Tarmalen

È un’amica, Harfang Diseuse il suo pseudonimo. Ama le fiabe, ne scrive parecchie e molto belle. Alcune mi hanno talmente catturato da indurmi a decidere, in accordo con lei, di proporle qui. In un momento in cui la realtà ci coinvolge e sconvolge, tra accadimenti gravissimi, questioni annose e tragiche, temi molto importanti e recentemente banalizzati, una narrazione in apparenza lieve e tuttavia carica di significato come ogni favola che si rispetti può solo fare bene alla mente.
Buona lettura! 🙂

disegno di Harfang Diseuse

disegno di Harfang Diseuse

Ciao!
Mi chiamo Stella Polare. Abito nel quartiere Sistema Solare in Via Lattea, racchiuso da un alto recinto di bretelle bianche. Insieme alle mie amiche stelle, alle comete e ai segni dello Zodiaco, abito su un enorme tetto di velluto blu che ricopre la zona. Siamo talmente tanti che lo occupiamo proprio per intero. Ognuno si mette alla distanza che preferisce: o più vicino o più lontano dagli altri.
Noi stelle siamo brillanti bottoni bianchi con cinque punte: le due in basso ci permettono di camminare o pattinare per lo spazio, ma di solito preferiamo stare ferme. Quella in alto è la testa. A metà del corpo abbiamo le braccia con mani appuntite. Luccichiamo sempre, anche quando sonnecchiamo.
Le comete, invece, sono dispettosi cuscini rotondi, ripieni di piume; quando si spostano ne lasciano sempre una scia. Se si addormentano mentre sono in viaggio, rischiano di cadere a terra ed esplodere. Tranquillo, non capita tante volte.
I segni dello Zodiaco, infine, sono sia persone sia animali e, tutti, spille d’oro luccicanti: piccoli diamanti, infatti, sono sparsi sul contorno dei loro corpi.
Ogni segno dello Zodiaco ha il suo carattere. Ariete è il pecorone più forte e temuto dello spazio; un po’ scorbutico, non ama parlare con gli altri. Toro è davvero spensierato. Assaggia molto lentamente bocconi di tetto mentre ascolta distratto i discorsi complicati di Cancro, un vecchio granchio con folte sopracciglia e lunghi baffi. I Gemelli, Castore e Polluce, sono due fratelli grossi e alti come giganti. Trascorrono le giornate a giocare con Leone, un cucciolo spelacchiato che adora farsi grattare la pancia dal pungiglione di Scorpione. Anche a Scorpione piace tanto chiacchierare e soprattutto cantare… – c’è da tapparsi le orecchie! – Vergine, una signora non più giovanissima, si preoccupa sempre della linea. Tutti i giorni si reca da Bilancia, l’equilibrato medico dello Zodiaco, per farsi pesare. Sagittario ha gli zoccoli, le zampe, il sedere e la coda di un cavallo. Le mani, le braccia, il petto e la testa ricordano invece un uomo forte e sano. Insieme alla sua fedele capra da caccia, Capricorno, vaga nello spazio in cerca di prede, lanciando a destra e a manca aghi di ghiaccio. Per nostra fortuna, Sagittario non ci vede tanto bene e Capricorno non ha buon naso: tu non dirglielo, ma è sempre raffreddato! Infine, Acquario: un pescatore non proprio fortunato. Cerca sempre di prendere i Pesci, però mai ci riesce:  troppo furbi perché abbocchino all’amo.

Sotto il tetto si estende un’enorme valle, sempre di velluto blu. Qui abitano i pianeti e, un tempo, anche le tarme.
I pianeti sono perle variopinte: al loro centro, un ago li fa ruotare su se stessi. Per tutto l’anno, viaggiano a bordo di scarpe di ogni tipo e misura: remano prima con un laccio, poi con l’altro e navigano senza bussola. Infatti, i percorsi da seguire sono già disegnati da pezzetti di roccia colorata, i meteoriti. Nessuno gareggia: ognuno si sposta alla propria velocità e gira intorno a un gigantesco gomitolo di flanella, il Sole. Tanti fili gialli e arancioni intrecciati tra loro gli danno la forma di una palla. Il Sole tuttavia non riesce a trattenerli tutti: alcuni si allungano e galleggiano nell’area circostante. Anche tu li chiami i raggi del Sole?
Alcuni pianeti si portano appresso delle decorazioni. Per esempio, Giove indossa sempre quattro cinture strette alla pancia e la Terra è accompagnata da un peluche di lana grigia: la Luna. Proprio qui abitava la mia amica tarma.

