Sinestesie

 

Blu alabastro,

pianoforte salmastro –

mani di Chopin.

 

Swirl Navy Design clip art

 

All’ascolto di Arthur Rubinstein nel Notturno op.9 n. 1 di Chopin.

 

 

 

Se telefonando…

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«Pronto?»
«Ciao, sono…»

Ecco chi proprio non avrebbe dovuto chiamarmi. Il tempo scarseggia, mille faccende incombono, ma so che anche a una dettagliata spiegazione non capirebbe. Mi armo di tutta la pazienza di cui sono capace, mi metto comoda sul divano, ascolto e replico lo stretto necessario con tono partecipe e gentile.

Sto invece scarabocchiando ghirigori a caso su un foglietto. Dei puntini in realtà… e inizio a giocherellare con la biro e la mente.

Il punto è esteticamente bello.
Tondo, senza angoli o spigoli, privo di eccessi.

Regala una duplice chiave di lettura che mi piace.
Punto: termine, punto di rottura, punto-e-basta ma anche punto- e-a-capo.
Punto: O, origine e, nel contempo per associazione, Ω-ω (òmega) fine di ogni cosa opposto ad Α-α (alfa).

È inoltre elastico e perciò estendibile. Tracciando raggi, diventa sole; arricchito di punte, si trasforma in stella; ombreggiato e sfumato, evoca un cratere; contornato di petali, esplode in fiore; calcando più volte penna o matita, acquisisce dinamismo e movimento, come una ruota, o si dilata in spirale.

Immagini e propagazioni da uno spazio ristretto che le contiene tutte, figure sedute a una tavola rotonda che non le differenzia o ne privilegia una sulle altre. Il punto è armonioso e democratico, una sintesi dalle molteplici espansioni, energia.

«A presto allora, e grazie della chiacchierata carissima!»
«Ma grazie a te…»

 
 
 
 
 

La buona musica non ha età

Una settantenne piena di energia, fantastica sul palco e ancora bravissima.

Nella nota cover del brano Gloria di Van Morrison cantato dai Them, in cui una poesia incornicia l’originale blues, Patti Smith rivela la sua inossidabile freschezza. Il risultato non può che essere il coinvolgimento del pubblico in un canto corale.

Patti Smith fa tappa a Cremona, al Teatro Ponchielli gremito per l’occasione.

Il Teatro Ponchielli di Cremona la sera del concerto di Patti Smith, maggio 2017

Icona rock, uno dei miei miti musicali quando ero diciottenne, appare meno grintosa rispetto a concerti del passato, la voce non “graffia” più come allora, è armoniosa e morbida. Con gli inseparabili anfibi neri, passeggia leggera sul palco quasi in una danza rituale, modulando le note con dolcezza e minor “rabbia” di un tempo, in sintonia con lo spirito del suo Grateful Tour «un piccolo tour di sette date. – spiega in un breve momento di pausa – L’abbiamo intitolato Grateful perché siamo grati a tutti i nostri fan italiani dagli anni settanta a oggi.»

In realtà, forse esistono altre motivazioni per la scelta.

I was a wing in heaven blue
soared over the ocean
……………………………………….
And I was free
needed nobody
it was beautiful
it was beautiful
……………………………..

And if there’s one thing
could do for you
you’d be a wing
in heaven blue

I was a vision
in another eye
and they saw nothing
no future at all
yet I was free
I needed nobody
it was beautiful
it was beautiful

Wing è cantata come una preghiera a inizio spettacolo. E, da subito, si crea l’atmosfera di riflessione, intimità ed empatia con il pubblico, che dura sino al termine. Entrambi, Patti Smith e noi, grateful, riconoscenti alla musica.

A Hard Rain’s a-Gonna Fall di Bob Dylan, con lo splendido testo, dialogo tra un genitore e il suo blue-eyed son, darling young one ritmato dalla ballata tipica del folk-singer americano, a metà concerto strappa applausi scroscianti, commuove e ricorda che il Nobel per la Letteratura al menestrello del rock, senza nessun forse, ha davvero un senso. Non è un caso, infatti, se Patti Smith sceglie di cantarlo a Stoccolma, alla cerimonia del Premio ritirato in sua vece. Emozionatissima, s’interrompe trasmettendo la sua commozione alla platea anche quando prosegue con voce tremula fino alla fine del brano.

Al Teatro Ponchielli accade ancora, durante l’esecuzione di When doves cry. Donna passionale, Patti Smith, canta con il cuore e il corpo. La sintonia con noi presenti è immediata.

