La panchina

Università, tempo di esami; parole scritte che si confondono armoniosamente con altre dette; tempo di amori animati da frenesia e senso di assoluto.
Bastavano tuttavia talora un sentiero di montagna o un tuffo nel mare per sfumare i contorni di quell’assoluto.
Esperienze di vita vissute pienamente che è davvero valsa la pena godere fino in fondo.
Ricordi teneri di momenti magici …

Collegio Universitario Fraccaro - Università di Pavia (foto personale)

Collegio Universitario Fraccaro – Università di Pavia
(foto personale)

 “Le panchine custodiscono migliaia di storie meravigliose, ricordi di mani che si cercano, promesse mai mantenute, baci improvvisi. Tutti ne abbiamo una sulla quale il cuore è ancora seduto”
(Michelangelo Da Pisa)

Libri, pagine sfogliate, sottolineate,
parole scordate, poi memorizzate.

Un bacio, un abbraccio
“Scusa se taccio …”

L’emozione serra la gola
e finisce tra le lenzuola.

“Domani, … alla panchina
studieremo fino alla mattina.”

Esame … esami
preparati a quattro mani tra i “Quanto mi ami?”

Poi … la felice conclusione
di tanta tensione.

È sera – inizio estate – la panchina accoglie
la coppia e le sue voglie.

Fremiti … e tra le dita una sigaretta
fumata in tutta fretta.

Cantano le cicale,
la passione sale …

Ma il sale del mare
farà dimenticare.

 

Mattino di Pasqua

 

Copia di Pasqua

 

Cascata di luce del giorno nascente che bagna il mondo e la vita.

Rintocchi di campane che volano nel vento.

Primi riflessi che volteggiano in un candido battito d’ali.

Una colomba: la Pace, l’Amore, l’Eterno.

 

Buona  Pasqua !!

campane

 

Amore … dirò

E ti interroghi su cosa sia
– amore –

È – dirò –
un avvicinarsi,
un supporre allo spettro
un nuovo colore,

un rincorrersi
come di parole,

un approssimare
all’impossibile

e restare sulla soglia
a torcere definizioni.

Carlotta Pederzani , inedito, gennaio 2014

Marc Chagall Gli innamorati in verde (1914-1915) Gouache a olio su carta Collezione privata

Marc Chagall
Gli innamorati in verde (1914-1915)
Gouache a olio su carta
Collezione privata

Quante volte ci siamo interrogati sull’essenza dell’amore, sulla genesi di questo sentimento, sulla sua crescita in noi o sulla sua fine?

Quanti testi, in versi, prosa o musica, in cui autori hanno proposto definizioni rivelatesi effimeri tentativi?

Razionalizzare è talora superfluo, se non addirittura inopportuno.

I versi di Carlotta mi suggeriscono l’idea della difficoltà … non di amare, ma di dire che cosa sia amare, e, anche, dell’inutilità di una sua spiegazione teorica.

Un fatto è certo, e questa poesia lo trasmette in modo ineccepibile: l’amore aggiunge, non sottrae; arricchisce, non toglie: somma una nuova sfumatura alle altre tinte dell’arcobaleno
un supporre allo spettro
un nuovo colore
acclude e include: è un avvicinarsi, un approssimare.

A cosa? All’impossibile: lo straordinario, l’inspiegabile, l’inimmaginabile per definizione che non ci fa entrare se ci attardiamo sulla soglia della porta a torcere definizioni, ad arrovellarci in controllate e filosofiche enunciazioni.

Il futuro dirò  , isolato graficamente come lo è  amore –  a sottolineare anche visivamente la loro pregnanza nel contesto, è un invito a vivere con intensità il presente della lievitazione dell’anima e del cuore, il momento della tensione sentimentale, corrente ascensionale che eleva all’indicibile, … e poi … ma veramente solo poi … a tradurre in parole.

Queste, tuttavia, non potranno che rincorrersi alla ricerca delle più giuste e appropriate.

De André e Villon: poesia tra infamia e misericordia

Oggi è il 15° anniversario della morte di Fabrizio De André (11 gennaio 1999), uno dei grandi cantautori/poeti che hanno arricchito il panorama musicale italiano.

