“Ti bacio il cuore”

felice-e-maria-2

                                                                       Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

Una lettera d’amore particolarmente romantica scritta un secolo fa in un’occasione speciale? Ebbene no. È spedita dal fronte durante la prima guerra mondiale. Fa parte dell’intenso scambio epistolare di una coppia, un fitto carteggio che inizia il 21 giugno 1916 e termina nel 1918, rimasto più di novant’anni chiuso in una scatola nella stanza da letto di Felice. Un giorno, la nipote decide di recuperare, riordinare e pubblicare questa corrispondenza nel libro Lettere d’amore dal fronte di Felice el sartùur 1916-1918 (ApostrofoEditore, 2013)

lettere-damore-dal-fronteFelice Arisi nasce a Pescarolo, in provincia di Cremona, il 21 dicembre 1884, sposa Maria Mozzi il 30 settembre 1909, hanno cinque figli, nel 1916 parte per la guerra e ritorna al suo amato paese due anni più tardi dopo un periodo di prigionia nel campo di Langensalza, una cittadina rurale dell’Unstrut-Hainich-Kreis, nella Turingia.

Gli storici hanno analizzato ampiamente ogni dettaglio della Grande Guerra mettendo in risalto anche gli errori strategici e lasciandoci l’amara consapevolezza che il conflitto è deciso dall’alto, che i Generali spostano migliaia di soldati e li inviano al fronte decretando il destino di uomini umili, artigiani, contadini, operai, ignari di strategie politico-militari più grandi di loro.

Se la maggioranza dei soldati semplici rimane sconosciuta alla Storia, molti si salvano dall’oblio grazie alla scrittura. Lettere, diari, cartoline documentano situazioni, mettono in luce il ventaglio delle sensazioni umane: la paura di un attacco, il pianto per la perdita di un compagno di sventura, la gioia per essere riusciti ancora una volta a scampare un pericolo, il conforto nella preghiera, il legame con gli affetti lontani.

Lettere d’amore dal fronte è una preziosa testimonianza. La guerra, il legame profondissimo tra due coniugi e la famiglia costituiscono i due piani narrativi. Sono tuttavia quasi assenti informazioni precise su interventi militari o descrizioni di battaglie: il centro del racconto è l’uomo, Felice e i suoi sentimenti.

Felice scrive molto, alcune sue lettere sono lunghe, ben scritte, se si pensa che ha frequentato solo la terza elementare. Un autodidatta ma avido lettore, rivela la nipote, di opere come I promessi sposi, I Sepolcri, La Divina Commedia e ovviamente La Bibbia data la sua fede convinta.
Colpisce che nel carteggio, indirizzato prevalentemente alla moglie, la guerra appaia addirittura come uno sfondo. I riferimenti alle circostanze di pericolo e disagio sono rapidi, fugaci. Allude alle condizioni atmosferiche “di giorno fa caldo, di notte fa freddo”, accenna alla paura per le avanzate, alla perdita del senso del tempo “non so più quando è domenica o lunedì”, a “pulci e pidocchi”, sassi e reticolati ma non insiste su particolari angoscianti, nemmeno quando accenna a un compagno morto sul colpo sotto un bombardamento o al ferimento del suo Tenente. Tra le righe si percepisce un “non detto”, indipendente dalla censura che interveniva sulla corrispondenza dal fronte, una volontà di tacere episodi dolorosi come se egli volesse proteggere i suoi cari dagli orrori della guerra.
Sto bene” è la frequente frase introduttiva dei suoi scritti; “parliamo d’altro”, ripete spesso; “non spaventatevi”, scrive in occasione dell’avanzata sul Monte Sabotino; “ho ancora la fortuna di scrivervi”, dichiara dal campo di prigionia in Germania.
Brevi flash. Vero che Felice si trova di solito nelle retrovie, scelto dal Comando per la sua professione di sarto – da civile era specializzato nella confezione di abiti talari – ma anche dietro il fronte la situazione non era certo idilliaca. Non cuciva le uniformi in un atelier! Inoltre, non per questo è meno profondo il suo sentimento di una Patria libera. La sera, scrive spesso con ardore agli amici al fronte, noncurante che qualcuno lo definisca “imboscato”. Vorrebbe al contrario essere con loro.

