Il volo della Tortorella – 11 –

Il fascino dell’enigma
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– 11 –

Folla raddoppiata per l’occasione.
Il sottotenente Dolfini, incaricato di effettuare le analisi chimiche sulle tracce di sangue, espone le risultanze.
Le macchie riscontrate su letto, baionetta e pantaloni dell’imputato sono incompatibili con lo scempio trovato sul cadavere: di dimensioni ridotte e a forma di goccia, mentre il telo di spugna ritrovato sulla scena del delitto era letteralmente impregnato.
L’unica striscia di sangue rinvenuta sulla lama della baionetta è molto piccola e il resto dell’arma completamente intatto. Anche l’impugnatura risulta immacolata.
«Qualcuno può averla pulita con cura?» s’informa il Presidente.
«Forse sì, ma persino il lavaggio più meticoloso avrebbe lasciato una certa quantità, anche minima, perlomeno tra il legno e il metallo. L’abbiamo rotta per verificare meglio, con esito negativo.»
«Per quanto riguarda i pantaloni dell’imputato?»
«Stesse conclusioni pure in quel caso: segni minuscoli riconducibili alla punta di un dito con ogni probabilità sfregato sulla stoffa.»
Del Vecchio, questa volta attento, si permette un solo gesto: allarga le braccia come a significare “Che vi avevo detto?”.
Risatine sommesse in sala, prima immersa nel silenzio carico di tensione.

Dominguez si conferma un buontempone, incapace di valutare le circostanze, con atteggiamenti talora inopportuni «ma individuo di carattere mite, propenso al mendacio e d’indole vanagloriosa» rivela l’analisi medica dello psichiatra prof. Pardo. È insomma un megalomane millantatore dalla predisposizione naturale a deformare la realtà spesso a suo rischio e pericolo, un uomo rimasto adolescente dentro e il cui profilo psicologico non rientrerebbe nello standard di un assassino.
La conclusione della perizia psichiatrica non sorprende più di tanto. Durante tutto il processo, infatti, la tranquillità e l’apparente assenza dell’imputato non sono avvertite come ostentazioni costruite ad arte. La maggioranza le percepisce come innate manifestazioni di autocompiacimento, segnali di una personalità non molto equilibrata ma all’apparenza innocua.

Attesissime la requisitoria del P. M. e l’arringa del difensore, sempre momenti ricchi di pathos.

Il capitano Martini delinea un quadro efficace dell’ambiente in cui si è dovuta muovere la giustizia, costellato di ostacoli, comportamenti omertosi, affermazioni fallaci, dichiarazioni difficilmente documentabili. Le circostanze pesanti a sfavore di Del Vecchio sono state via via smontate nel corso del dibattimento: troppe incongruenze, eccessive contraddizioni, l’ombra di quel presunto borghese visto uscire dalla casa della Tortorella. La deposizione del maresciallo Manca ha insinuato più di un dubbio.
«Nella mia coscienza di magistrato, non mi resta che dire al Tribunale che su Carlo Del Vecchio non gravano sufficienti indizi che lo indichino quale autore dell’assassinio di Ester Demicheli» termina il Pubblico Ministero.

Un leggero brusio rianima il folto pubblico finora immobile, muto e concentratissimo. Un gruppo di statuine che riprendono vita e respiro dopo momenti di apnea, sciolte da parole liberatorie.

Le arringhe sono occasioni per fare sfoggio di elegante eloquenza. Con molta onestà intellettuale, l’avvocato Mazza rinuncia invece a proporre una disamina dettagliata degli esiti del dibattimento.
«Farei torto alla serietà del Tribunale – dichiara – dopo che il Pubblico Ministero con coscienza di uomo e di magistrato ha creduto di dover ritirare l’accusa.»
Prosegue dando voce all’anima più che alla fredda razionalità del giurista. Non ne nuoce l’immagine professionale, al contrario la ingentilisce. Rievoca le titubanze d’inizio processo, non perché scettico sull’innocenza del suo assistito bensì timoroso che gli indizi potessero trasformarsi in prove senza troppi sforzi. Pressato dalla rapidità di un interrogatorio incalzante e ben congegnato, un ragazzo «in fondo buono» come Dominguez, un guascone fantasioso e giocherellone, poteva facilmente cadere in trappola. Plaude alla serietà e saggezza del Presidente colonnello Rasini e pronuncia parole di compianto per la vittima, sgozzata senza pietà.
«Ma, lasciatemelo dire, non tutti hanno fatto il loro dovere! – esclama con vigore alludendo alla condotta del maresciallo Manca sul quale il suo giudizio è severissimo – Non ha agito né da uomo né da soldato. »
«Ester Demicheli – prosegue – è meritevole di giustizia come ogni essere umano, seppur donna perduta.»