Il suo nome è Len, ma io la chiamo ancora adesso TarmaLen. Ghiotta di lana, è bassa e paffutella, con un po’ di pancetta. Ha la pelle gialla con tre punti neri sulla guancia. In testa le cresce una foresta di riccioli color argento da cui spuntano due antenne, le orecchie. In mezzo agli occhi minuscoli e azzurri si vede il naso all’insù e, più in basso, le labbra verdi disegnano una bocca grande e sorridente. Una camicia azzurra e una gonna lunga a strisce color castagna e albicocca sono i suoi vestiti preferiti, dono degli abitanti di Giove.
Non era nata sulla Luna. Viveva nella valle, in Vicolo Buchini, vicino alla zona dei pianeti. Tutte le tarme abitavano lì. In quel punto, il velluto era croccante e crescevano ciuffi altissimi, dietro ai quali si nascondevano le tarme. Mangiavano parecchio tessuto per potersi trasformare man mano in farfalle. E così il terreno di Vicolo Buchini era coperto di buche: alcune piccole, altre profondissime, altre ancora larghe… insomma, la misura dipendeva dall’appetito delle tarme.
Sgranocchia sgranocchia, queste creature avevano scoperto che sotto il velluto erano imprigionate le stelle. Ogni tarma, allora, ne liberò una ciascuna. Io sono stata trovata proprio da TarmaLen! In seguito, mi sono sistemata sul tetto.

Fu quella la circostanza in cui conobbi TarmaLen. Speravo di incontrarla di nuovo, ma era sempre impegnata a scoprire altre stelle. Una notte, però, la scovai distesa sulla faccia della Luna.

«Che strano…» pensai

Mi decisi ad avvicinarmi. Vidi che era ferita! Corsi subito in suo aiuto: aveva perso anche i sensi! Le cucii i tagli con fili di lana di Luna.

«TarmaLen come ti senti?» le domandai non appena si svegliò.
«Dove mi trovo? – si chiese confusa guardandosi intorno – Perché sono qui? Dove sono le altre tarme?»

Mi guardò sbarrando gli occhi e si voltò di scatto verso Vicolo Buchini. Completamente distrutto! Una cometa era caduta proprio lì e… boom! Non esisteva più traccia né di ciuffi né di tarme! Solo TarmaLen era sopravvissuta: l’esplosione l’aveva fatta saltare in aria e, per sua fortuna, era finita sulla Luna.

Per un po’ di tempo non ci vedemmo; preferì restare da sola finché un mattino, all’ora del risveglio, mi salutò dalla Luna. La raggiunsi con entusiasmo e mi disse:

«Grazie per avermi salvata! Non ho più nessuno. Ora sono sola!»
«Non ti preoccupare, TarmaLen. Non tutto è perduto, ora ci sono io qui con te.»

Allungai la mano in segno di amicizia e da quel giorno fummo inseparabili.
Iniziammo a raccontarci le nostre giornate precedenti. Mi confidò di avere assaggiato dei bocconi di lana di Luna. L’aveva trovata soffice, saporita e le era proprio piaciuta. Mi confessò anche il disagio provato una notte mentre mangiava. Dalla Terra alcune persone la osservavano: gruppi di esploratori stavano navigando i mari del mondo da tantissimi giorni alla ricerca, senza successo, della via più breve per arrivare in un territorio sconosciuto. Una notte di plenilunio, si accorsero di un esserino che si muoveva sulla Luna. Credettero che avrebbe mostrato loro la via giusta. Perciò iniziarono a osservare con un cannocchiale e ad annotare, in fretta e furia, i movimenti della ghiotta creatura. Insomma, se TarmaLen assaggiava la guancia destra della Luna, allora puntavano a ovest; se sgranocchiava a sinistra, le navi viravano immediatamente verso est. Se si sdraiava un attimo per riposarsi, anche le imbarcazioni si fermavano. Alla fine gli esploratori si persero e trovarono un’altra terra, ma questa è un’altra storia…

Ogni giorno, dopo averla pulita dalle piume cadute dalle comete in viaggio, TarmaLen mangiava la faccia della Luna un po’ qua un po’ là. Ormai aveva lasciato tracce evidenti delle sue scorpacciate: si potevano vedere, persino da lontano, macchie di un grigio più scuro rispetto al colore vero della Luna. Questi morsi erano sparsi ovunque e non avevano la stessa dimensione: alcuni assomigliavano più a piccoli assaggi; altri, invece, larghi e profondi, sembravano il risultato di uno spuntino prolungato. Non si riempiva la pancia solo perché ghiotta di lana; voleva soprattutto crescere e trasformarsi in farfalla. Il sogno di ogni tarma è avere le ali. Certo, considera che qui i tempi di crescita sono molto, ma molto più lenti rispetto a quelli dove abiti tu.