Nella loro densa brevità, le sue sono istantanee verbali che lasciano intuire un filtro narrativo tra il suo mondo e la famiglia a casa. Protegge anche se stesso. Oltre alla fede, la sua salvezza è l’amore: per i figli, gli amici di Pescarolo, la famiglia, soprattutto la moglie.
Il sentimento che lo lega alla “sua” Maria è potente, espresso con pudore quasi a volerlo tutelare. Si firma con un casto “tuo aff.mo sposo”, ma emergono qua e là complicità coniugale, intesa fisica tra un uomo e una donna, intensità di un’unione evocata dai “caldi affettuosi baci appassionati”, il ricordo delle sue carezze, il desiderio di stringerla forte a sé e baciarla a lungo. È bisogno di un contatto con la “sua” donna e non con una femmina qualsiasi che sarebbe stato facile per lui trovare in zona, come molti altri soldati. La bellissima espressione “ti bacio il cuore”, con cui conclude una delle sue dichiarazioni sentimentali, unisce passione e profondità di un legame. È sete d’amore che si placa nella “sua” Maria “fonte d’acqua freschissima” cui “porse avidamente le labbra”, scrive ricordando alcuni momenti stupendi trascorsi con lei durante una licenza. Non è l’ardore di un istante, è la confessione di un sentimento completo e duraturo. Come non percepire anche in queste pagine un “non detto” sulla tragicità delle condizioni al fronte e sulla forza di sopravvivenza dell’uomo?

Le parole di quasi venerazione di Felice per la moglie si rincorrono da una lettera all’altra. Su una incolla addirittura petali di violetta per il suo “unico amore”, “unico tesoro”.
felice-a-mariaDicono che l’amore aggiunge, non sottrae; arricchisce, non toglie; accende le tinte di un arcobaleno che, lì sul fronte, è oscurato dalle tenebre della violenza.

Questo libro consegna un destino individuale che, pur nelle avversità, si racconta attraverso il sentimento dell’amore, linfa in ogni momento della vita.

 

 

Incontro

Ripropongo volentieri (e non in reblog) il racconto che la foto di Kalosf mi ha ispirato in occasione del suo secondo compleblog, ringraziandolo ancora  per l’opportunità che mi ha regalato.

separatore-webImmersa nella lettura di documenti per la riunione dell’indomani, nonostante fosse solo tardo pomeriggio, era già comodamente seduta sul letto, semi avvolta nel piumone. Si trovava nella solita stanza, piccola e accogliente, dell’hotel ormai a lei familiare. Lo sceglieva ogniqualvolta si recava a Firenze per lavoro.

Vibrò il cellulare. A lungo. Nascosto sotto i fogli sparsi al suo fianco, lo cercò a tentoni senza guardare, concentratissima su grafici e tabelle. L’avvicinò all’orecchio convinta di sentire la voce del suo Edo che, dall’altro capo del mondo, le augurava una buona serata e le dava la buonanotte. Una dolce abitudine anche dopo tanti anni di matrimonio quando le rispettive attività li tenevano separati per alcuni giorni.
«Pronto? Ciao Roberta…»
Ops! Osservò il display. Non riconobbe il numero.
«Pronto? Ciao… ma chi sei, scusa…?» eppure quella erre arrotata e vibrante avrebbe dovuto ricordarle qualcuno.
«Mais, c’est moi… sono io, Xavier! Come stai? Non è che disturbo, vèro?» Non aveva proprio perso l’accento francese nonostante anni e anni trascorsi all’estero.
«Ma… Xavier!!!… Che sorpresa! Quanto tempo! Io tutto ok, e tu?»
«Moi, bène mòlto bène. Ora che ti sẽnto va ãncòra meglio. Ho avuto il tuo numero da Marta, l’ho incõntrata un paio di volte per lavòro. Abbiamo parlato di te, e così mi son detto – pourquoi pas? – perché non salutarla?»
Roberta adorava la musicalità di quella voce, l’inflessione inconfondibile, nasali, vocali aperte e erre marcata a ricamare un italiano perfetto. Ora non aveva dubbi: era proprio Xavier, l’avrebbe riconosciuto tra mille.
«Sẽnti chérie, sono in Italia per qualche giòrno, passo a trovarti?» Brillante come sempre, pensò Roberta.
«Cavoli! Mi dispiace! Non sono a casa… Sto a Firenze e ci resto fino a mercoledì. Désolée, davvero!»
«Pas de problème! Sai che sòno a Ròma? Mi fermo a Firẽnze prima di riẽntrare in Frãncia. Possiamo vederci domani sèra?… Al solito posto?…»
Roberta ebbe un tuffo al cuore, ma si riprese subito.
«Perfetto! Lo ricordo ancora molto bene, sai?…» Non riusciva a essere disinvolta come lui. La sorpresa le aveva fatto perdere la favella, fatto inusuale per lei. Rispondeva in modo lucido ma laconico.
«Allora a domani!»
«A demain chérie e bonne nuit! Bisous!»

