto della Tortorella è accesa.

cap. 4 

Il volo della Tortorella – 2 –

⇒ Il fascino dell’enigma
 cap. 1 

1. Il portone della ex caserma La Marmora a Cremona     2. Il voltone di via dei Rustici (Cremona) visto dalla (ex) casa della Tortorella

– 2 –

Ester osserva soddisfatta la sua immagine riflessa nello specchio di uno dei due armadi che arredano la camera da letto. Si accarezza i fianchi arrotondati per lisciare la gonna, allaccia i polsini della camicetta nuova, aggiusta colletto e spalline, si gira un pochino per guardarsi di schiena e controllare che la mise cada bene.
«Sempre brava la Gesuina, è proprio la sartina che fa per me.»

Gesuina Ghisolfi. Conosciuta qualche anno addietro, Ester la considera anche un po’ amica, le confida qualche piccolo segreto, le racconta di non navigare in buone acque economicamente. La malattia che l’ha colpita e il conseguente intervento le sono costati parecchio. Riesce sempre a pagarle i lavori, beninteso, come la blusa indossata ora e che Gesuina le ha portato il giorno prima. Ma, aprendo il borsellino, le restano solo circa sessanta lire. E deve ancora versare l’affitto a fine mese, comprare frutta, verdura, carne, pasta e pane. Ha organizzato una cenetta per quel sabato sera.
«Magari Matilde capirà se per una volta faccio segnare la spesa…»
Matilde Pedrazzani: la fruttivendola di piazza San Paolo. La serve da anni. È al corrente della sua situazione, sa che con il suo mestiere la Tortorella qualche soldino lo raccoglie sempre. Brava donna anche lei come la Gesuina, comprensiva, una bella persona, di quelle che non giudicano.

Ester scaccia i pensieri tristi e continua a esaminarsi allo specchio.
«Sì, sì, stasera mi vesto così. Sto proprio bene.»
Spazzola con cura i capelli biondo cenere, quasi color tortora in alcuni punti, motivo per cui tutti la chiamano “la Tortorella”. Non è bella Ester, è piacente; non più giovane, attrae ciononostante ancora gli uomini. Il nasino all’insù le conferisce un’aria birichina, il fisico non alto ma formoso e le labbra pronunciate sono un richiamo.
Consapevole di non essere un modello di virtù agli occhi di molti, soprattutto le donne della buona società, non si è mai vergognata della sua scelta di vita. In nessuna occasione ha ostentato o esibito il corpo alla porta di casa, prassi abituale per le colleghe delle case di tolleranza in via Bardellona o via Vachina ¹ che hanno pure la ciamadoura ² per attirare i clienti e contrattare il prezzo. Lei no. Non si considera né una pericolosa degenerata né una vittima passiva costretta contro volontà. D’altronde, non ha mai voluto protettori, ruffiani o zie ³ che gestissero scelte e orari.
Trasferita da qualche anno in via dei Rustici, dopo la morte del padre Luigi nel 1909, tende a non ricevere nemmeno soldati o, almeno, prima osserva i gradi sulla giacca dell’uniforme. Eppure vivono di fronte alla sua palazzina, la caserma La Marmora è lì, un bacino cui attingere senza limiti, giorno e notte. Decide tuttavia lei chi accogliere in casa, gente di rango, «persone perbene», ripete in continuazione. Glielo riconoscono anche amiche, conoscenti e clienti abituali. È nota nel quartiere e persino da alcuni ambienti non certo popolani. Per questo ha dimestichezza con la mentalità borghese di Cremona, un paesotto in fondo, con il contrasto tra la morigeratezza di facciata dei giovani delle famiglie ammodo e l’iniziazione al sesso nei postriboli, tra le pareti discrete di qualche libera professionista come lei o le proprie, dove governanti e cameriere sono a portata di mano. Ester si sente una donna autonoma e capace di difendersi, senza papponi o magnaccia cui rendere conto.