Comunque, non tutti sapevano perché TarmaLen mangiasse la Luna. Volando sopra quell’area, una cometa le chiese:

«Perché mangi così tanta lana?»
«Perché devo crescere per…»

Stava per finire la frase quando la cometa la interruppe con tono cattivo:

«Se continui così, l’unica cosa che crescerà sarà la tua pancia! Ahahah!»

TarmaLen, offesa, abbassò lo sguardo per la vergogna. D’improvviso, la cometa scomparve come spazzata via da un soffio di vento.

«Perché fai così, TarmaLen? Non ti devi offendere!»

La Terra le parlava in quell’istante con dolcezza. Era tutta concentrata a remare, come d’abitudine, quando la risata della cometa la disturbò. Brontolando, cacciò via quella brutta dispettosa.

«Se devi crescere, è giusto che tu mangi quel che serve, ma sei anche un po’ golosa, non è vero? Ognuno è fatto a modo suo e non bisogna vergognarsene. Anzi, ti confido che da quando abiti sulla Luna e lasci le tue tracce, le persone da quaggiù la ammirano maggiormente. Tutti credono che lei sia bella, ma sei stata tu a renderla così. Sei davvero speciale, TarmaLen. Ricordatelo sempre! Sono convinta che prima o poi raggiungerai il tuo obiettivo. E ora… buon appetito!»

Mi avvicinai di più per vedere la Terra parlare, ma anche girandole attorno non notai proprio nulla: era già assorta e impegnata a remare.

Non riesco a calcolare quanti anni passarono prima che TarmaLen potesse vendicarsi di quella cometa, non ho abbastanza punte per contarli tutti. Direi che trascorsero tantissimi secoli! Alla fine di un lungo periodo di attesa, sulla Luna arrivò una nave spaziale. Ne uscirono due astronauti che indossavano tute bianche e portavano in testa dei caschi enormi. Erano giunti sulla Luna per conquistarla. Appena sbarcati, uno dei due disse con grandissimo orgoglio:

«Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo da gigante per l’umanità!».

Entusiasti, iniziarono a saltellare, lasciando impronte puzzolenti sulla faccia della Luna proprio mentre TarmaLen la stava pulendo.

«Brutti maleducati!» disse indispettita

Così andò loro incontro per chiedere di scusarsi. Gli astronauti non potevano però vederla talmente era minuscola. Anzi, TarmaLen dovette fare marcia indietro e correre a zampette levate per evitare di essere schiacciata. Purtroppo inciampò nella sua gonna:

«Accidenti!» esclamò

Ma era troppo tardi per fuggire! L’ombra di uno di quegli scarponi già le copriva il corpo. Allora le urlai:

«Attenta, ti stanno schiacciando!»

La mia amica alzò lo sguardo e vide la suola della scarpa pronta ad appiattirla come un bottone. Non sapevo più cosa fare, impaurita chiusi gli occhi. Nooo! Li riaprii e corsi ad aiutarla. Avrei potuto accecare gli astronauti!
Ma non erano più li’, la navicella neppure… e non vedevo nemmeno TarmaLen! Scesi in fretta sulla Luna per cercarla in lungo e in largo, ma non riuscivo a trovarla. No, no, non era possibile che fosse stata spiaccicata, o forse non volevo crederci! Non era comunque il momento per piangere; così, con calma, pensai in quale luogo si fosse potuta nascondere. Uffa! Non riuscivo a concentrarmi, ero troppo agitata. Guardando da lontano, mi accorsi di un oggetto che brillava. Avvicinandomi, pensai fosse una perla: era bianchissima e lucidissima, mi potevo persino specchiare. Incuriosita, andai a vedere cosa realmente fosse. Più grande di una piccola pallina, era imbucato nella Luna. Lo estrassi a fatica, perché era davvero pesante, e con enorme stupore vidi un piccolo corpo abbastanza rotondo, avvolto in una coperta bianca, appiccicosa, che finiva con un folto cespuglio di riccioli d’argento.