In quest’occasione voglio ricordare l’artista che è stato e che é, in quanto reso immortale dalle sue composizioni, pubblicando parte di un lavoro che mi ha vista collaborare con una mia ex alunna, Margherita Campelli, ora studentessa universitaria di Lingue e Letterature Straniere.

Lei, come me, appassionata di De André, e, come me, amante di poesia e narrativa francesi.

Abbiamo unito forze e idee in un’analisi comparata tra alcuni brani del cantautore genovese e testi di François Villon, poeta cui è normalmente accostato, anche perché lui stesso ne ha tessuto l’elogio nella prefazione dell’opera, curata da Luigi de Nardis François Villon, Poesie (Feltrinelli Milano, 1996).

Una lettera che potrebbe essere stata scritta ieri, o addirittura oggi e in cui, a tratti, De André sembra stia parlando di sé, dei suoi testi, dei personaggi, delle figure, dei simboli che li animano, delle questioni che li sostanziano, della sua direzione ostinata e contraria.

Caro François,

Nel 1963 mi capitò di leggere su un quotidiano che in Sud Africa le autorità celebravano senza saperlo il cinquecentesimo anniversario  della tua scomparsa: la corte di Johannesburg aveva destinato all’impiccagione otto presunti  malviventi, naturalmente neri. L’estensore dell’articolo così descriveva il disperato infantile esorcismo del loro terrore: “Ballavano e cantavano sotto le corde prima di essere appesi”. Poi si dilungava appena nel macabro dettaglio del subito dopo. “Scalciarono per un po’, alcuni sono durati un attimo, altri qualche minuto.”

Mi prese la rabbia giusta per scrivere una ballata. [ … ] Se non avessi trovato in te un così importante predecessore probabilmente la mia canzone non porterebbe il titolo che tu mi hai suggerito: finalmente trovo l’occasione per ringraziarti.

Più di una volta nel chiudere il libro delle tue ballate mi sono chiesto che cosa si nasconda dietro i tuoi versi: la vita inquieta e mascalzona del poeta di strada o l’astuzia premeditata del cortigiano colto che di quella vita si è appropriato per conferire una credibilità altrimenti sospetta alla propria opera poetica. Sono domande alle quali ancora oggi mi viene da rispondere con un perentorio “chi se ne frega”. Che la leggenda corrisponda a verità, che la verità si sia fatta leggenda o che infine la leggenda sia diventata verità,  di assolutamente vero restano i tuoi versi  [ … ]

Biografie lacunose, poco più che pettegolezzi fortunosamente cuciti da brandelli di storia ti descrivono avventuriero e assassino prima che di te si perda la traccia e comunque io ti riconosco poeta della carità, per lo scandalo delle passioni sfrenate, per le risate scomposte a schermare inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze che sorgono dal tuo canto e toccano il cuore e la mente di chi ti legge, e ancora e soprattutto per i tuoi lasciti. Nel tuo testamento è sempre un regalare, anche scherzoso e crudele, qualche cosa a qualcuno, con la sgangherata prodigalità di chi è fuori da ogni casta e non appartiene a niente e a nessuno.

Così che nessuno, scrittore o poeta, pensatore o saggista, giurista o filosofo che abbia voluto trattare il dolore o la gioia del corpo e del cuore ha potuto rinnegare la tua eredità o esimersi dal confrontarsi con la magia della tua parola. [ … ]

Penso a tutti i poeti francesi che sono arrivati dopo di te [ … ]

C’è un filo, o piuttosto una corda spessa, che lega l’antico maestro ai suoi allievi dalle più disparate inclinazioni: per primo tra i profani tu hai dato alla forca dignità poetica, hai fatto dell’appeso qualcosa di sacro, di eterno, simbolo inquietante di impermanenza e disagio. Certo, quando si esce da una guerra – e quella durava da cento anni – le impellenze dei sopravvissuti sono molte e diverse: sradicati da ogni tabù gli impulsi, sfrenato il desiderio di recupero di una vita salvata, sì, dalla morte, ma impegnata a nascondersi, a scappare, a offendere e violare per non essere violata e offesa. Non erano tempi di regole quelli in cui sei vissuto svenandoti di poesia nell’osservare ogni verità mutare nel suo contrario [ … ]