Esibizione perfetta, quindi? Non direi proprio, tecnicamente parlando: Tony Shanahan ha problemi con l’ingresso jack del basso e la tracolla si sgancia all’improvviso durante un riff. A tratti, ho persino la sensazione che il gruppo quasi non abbia provato prima.

Che bello, però! Un concerto prezioso per l’umana fragilità e la sensibilità che trasmette, la sensazione di essere lì non solo per ascoltare ma anche per partecipare. Impossibile perciò non unirsi alla voce di Patti Smith sulle note di Because the night, accompagnare la melodia di Can’t help falling in love di Elvis Presley,

terminare con salti, braccia alzate e battito di mani al ritmo di People have the power cantato a squarciagola.

Il mio video amatoriale, dal risultato non proprio ineccepibile, rende il clima di una serata che mi ha fatto ritornare un po’ indietro negli anni e stupire piacevolmente della presenza di ventenni o poco più accanto a noi -anta. Ma la buona musica non ha età.

 

 

 

La ruota dei criceti

Criceti: otto racconti sul tema del lavoro senza la retorica che in genere lo accompagna. Lettura avvincente e interessante che sa di quotidianità; pagine che trasudano di labor, fatica soprattutto psicologica, irradiano qualche sprazzo di Labh- (da cui il greco antico λαμβάνω, lambánō) raggiungimento, presa, conquista di un risultato. Narrazioni lontane da dati, percentuali, grafici tracciati o slogan urlati che dipingono da anni e anni «un paese che non riparte», scandiscono ricorrenti imperativi «dare valore al lavoro», «investire», «abbattere precarietà», «contrastare il lavoro nero». Nel tempo i volti e gli analisti sono cambiati, seppur con molta calma. Le parole, invece, si presentano sempre uguali a se stesse.

Le testimonianze di vita lavorativa, che poco importa sapere se siano vere poiché in narrativa ciò che conta è il loro essere verosimili, gravitano tutte attorno a due punti cardine: il lavoro come difficoltà, da un lato, e come spinta alla consapevolezza di sé e della propria utilità nella sfera sociale, dall’altro. Che svolgano un mestiere più o meno soddisfacente, l’abbiano perso o lo stiano cercando, tutti i protagonisti desiderano dimostrare la capacità di fare qualcosa apprezzato da altri e da se stessi. Esiste una dignità del lavoro reclamata, spesso tuttavia calpestata nelle aspettative deluse e la cui difesa può trascinare all’abbandono.

Lo sa bene Gavino Marras nel suo e la chiamano estate. La piacevolezza di un’attività a contatto con i bambini – pur con alcuni problemi che si sommano ai «cinque euro l’ora» per «sei ore al giorno» – è inficiata da negligenze e mancanza di professionalità: colleghi impreparati, coordinatori che non coordinano, organizzazione che non sa organizzare. La voce critica all’interno infastidisce ed è perciò isolata da una comunità che si attribuisce in seguito meriti non suoi, vigliaccamente rubati proprio all’elemento di disturbo. L’opportunismo è di casa in certi ambienti di lavoro simili a un serraglio in cui ci si divora e si lotta per la sopravvivenza, molto distanti dall’immagine idilliaca di un luogo che, per definizione, dovrebbe valorizzare la persona e migliorare il mondo.

Tiziana Mantovani è un’esperta di queste dinamiche. Lavora sul lavoro, ossia nell’ambito delle human resources – dove credete di andare se non piazzate qua e là qualche espressione inglese? Fa chic, è cool… e io sono una persona che… Sceglie chi può fare cosa e cosa può andare bene a chi. Conosce quindi molto bene l’universo di bisogni e necessità. Lo descrive con dovizia di dettagli, con una punta d’ironia che protegge lei, donna, dalla diffidenza maschile e le impedisce di livellarsi alla generale mancanza di poesia.

Solidarietà femminile quindi nella realtà lavorativa? E quando mai!
Si chieda a Chiara di Regina Re. Illusa dal capo donna e vittima della sua gelosia, ha sulle spalle la mazzata di un contratto non rinnovato dopo la maternità a beneficio di una collega meno titolata e capace di lei ma più abile, o succube, nell’adeguarsi al compromesso dominante. Un report amaro, dal finale tutto da vivere emotivamente in un «jeu, le dernier jour».
Si chieda ancora alla pendolare di Katia Mazzone e al gruppo di colleghe inviate in una trasferta inutile per un corso di formazione improduttivo. Le donne sono solo segretarie da gossip e chiacchiere da salotto o scompartimento ferroviario? Petula sembra confermare l’ipotesi nonostante il ruolo da dirigente. Le altre la compatiscono e sopportano, le prese di posizione chiare sono sconsigliabili anche lontano dalle mura di un ufficio, la sincerità non paga oppure può costare davvero cara.