Roberta appoggiò il cellulare al mento. Xavier era come un fantasma che risuscitava dal passato. Si sentiva confusa, lusingata, frastornata, felice. Insomma, era un caos di emozioni.
Si alzò dal letto, aveva bisogno d’aria fresca. Spalancò la finestra e si presentò uno spettacolo mozzafiato. Non le era mai capitata una serata simile a Firenze, almeno in inverno. L’ora del crepuscolo: ultimi chiarori del giorno che muore, la notte non ancora nata, un cielo dal bagliore lunare solcato da striature biancastre simili a pennellate ad acquarello, le luci dei lampioni sul lungo Arno. Il riflesso tremulo nell’acqua le trasformava in stelle filanti rievocando ballerine di fila nelle riviste di un tempo con costumi cosparsi di lustrini sul palco blu intenso del fiume. Una volta celeste al contrario. E lì, stagliato in mezzo al quadro, il profilo del ponte, il loro ponte, il loro posto. Dopo Parigi, Firenze li aveva spesso accolti nel suo abbraccio.

foto SandroRoberta si rannicchiò nel bavero della vestaglia. L’aria era frizzante, benefica però, e ne respirò a pieni polmoni. Chiuse la finestra.
Lo faceva spesso nel piccolo monolocale di Xavier: una mansardina in Rue Laplace, strada tranquilla nei pressi del Jardin du Luxembourg e a pochi minuti dal Panthéon. A Xavier piaceva che l’atmosfera del Quartier Latin entrasse nella stanza e Roberta non poteva chiedere di meglio.

Era arrivata a Parigi per seguire uno stage di perfezionamento in linguistica alla Sorbonne. Da subito aveva amato quell’ambiente; estroversa e socievole, non le era stato difficile inserirsi in gruppi di studenti o professori già affiatati tra loro. La sua comunicativa risultava contagiosa.
Xavier era uno dei tanti compagni di studio. Di qualche anno più grande di lei, aveva già tenuto alcuni corsi a gruppi di allievi. Arguto e intelligente, era destinato a una sicura carriera in università, Roberta glielo ripeteva in continuazione. Lui si schermiva, ma era visibilmente compiaciuto almeno agli occhi di Roby che iniziava a conoscerlo davvero bene. Trascorrevano parecchio tempo insieme, in biblioteca a studiare o nei cortili della Sorbonne a discutere. Erano in disaccordo su tante cose e proprio durante un animato scambio di opinioni Roberta si trovò all’improvviso le labbra di Xavier stampate sulle sue. Spontaneo, naturale, bello. Da lì alle lenzuola della mansardina il passo fu breve. Seguirono serate stupende, cenette in casa a base di camembert, baguette, quiche e Beaujolais, rigorosamente acquistato al supermarket, o qualche volta, borsellino permettendo, in un delizioso piccolo bistrot di Rue Princesse chiacchierando e amoreggiando davanti a un faux-filet e un buon bicchiere di bordeaux.