Io ti scrivo da un’altra epoca illuminata di ragione e di tecnica, dove l’uso della corda che fa sapere al tuo collo quanto pesa il tuo culo si è fatto più raro e lontano senza tuttavia scomparire del tutto. La stessa guerra, rinnovatasi di cento in cento anni, non è ancora finita e gli uomini amano come allora menare le armi e le mani e se non ci sono più le caldaie per fare bollire i falsari, gli strumenti per dare la morte si sono perfezionati al punto che uno solo di quei cento onnipotenti … può decretare la fine dell’umanità in un tempo così breve quanto la pressione di un dito su un pulsante.

Una moderna forma d’indagine che studia gli uomini come masse di casi dividendo il risultato per il numero senza distinguerne i diversi individuali destini, ci informa che oggi siamo tutti molto più ricchi di quanto non lo fossero i tuoi contemporanei, eppure le richieste di aiuto da parte di poveri si fanno ogni giorno più disperate e impellenti ottenendo esiti peggiori della tua Istanza a Monsignore di Borbone perché ti facesse un prestito grazioso di sei scudi. Ancora oggi siamo capaci di forti sentimenti ma più volentieri li trasformiamo in lacrime seduti a teatro di fronte al dramma di Oreste o di Amleto e ritornando a casa a occhi asciutti non degniamo neppure di uno sguardo la nostra vicina intenta a contare gli spaghetti per sfamare i figli.

Se la tua grossa Margot – ti montava da sopra per non sciuparsi il frutto, qui da noi stimati professionisti violentano le bambine più volentieri mettendosele di sotto e usano una moderna tecnica di fissaggio delle immagini per immortalare lo stupro.

Oggi nessuno fugge più e se per te da qui a Rossiglione / non esiste macchia o cespuglio / che non porti un lombo del mio giubbone/ oggi le macchie, i cespugli, gli alberi e i boschi scompaiono rapidamente trasmutando in cataste di legna e denaro.

E poi dove fuggire? Ora si sa tutto di tutti: un mobile iridescente ci informa ogni giorno e in tempo reale, come si usa dire, sul dolore, sulla vergogna, sul fragoroso germogliare dei grandi riti e sulla fame. Si sa tutto di tutti senza capire niente di niente perché nessun obiettivo è capace, come lo erano i tuoi occhi, di trasformare l’emozione nella nostra stessa carne, così che tutto scorre e si mescola e non rimane che un confuso rumore di fondo, poco più che un ronzio.

Ora ti saluto consapevole del fatto che quando si tratta di poeti è meglio lasciar parlare loro e non perdere troppo tempo nel tentativo di spiegarli.

Ma ti lascio con la convinzione, caro François, che quel Dio che tanto teneramente hai saputo invocare tra una rissa, una taverna e un bordello, si sia comportato meglio degli accademici compilatori del catalogo della Pléiade: e se proprio come loro non ha voluto ricordare i tuoi versi, sicuramente non ha dimenticato il tuo volto.

Fabrizio De André

Parole stupende dell’artista De André, cantautore, poeta, narratore, affabulatore, con le quali ci consegna l’eredità di Villon, quello che ha rappresentato per la poesia francese, e non solo, e ciò che è stato per lui.

Gli si dichiara debitore della sua Ballada degli Impiccati, contenuta nell’album Tutti morimmo a stento del 1968, che in effetti ricorda alcuni aspetti dell’omonimo testo di Villon, conosciuto anche come Epitaffio Villon (1462-1463)

tutti morimmo a stento

La Ballata degli impiccati (De André)

Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce.

L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta.

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora.

Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo
di chi muore senza perdono.

Chi derise la nostra sconfitta
e l’estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.

Chi la terra ci sparse sull’ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch’egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.