Contesti e frangenti molto veri, non sempre scelti, poiché il lavoro è un’esigenza che mette talora nella condizione di dover perdere comunque qualcosa, trasformandosi in triste necessità.
«I sogni non si mangiano» scrive Andrea Finottis. Il suo Andrea è in cerca di lavoro, anzi deve inventarsi un lavoro. Con cura e meticolosità, segue il copione dei consigli e sceglie tra le «opzioni imposte». Il lavoro sarebbe quindi inconciliabile con l’idea di libertà? Eppure – recitano i trattati di sociologia – è la struttura portante dei rapporti interpersonali, determina la trasformazione del tessuto sociale, dà sostanza all’esistere, permette all’individuo di avere stima di sé, di essere responsabile. Andrea ha detto dei «no», grido di affermazione in questo caso, ed è ancora alla ricerca della sua «grotta adatta», efficace metafora di un’occupazione in armonia con le attitudini della persona.

Sentirsi un semplice ingranaggio della macchina sociale non è certo una buona base di partenza. La rassegnazione è garantita.
Il dipendente pubblico di Alfredo Bruni, nella sua «cella di lavoro», respira l’odore dell’ignavia e vive la piatta routine che spegne anche la minima velleità d’iniziativa personale. Ogni giorno uguale all’altro, da quarant’anni. Quando lavorare coincide con il tirare a campare e la mancanza di passione, perché sarebbe inutile, è solo labor e poco lambánō. L’essenziale è portare a casa la pagnotta. Efficace, pratico ma umiliante.

Come avvilente è sentirsi ripetere «io ti pago e tu non devi sbagliare» o «alza il culo dalla sedia e portami le fotocopie», ordini ai quali Lucia di Maria Teresa Barreca risponde con lo zelo dell’esecuzione. Il lavoro è un rapporto di reciprocità e Lucia ci crede. Nel suo Ora et labora quotidiano mette sentimento e abnegazione, lo vive come un «rapporto amoroso» che purtroppo si rivela sbilanciato. Seguono tradimento subìto, appostamenti, gusto della vendetta e senso di liberazione indossando un «nuovo paio di scarpe». Troppa merda sotto la suola delle vecchie. Occorre camminare da soli e su basi solide se si vuole sopravvivere e, nel migliore dei casi, ottenere un risultato.

Difficile, talora quasi impossibile. Arduo uscire da un circolo vizioso per il «tizio… giacca, cravatta e valigetta” di Luca Oggero. L’apparenza professionale è la maschera sociale del ricatto. «In otto anni mi hanno rinnovato il contratto sei volte e sono a termine ancora adesso. Mi tengono per i coglioni.» Come per Lucia, anche il suo è un vincolo impari. Accanto a lui, «un giubbotto di jeans…», metafora di un lavoro/non lavoro. Se hai bisogno, il denaro te lo procuri borseggiando. Non è la mise a stabilire chi è dentro il sistema o vive alle sue spalle. Sul palco del teatrino sociale, ognuno ha un ruolo, segue un copione. Agli attori a soggetto, si fatica a concedere qualche euro.

La raccolta Criceti è formata da otto storie che, indipendentemente dall’epilogo, sono otto “celle di lavoro” con punti luce diversi, tutti comunque a direzione centrifuga: la prospettiva intima e personale s’irradia verso l’esterno e rende possibile un’analisi più generale. Il caso si fa emblema, il concreto evolve in concetto.
Accanto a chi rinuncia, o ne è costretto, anche chi ce la fa deve perdere qualcosa: per esempio, a Lucia è stata rubata la fiducia nella nobiltà del lavoro, Tiziana ha imparato a coltivare lo scetticismo nei confronti delle dichiarazioni altrui, la pendolare di Katia si è abituata a guardare la realtà lavorativa circostante «tra le ciglia socchiuse», l’impiegato di Alfredo a non dare un volto alla comunità che un servizio pubblico dovrebbe servire. Il quadro complessivo che ne emerge non è dei più edificanti. Proseguendo nella lettura, l’ho accompagnata con il ricordo della dialettica hegeliana tra signore e servo che, nella Fenomenologia dello Spirito, è lotta per la sopravvivenza e determinazione dell’“autocoscienza”. Il signore fonda il suo “essere indipendente” sull’“essere dipendente” del servo il cui lavoro soddisfa i suoi bisogni e appetiti. Il signore s’impone sul servo, ma dipende anche da quanto questi produce e il servo si accorge di essergli necessario. Due autocoscienze che si affermano attraverso l’altra: il signore si determina attraverso il servo e viceversa. Un capovolgimento di ruoli che può durare in eterno, una ruota che gira senza fine con, a turno, nuovi signori e nuovi servi. Come quella dei criceti, titolo azzeccatissimo a mio avviso.