«TarmaLen!»

In fretta e furia cercai di liberarla, ma ogni volta che strappavo un pezzo della coperta, quella si ricuciva immediatamente! Era impossibile anche sollevarla e portarla al sicuro: così avvolta era incredibilmente pesante. Non potevo fare nulla, se non sperare che TarmaLen riuscisse a liberarsi da sola.

Proprio in quel momento, si verificò un’eclissi di Sole. Accade quando la Luna gli si mette davanti, lo copre e lascia intravedere solo i raggi. Libero di fare ciò che vuole, perché non più controllato dal Sole, ogni raggio si avvicina a un segno dello Zodiaco: prima lo incanta danzando, poi lo ipnotizza sussurrandogli:

«Nel sogno faccio ciò che in realtà non faccio!»

L’eclissi non dura molto, ma fa paura, sul serio! Una volta Sagittario si convinse che Vergine fosse una preda facile da catturare e le aveva scagliato i suoi aghi di ghiaccio mentre Capricorno la inseguiva per morderle le gambe.
Ora, mentre cercavo di liberare TarmaLen senza successo, i Gemelli la acchiapparono. Pensavano fosse un involtino succulento per un ottimo spuntino. Entrambi avevano fame e, per saziarsi, decisero che avrebbero dovuto tagliarla a metà:

«Una parte andrà a te» disse Castore a Polluce
«E l’altra andrà a me! Eheheh!» ridacchiò stupidamente Polluce
Castore gli diede un pugno in testa:
«E l’altra a me, scemo!»

Andarono dal Dott. Bilancia per conoscere il peso di TarmaLen:

«Cinque quasar!» rispose Bilancia, un po’ ubriaco, aveva bevuto troppe granite di roccia…
«Quindi, la metà di cinque è…?» rifletteva pensieroso Castore
«Sei! Eheheh» intervenne subito Polluce
«Ignorante, è tre! Quindi ognuno avrà una parte da tre, perché tre più tre fa cinq…» Castore, non tanto sicuro del calcolo, iniziò a contare sulle dita.
«Fa sei! La metà è…» Polluce non finì in tempo perché gli arrivò uno schiaffo dietro la testa.
«Tappati la bocca, mi confondi!» esclamò con forza Castore.

Non era un calcolo difficile in fondo, ma i Gemelli non si trovavano mai d’accordo sul risultato e iniziarono a litigare. Castore prese la parte finale dell’involtino, Polluce quella iniziale e, avanti e indietro, ognuno lo tirava a sé per poterselo mangiare tutto intero.
L’eclissi stava finendo e il ritorno alla normalità era imminente. Accortisi per primi del bisticcio, i Pesci diedero ai Gemelli delle forti pinnate sulle guance e, per dividerli, Acquario gettò una secchiata d’acqua che lanciò l’involtino sulla Luna. Andai a controllare se non si fosse rotto… era completamente disfatto! e TarmaLen sparita dall’interno!

«Sarà caduta e si sarà persa nello spazio! – riflettevo disperata – no, no, c’è ancora una soluzione.»

Chiesi a tutte le stelle e alle comete di andare a cercarla. Per giorni percorremmo l’intero Sistema Solare, ma nessuna traccia della mia amica. Non era né appesa alle corna di Ariete, né tra le zampe di Leone. La cercai persino su Giove. Il mio amico Centauris mi consigliò di rassegnarmi, ma io non volevo arrendermi.

Dopo parecchi mesi, durante una notte di ricerca disperata, da lontano notai una specie di nebbia attorno alla Luna:

«Forse la Luna si è svegliata per il trambusto e sa dove si trova TarmaLen» pensai

Così accelerai perché ero ancora piena di speranza. Man mano che mi avvicinavo, la mia curiosità aumentava sempre più. Non avevo mai assistito a niente di simile. Senza accorgermene, entrai nella nuvola: non riuscivo a vedere e respiravo a fatica, quel vapore mi penetrava negli occhi e nel naso. Passo dopo passo, mi trovai di fronte a un’ombra gigantesca.

«Ah!» urlai e tentai di scappare, ma l’essere si posizionò davanti a me e mi bloccò.

«Chi sei?» chiesi impaurita

Non mi rispose. L’ombra mi afferrò la mano e mi trascinò fuori dalla nuvola. Alla luce del Sole, vidi due ali bianche, la pelle gialla ed era una… tarma?! Ma che dico! Una FARFALLA!

