“Sintesi additiva” di Carlotta Pederzani

              È con vero piacere che ripropongo questa bella recensione in altra sede. Vuole essere un omaggio a chi l’ha scritta e all’opera che ne è oggetto.

Rende benissimo l’essenza dei versi di Sintesi Additiva e della sua giovane autrice.

Conosco Carlotta da quando era un’adolescente, l’ho vista crescere come donna e maturare come alunna in modo straordinario negli anni del Liceo.
L’intelligenza, la curiosità, la sete di cultura hanno fatto di lei una studentessa modello, sempre aperta a nuove proposte e, anche, sempre pronta a fornire spunti di approfondimento, a stimolare e “stuzzicare” l’insegnante di turno, rifiutando di conoscere “per approssimazione” e di apprendere “per giustapposizione”.
Una pacchia per me.

Ma non immaginatela chiusa in una torre d’avorio china sui libri, moderna versione femminile di Leopardi! Al contrario! È estroversa e gioviale, il suo spirito cameratesco, il suo humour arguto. Coglie gli stimoli dalla ricchezza dell’esistenza: la sua, interiore, e quella esterna che vive con intensità, afferrandone i contorni e aggiungendone sfumature.

La scrittura è il suo universo, il mondo della poesia il suo elemento naturale.

Ricordo quando le ragalai l’opera completa di Rimbaud. Eravamo rimaste sole al termine dell’orario di lezione, una sesta ora come diciamo noi in gergo a scuola. Carlotta era entusiasta, commossa e incredula che la sua prof di letteratura francese potesse farle un simile dono.

In realtà il dono l’ha fatto lei a me. Il nostro è sempre stato un rapporto di stima reciproca che si è trasformato man mano in affetto e amicizia.

Ora che abbiamo lasciato il Liceo, lei i banchi io la cattedra, le auguro dal profondo del cuore che la sua vocazione continui ad alimentarsi con l’ardore con cui è nata e con il lavoro che un poeta sa fare e deve fare sulla lingua.
“Manier savamment une langue” scriveva Baudelaire. Carlotta ne è perfettamente in grado: la ricerca lessicale e la pregnanza delle immagini nelle sue composizioni lo dimostrano.

Charlie (come la chiamano affettuosamente amiche ed ex compagni di scuola) ha ormai spiccato definitivamente il volo …

Cultura, privilegio o diritto?

Lunedì 28 gennaio. Teatro Ponchielli di Cremona.
In scena lo spettacolo “Planetario” creato dal gruppo Deproducers che sta lavorando a un progetto di ricerca molto interessante: “Musica con entusiasmo. La Scienza come poesia”.
 
Ecco come lo presentano gli stessi ideatori e interpreti: “progetto innovativo e coinvolgente, un connubio senza precedenti tra musica e scienza. Deproducers è una sorta di collettivo …… che si ripropone di musicare dal vivo conferenze scientifiche raccontate in maniera rigorosa ma accessibile. Planetario, il primo capitolo di questa “collana”, unirà la musica alle conferenze spaziali dell’astrofisico e direttore del Planetario di Milano Fabio Peri” che “illustrerà le meraviglie del cosmo e il mistero della sua nascita, le costellazioni e la loro mitologia, il rapporto tra l’Uomo e l’Infinito, il tutto veicolato da un’incredibile capacità di coinvolgere il pubblico con un linguaggio semplice ed accessibile. Con lui i quattro produttori, insieme alla batteria di Dodo Nkishi ed alla direzione “cosmonautica” di Howie B, stenderanno un tappeto sonoro dal vivo che trascinerà l’ascoltatore dritto nel centro della volta celeste, rendendo il concerto un vero e proprio viaggio intergalattico”.
 