Non è tuttavia oggetto di questo dibattimento, circoscritto alla posizione di Carlos.
I familiari di una prostituta avranno la forza di ricorrere a una nuova causa? La Tortorella vale la richiesta di un rinvio a giudizio? Servirebbero prove concrete di un comportamento reticente, certezze riguardanti indagini magari faziose, il coraggio di far sedere sul banco degli imputati un sottufficiale, chiamare in causa altre persone non coinvolte in questa sede, per esempio Annibale, il cognato ostinatamente desideroso di sposarla, assillante, quasi molesto e che Ester aveva più volte respinto con decisione.
Le chiamate al fronte incombono tuttavia. I giudicanti sono Tribunali di Guerra impegnati nel perseguire e punire i disertori. I processi inoltre sarebbero due: uno militare e l’altro civile. Quanto durerebbero? Le condizioni sono tali da poter ottenere procedure lineari e verdetti sicuri?
Domande sospese e aperte.

La Corte si ritira per deliberare. La gente non si muove dall’aula, vuole sentire e vedere, non ha pazienza di aspettare il quotidiano dell’indomani.

Dopo una mezz’ora circa di attesa febbrile, la Corte rientra e il Presidente legge la sentenza: Carlo Del Vecchio è assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. A latere, la condanna a due mesi di reclusione al maresciallo Manca per mancata comparizione.

Cala il sipario su un processo breve ma intenso, ricco di colpi di scena, che ha visto magistrati operare con rettitudine, svincolati dall’influenza di un perbenismo latente e accorti a evitare cadute su rivelazioni piccanti e morbose.
Il mostro sbattuto in prima pagina non ha in alcun modo condizionato la valutazione della Corte. O Del Vecchio è stato così scaltro da ingannare chiunque, persino giudici esperti e abili avvocati?
Restano la tristezza della mancata giustizia verso una donna trucidata e il rammarico per il mistero di un omicidio che rimarrà per sempre senza colpevole.

cap. 12

 

 

 

Il volo della Tortorella – 10 –

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– 10 –

Durante la settimana del processo non mancano le polemiche giornalistiche.
La Provincia-Corriere di Cremona segue il dibattimento con attenzione e ne propone una cronaca quotidiana minuziosa che scarseggia o è pressoché assente, invece, su altri giornali.

“Alcuni lettori si domandano perché noi non diamo il resoconto del processo per il delitto di via dei Rustici” si legge sull’Azione del 20 agosto 1916.
“Rispondiamo subito: come credemmo sconveniente e perfettamente contrario alle funzioni educatrici della stampa cattolica di dare in pasto ai lettori una particolareggiata cronaca nera del delitto, così ora, per le stesse ragioni, non possiamo dare il resoconto del processo. Nella prossima settimana, nel darne i semplici cenni dell’esito, diremo più chiaramente il nostro pensiero sul compito morale degli altri giornali che seguono con maggiore profitto, si capisce, per la propria bottega, la via opposta…”

Il quotidiano La Provincia si sente chiamato in causa, d’altronde è anche il solo organo di stampa che informi i cittadini con regolarità. La risposta non si fa attendere.

“Miglioli [……] trova immorale che la Provincia rechi il resoconto giornaliero del processo per l’assassinio della Tortorella. E ci accusa di ‘bottegaismo’.
L’ex scrivano dell’on. Sacchi, se frugasse meglio nelle raccolte di tutti i giornali del mondo, vedrebbe quanto mai sia ridicolo il suo appunto ed il suo atteggiamento di banditore della morale.
Non vi è giornale che si chiami veramente tale che ometta dalla cronaca processi del genere. [……]
Miglioli, in cambio della cronaca sull’odierno processo per la Tortorella assassinata, regala alla sua cinquantina di lettori – non sono di più a giudicare dal numero ridicolo delle copie che spacciano i rivenditori – la sua prosa austriacante e cattiva!
Ma il cambio, a quanto pare, non torna a genio dei lettori che – è L’Azione ad annunziarlo – protestano.
Alla prosa codarda, specchio fedele di un’anima chiusa ad ogni sentimento nobile, i lettori dell’Azione – prendiamone nota – preferiscono i particolari sulla donna perduta, sgozzata nell’esercizio del suo triste mestiere.
La materia manipolata, alla fin fine, è sempre quella, sempre quello il tema: la prostituzione; ma se le vicende sulla tragica morte della Tortorella possono destare un senso di orrore e di pietà, le vicende e la prosa dell’uomo di Soresina mettono nausea e vomito.” (La Provincia – Corriere di Cremona, lunedì 21 agosto 1916)

Nella querelle non si risparmiano colpi e la discussione, a suon di articoli, non è certo in punta di fioretto. Se da un lato favorisce l’onesto desiderio di conoscere, dall’altro alimenta il gossip avido di dettagli anche sordidi che, con il passaparola e le chiacchiere da strada, rischiano di allontanarsi dall’obiettività del resoconto cronachistico.