TarmaLen era una farfalla!

«Che sorpresa, amica mia! Ma perché non mi hai subito cercata? Mi sono davvero spaventata! Allora, raccontami!»
«Scusami, Stella Polare, se non mi sono fatta viva, ma mi ero persa nello spazio dopo essere uscita dal guscio. Poi dovevo imparare a usare le ali ed ero confusa. Allora ho fatto un giro per tutta la Via Lattea. Ma ho deciso di ritornare qui sulla Luna perché avevo fame e sentivo che ti avrei trovata qui!»

Finalmente TarmaLen aveva realizzato il suo sogno. Chi l’aveva presa in giro, come quella cometa, ora si vergognava e ammirava con un pizzico d’invidia la bella e felice creatura in cui si era trasformata la mia amica.

Ora questa farfalla vive in mezzo a noi stelle e ci rende ancora più splendenti. Torna sempre sulla Luna per pulirla dalle piume di cometa e dalle impronte lasciate dagli astronauti. Ovviamente, quando ha fame, vuole riempirsi la pancia di lana di Luna. Mentre sgranocchia e rosicchia, le sue ali continuano a sbattere, sollevando un polverone di… di briciole!
Quando non sa cosa fare, TarmaLen si siede sulla faccia della Luna e osserva divertita gli abitanti della Terra che ne ammirano le macchie e si domandano come si siano formate. Nessuno sa dare una risposta esatta e precisa. E tu, promettimi che non racconterai in giro chi è stato. Che rimanga sempre un segreto solo tra me, te e TarmaLen!

Una volta, sulla Luna trovai una tarma ferita, triste e sperduta. In seguito a  un episodio un po’ sfortunato la persi di vista. Ora sulla Luna l’ho ritrovata felice, soddisfatta e matura. Anche se cambiata, TarmaLen non mi ha mai dimenticata: mi è sempre rimasta amica!

© Harfang Diseuse

 

I contenuti dell’amore

Tempo fa, ho ricevuto da Rebecca questo cadeau ed eccomi pronta a ragionar d’amore.

Rebecca award-share-the-love

Una parola breve: cinque lettere da riempire di contenuti; un giacimento in cui sedimentano momenti preziosi, ricchezze da proteggere e salvaguardare, istanti meno felici, esperienze da dimenticare e combattere; colonna in espansione verticale con l’energia di un geyser.
L’amore, in tutte le sue declinazioni, è costruzione costante, vivacità dell’animo, forza propulsiva e reattiva quando la vita richiede una ripartenza. In assoluto, non festeggia date, non si esalta in giornate o ricorrenze: sorride bonariamente di San Valentino, è oltre l’8 marzo, è il 19 marzo ripetuto all’infinito, il maggio della mamma moltiplicato per tutti i giorni dell’anno.

A

Armonia di anime.
Equilibrio tra innamorati su binari paralleli verso un’unica direzione, due esseri uniti ma non  annullati. Protezione di sguardi reciproci e, nel contempo, libertà di osservare attorno.
Serenità di un padre che accompagna il figlio per mano. Non lo segue e non lo spinge, non lo precede e non gli spiana la strada, sta al suo fianco.
Grazia di una madre. Un cuore che cammina, l’unico essere umano a poterne contenere due con battiti all’unisono.
Intesa tra amici. Tempo regalato e non rubato ad altro, parole di conforto mai di pietà, lucidità nell’aiuto, onestà nello stare insieme.
Assoluto che attende e accoglie.

M

Mani che sfiorano il corpo.
Dono del piacere, estasi erotica, elargizione di sé.
Accoglienza nelle carezze su una pelle neonata.
Rassicurazione in un buffetto sulla guancia di un figlio.
Sintonia nell’abbraccio fraterno e amicale.
Tenerezza e calore nelle coccole a un anziano.
La “mano è il linguaggio senza voce” scrive Tudor Arghezi nella poesia Adamo. ¹

O

Ossessione, se malato.
Patologia di un rapporto esclusivo, chiusura al mondo.
Idealizzazione dell’altro come si vorrebbe che fosse, cecità di fronte a ciò che è e dà.
Tumefazioni sul viso di una donna, lacerazioni sul corpo, sfregi nella mente.
Imposizione di un padre nello schiaffo sul volto di un figlio. Le mani parlano, sempre.
Incubo del giudizio. Vergogna di una madre per aver partorito un bimbo down. Ragazzina, guardavo attonita quella donna disposta persino alla paghetta purché spingessi il passeggino nel parco. Prepotenza della genitrice ma non mamma.