«Santo cielo Roby, perché ora ti perdi nei ricordi? A che serve? Uff… rivedrai un vecchio amico, e che sarà mai!?» Sprimacciò il cuscino, era stanca. «Forza! Dai!… Dormiamoci su… domani è una giornata pesante…» Appoggiò la testa e si addormentò come un sasso.

Rientrata in hotel, verso sera, si concesse una lunga doccia calda e rilassante. I meeting erano stati più impegnativi del previsto. L’incontro con Xavier meritava una Roberta in forma. Il getto d’acqua scorreva sui capelli, le accarezzava le guance, massaggiava delicatamente il corpo.

Come bruciava la pioggia sul viso quel giorno al Jardin du Luxembourg! Si confondeva con le lacrime che si asciugavano al vento freddo di un umido pomeriggio primaverile, non raro a Parigi. Lei e Xavier si stavano salutando: Roberta sarebbe rientrata in Italia e lui, vincitore di un concorso a cattedra, aveva accettato di trasferirsi negli Stati Uniti. Un’occasione da non perdere. Roberta non poteva di certo seguirlo; anche per lei in Italia esistevano concrete prospettive professionali.
«Mais je t’aime, lo sai bène! Ci scriverèmo, ci telefonerèmo, appena posso salgo sul primo aereo e corro da te…» Ma lei sapeva che non sarebbe stato così, che tutto si sarebbe pian piano smorzato per poi spegnersi. Colpa di nessuno, semmai conseguenza della vita la cui concreta quotidianità non ha nulla dell’assoluto immaginato quando ci s’innamora a vent’anni o poco più. Xavier la teneva stretta a sé sfiorando con le mani gli abiti bagnati. Non avevano neppure cercato riparo almeno sotto i rami di un albero; se ne stavano lì, appiccicati, i baci di lui a coprire occhi, guance, labbra, collo di lei.

Roberta scosse la testa per dare forma alla capigliatura umida. Un modo per scacciare nostalgia e tristezza? Si guardò allo specchio. «Ma va là! Su, datti una mossa! Vestiti, truccati, sfodera il tuo sorriso migliore, la tua solita esuberanza e raggiungilo!» Era brava a gestire le situazioni.
Uscì dall’albergo. Percorse il lungo Arno che la sera precedente aveva contemplato dalla finestra. I lampioni illuminavano il marciapiede mentre sulla sponda opposta del fiume sembrava che le case stessero già riposando, immerse nell’acqua e in un’ombra rassicurante.

Camminava spedita anche se non aveva fretta. Arrivata al ponte, rallentò il passo. Nel via vai di gente, aveva riconosciuto la silhouette di un uomo semi illuminata dalla luce romanticamente fioca di un lampione. Si mosse verso di lei e si avvicinò: era Xavier. Nessuna formalità: un immediato, rapido e intenso abbraccio sussurrando reciprocamente un semplice «ciao» all’orecchio. Rimasero così per minuti, travolti dall’emozione, senza dirsi altro. Le parole non servivano. Il loro ponte abbracciava l’Arno mentre le loro braccia univano lo spazio e il tempo che li avevano separati. Quel ponte diventava, ancor più che nel passato, il ‘loro posto’: metafora di un’unione nella simbiosi tra ponte reale e sentimentale.

L’aria era pungente e Roberta si staccò appena per stringersi nel piumino. Xavier la riafferrò e la strinse ancora più forte per scaldarla; poi le prese il volto tra le mani e iniziò a guardarla intensamente negli occhi. Proprio come al Jardin du Luxembourg, ma senza lacrime questa volta. Il non detto affiorava negli sguardi e nei gesti: gli occhi parlavano trasmettendo ondate di sentimento. Xavier glieli accarezzò con le labbra, per Roberta un déjà vu che la fece ritornare ventenne per lunghi istanti. Le labbra si sfiorarono…

… Lo squillo del cellulare riecheggiò nella stanza.
Con un gesto istintivo Roberta lo toccò, spense la sveglia e contemporaneamente accese la radio. In quella camera, anche al buio, ormai sapeva dove trovare il pulsante. Trasmettevano Una lunga storia d’amore cantata da Gino Paoli.
Era mattina. Si stava svegliando al suono di una melodia a lei ben nota, la colonna sonora della storia con Xavier. La prima canzone italiana che lui aveva imparato e le dedicava sempre.
Si riprese dal torpore del sonno e la realtà le apparve con chiarezza. Afferrò lo smartphone  e scrisse un sms annullando l’appuntamento della sera con una scusa banale.