La disputa pone il problema annoso del diritto di cronaca. Può un avvenimento d’interesse pubblico essere occultato alla collettività in toto o in parte? E fino a che punto è consentito al giornalista addentrarsi nei fatti senza ledere la dignità dei coinvolti e urtare la sensibilità dei lettori?
A posteriori, è innegabile che, accanto ai documenti recuperati nei vari Archivi, le rassegne comparse all’epoca sulle colonne della Provincia siano di estrema utilità per recuperare la memoria dell’episodio; sarebbe stato altrimenti impossibile ricostruirne i contorni e tentare un percorso interpretativo.

C’è di più. Al netto di posizioni politiche che senza dubbio l’hanno animata, la diatriba tra i due quotidiani poggia su una tematica sociale rilevante.
I protagonisti della misera vicenda sono una prostituta e un soldato che sembrano non meritare l’attenzione di una stampa intellectual chic o non avere la statura morale adeguata per essere considerati parte di una determinata comunità. Invadono la routine, ne alterano i ritmi tranquilli e monotoni, scuotono le coscienze. La puttana è una reietta da bassifondi; il militare, soprattutto negli anni della Prima guerra mondiale, carne da macello, «carne da cannone» secondo un’espressione spesso usata dal generale Cadorna.

Ebbene, tutti hanno invece pari dignità di cronaca, diritto di essere raccontati in quanto individui e non come rappresentanti di una categoria sociale.
L’omicidio della Tortorella mette sul banco degli imputati innanzitutto un uomo, con fragilità e insicurezze, in secondo luogo una donna, la vittima, con scelte di vita al confine tra l’apparente normalità da sartina casalinga e il reale status di libertina, con depravazioni e virtù.
Il quesito non riguarda quindi chi o cosa è oggetto della narrazione giornalistica, quanto piuttosto come si affronta e costruisce il racconto.

Questa controversia riempie l’attesa di un processo che prevede solo ancora l’audizione degli esperti, i discorsi conclusivi di Pubblico Ministero e avvocato difensore, la sentenza finale.

cap 11

 

 

Il volo della Tortorella – 9 –

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Caserma La Marmora

– 9 –

Il processo non dura molto: dal 17 al 24 agosto. Una settimana in cui si alternano testimoni dell’accusa e difesa, esperti, dichiarazioni che confermano il basso profilo di Ester Demicheli, il cui mestiere non ha mai causato problemi o gravi disturbi nel quartiere, e deposizioni che gravitano tutte attorno alle questioni “orario di rientro” di Del Vecchio, apertura/chiusura dello sgabuzzino la sera del sabato 27, il suo abbigliamento e la scomparsa della baionetta.
Tra caporali maggiori che sostengono l’apertura notturna sempre e comunque della porta del ripostiglio, soldati semplici che depongono avere visto da giorni Dominguez con pantaloni stracciati, altri che affermano il contrario – «non avrei mai tollerato in caserma un militare trasandato» dichiara il capitano Mastrocinque -, il magazziniere che asserisce di aver consegnato a Del Vecchio, in partenza per Milano la mattina del 28 maggio, capi di abbigliamento nuovi e puliti in sostituzione dei calzoni rotti… emerge insomma un quadro piuttosto confuso.
Unici punti saldi le testimonianze di Erminia Rota – assicura di avere sentito urla uscire dalla casa della Tortorella e passi verso via Milazzo – di Erminia Beltrami – la cameriera spiega come ha scoperto il cadavere e alla domanda precisa «Riconoscete l’imputato?» risponde senza esitare «No, mai visto né conosciuto.» – infine di Enio Michelotti – ripete il racconto della serata trascorsa con Ester e i suoi successivi spostamenti che lo scagionano da ogni sospetto. In questi casi, quindi, tutto come da precedenti dichiarazioni rese; per il resto le incongruenze permangono.

Ad aumentarle, si aggiungono le parole del soldato Luigi Bellacicca.
Già si sa che ha incontrato l’imputato la sera del 27, passeggiato assieme a lui per un buon tratto di corso Garibaldi e lasciato in seguito alla sua destinazione «alle 22».
«Ma come? In istruttoria avete dichiarato 21.15.» chiede sorpreso il colonnello Rasini.
«Impossibile» replica sicuro il teste, un po’ irriverente in verità.
«Scusate, ma parlano i verbali. O vi confondete ora o avete mentito un mese fa.»
«No, Presidente, sono certo di quel che dico. Qualcuno deve avere capito male ho ben riflettuto sui fatti. Alle 21.30 suonò il silenzio e mi trovavo ancora nel deposito della caserma Eugenio di Savoia. Uscii poco dopo, il tempo di arrivare fino a via dei Rustici, salutare Del Vecchio… senza dubbio erano le 10.»
Risposta perentoria. Il Presidente non può che far notare all’imputato, sempre coadiuvato dall’interprete, la discrepanza tra i due racconti, il suo e del teste. Reazione spiazzante. «Sarà così, se lo dice lui… Tutto ciò che racconta è vero e se dice che erano le 10 anche questo sarà vero.»