R

Rispetto, se sano.
Stima per i gesti dell’altro. Considerazione dei suoi spazi, ascolto anche dei suoi silenzi.
Riguardo per le scelte di un figlio, del suo progetto di vita.
Cura per genitori anziani, onore nel prendersene cura, nonchalance nel togliere macchie di cibo dagli abiti, pazienza verso racconti ripetuti, discrezione ai vuoti di memoria.
Disinteresse nell’amicizia, lealtà in parole e azioni, gratuità nell’affetto.

E

Elemento e alimento della vita.
Esigenza.
Elevazione verso il Supremo.

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L’evidenza di un amore  Juri Camisasca, dall’album Arcano Enigma, 1999

L’evidenza di un amore
Non si può nascondere,
quando nasce un sentimento
esalano da dentro
eccitazioni che stabiliscono
calde relazioni anche se non lo vuoi.
L’evidenza di un amore
Non si può comprendere
Per le vie della ragione
Con inutili argomenti.
Più reale del reale
La tua immagine in me,
non mi stanco di pensarti,
mi sento vivere.
Ho bisogno di te!
Hai bisogno di me!
Non posso fingere.
L’esigenza di amare
Non si può estinguere.
Cosa mai sarebbe il mondo
Senza il cielo dentro il mare.
Una calma naturale
Si impadronisce di me,
quando siedi al mio fianco
ritorno a vivere.
Ho bisogno di te!
Hai bisogno di me
Non posso fingere.
Sono parte di te.
L’evidenza di un amore
Non si può nascondere,
quando nasce un sentimento
esalano da dentro
eccitazioni che stabiliscono
calde relazioni
anche se non lo vuoi.

 

¹ Tudor Arghezi, Poesie, “Lo Specchio” Mondadori,  1966

Amici sempre . . .

Mi capita di leggere (che novità … mi sembra di sentirvi dire!); soprattutto mi capita di inciampare in una poesia che non incontravo da tempo e, percorrendo i suoi versi, rivedere esperienze molto belle, altre meno riuscite … ma che importa! L’essenziale è crederci, sempre.

Pablo Picasso, Amicizia, 1908

Poema dell’Amicizia

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare, solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,
però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.
Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo, non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa
di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico.

Poema dell’amicizia, attribuito a Jorge Luis Borges

Non sono certo la prima, né tantomeno l’ultima, a scoprire la bellezza di questa poesia e la verità del suo contenuto.

Amicizia: parola importante, pregnante, di cui spesso si abusa svilendone il significato profondo. L’ho già scritto in altre occasioni e lo ripeto ora perché ne sono profondamente convinta: le parole hanno un’anima e devono essere rispettate. Se in partenza già sappiamo di non poter adeguarvi un comportamento coerente, è meglio il silenzio.

L’amicizia non è solo affetto, stima, rispetto … o meglio, è tutto questo e anche molto di più.

È per me un rapporto interpersonale unico nel suo genere, un vincolo d’affetto che va oltre il legame di sangue e l’attrazione fisica; una relazione in cui personalmente investo molta energia che mi regala un’importante carica emotiva.
È per me la gratuità di un gesto, di una parola, di uno sguardo. Perché l’amicizia non prevede l’esclusività affettiva e non pretende promesse o formalità in cambio, nemmeno la riconoscenza dichiarata per un consiglio dato in un momento di necessità o per un atto di solidarietà. Servono fatti, linfa della reciproca disponibilità.

Questo sentimento va tuttavia alimentato perché possa crescere.

Non si nutre di grandi gesti, ma di condivisione del quotidiano: una semplice risata, un banale “ciao, come va?”, un apparentemente superficiale “buongiorno” o “buonanotte”, qualche arrabbiatura anche per futili motivi. Quanto è confidenziale “litigare”! Esclude l’indifferenza e, tra amici veri, implica sincerità e onestà.

Tutto questo ha il profumo della non estraneità, della familiarità, della naturalezza e spontaneità.

Non è vero, almeno per me, che una vera amica o un vero amico sono tali particolarmente nei momenti di difficoltà.
L’amica, l’amico sono presenti sempre.

Amicizia in musica? Ma … un James Taylor d’annata!
Questa è indubbiamente una canzone stupenda.