La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

L’epitaphe Villon

(Ballade des pendus)

Frères humains, qui après nous vivez,
N’ayez les coeurs contre nous endurcis,
Car, si pitié de nous pauvres avez,
Dieu en aura plus tôt de vous mercis.
Vous nous voyez ci attachés, cinq, six:
Quant à la chair, que trop avons nourrie,
Elle est piéça dévorée et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et poudre.
De notre mal personne ne s’en rie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

Se frères vous clamons, pas n’en devez
Avoir dédain, quoique fûmes occis
Par justice. Toutefois, vous savez
Que tous hommes n’ont pas bon sens rassis.
Excusez-nous, puisque sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous préservant de l’infernale foudre.
Nous sommes morts, âme ne nous harie,
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

La pluie nous a débués et lavés,
Et le soleil desséchés et noircis.
Pies, corbeaux nous ont les yeux cavés,
Et arraché la barbe et les sourcils.
Jamais nul temps nous ne sommes assis
Puis çà, puis là, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charrie,
Plus becquetés d’oiseaux que dés à coudre.
Ne soyez donc de notre confrérie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

Prince Jésus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu’Enfer n’ait de nous seigneurie :
A lui n’ayons que faire ne que soudre.
Hommes, ici n’a point de moquerie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

L’epitaffio di Villon

(Ballata degl’impiccati)

Fratelli umani, che ancora vivete,
Non abbiate per noi indurito cuore,
Ché, se pietà di noi miseri avete,
Grazia da Dio ve ne verrà maggiore.
In cinque, sei qui appesi ci vedete:
Quella carne, che troppo abbiam nutrita,
Da tempo è divorata e imputridita.
E noi, or ossa, sarem cenere e polvere.
Della nostra sventura non si rida,
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

Se vi chiamiam fratelli, non dovete
Disdegnare tal nome, anche se fummo,
Messi a morte dal boia: voi sapete
Che gli uomini hanno tutti poco senno;
Per noi, poiché siam morti, intercedete
Presso il figliuolo di Maria, Gesù,
Che la sua grazia ci spenga la sete,
E ci preservi dalla nera folgore.
Siam morti, uom non ci molesti più;,
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

La pioggia ci ha lavato e lisciviati,
E il sole disseccati e fatti neri;
Le piche e i corvi gli occhi ci han cavati,
E strappato dal cranio e ciglia e peli.
Non ci è dato ristare un sol momento;
E di qua e di là, a mutar di vento,
Senza posa balliamo a suo piacere;
Ditàli siam, dai becchi crivellati.
State lontani dai nostri peccati,
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

O Principe di tutto, Gesù eterno,
Fa’ non ci abbia in sua balìa l’Inferno:
Tra quello e noi nulla sia da risolvere.
Uomini, non c’è qui scherzo né scherno;
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

(traduzione di Luigi de Nardis, François Villon, Poesie, Feltrinelli Milano, 1996)

La Ballata degli Impiccati è indubbiamente una delle liriche più note di Villon, composta probabilmente quando era in carcere, condannato a morte, pena mai espiata. La sua biografia è interessante, inquietante per alcuni aspetti; la sua vita è in gran parte avvolta nel mistero attorno al quale si è progressivamente, nei secoli, costruita un’autentica leggenda letteraria.

È un appello vibrante alla solidarietà e alla comprensione, umana e divina.

Da morti, gli impiccati si rivolgono ai vivi, che chiamano fratelli, fratelli nella miseria, invocando la loro pietas, sentimento di condivisione nel comune destino di una morte certa.  Pregano Cristo, l’unico che possa salvarli dall’Inferno e assolverli dal male commesso.

Un senso di pentimento pervade questi versi: al grido di disperazione si unisce la speranza della salvezza, la fiducia profonda nell’umanità dell’altro e nella misericordia divina, la totale assenza di un sentimento di odio e rancore verso una giustizia umana che li ha così barbaramente condannati.

Diverso l’approccio di De André.

Nessuna pietà per chi li ha fatti morire in modo atroce, lentamente, a stento. Infatti esalano l’ultimo respiro gridando la loro rabbia, pronunciando l’ultima bestemmia e augurando a chi li ha derisi di morire nello stesso modo soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo. Nessuno ha il diritto di trucidare un proprio simile.