Brusio in aula, commenti sottovoce, stupore generale dovuto più all’atteggiamento di Dominguez che alla mera questione dell’orario. Carlo pare un ulteriore spettatore, assiste al processo come se non si parlasse di lui, quasi non pendesse sulla sua testa la spada di Damocle di una condanna. Indifferente alla vicenda, straniero, strano, estraneo persino a se stesso. La sua vera natura non sembra rientrare nei canoni di una condotta prevedibile e convenzionale. Non si oppone, non si arrabbia, ostenta tranquillità. Sorride persino alle ragazze del bel mondo cremonese che occupano la loggetta riservata, accorse qui come sul set di un film. Sceglie forse una forma di autodifesa, oppure quella parvenza di distacco è una componente reale della sua personalità o l’arte di un esperto commediante. Quando prende la parola, rispondendo all’ennesima richiesta di chiarimento da parte del Presidente, «su historia real», «la sua versione vera» tradotta dall’interprete, lascia tutti di stucco. Giusto per non smentire le stranezze.

«Sapevo che in istruttoria Bellacicca aveva riferito di avermi lasciato alle 21.15. Temevo di essere coinvolto in questa storia, allora ho pensato di adeguarmi. In realtà, quando suonò il silenzio, ero alla caserma Fraganesca e incontrai il compagno Luigi mentre mi avviavo verso il centro. Rientrai alla La Marmora dopo le 22, il ripostiglio del pane era aperto, il caporal maggiore Gennari e il piantone Guarnieri già dormivano.»
«Es la verdad» ¹ guardando dritto negli occhi giudici e avvocati.

Niente latrine quindi, niente porta chiusa, niente di quanto rilasciato in precedenza. Molti dettagli da rivedere perciò, come la “vicenda sciabola baionetta”.

Il giovedì 25 maggio, l’armiere Antonio Guagliuni consegna baionette e giberne a tre militari tra cui Del Vecchio. È sicuro che al rientro, quella notte, nessuno gliele restituì. Due giorni dopo il delitto mancavano ancora. Un caporale ne ritrovò due in una camerata appese a una plancia assieme alle tre giberne. La terza fu recuperata dopo l’arresto di Dominguez. Impossibile stabilire se fosse quella fornita all’imputato poiché all’atto della consegna non si registra la matricola. Nessun teste ricorda Del Vecchio con la baionetta la sera del sabato 27 maggio, ossia quella dell’omicidio, anzi addirittura Bellacicca, che l’ha già abbastanza inguaiato con le sue dichiarazioni, nega che l’avesse con sé: «l’avrei senz’altro notato» afferma con la disinvoltura già esibita nel dibattimento.
Ebbene, sull’arma rintracciata – alcuni dichiarano nella camerata del plotone antiaereo, altri nella stanza dell’ufficiale di picchetto, altri ancora priva del porta sciabola scovato per caso da un bidello nella cantina di un centro scolastico… – vengono rinvenute tracce di sangue.