When you’re down and troubled
and you need a helping hand,
and nothing, whoa nothing is going right.
Close your eyes and think of me
and soon I will be there
to brighten up even your darkest nights.
You just call out my name,
and you know wherever I am
I’ll come running, oh yeah baby
to see you again.
Winter, spring, summer, or fall,
all you got to do is call
and I’ll be there, yeah, yeah, yeah.
You’ve got a friend.
If the sky above you
should turn dark and full of clouds
and that old north wind should begin to blow
Keep your head together and call my name out loud now
and soon I’ll be knocking upon your door.
You just call out my name and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer or fall
all you got to do is call
and I’ll be there, yeah, yeah, yeah.
Hey, ain’t it good to know that you’ve got a friend?
People can be so cold.
They’ll hurt you and desert you.
Well they’ll take your soul if you let them.
Oh yeah, but don’t you let them.
You just call out my name and you know wherever I am
I’ll come running to see you again.
Oh babe, don’t you know that,
Winter spring summer or fall,
Hey now, all you’ve got to do is call.
Lord, I’ll be there, yes I will.
You’ve got a friend.
You’ve got a friend.
Ain’t it good to know you’ve got a friend.
Ain’t it good to know you’ve got a friend.
You’ve got a friend.

 

Da dedicare alle amicizie vere. <3

Insegnare è condividere

Finalmente! L’aspettavo, sa? Ero certa che sarebbe venuta!
Una voce cristallina mi accoglie mentre varco la soglia di un antico palazzo della mia città.
È un caldo pomeriggio di maggio. Passo dal bagliore della luce sull’asfalto della via del centro alla penombra del chiostro, e non riesco subito a darle un volto.
Ma è proprio Elisabetta!
Segue un abbraccio avvolgente, come tra vecchie amiche che si sono viste anche solo il giorno prima.

In realtà, Elisabetta è una mia ex alunna e ci incontriamo dopo ben diciassette anni! Non c’eravamo completamente perse, ma nulla più di qualche contatto su Facebook .
Diciassette anni! Ci guardiamo … il passato non sembra essere tale, il saluto affettuoso testimonia di un bel rapporto che è ancora il presente, nonostante il tempo trascorso.

È il suo giorno, la presentazione del suo primo libro Sarebbe più interessante parlare di Angelica. È emozionata e felice; i suoi occhi sorridono mentre ringrazia e stringe mani.
Arrivano in molti per condividere con lei la gioia di un sogno realizzato.

Io mi sento chiamare da più parti.
Ma dai!”, “Guarda chi c’è!”, “Quanto tempo!”, anche per nome, persino con un “Ciao prof!” che non ha prezzo.
Compagne e compagni di scuola di Elisabetta, tutti passati “sotto le mie grinfie”, come sottolinea qualcuno ridendo. Un pizzico di nostalgia al ricordo del periodo del Liceo, della mia materia “nonostante i quattro!” (“Quanti ne abbiamo presi!” esclama un coretto; “Ma quanti ne ho dati!?” replico con una battuta), poi tante, tantissime risate e un’atmosfera stupendamente cameratesca.
Alcuni m’informano con soddisfazione sul loro lavoro; altri mi presentano la famiglia e mi fanno trastullare un pargoletto.
Momenti fantastici!

Ora i riflettori sono per Elisabetta.
È disinvolta mentre illustra la sua raccolta di racconti

Accanto a lei, Chicca e Silvia che le rivolgono domande e leggono alcune pagine del libro.

Elisaetta al centro. Silvia e Chicca ai lati. Palazzo Fodri - Cremona

Elisabetta al centro. Silvia e Chicca ai lati.
Palazzo Fodri – Cremona

Spiega com’è nato il progetto: la vittoria a un concorso letterario e da qui la spinta a narrare altre storie, inventare personaggi e creare nuove vite.

Davvero un bel pomeriggio … per avere ritrovato le “mie” ragazze e i “miei” ragazzi ormai adulti realizzati nei loro obiettivi professionali, personali e affettivi.
Ci lasciamo in allegria programmando nuovi rendez-vous.

Mi avvio verso casa. È quasi sera. Pedalo tranquillamente in bicicletta per le vie della città, respiro profondamente l’aria più fresca e sorrido soddisfatta.

E con Carlotta … sono due!“, mi sento decisamente orgogliosa. Di loro, ovvio, ma anche di me.
Non è mancanza di modestia, piuttosto la consapevolezza di avere insegnato con la volontà di essere superata da loro, con il desiderio di imparare sempre di più grazie ai loro stimoli, con il proposito di non addestrarli a un mestiere ma di fornire loro gli strumenti per cercarlo e poi trovarlo; e oggi, infine, la certezza che non mi hanno subìta.