Forse era meglio così, forse era più saggio, forse… si ripeteva mentre, aprendo la finestra, respirava l’aria fresca dell’alba fiorentina.

I contenuti dell’amore

Tempo fa, ho ricevuto da Rebecca questo cadeau ed eccomi pronta a ragionar d’amore.

Rebecca award-share-the-love

Una parola breve: cinque lettere da riempire di contenuti; un giacimento in cui sedimentano momenti preziosi, ricchezze da proteggere e salvaguardare, istanti meno felici, esperienze da dimenticare e combattere; colonna in espansione verticale con l’energia di un geyser.
L’amore, in tutte le sue declinazioni, è costruzione costante, vivacità dell’animo, forza propulsiva e reattiva quando la vita richiede una ripartenza. In assoluto, non festeggia date, non si esalta in giornate o ricorrenze: sorride bonariamente di San Valentino, è oltre l’8 marzo, è il 19 marzo ripetuto all’infinito, il maggio della mamma moltiplicato per tutti i giorni dell’anno.

A

Armonia di anime.
Equilibrio tra innamorati su binari paralleli verso un’unica direzione, due esseri uniti ma non  annullati. Protezione di sguardi reciproci e, nel contempo, libertà di osservare attorno.
Serenità di un padre che accompagna il figlio per mano. Non lo segue e non lo spinge, non lo precede e non gli spiana la strada, sta al suo fianco.
Grazia di una madre. Un cuore che cammina, l’unico essere umano a poterne contenere due con battiti all’unisono.
Intesa tra amici. Tempo regalato e non rubato ad altro, parole di conforto mai di pietà, lucidità nell’aiuto, onestà nello stare insieme.
Assoluto che attende e accoglie.

M

Mani che sfiorano il corpo.
Dono del piacere, estasi erotica, elargizione di sé.
Accoglienza nelle carezze su una pelle neonata.
Rassicurazione in un buffetto sulla guancia di un figlio.
Sintonia nell’abbraccio fraterno e amicale.
Tenerezza e calore nelle coccole a un anziano.
La “mano è il linguaggio senza voce” scrive Tudor Arghezi nella poesia Adamo. ¹

O

Ossessione, se malato.
Patologia di un rapporto esclusivo, chiusura al mondo.
Idealizzazione dell’altro come si vorrebbe che fosse, cecità di fronte a ciò che è e dà.
Tumefazioni sul viso di una donna, lacerazioni sul corpo, sfregi nella mente.
Imposizione di un padre nello schiaffo sul volto di un figlio. Le mani parlano, sempre.
Incubo del giudizio. Vergogna di una madre per aver partorito un bimbo down. Ragazzina, guardavo attonita quella donna disposta persino alla paghetta purché spingessi il passeggino nel parco. Prepotenza della genitrice ma non mamma.

R

Rispetto, se sano.
Stima per i gesti dell’altro. Considerazione dei suoi spazi, ascolto anche dei suoi silenzi.
Riguardo per le scelte di un figlio, del suo progetto di vita.
Cura per genitori anziani, onore nel prendersene cura, nonchalance nel togliere macchie di cibo dagli abiti, pazienza verso racconti ripetuti, discrezione ai vuoti di memoria.
Disinteresse nell’amicizia, lealtà in parole e azioni, gratuità nell’affetto.