La deposizione del maresciallo Michele Manca inserisce una consistente dose di ambiguità nella trama già abbastanza contorta.
«Sono rientrato alla caserma La Marmora la notte tra il 27 e il 28 maggio alle 0.45 circa.» Tono freddo e secco tipico dell’eloquio militare.
«Avete incontrato qualcuno?» lo interroga l’avvocato difensore Mazza.
«Incontrato no, visto sì.»
«Potete essere più preciso, per cortesia?»
«Ho visto uscire un uomo dalla porta di casa della vittima.»
«L’avete incrociato?»
«No, l’ho intravisto mentre passavo sull’angolo tra via dei Rustici e vicolo Polluce.»
«Provenendo da…?»
«Corso Garibaldi.»
«Siete in grado di dire se fosse un militare o un borghese?»
«Ebbi l’impressione immediata che si trattasse di un borghese.»
«Allora escludete fosse un militare…» incalza il difensore.
«Ho detto di avere avuto un’impressione. Camminava di fretta verso via Milazzo e il vicolo è poco illuminato.» Tono sempre asettico e maresciallo imperturbabile nonostante l’avvocato cerchi di farlo cadere in contraddizione.
«Si è accorto di voi? »
«Non so con certezza, ma non passava nessun altro.»
«È agli atti la dichiarazione della sentinella che quella notte piantonava l’ingresso della caserma. Risulta che v’informò delle grida sentite poco prima provenire dalla palazzina di fronte.»
«Mi riferì qualcosa.»
«E sempre dagli atti leggo che voi avreste intimato “non incaricartene”».
«No, non ho parlato con la sentinella.»
«Ma avete appena detto che vi comunicò qualcosa.»
«Significa che ho ascoltato, non che ho risposto.»
«Allora, voi accusate il soldato Edoardo Jervolino di avere mentito o inventato…» insiste l’avvocato Mazza.
«Ho solo affermato di non avere parlato.»
Compresa la difficoltà di oltrepassare il muro di quelle dichiarazioni laconiche, il difensore chiede che il teste si tenga a disposizione della Corte per un confronto con la sentinella. Non sospende tuttavia l’interrogatorio.
«Perdonate… a che ora avete detto di essere rientrato? »
«Alle 0.45.»
«La sentinella sostiene dopo l’una… ma sorvoliamo… Quindi arrivavate in caserma proprio quando la vittima stava urlando…»
«Non ho sentito nulla.»
«Ma, com’è possibile? Allora siete davvero tornato più tardi.»
«Mah, probabile anche poco prima… »
«Eh no! Come avrebbe potuto la sentinella avvisarvi di un fatto non ancora accaduto?»
Colpo basso all’impassibilità del maresciallo che contrae i muscoli del viso e si muove sulla sedia consapevole di non avere replicato da par suo. Troppa impulsività. Per la prima volta, non ha una risposta pronta. L’eco ovattata di commenti sommessi percorre la sala. L’avvocato rimanda i chiarimenti al nuovo interrogatorio già richiesto.

Mentre il sottufficiale si alza e prende congedo, in un breve flash mentale ripercorre quella notte di maggio, rivede il vicolo e un’ombra fermarsi di scatto per poi ripartire subito con passo spedito; sente di nuovo il fruscio di un foglietto tra le mani, letto e riletto… Lui, militare tutto d’un pezzo, in quel frangente raccoglie le idee, dissimula le emozioni e il tumulto di sentimenti opposti.

I giorni seguenti non si presenterà più.

Perché si sottrae al contraddittorio con la sentinella? Chi o cosa teme? Lecito domandarsi come mai quella notte non abbia inseguito il fantomatico borghese o quantomeno tentato di rintracciarlo. L’incontro casuale è davvero avvenuto? L’ombra intravista gli era forse familiare? Ritrova ora la proiezione di se stesso in quella atmosfera di semioscurità? Quel pizzino bussa alla sua coscienza con così forte prepotenza? Frasi intimidatorie, un banale richiamo, parole d’addio o un rifiuto?

¹ È la verità

 cap. 10

Il volo della Tortorella – 8 –

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cap. 7

– 8 –

Il dibattimento inizia il 17 agosto 1916 nella sala della Corte d’Assise di Cremona.
Processo indiziario per mancanza di testimoni oculari diretti; processo particolare: a porte aperte, sebbene l’organo giudicante sia il Tribunale di Guerra. Così decide il Presidente, colonnello avv. Rasini. Nulla, sostiene, deve essere occultato all’opinione pubblica.
L’aula è gremita. Il mondo della leggera è ben rappresentato: individui emarginati dal bel mondo o autoesclusi dalla sfera della legalità, non sempre veri e propri delinquenti però, capaci di autentici crimini. Molto spesso solo piccoli furfanti con un debito sulle spalle già pagato alla giustizia. Una folta presenza di donne: casalinghe e madri di famiglia accanto a prostitute, colleghe della vittima, solidali esponenti di una categoria sociale alla ricerca di riscatto della loro stessa immagine. Non tutte sono puttane per scelta, spesso la miseria le ha obbligate a seguire la via del guadagno più facile. Molte sono accudite da una zia¹ fittizia che se ne occupa per salute e mantenimento speculando sul loro corpo. Il bordello è un alveare femminile gestito da un’ape regina che sovrintende il proprio microcosmo fatto di relazioni clandestine, promiscuità, denaro circolante. L’uomo s’intrufola credendosi padrone di quello spazio e di un determinato lasso di tempo mentre, in realtà, è anche lui nelle mani di una maîtresse che amministra servizi per la libido maschile e riscuote il dovuto dopo una prestazione. Agli occhi delle ragazze e donne dei lupanari, la Tortorella è una libera professionista, non un modello di virtù ma una figura di autodeterminazione.