Chiudo il libro e mi frulla in testa una domanda sospesa. Se la ruota si fermasse, finisse l’illusione del correre e sempre correre senza andare da alcuna parte, sarebbe attuabile oggi l’ipotesi di una realizzazione libera e indipendente di sé, ognuno nella propria creatività attiva?

 

Le mie pagliuzze di Dora Buonfino

Mercoledi 19 aprile 2017, h. 18, Circolo dei Lettori di Torino. Persone entrano nella Sala della Musica, dove è presentato per la prima volta il libro di Dora Buonfino Le mie pagliuzze pubblicato da Le Parche Edizioni nel marzo dello stesso anno. È il secondo lavoro di Dora Buonfino, il suo primo romanzo dopo la raccolta di racconti Scrivo per te (settembre 2016, Le Parche Edizioni). Si potrebbe definire Il libro della vita per il tema delicato e drammatico, l’abuso sui minori, che Dora ha purtroppo vissuto e subìto da bambina.

Le mie pagliuzze è un’opera autobiografica quindi, scritta in prima persona, in cui l’autrice evita tuttavia di mettere se stessa sotto i riflettori. Con un’accortezza tipica di molta narrativa di questo genere letterario, sceglie il personaggio fittizio circondato da altri tutti con identità inventate e corrispondenti a persone realmente esistite per personalità, caratteristiche e ruoli.
Alla base della scelta esistono senza dubbio preoccupazione e delicatezza di tutelare se stessa e altri. Sul piano narrativo, è un’operazione studiata: non importa sapere chi abbia fatto cosa, commesso atti gravi, si sia comportato in modo riprovevole. L’importante è la molestia in sé, non il molestatore A o la molestata B. La mancanza di precisi riferimenti biografici proietta il racconto su un piano generale e universale. Non si tratta solo della “vicenda Dora Buonfino”, tutti i bambini abusati sono rappresentati attraverso lei. Non è un caso se la protagonista non ha nemmeno un nome: il dato autobiografico è elevato a emblema di un dramma.

L’abuso minorile è una realtà spesso trascurata, sottovalutata o rappresentata male. Era necessario che un vissuto personale servisse da punto di riferimento: la generosità dello scrittore, e della scrittura che vuole trasmettere un messaggio, richiede sovente l’annullamento del proprio io per qualcosa di più grande e più ampio da sé. La denuncia di un problema molto serio avviene attraverso l’analisi delle sensazioni di una bambina abusata perché la donna che è diventata oggi si liberi da tutto quanto può scaturire dal sopruso subìto: la percezione di essere un oggetto, un «giocattolo» nelle mani di un adulto, il rancore, lo schifo, il disagio, il senso di colpa.

Anche il tempo e lo spazio appaiono indefiniti.
I soli elementi che scandiscono il tempo sono l’età della bambina – cinque anni, dieci anni, l’adolescenza, l’età più adulta ma non precisata – e il susseguirsi delle stagioni. Non esiste alcuna collocazione temporale in un periodo ben specificato. L’azione può svolgersi negli anni ‘50, un anno fa, ieri come oggi. Non è inoltre indicata alcuna città. Può essere del Nord, Sud o centro, grande o piccola. Le informazioni spazio-temporali non sono determinanti per circoscrivere il problema, altro aspetto che conferisce alla narrazione uno spessore di generalità trascendendo la situazione personale. L’abuso avviene ovunque, è un evento tragico non limitato a una specifica geografia umana e sociale.
L’unico luogo ben descritto è la casa della nonna con la stanza della mamma della protagonista, quella in cui la donna dormiva da piccola. Tra quelle quattro mura, la protagonista subisce l’abuso per la prima volta a cinque anni.

