E ora, a noi due

Un post di qualche tempo fa finito per sbaglio in un angolino buio del blog. Lo ripesco dal cestino in cui è scivolato. Le numerose analogie tra le riflessioni di Balzac e la società odierna valgono, a mio avviso, una risurrezione se, come leggo in un tweet molto recente, «il punto è questo… meglio essere benestanti e pregiudicati o essere onesti ma morti di fame?» L’essenza dell’uomo non cambia: sentimenti, passioni, emozioni, bassezze o gesti nobili restano immutabili. Può rinnovarsi il modo di esprimerli, ma non la loro sostanza.

Le Père Goriot, uno dei tasselli dell’imponente Comédie Humaine sembra in effetti davvero scritto da un autore di oggi, se non per lo stile, per alcuni messaggi di una sconcertante attualità. Personaggi e situazioni appaiono quasi come uno specchio dei nostri tempi: donne e uomini che vivono di apparenza, recitano un ruolo nel mondo del lavoro, in famiglia, nelle relazioni interpersonali, nella società. È una “pièce teatrale” alla quale il lettore assiste: mai titolo Comédie Humaine fu più azzeccato. Si finge, sempre e comunque, scientemente. Scelte e atteggiamenti sono frutto di un calcolo ragionato. Scopo? Diventare importanti, qualcuno che conta, uscire dal limbo dell’oblio o dell’indifferenza altrui, apparire. Poco importa se la sostanza non corrisponde alla forma.

Il romanzo pullula di personaggi; il protagonista è tradizionalmente considerato, e a ragione, chi dà il titolo al romanzo stesso, Goriot appunto.  Eugène de Rastignac e Vautrin sono tuttavia, dal mio punto di vista, le figure che danno una dimensione di modernità all’analisi sociale.

Il primo è un giovane di provincia che arriva a Parigi per studiare legge, ignora le dinamiche dei rapporti umani in questa grande città e deve impararle, se vuole attuare il suo programma professionale e di vita; il secondo è il suo mentore, il  consigliere che lo educa ai “nuovi valori” senza i quali non si va da nessuna parte.

Lei è ancora troppo giovane per conoscere bene Parigi, più tardi imparerà

Vautrin non è certo un uomo colto e nemmeno un borghese: è un individuo di bassa estrazione sociale che ha fatto di tutto nella vita, compreso un omicidio; conosce bene il mondo e trasmette al suo pupillo pillole di “saggezza” maturate in lui grazie alla condizione di perenne pregiudicato e infiltrato nelle alte sfere. Le persone cosiddette per bene hanno avuto bisogno di lui e ancora se ne serviranno. Lui ne approfitterà, sfruttandole a sua volta.

Le pagine in cui Vautrin trasmette a Eugène la sua “filosofia” fanno immaginare il nostro presente, le figure dominanti, i comportamenti ricorrenti di fronte ai quali provo un profondo desiderio di aria pulita. Si è disposti a qualunque compromesso persino con la propria coscienza in nome dell’affermazione personale. Non vi è nulla di negativo nel coltivare ambizioni o aspirare alla realizzazione dei propri progetti. Ora, si possono raggiungere risultati con il talento, le capacità personali, una condotta esemplare: logico e auspicabile. Ma che fatica! Perché sprecare tanta energia quando è possibile ricorrere ad altre vie più brevi e agevoli? Nessuno ci criticherebbe, anzi! Poiché ormai «non ci sono princìpi, ma solo fatti, non ci sono leggi, ma solo circostanze!» spiega Vautrin a Eugène. Corruzione e disonestà sono quindi la norma, non solo per i ricchi ma per tutti poiché «l’uomo è lo stesso in alto, in basso, in mezzo».

Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.

L’onestà è dunque un atteggiamento stupido.

Ma cosa crede che sia l’onest’uomo? A Parigi è colui che tace e rifiuta di spartire il bottino. Non le parlo di quei poveri iloti che ovunque faticano senza essere mai ricompensati del loro lavoro e che io chiamo la confraternita delle ciabatte del buon Dio. Certo, tra loro s’incontra la virtù in tutto lo splendore della sua stupidità, ma anche la miseria.

Le parole di Vautrin esprimono sarcasmo e disillusione e, nel contempo, lasciano trapelare la consapevolezza che occorre fare i conti con questo stato di cose, volenti o nolenti. Il cinico realismo aumenta esponenzialmente alla constatazione che la consuetudine e le abitudini hanno rimpiazzato la legge e che, come la legge, fanno testo, creano un precedente. Ci si sente, pertanto, quasi giustificati nella disonestà. Addirittura, sottolinea Vautrin, se qualcuno si arrichisce in modo integerrimo, nessuno lo crederà mai, si penserà sempre che abbia usato mezzi illeciti. Un povero cristo ha sgobbato tutta la vita,  lavorato con rettitudine per essere comunque piazzato tra i «ladri». Tanto vale faticare di meno: la nostra immagine pubblica non ne guadagna, ma non ne perde.