Tra chiome da tinture casalinghe e difettose, berretti calati su visi rugosi, stanchi e mal rasati, spuntano alcuni cappellini belle époque e pettinature elegantemente ondulate. Qualche signora non può mancare all’appuntamento con il pettegolezzo: i salotti trovano qui un nuovo soggetto da cui prendere le distanze… o forse un motivo per essere con la fantasia ciò che si è desiderato almeno una volta?

All’improvviso, un movimento agita la calca di presenti. Leggere spinte, spostamenti rapidi, qualcuno si alza sulle punte per vedere meglio: entra lui, “lo spagnolo”, scortato da due carabinieri. Tolte le manette, lo fanno sedere.
«Però, niente male…» bisbigliano voci femminili.
Fisico asciutto, non molto alto, carnagione bruna, viso completamente sbarbato: gradevole. Veste da soldato: giubba di tela e pantaloni di panno grigio verde, copricapo militare con il fregio 65º fanteria ben in vista.
Non appare turbato, anzi. Osserva lentamente il pubblico, posa lo sguardo qua e là, incrocia altri occhi quasi a valutare per chi dovrà esibirsi. A processo non ancora iniziato, emerge la sua natura di attore.

Entra la Corte composta dal P. M. capitano prof. Carlo Martini, il segretario tenente avv. Ernesto Villa, l’avvocato difensore sottotenente Adelchi Mazza e presieduta dal colonnello avv. Rasini. Il silenzio restituisce alla sala la solennità istituzionale.
Alla richiesta del Presidente, l’imputato dichiara le proprie generalità. Sull’attenti, a voce alta e chiara, in un buon italiano e scandendo bene le parole, come se ripetesse una formula imparata a memoria, si presenta:

«Mi chiamo Del Vecchio Carlo di Antonio e di Domenica Marcellina, nato a Caracas, nel Venezuela, il 4 novembre 1891.»

Sempre in piedi, immobile, ascolta l’atto d’accusa:

«Del Vecchio Carlo, […], sedicente Dominguez Carlos, soldato del 65º fanteria 6a compagnia, detenuto dal 31 maggio 1916, imputato di omicidio per avere, nella notte dal 27 al 28 maggio 1916 in Cremona e nella casa posta sull’angolo tra il vicolo Polluce e via dei Rustici per impulso di brutale malvagità e allo scopo di uccidere Demicheli Ester, vibrato su di essa cinquantun colpi di sciabola baionetta producendole altrettante lesioni in varie parti del corpo delle quali otto penetranti in cavità, che furono le cause uniche e immediate della morte di lei.»

“Lo spagnolo” non si scompone né manifesta inquietudine.

Sono citati come testimoni graduati e soldati semplici del 65º fanteria, rappresentanti della società civile, amici e conoscenti della Tortorella e, in qualità di esperti, il perito psichiatra dott. Giorgio Pardo, il chimico dott. Renato Dolfini che ha eseguito l’analisi delle macchie di sangue trovate sulla baionetta e gli indumenti dell’imputato, l’interprete Virgilio Santini il cui apporto si è rivelato molto utile già in fase istruttoria. Il suo intervento è spesso necessario durante l’interrogatorio di Del Vecchio che non sempre capisce bene le richieste e risponde sovente a casaccio. In un simile processo e con un’accusa così pesante, per la quale l’imputato rischia i lavori forzati a vita secondo il Codice Penale dell’Esercito in vigore dal febbraio 1870, non ci si può permettere alcun fraintendimento.

Chiarito che è figlio naturale di Marcelina Dominguez da cui ha ereditato il cognome con il quale risulta cittadino venezuelano, è d’obbligo chiedergli come mai sia venuto in Italia per arruolarsi nell’esercito.
«Non potevate restare con vostra madre a Caracas? Ho letto che avrebbe bisogno di aiuto economico e con il vostro lavoro di barbiere…» chiede il colonnello Rasini.
«Intiendo. Ma voglio il nome di mio padre. Solo así puedo averlo. E poi… Es un honor por me estar in ejército italiano. Me encanta este país, mi piace…» ²
Traduzione non necessaria, l’obiettivo di Carlos è chiaro a tutti.
È sottoposto a un fuoco di fila di domande per quasi un’ora e mezza. Conferma la versione dei fatti già fornita in istruttoria: libera uscita trascorsa con l’amico Michele; cena in una trattoria del centro; breve ritorno in caserma per recuperare un po’ di «moneda»³; rientro verso le 21.15 per dormire qualche ora su un tavolaccio vicino ai bagni poiché lo stanzino del pane, in cui era stato autorizzato a passare la notte, era chiuso; spostamento assonnato più tardi, non sa dire a che ora, nel ripostiglio dove trova i compagni addormentati; sveglia il mattino successivo da parte di un commilitone che desidera farsi la barba. Su precisa domanda del Presidente, chiarisce che non è rimasto fuori fino a mezzanotte, come da permesso accordato, perché non aveva sufficiente denaro.
Si entra nel vivo della causa.
«Sentite, Del Vecchio, che ne avete fatto della baionetta ricevuta giovedì 25 per il servizio di ronda con il sottotenente Belloni?»
«Consegnata con la giberna al compagno che me l’aveva data quando sono tornato in caserma.»
«Ma il magazziniere sostiene che ancora il 29 non l’aveva avuta.»
«Allora, mi compañero no ha complido con su deber
«Il compagno non ha fatto il suo dovere.» traduce il signor Santini.
Incalzato dal colonnello Rasini sulla sua conoscenza e frequentazione della Tortorella, l’imputato ha per la prima volta una reazione emotiva. Si irrita, piagnucola stizzito: «De nuevo? Por qué? 4 No, e poi no!»
Mai avvicinata, mai stato da lei, non è un ufficiale o sottufficiale e  «no puedo derrochar mucho dinero».5 Sembra lo dica più per il pubblico presente che per il giudice, pare interessato maggiormente all’opinione della gente che alla valutazione della Corte.