Il pensiero corre alla sera precedente.
Aveva trascorso una giornata piacevole, un buon venerdì insomma. Niente di speciale. Due chiacchiere con Erminia, ben più di una domestica per lei, quasi una mamma. Nonostante superati i quarant’anni, di tanto in tanto Ester prova nostalgia della sua, morta molti anni prima nel 1892. L’anziana e dolce Erminia in un certo senso gliela ricorda.
Quel giorno, era uscita per una passeggiata e il pomeriggio aveva lavorato come d’abitudine. Faceva parecchio caldo, sembrava un anticipo d’estate, giugno stava ormai bussando. Verso sera, dopo aver riordinato la cucina, si era messa alla finestra. A piano terra, le era più facile salutare qualche conoscente di rientro dal centro, anzi poteva sbirciare anche un pezzettino del voltone di via dei Rustici e la parte di strada che immette in corso Garibaldi. C’era ancora un po’ di gente in giro.

«Ehi, ciao bionda!»
Ruotò lentamente il capo e vide un soldato fermo, i piedi ben piantati sui ciottoli, che la osservava con sguardo ammiccante. Non l’aveva mai visto prima. Ester non rispose al saluto e accennò a ritirarsi in casa.
«’Abbella! Ahó, parlo con te! Sei libera stasera?» Inconfondibile accento romano.
«No.»
«E perché stai lì? Aspetti già qualcuno?»
«No.»
«Allora posso entrare! Me fai entra’? »
«Ho detto no! Vai via!»
«Ohoh! Vuoi alzare il prezzo, eh? Dai, quanto per ‘na mezz’oretta? »
«Non ricevo soldati.»
«Ahahah! Nun riceve soldati ‘a bbiondina! Ahó, Tortorella, mica m’encanti sai? Non contarmi balle…»
«Lo sanno tutti qua che in casa mia i soldati non entrano, di notte poi…! »
«Ah sì? E… Raffaele?»
« Raffaele?»
«Sì, Parisi, Raffaele Parisi…»
«E tu, che ne sai? Non sei neanche di qui!»
«Eeeh, che ne so… Tra noi se ciàncica de strappone 4  come te… L’hai tirato su bene er ragazzino!»
Mentre quell’uomo continuava a parlare a voce alta, Ester ripensò un istante al soldatino di diciannove anni, arruolato nel 65o fanteria, che aveva da poco lasciato Cremona e la caserma La Marmora trasferito a Genova. Gli voleva bene, nutriva un affetto quasi materno per lui.
Il militare iniziò a insultarla: «Te piace ‘a carne tenera, eh? Eddaje, con me ‘n colpetto e te spicci…»
«Senti, non voglio grane, non voglio certi militari, non voglio te!»
«Eggià, nun c’ho mica ‘a mostrina da ufficiale, io… ‘Mbé, so’ più bravi a letto? »
«Adesso basta! »
«Ma nooo! Te pagano deppiù, c’hanno li sórdi quelli! »
«Ora chiamo qualcuno! »
«Anvedi! – aveva alzato troppo il gomito e il romanesco alla fine ebbe la meglio – ahó, ‘a verità te scoccia… E dimme ‘n po’, quer maresciallo che te sta appresso? »
Il viso di Ester si contrasse e l’espressione si fece decisamente stizzita.
«Sei sbronzo, non sai di chi e di cosa parli…»
«Eh, mica porto l’orecchino ar naso! 5 ‘E voci… ‘e voci corrono bbella mia! Chissà quanno lo beccheranno cor sorcio ‘n bocca…»
«Vattene! Hai capito? Vattene! Via da qui!» Ora urlava anche lei.
«’A brutta mignotta! Non finisce mica così sai? Me la pagherai, puttana, eccome, e anche cara!»
Si allontanò furioso. Ester serrò con forza la maniglia della finestra.

¹ detta anche Serraglio, oggi via de Stauris
² incaricata al richiamo dei clienti nelle case chiuse
³ maîtresse
4 donnine dai facili costumi
5 non sono mica scemo

cap. 3