«Mi ero quasi lasciata andare al sonno, quando cominciò a carezzarmi. Gli chiesi perché mi stesse toccando in quel modo, lui rispose che voleva spiegarmi una cosa importante, che voleva farmi un regalo.
L’indomani avrei compiuto cinque anni e come regalo mi aveva trascinata nel mondo degli adulti.»

Qui l’abuso si ripeterà varie volte: è quindi uno spazio simbolo, metafora della frequente mancanza di protezione dai pericoli all’interno delle mura domestiche. La casa e la famiglia non sono sempre un rifugio.

Vittorio è l’abusante di cui Dora tratteggia un ritratto eloquente. È un seduttore della mente che conosce alla perfezione le esigenze della bambina, sfrutta il suo desiderio di affetto e considerazione poiché sa bene che il rapporto con la mamma e anche con il papà non è certo dei migliori. Gioca con questo bisogno e si mostra come l’unico che la faccia sentire «grande» e importante, che non la lascia sola. È un vigliacco prestigiatore che s’insinua nella psiche della bambina fino a farsi credere indispensabile.

«[…] lui era la persona più sincera della famiglia, […] non mi mentiva e mi parlava in maniera schietta, rappresentava una fonte di cultura e la possibilità di imparare tutto, ed era l’unico a regalarmi dei libri, l’unico a dire che valevo molto.»

Non solo, ha una dannata abilità nel far ricadere la responsabilità sulla piccola

«[…] mi diceva che facevamo quelle cose perché anch’io le volevo, che lui non mi avrebbe mai obbligata. […] Assicurava, inoltre, che non c’era nulla di male nel farlo, ma che gli altri non avrebbero capito.»

Non è mai stato violento, non le ha procurato dolore fisico. Siamo tuttavia ben coscienti del disastro che può causare la violenza anche psicologica. La bambina cresce con un senso di colpa che la domina e sembra quasi invincibile. Tende ad attribuire a sé qualunque cosa funzioni male, come i rapporti tormentati con l’altro sesso, i dubbi che accompagnano la convivenza con un uomo quando sarà cresciuta, la convinzione che il corpo sia un male perché «non è libera di amarlo.»

«Un corpo che più di una volta avrei voluto cancellare dal mondo, un corpo che non amavo.»

L’adolescente che cresce, cambia forma e aspetto, diventa pian piano donna, lo copre con gonne lunghe e maglie larghe.

L’abuso non è raccontato con dettagli pruriginosi. Anzi, i particolari erotici mancano completamente nel libro in cui si evoca ma non si esplicita. Si accenna a sfioramenti, toccamenti anche occasionali, alle istruzioni per l’autoerotismo, l’insegnamento che «il corpo non serve solo per sostenere la testa […], anche da sola, avrei potuto farne uso.» Il libro non ha l’intento di stuzzicare corde di morbosità, deve e vuole mettere al centro il problema delle molestie sui minori senza trasformare il lettore in un guardone. Conta il danno provocato, pesa il dramma interiore che nasce e si sviluppa. Eventuali scene di sesso innaturale non solo non avrebbero aggiunto nulla – tutti siamo in grado di immaginare quanto succede – anzi avrebbero tolto molto al messaggio che questo libro vuole comunicare. L’abuso violenta soprattutto l’anima, dà una percezione sbagliata del sesso, rende incapaci di crescere nella possibilità di costruire rapporti lineari, deforma l’immagine del maschio

«maschio era il vecchio bavoso che, seduto davanti al bar, con lo sguardo mi accompagnava nel cammino; maschio era il giornalaio che sfogliava riviste porno tra un cliente e l’altro; maschio era il verduriere che non mancava di provarci con tutte le clienti; maschio era il vecchio del piano terra che passava le sue giornate affacciato alla finestra, usando il marciapiede come sputacchiera.»

L’abuso fa inoltre soffrire di un’immensa solitudine. Sì, perché la bambina, l’adolescente, la ragazza si sentirà sempre sola nella sua sciagura.

Un modo per sconfiggere la solitudine, superare il senso di colpa e tentare di vincerlo è il desiderio di informare gli altri, la ricerca perciò di una soluzione fuori da sé. Scelta difficile, non un passo che la protagonista compie a cuor leggero. Prima lancia segnali attraverso comportamenti che forse una madre avrebbe dovuto cogliere e interpretare, con qualche frase scritta e fatta leggere a chi subito non intuisce.
Racconta la verità a Stefano, poi alla mamma, in seguito a Giacomo. Un altro personaggio è inoltre al corrente della situazione: una donna che abita nel palazzo della protagonista e che, dalla finestra dove trascorre in pratica tutta la giornata, ha visto qualcosa

«Sai, un giorno ti ho vista mentre baciavi Vittorio.»