Strano personaggio “lo spagnolo”.

«Avete mai comprato profumi?»
«Sì, sono barbiere…» ribatte con l’espressione un po’ divertita e canzonatoria, tipica di chi è chiamato a sottolineare l’ovvio. Nega di averne mai regalato alla Demicheli come qualcuno ha dichiarato in istruttoria.
«E le macchie di sangue sui vostri pantaloni, sulle mollettiere e le assicelle del letto?»
«No sé, en verdad no sé
«Non lo so, davvero.» interviene l’interprete che traduce anche il resto della risposta: «Non so perché le mollettiere e il letto fossero macchiati. Per quelle sui calzoni, devo essermi pulito un dito sporco del sangue di un brufolo che ho graffiato.»

Il contraddittorio, che i presenti seguono con curiosità, si conclude in modo inaspettato.
Il Presidente legge alcune lettere che Del Vecchio ha scritto alla madre, corrispondenza tuttavia mai arrivata in Venezuela perché censurata. Poche righe appassionate ed entusiastiche in cui Carlos descrive con esaltazione l’attività delle trincee, le comunica di essere stato ferito ben tre volte e di provare orgoglio per quanto sta facendo. Eppure è inidoneo per il fronte e tenuto nella sua compagnia con l’incarico di barbiere.

Ecco lo spagnolo: un mosaico di affabulazione, melodrammaticità, esibizionismo, ingenuità, “un miles gloriosus bugiardo e vanitoso” lo definirà il quotidiano L’Azione in un articolo del 24 agosto.
Tra le varie tessere, si troverà qualche vetro soffiato da cui traspare l’immagine sfocata di un assassino?

¹ maîtresse
² Capisco… solo in questo modo posso ottenerlo. È un onore per me essere nell’esercito   italiano. Mi piace questo paese…
³ denaro
4 Ancora? Perché?
5 non posso sperperare tanto denaro

cap. 9

Il volo della Tortorella – 7 –

⇒ Il fascino dell’enigma
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1. L’interno del teatro Politeama Verdi a Cremona nel 1902   2. Gli spostamenti dello “spagnolo

– 7 –

“Lo spagnolo” è fortemente sospettato quale omicida della Tortorella.
Non è stato difficile arrivare a lui, molti elementi sono a suo sfavore e, inoltre, nulla ha fatto per nascondere quelle che risultano prove a suo carico. Talmente sbadato e superficiale da seminare indizi ovunque? Un ragazzo dalla personalità così bizzarra? Un soldato semplice da incastrare?
Le testimonianze dei commilitoni sulla fatidica notte dell’assassinio, gli spostamenti di Del Vecchio e le sue reazioni sono talora contrastanti e forniscono una narrazione tutt’altro che chiara e lineare.
Innanzitutto, perché Dominguez è venuto in Italia? Chi afferma per amore verso il nostro paese, altri per il desiderio di testimoniare la sua italianità acquisendo qui il cognome del padre, altri ancora per sfuggire alle ire di un venezuelano che l’aveva minacciato di morte. Avrebbe messo incinta la sorella, poi abbandonata o comunque non certo intenzionato a sposare. Forse la verità è la sintesi di queste tre versioni che Del Vecchio forniva alternativamente, a detta di colleghi e superiori.