Gli impiccati di De André muoiono con la certezza di non essere perdonati; gli impiccati di Villon muoiono con la speranza di esserlo. Nessuno dei due ne è certo, ma è indubbio che la prospettiva sia diversa.

Rispetto alla tradizionale analisi comparata dei due testi che è solitamente proposta, a Margherita e a me è parso più vicino ai versi di Villon il brano di De André che conclude proprio l’album citato: si tratta di Recitativo (Due invocazioni e un atto d’accusa) e Corale (Leggenda del Re infelice) in cui il recitato di De André si alterna con strofe di Corale cantate da un coro di voci bianche.

Recitativo (Due invocazioni e un atto d’accusa) e Corale (Leggenda del Re infelice)

Recitativo
Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei
noi che invochiam pietà siamo i drogati
Dell’inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna
Corale
C’era un re
che aveva
due castelli
uno d’argento
uno d’oro
ma per lui
non il cuore
di un amico
mai un amore né felicità
Recitativo
Banchieri, pizzicagnoli, notai
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate.
Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca
Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l’umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all’orrenda agonia
votaste, decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?
Corale
Un castello
lo donò
e cento
e cento amici trovò
l’altro poi
gli portò
mille amori
ma non trovò
la felicità
Recitativo
Uomini cui pietà non convien sempre
mal accettando il destino comune
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine
Uomini, poiché all’ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce
come cresce il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce
Corale
Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà
per pietà
per pietà

Nel Recitativo parlano i protagonisti degli altri brani del disco: alle voci degli impiccati si aggiungono quelle dei drogati e delle prostitute che invocano pietas, la comprensione e il rispetto, insiti in ogni individuo, verso l’altro in quanto essere umano.

I drogati, che nel pensiero di De André rappresentano il rifiuto della realtà e del bene (ho rifiutato Dio, gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuoreCantico dei drogati in Tutti morimmo a stento) paradossalmente si rivolgono agli uomini senza fallo, a chi segue la retta via perché non abbiano vergogna di provare pietà.

Le prostitute sono anime semplici, vittime della società corrotta, in netto contrasto con i banchieri, i notai dai ventri obesi e la mani sudate, che hanno fatto del denaro il senso e lo scopo della loro vita seguendo la cultura della dissolutezza e le sue regole.

Le anime degli impiccati non invocano la pietà, ma chiedono ai giudici e agli uomini di legge di ricordarsi degli innocenti di cui hanno decretato la sorte.

Se nei versi di Villon, il sentimento di pietas nasce dalla fiducia in Dio e nell’uomo in quanto figlio di Dio, in De André è una manifestazione di fede nella solidarietà umana.

Non c’è riferimento alcuno all’idea di punizione poiché il castigo è già insito nell’esperienza del degrado.

In Villon le anime degli impiccati sono coscienti di essere dannate: hanno disobbedito alla giustizia umana, da cui la forca, e a quella divina, da cui l’Inferno. Solo l’intercessione delle preghiere dei fratelli umani può aiutarli a ottenere la misericordia di Dio.

Nonostante in De André la visione della vita sia animata da un evidente pessimismo, e l’idea della morte domini incontrastata sull’esistenza umana, è proprio la consapevolezza di una fine certa, della sua ineluttabilità che lo spinge a mettere in guardia sulla necessità di non aspettare l’ultimo momento per aprirsi alla pietas, alla gratuità dell’amore che non pretende nulla in cambio.

La pietà è l’unica possibilità di salvezza dell’uomo sulla terra, forse anche di felicità

Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà…

A distanza di secoli, De André e Villon si incontrano in questa visione della pietà che permette di sconfiggere il rancore e salvare l’uomo dallo sconforto dovuto al rifiuto della condivisione.

Almeno secondo Margherita e me.

Elegante sensualità

Non è assolutamente necessario postare foto audaci per comunicare sensualità. Anzi! Penso sia vero l’esatto contrario.

Questo brano, questa poesia in prosa, evoca un amplesso; trasuda erotismo e sensazioni carnali che sono talmente forti da essere sublimate in visioni oniriche. Il poeta si lascia inebriare dai suoi sensi e mentre “respira” il profumo dei capelli e dei seni caldi della donna che gli sta accanto “vede” un universo …

Perfetta sinestesia che rende questo momento di passione elegante, non volgare, altamente poetico, ma non per questo meno sensuale. Proprio perché evocato.