 
È proprio ciò che è avvenuto quel lunedì mattina sul palcoscenico del teatro.
Quindi un gruppo di seri professionisti che hanno mantenuto la loro promessa. E allora? È così che si lavora, o almeno si dovrebbe. Dove sta la notizia, oltre l’interesse della proposta culturale?
Ebbene, il fatto è diventato un “caso” sul quotidiano della mia piccola città, Cremona appunto.
Il pubblico di quel giorno era formato da studenti delle scuole superiori. Come spesso accade, alcuni ragazzi hanno apprezzato e seguito con entusiasmo, altri no.
Non ero presente all’evento, ma la cronaca locale parla di atti di maleducazione; in realtà pare si sia trattato di gesti di autentica inciviltà al punto che un’insegnante ha deciso di rendere pubblica la sua indignazione inviando una lettera al Direttore del quotidiano La Provincia.
La questione è che, leggendo quelle parole, mi sono indignata io.
Premetto che non intendo affatto giustificare il comportamento di alcuni studenti che nella lettera sono definiti “una masnada di incivili”, “una bolgia infernale” e che si sono “distinti” non solo per schiamazzi, interventi inopportuni, uscite inadeguate, commenti fuori luogo, ma, cito, per “sputi, lanci di oggetti vari, rutti”.
Tuttavia quello scritto mi irrita perché propone un’idea di cultura, di formazione e una visione del mondo della scuola che non condivido per nulla.
Innanzitutto la mancanza della firma mi inquieta, e non poco. Qualificarsi solo come “una docente indignata” è vile. Noi adulti, inoltre educatori, dobbiamo avere il coraggio delle nostre opinioni, “metterci la faccia” quando prendiamo posizione. Come possiamo pretendere che lo facciano i nostri figli o i nostri alunni se noi per primi ci sottraiamo?
E ora la parte cruciale.
Così si esprime la mia ex collega (di cui ovviamente ignoro l’identità):
 
Chi si sente investito di un ruolo importante nella formazione di giovani, chi crede fermamente nel valore educativo della Scuola e assolve il suo compito con serietà e responsabilità, si indigna di fronte ad eventi così spiacevoli e si chiede se forse non sia il caso di riflettere bene prima di estendere a tutti, indistintamente, certe proposte.
Forse è il caso di calibrarle e di diversificarle a seconda della tipologia di scuola. Il teatro era quasi completo ma – ad essere ottimisti – forse la metà delle presenze era effettivamente motivata a partecipare. Per la restante metà si è trattato di una “giornata di scuola” persa.
Allora, chiedo ai miei colleghi insegnanti: crediamo davvero nella validità didattica di determinate proposte culturali extra-scolastiche? Consideriamo le uscite didattiche come ulteriori occasioni di crescita per noi e per i ragazzi che ci sono affidati oppure siamo i primi ad approfittare di una giornata di diversivo? “
Una docente indignata
Questo sfogo sottintende un concetto elitario della cultura che mal si addice proprio alla missione educativa della scuola.
Perché mai si dovrebbero preventivamente escludere determinati indirizzi di studio da offerte formative extracurricolari? E riservarle magari solo ai Licei discriminando gli Istituti Professionali?
La cultura è un diritto, non è un privilegio e anziché privare alcuni del suo godimento andrebbe ampliato il numero dei fruitori.
È vero che è talora difficile coinvolgere certi ragazzi in proposte che sembrano ai loro occhi inutili ai fini pratici, ma sono sempre stata convinta, e lo ribadisco ora, che “nessuno è nulla”, che ogni studente ha qualcosa da dare e da dire.
È dovere del docente scoprirlo e valorizzarlo, con lavoro, pazienza e soprattutto l’umiltà di mettere le sue competenze al servizio di chi deve imparare.
Non ho mai creduto allo studente bravo a priori.
E non ho nemmeno mai sostenuto la figura dell’insegnante – amico che piace, “è figo”, “non rompe”, non esige, ma non fa sentire la sua presenza come educatore, ad esempio in momenti importanti come quello qui raccontato, non per reprimere ma per fare capire.
La severità, autorevole non autoritaria, è l’anticamera di future amicizie perché è sintomo di interesse verso chi educhiamo.
Dopo una bocciatura, onestamente motivata, un alunno mi ha scritto “grazie”: commozione e certezza che l’anno successivo avrei avuto di fronte un uomo.
Trasmettere cultura a scuola, in varie forme e modalità, è una sfida appassionata per chi ci crede davvero. E non deve essere calata dall’alto ma proposta e offerta, a tutti, indistintamente.
Mi sono sempre chiesta perché i piani di studio non prevedano l’insegnamento, ad esempio, della Filosofia in un Istituto Professionale. Futuri elettricisti o periti chimici non possono conoscere Platone o Aristotele? Perché mai? O ancora, perché l’apprendimento del Greco sia riservato al Liceo Classico quando un’altissima percentuale delle parole che usiamo, anche quotidianamente, ha un’etimologia greca. Tutti saprebbero scrivere e parlare meglio.
Probabilmente la mia ex collega “docente indignata” non approverebbe queste proposte; le giudicherebbe forse “non calibrate” e “non diversificate”.