Soddisfatta, ripeto, per la conferma dell’idea di scuola che, insieme ad altri bravissimi colleghi, ho sempre sostenuto, testardamente, anche tra alcuni ostacoli.

Insegnante esigente? Ebbene sì, lo ero, ma (mi si perdoni l’accostamento) come un genitore, comunque un educatore, cui importa molto della crescita culturale e umana dei propri figli.
Non ho mai creduto alla figura del prof/compagno che si atteggia a “gggiovane” nel linguaggio e nel comportamento per guadagnare consenso. Anzi, basare il rapporto con gli studenti su questa finalità è già partire con il piede sbagliato. Se deve proprio esistere un “progetto di conquista”, è semmai quello della loro stima e non della loro amicizia. Il feeling non si nutre solo di simpatia.

Perché nel nostro conversare durante il pomeriggio sono emersi ricordi dei “due” o dei “quattro” ricevuti al Liceo (non solo da me, eh!…) e non degli “otto” elargiti con tanta generosità? Perché, ancora, farmi notare “Ti ricordi, prof, quando in quell’interrogazione mi hai dato la sufficienza?” citandone addirittura l’argomento?

Gli studenti non dimenticano, soprattutto capiscono. Sanno assolutamente valutare la competenza e l’autorevolezza di chi hanno di fronte, l’onestà intellettuale di chi, con molta chiarezza, a una particolare richiesta risponde con tranquillità “Non so, m’informo, poi ne parliamo”; sono perfettamente in grado di riconoscere chi li rispetta pur nei richiami, capaci di distinguere la svogliata indifferenza di un disinteressato lasciar correre e l’intervento puntuale, attento, anche severo per il loro bene.

Soddisfatta, quindi, e lo ripeto ancora, non per me bensì per un concetto di scuola e d’insegnamento la cui essenza è la condivisione, che non significa appiattimento.

E questo è il premio della giornata, ma non solo …

Elisabetta 2

“Sintesi additiva” di Carlotta Pederzani

              È con vero piacere che ripropongo questa bella recensione in altra sede. Vuole essere un omaggio a chi l’ha scritta e all’opera che ne è oggetto.

Rende benissimo l’essenza dei versi di Sintesi Additiva e della sua giovane autrice.

Conosco Carlotta da quando era un’adolescente, l’ho vista crescere come donna e maturare come alunna in modo straordinario negli anni del Liceo.
L’intelligenza, la curiosità, la sete di cultura hanno fatto di lei una studentessa modello, sempre aperta a nuove proposte e, anche, sempre pronta a fornire spunti di approfondimento, a stimolare e “stuzzicare” l’insegnante di turno, rifiutando di conoscere “per approssimazione” e di apprendere “per giustapposizione”.
Una pacchia per me.

Ma non immaginatela chiusa in una torre d’avorio china sui libri, moderna versione femminile di Leopardi! Al contrario! È estroversa e gioviale, il suo spirito cameratesco, il suo humour arguto. Coglie gli stimoli dalla ricchezza dell’esistenza: la sua, interiore, e quella esterna che vive con intensità, afferrandone i contorni e aggiungendone sfumature.

La scrittura è il suo universo, il mondo della poesia il suo elemento naturale.

Ricordo quando le ragalai l’opera completa di Rimbaud. Eravamo rimaste sole al termine dell’orario di lezione, una sesta ora come diciamo noi in gergo a scuola. Carlotta era entusiasta, commossa e incredula che la sua prof di letteratura francese potesse farle un simile dono.

In realtà il dono l’ha fatto lei a me. Il nostro è sempre stato un rapporto di stima reciproca che si è trasformato man mano in affetto e amicizia.

Ora che abbiamo lasciato il Liceo, lei i banchi io la cattedra, le auguro dal profondo del cuore che la sua vocazione continui ad alimentarsi con l’ardore con cui è nata e con il lavoro che un poeta sa fare e deve fare sulla lingua.
“Manier savamment une langue” scriveva Baudelaire. Carlotta ne è perfettamente in grado: la ricerca lessicale e la pregnanza delle immagini nelle sue composizioni lo dimostrano.

Charlie (come la chiamano affettuosamente amiche ed ex compagni di scuola) ha ormai spiccato definitivamente il volo …