Un Hémisphère dans une chevelure

     Laisse-moi respirer longtemps, longtemps, l’odeur de tes cheveux, y plonger tout mon visage, comme un homme altéré dans l’eau d’une source, et les agiter avec ma main comme un mouchoir odorant, pour secouer des souvenirs dans l’air.

     Si tu pouvais savoir tout ce que je vois ! tout ce que je sens! tout ce que j’entends dans tes cheveux ! Mon âme voyage sur le parfum comme l’âme des autres hommes sur la musique.

     Tes cheveux contiennent tout un rêve, plein de voilures et de mâtures, ils contiennent de grandes mers dont les moussons me portent vers de charmants climats, où l’espace est plus bleu et plus profond, où l’atmosphère est parfumée par les fruits, par les feuilles et par la peau humaine.

     Dans l’océan de ta chevelure, j’entrevois un port fourmillant de chants mélancoliques, d’hommes vigoureux de toutes nations et de navires de toutes formes découpant leurs architectures fines et compliquées sur un ciel immense où se prélasse l’éternelle chaleur.

     Dans les caresses de ta chevelure, je retrouve les langueurs des longues heures passées sur un divan, dans la chambre d’un beau navire, bercées par le roulis imperceptible du port, entre les pots de fleurs et les gargoulettes rafraîchissantes.

     Dans l’ardent foyer de ta chevelure, je respire l’odeur du tabac mêlée à l’opium et au sucre ; dans la nuit de ta chevelure, je vois resplendir l’infini de l’azur tropical ; sur les rivages duvetés de ta chevelure, je m’enivre des odeurs combinées du goudron, du musc et de l’huile de coco.

     Laisse-moi mordre longtemps tes tresses lourdes et noires. Quand je mordille tes cheveux élastiques et rebelles, il me semble que je mange des souvenirs.

Charles Baudelaire, Petits Poèmes en Prose,Le Spleen de Paris, 1869. Ed. Classiques Garnier, Paris 1980

Baudelaire

Un emisfero nei tuoi capelli

     Lasciami respirare a lungo, ancora e ancora, l’odore dei tuoi capelli, lascia che io vi immerga il viso come fa l’assetato nell’acqua della sorgente, e che li scuota con la mia mano come un fazzoletto odoroso per farne uscire i ricordi nell’aria.

     Se tu potessi sapere tutto quello che vedo, tutto quello che sento, tutto quello che scopro nei tuoi capelli! La mia anima viaggia seguendo un profumo, come l’anima di altri viaggia seguendo una musica.

     Nei tuoi capelli c’è un intero sogno, pieno di vele e alberature; mari aperti i cui monsoni mi portano verso climi incantati, dove lo spazio è più azzurro e profondo, dove l’aria ha il profumo dei frutti, delle foglie e della pelle umana.

     Nell’ oceano dei tuoi capelli vedo un porto brulicante di canzoni tristi, di uomini vigorosi dei più diversi paesi, e navi d’ogni forma, le cui intricate, delicate architetture si stagliano nel cielo immenso, invaso da un’immobile calura.

     Se carezzo i tuoi capelli, ritrovo il languore delle ore passate su un divano, nella cabina di una bella nave, cullato dal dolce rollio del porto, tra vasi di fiori e terrine rinfrescanti.

     Nella brace dei tuoi capelli, respiro l’odore di tabacco mescolato all’oppio e allo zucchero; nel buio dei tuoi capelli vedo splendere l’infinito dell’azzurro tropicale; sulle rive muscose dei tuoi capelli mi inebrio degli odori mescolati del catrame, del muschio e dell’olio di cocco.

     Lasciami mordere ancora le tue trecce pesanti e nere. Quando prendo a piccoli morsi i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare ricordi.

Charles Baudelaire- –Le spleen De Paris. Ed It Garzanti , Milano 1989. Trad Alfonso Berardinelli

Edvard Munch,Baiser sur les cheveux, 1915

Edvard Munch, Baiser sur les cheveux, 1915