In secondo luogo, dov’è stato davvero la sera e la notte di sabato 27 maggio?
Verificata e confermata la circostanza della cena con il compagno Michele Jallenardo, rientra in caserma a recuperare del denaro per il resto della serata. Ha dato in consegna il suo gruzzolo al caporale furiere Benazzi che lo custodisce con cura e ne preleva le venti lire richieste. Non se la passa poi male in quanto a soldi: dichiarato inabile per combattere al fronte, è autorizzato a esercitare il mestiere di barbiere della compagnia ed è pagato discretamente. Un lavoro che già svolgeva in Venezuela, sempre secondo la testimonianza dell’amico Michele.
I due si ricongiungono, incrociano un altro militare, Luigi Bellacicca, nei pressi del Politeama Verdi, percorrono un tratto di corso Garibaldi insieme fino al voltone di via dei Rustici, poi si separano. Ma quando? Chi dice tra le 21.10 e le 21.15, chi sostiene alle 22. In ogni caso “lo spagnolo” sarebbe tornato in caserma da solo.

La mattina seguente, domenica 28, il caporal maggiore del 65º fanteria, Augusto Gennari, lo trova addormentato sul pagliericcio accanto al suo, nel ripostiglio, come d’abitudine da qualche giorno. Non l’ha tuttavia sentito rientrare durante la notte.
A quell’ora, una mano feroce ha già ucciso Ester Demicheli e, nel corso della giornata, il fatto è di dominio pubblico.
«Di’, hai sentito della Tortorella?» gli chiede all’improvviso il soldato cui Carlo sta facendo la barba.
«Sì, esta mañana… no puedo creerlo… ¹»
«Sai che dicono che è stato un soldato?»
«De verdad?» ²
«Sembra…»

È dispiaciuto. Ha visto la Tortorella solo qualche volta e ha incontrato per caso quella donna che trovava «atrayente»³. Reagisce con naturale rammarico come chiunque riceva una brutta notizia, per nulla agitato o attento a non tradirsi.
Parte per Milano come da programma e nulla sa delle indagini in corso, quasi impossibile che l’eco della cronaca cremonese sia arrivata fin lì. Fosse anche, Carlo non capisce benissimo l’italiano, figuriamoci leggerlo! È all’oscuro quindi che, caduti i sospetti su un membro dell’esercito, il maggiore Bonetti ha incaricato il capitano Mastrocinque, comandante della sua compagnia, di occuparsi dell’inchiesta. Ignora gli interrogatori ai compagni, le ricerche in caserma e il ritrovamento di un paio di calzoni, suoi, strappati sulle ginocchia e macchiati di sangue. Pantaloni e mollettiere abbandonati da lui con totale noncuranza nel giaciglio dove ha dormito. Non è al corrente, infine, della “questione baionetta”, l’arma che il soldato Antonio Guagliuni gli ha consegnato la sera del giovedì 25 maggio per il servizio di ronda con il sottotenente Belloni e altri due militari. Ebbene, quella baionetta pare non essere mai stata riconsegnata, è sparita dal magazzino per riapparire misteriosamente solo qualche giorno più tardi in un altro locale.

Durante i colloqui serrati in carcere, Del Vecchio nega di avere conosciuto Ester Demicheli: «Mai rapporti con lei – sostiene con fermezza – solo vista qualche volta per strada.»
Nega tutto, ma non è spaventato. Nega come un bambino che non ha commesso nulla, stupito da tanto accanimento nei suoi confronti. Lui? Una persona «distinguida»4, barbiere in Venezuela presso importanti saloni, inoltre noto disegnatore caricaturista nel suo paese? Lui, «artista», accusato di un delitto così atroce?
In realtà, anche alcuni camerati restano sorpresi e increduli per il suo arresto. L’amico Michele, arrivato con Carlos dal Sudamerica, non ha mai sentito dicerie sul suo conto a Caracas; i compagni di Cremona l’hanno sempre trovato gentile, disponibile, un ragazzo forse un po’ stravagante, talora strampalato e mattacchione, ma dal carattere bonario. Persino il tenente Achille Marini lo descrive come un soldato corretto, irreprensibile nella condotta e molto rispettoso verso i superiori. È uno dei primi a essere colpito dai sospetti nei suoi confronti e dalla conseguente detenzione.
Le prove contro Del Vecchio sembrano tuttavia schiaccianti e nella fase istruttoria la sua innocenza è in equilibrio precario.

Cremona si prepara quindi a un processo, attesissimo per numerose ragioni: un soldato semplice imputato, preventivamente sottoposto a perizia psichiatrica e di cui si vuole quindi scoprire la personalità; il voyeurismo di un pubblico cui piace guardare dal buco della serratura, desideroso di entrare in un certo senso nelle segrete stanze militari; la curiosità di conoscere i dettagli di vita borderline di una donna, all’apparenza perbene, che ha sfidato il moralismo trasformando il sesso libero in regola di comportamento. Come molte altre in città del resto, ma pare con maggior stile.
Tutto ciò solletica la pruderie borghese e attira nel contempo la solidarietà popolare.

¹ Sì, questa mattina… non ci posso credere
² davvero?
³ attraente
4 distinta

cap. 8