Interessante inversione dei ruoli, lo sguardo di chi vede solo ciò che vuole vedere e non va oltre. Sarebbe troppo impegnativo porsi domande e tentare di darsi risposte sul vero responsabile. 

«Però non l’ho detto mai a nessuno.»

Ognuno di questi personaggi reagisce in modo diverso: Stefano non commenta, la mamma non le crede e si arrabbia:

«Non dire sciocchezze»
«E adesso non andare in giro a raccontare queste sciocchezze!»

Giacomo sminuisce:

«Mi dispiace. […] Questo accade in un sacco di famiglie, purtroppo, ma tu non ci pensare più, chiudi la porta e butta la chiave, […] ora è finito tutto.»
«Non temere, non lo dirò mai a nessuno” disse per confortarmi. «Tu però cerca di essere discreta, non parlarne se non vuoi che lo sappia mezzo mondo.» […] «Mi raccomando, non dirlo mai a nessuno!»

Anche la vicina, a conoscenza del bacio e forse anche di qualcos’altro, rassicura la ragazza che non l’avrebbe mai detto a nessuno.

Tutti hanno in comune un comando: non dirlo a nessuno, frase che già Vittorio ripeteva in continuazione alla bambina. Confessare significa dare forma a un atto, concretezza a un gesto, rendere evidente un drammatico segreto. Ogni volta che la protagonista racconta, seguono però momenti di chiusura: la parola pronunciata, anziché aprire, ostacola la soluzione. Dichiarare equivale a perdersi. La parola esce a fatica quasi debba percorrere i meandri di un labirinto, deve combattere la vergogna, il pudore, la temuta incomprensione del mondo esterno. Se il mostro esce dal dedalo, perde la sua esclusività per diventare patrimonio collettivo. L’universo circostante allora, familiare e sociale, una volta compartecipe del segreto, deve prendersene carico. Disarmante, destabilizzante, meglio non sapere ed esortare al silenzio.

L’unica vera possibilità è la scrittura.
Grazie a un incontro fondamentale con un personaggio importante, alla fine del libro si scopre che la protagonista è arrivata all’ultima riga del romanzo.
La scrittura è reazione al non-dirlo-a-nessuno, corrisponde alla necessità di ricordare, al rifiuto di «tenere la realtà confinata in un anfratto della mia mente» e di dimenticare

«non ci pensavo neppure a relegare la mia storia in un angolo buio del mio inconscio.»

La salvezza risiede nella non rimozione, nell’avere ben presente l’accaduto per poterlo dominare.

Le mie pagliuzze può perciò essere interpretato come un romanzo di iniziazione, un libro nel quale la protagonista affronta prove difficili della vita come la sofferenza, in questo caso l’abuso sessuale, penetra in un mondo diverso da quanto, sempre in questo caso, la normale vita di una bambina prevede, si avventura in un’indagine interiore ritrovandosi completamente trasformata.

Il libro diventa una ricerca spirituale, la storia di un dilemma tra parlare e tacere. Alla fine si supera il senso di colpa, si vincono le incertezze e la protagonista prende possesso di sé, del suo corpo e della mente.
Le mie pagliuzze è anche quindi la storia di un romanzo che si fa, che scrive se stesso, la narrazione del superamento di un contrasto, un libro di ricordi, certo, ma rivolto al futuro e non ripiegato sul passato. La scrittura è strumento di liberazione e rinascita di un’identità. La protagonista ha trovato in se stessa la forza di creare un romanzo e con lui ri-creare la propria vita annullando anche la distanza temporale tra infanzia ed età adulta nella riconquista di momenti che le erano stati rubati.

Il libro inizia evocando il libro:

«Ho quasi completato la formula, fra un po’ sarò in grado di intraprendere il viaggio. Spero che questa volta funzioni, non voglio una nuova delusione. Vediamo, mi sembra di avere tutto: la lista delle cose da cambiare, le forbici per tagliare di più… Sì, ho anche il diario dove scrivere ciò che non voglio dimenticare.»

e termina parlandone di nuovo

«Ora della mia libreria c’era uno spazio vuoto, il posto giusto dove sistemare il libro […] il mio mondo capovolto.»

Tra i due momenti, una vita sbagliata cui si accenna con un verbo al passato nelle righe finali del romanzo. Il cerchio si chiude: il mondo non è più capovolto.