E

Elemento e alimento della vita.
Esigenza.
Elevazione verso il Supremo.

separatore-web

L’evidenza di un amore  Juri Camisasca, dall’album Arcano Enigma, 1999

L’evidenza di un amore
Non si può nascondere,
quando nasce un sentimento
esalano da dentro
eccitazioni che stabiliscono
calde relazioni anche se non lo vuoi.
L’evidenza di un amore
Non si può comprendere
Per le vie della ragione
Con inutili argomenti.
Più reale del reale
La tua immagine in me,
non mi stanco di pensarti,
mi sento vivere.
Ho bisogno di te!
Hai bisogno di me!
Non posso fingere.
L’esigenza di amare
Non si può estinguere.
Cosa mai sarebbe il mondo
Senza il cielo dentro il mare.
Una calma naturale
Si impadronisce di me,
quando siedi al mio fianco
ritorno a vivere.
Ho bisogno di te!
Hai bisogno di me
Non posso fingere.
Sono parte di te.
L’evidenza di un amore
Non si può nascondere,
quando nasce un sentimento
esalano da dentro
eccitazioni che stabiliscono
calde relazioni
anche se non lo vuoi.

 

¹ Tudor Arghezi, Poesie, “Lo Specchio” Mondadori,  1966

Un anno di noi: Primula e Kalosf

 

Sensibile, gentile, attento, squisitamente discreto: questa è l’immagine che ho di Kalosf. Entra in punta di piedi negli spazi altrui, mai sopra le righe negli interventi, sempre cordiale e accogliente nell’ambiente del suo blog.

Credo che il punto di osservazione privilegiato del fotografo, il cui occhio da dietro l’obiettivo interpreta la realtà, dà vita a volti, corpi, oggetti e crea momenti animandoli di essenza propria, gli abbia conferito la capacità di cogliere l’anima degli altri tra le righe o nelle parole che legge di loro.

Così è capitato per me. Amo i ponti in modo particolare con la stessa intensità con cui respingo barriere e muri. Il ponte collega, unisce, abbraccia, è simbolo di condivisione, partecipazione, complicità. Valori in cui credo fortemente.

In occasione del suo secondo compleblog, ecco che Kalosf m’invia una fotografia di Firenze con un ponte al centro, protagonista dello scatto. Non potevo essere più felice.
Ho osservato l’immagine qualche istante e ho visto in quel ponte la metafora di un legame: due cuori, due corpi. Molta fantasia, il rispolvero di alcuni ricordi giovanili ormai lontani ed ecco la storia di un incontro.

Grazie Kalosf per la disponibilità con cui regali le tue creature perché possano fare nascere altro.

“Ciao, ci vediamo … di là”

foto by Primula  -  Ma Bohème

foto by Primula     –     Ma Bohème

Una giornata di tardo autunno del 1994, uggiosa e piovosa come oggi; gocce e lacrime si fondono e bruciano le guance asciugandosi al vento.
Vent’anni: sono trascorsi per l’orologio e il calendario, non per me.

Questo pomeriggio apro i cassetti della grande libreria; succede di doverla svuotare e sistemare e, così, ritrovare vecchie foto, ritagli di giornale, bigliettini e lettere. Mi siedo in mezzo al caos della stanza a spalancare le ante virtuali della memoria, sempre socchiuse su di te. Alcuni dettagli, dai contorni sbiaditi, riemergono nitidi guardando immagini e leggendo parole.

Osservo una foto antica che sembra un quadro in realtà, dallo sfondo color seppia. La famiglia patriarcale è in posa per la foto ufficiale: genitori al centro e, attorno, una corolla di otto figli, cinque maschi e tre femmine.
Tu sei il primogenito.
Famiglia di agricoltori e allevatori di bestiame, agiata quindi; ogni figlio “sistemato” dal padre secondo il carattere e le inclinazioni di ciascuno, ma nel pieno rispetto del “rango”. Tu, e altri, avviato agli studi presso i Padri Barnabiti che, nella Bassa Padana, godevano di un grande prestigio per la serietà, il rigore dell’ambiente e la garanzia di una preparazione approfondita.

Tocco fogli sbiaditissimi di attestati, premi ed encomi: in collegio eri attivo, intelligente, amato dai compagni. Spunta un ritaglio di carta che ritrae una medaglia, pare d’oro dalla descrizione … chissà.
Già allora eri quello che sarai poi per tutta la vita: generoso e altruista. Gli altri erano e saranno sempre una priorità assoluta.

Quale scelta se non quella di diventare medico?
In te ho visto e rivedo il senso di una passione e di una missione.
A colazione tu non eri già più con noi; le luci del tuo ambulatorio a piano terra erano accese da un po’.
Per gli operai” dicevi “Per chi fa i turni”: inammissibile che aspettassero troppo tempo per una radiografia, conoscerne l’esito o per una terapia fisica che non poteva essere spezzata pena la sua inefficacia.
E i pranzi domenicali (e non solo …) spesso interrotti dallo squillo del telefono? Ovviamente l’avevi voluto comunicante con lo studio medico. Tu rispondevi “Venga subito!” e riattaccavi la cornetta sorridendo.
O addirittura dal suono del campanello del portone di casa? Tu aprivi, scendevi, sempre disponibile.
I malati non conoscono le feste comandate”, frase che ho sentito ripetere mille volte. Mai un “no”, un “non posso”, un “venga domani”. E sempre un “Lasci stare!”  se conoscevi o intuivi difficoltà economiche.

Un’altra foto fa capolino da una piccola scatola di legno.
Ma guarda! … il cortile dell’ospedale!” penso ad alta voce; sono sola in casa e in questo recupero del passato.
Eh, già! Perché c’era anche l’impegno in cliniche e case di cura, e non solo una.
E fu lì che la passione della tua vita s’incontrò con l’amore della tua vita: una giovane e bella infermiera con cui hai condiviso i giorni, i mesi, gli anni e le ore di lavoro.

Appoggio la testa al mobile semivuoto e ripenso al racconto ascoltato con stupore e incredulità fin da ragazzina. Oggi, da donna, dico dentro di me: ”Quanta forza e quanto amore!
Sì, perché la bella infermiera non solo aveva qualche anno più di te, ma era già madre di un figlio adolescente … il mio papà …
Ma come? Un medico rinomato si deve abbassare a sposare una ragazza madre, inoltre non della sua stessa classe sociale? Siamo impazziti? E che ne è della sua formazione cattolica?
Il perbenismo della serena famiglia patriarcale s’inserì prepotentemente.

Erano gli anni ’50 e non era certo abituale vivere alla luce del sole una situazione simile, ma l’amore vero vince sempre su tutto e tutti.
E colui che diventerà mio nonno rinunciò a eredità, benefici familiari ma non alla sua fede davvero profonda che nulla aveva a che vedere con l’ipocrisia di un’immagine: niente era più importante della sua adorata futura moglie, del figlio che accolse come fosse suo e della famiglia che negli anni si allargò.

Con il tempo le lacerazioni si sono ricucite; si sono aperte ferite in direzioni diverse, ma questa è un’altra storia.

Resta il segno indelebile di un grandissimo esempio: una coppia dalla modernità straordinaria, un amore talmente intenso da rendere capaci di superare qualunque ostacolo; una dedizione totale all’altro nei sentimenti e nella professione.
E tu nonno non ti sei mai risparmiato, in nulla.

Se è vero che la scrittura rende immortali vite, sentimenti, esperienze, vorrei qui, oggi, condividere frammenti di te, nonno, “il mio papà 2”.
Il ricordo di una bambina che entra nell’affollata sala d’aspetto di un ambulatorio medico, con discrezione per non disturbare, ogni volta attratta da una frase incorniciata su una parete

L’ingratitudine umana è superata solo dalla misericordia divina

che dice tutto di te e anche ora mi fa riflettere, non poco.
La tua tomba, nella terra, nella tua “campagna” dove sei nato e hai desiderato tornare, sfidando ancora una volta il richiamo dell’apparenza, noncurante dell’immagine di uomo importante e professionista rinomato che ti sei costruito da solo e che, attorno a te, qualcuno voleva rinchiudere in una lastra di marmo pregiato.
Ma soprattutto, l’ultimo saluto in ospedale, quel venerdì sera di un 1994 che mi sembra ancora così vicino; da medico, sapevi perfettamente …
Mi raccomando la mia Emy … Ciao, ci vediamo … di là.