Facciamo l’avvocato per diventare presidente di una corte d’assise e mandare dei poveri diavoli, migliori di noi, con un LF ¹ sulla spalla per dimostrare ai ricchi che possono dormire tranquilli. Non è piacevole, e poi è lunga. Prima, due anni di attesa a Parigi a guardare, senza toccarle, le delizie di cui siamo golosi. È faticoso desiderare sempre senza essere mai appagati. [ …. ]
Quindi soccomberà a questo supplizio, il più orrendo che si sia mai visto nell’inferno del buon Dio. Ammettiamo che sia giudizioso, che beva latte e componga elegie; generoso com’è, dopo tante noie e privazioni da rendere rabbioso un cane, dovrà cominciare col diventare il sostituto di qualche marpione, in un buco di città dove il governo le butterà lì mille franchi di stipendio, come si butta una zuppa al mastino di un macellaio. Abbaia ai ladri, difende i ricchi, fa ghigliottinare gente di cuore. Obbligatissimo! Se non ha protezioni, marcirà nel suo tribunale di provincia. Verso i trent’anni, sarà giudice a milleduecento franchi all’anno, se non ha ancora buttato la toga alle ortiche. Quando avrà raggiunto la quarantina, sposerà la figlia di qualche mugnaio, che possiederà una rendita di circa seimila lire. Grazie tante. Se avrà qualche protezione, sarà procuratore del re a trent’anni, con mille scudi di stipendio, e sposerà la figlia del sindaco. Se commetterà qualche bassezza politica, come leggere su una scheda Villèle invece di Manuel (fa rima e la coscienza è a posto), a quarant’anni sarà procuratore generale e potrà diventare deputato.
[ …. ]
Se nelle cento professioni che può intraprendere, s’incontrano dieci uomini che hanno rapidamente successo, la gente li chiama ladri. Tragga lei le conclusioni.

Il commento di Eugène è la classica esclamazione di chi è ancora estraneo alla logica dominante: «Ma allora la sua Parigi è un letamaio.» Questo ragazzo ancora da educare esprime disgusto; la risposta di Vautrin evidenzia la triste rassegnazione: «È un dannato letamaio.»

La morale? Cupa, tetra, le parole di Vautrin, ancora una volta, negano la possibilità di qualunque utopia:

Ecco com’è la vita. Non è meglio della cucina, puzza altrettanto e bisogna sporcarsi le mani se si vuol combinare qualcosa …. questa è tutta la morale della nostra epoca.

È un quadro di generale miseria morale, relativo alla realtà storica e sociale della Francia nella prima metà dell’800, che assomiglia maledettamente alla nostra. Alla fine del romanzo Eugène esclama: «E ora, a noi due!», un grido di sfida che non sarebbe male estrapolare dal contesto.

Mi pare urgente proporre un’assunzione di responsabilità da parte di tutti, sentirsi chiamati a svolgere un ruolo attivo, ognuno nel proprio ambito, per contribuire a un risanamento di cui abbiamo un dannato bisogno e per il quale non è ammissibile delegare il compito sempre ad altri. L’ignavia è un male del nostro tempo ed è a volte la risposta della ciurma al malcostume del capitano della nave.

¹ LF : lavori forzati, simbolo del condannato al bagno penale

 

Twitter, moderna Comédie Humaine

Molto spesso le intuizioni arrivano improvvisamente, nei momenti più strani, anche i meno straordinari.
Mi capita sovente di avere una sorta di illuminazione, di lampadina che si accende nella mia mente mentre, ad esempio, sto svolgendo una banale attività casalinga o sto semplicemente poltrendo sul divano.
Un pomeriggio, in fase di totale relax, scorro distrattamente la mia TL di Twitter. Leggendo, a tratti anche con scarso coinvolgimento, mi assale questo pensiero: a Balzac sarebbe piaciuto molto Twitter.
Poi rifletto, analizzo, elaboro. L’idea comincia ad assumere contorni più netti.
Ed ecco che il parallelismo tra l’ottocentesca Comédie Humaine di Balzac e il moderno Social prende forma.
La Comédie è una gigantesca opera narrativa cui Balzac ha praticamente dedicato tutta la vita. Si compone di 91 romanzi (ne aveva previsti 137!!) e vi vivono ben 2209 personaggi! Soprattutto, Balzac la concepisce come la “storia dei costumi” del suo tempo, una sorta di trasposizione della società a lui contemporanea. E parliamo della prima metà dell’Ottocento in Francia: la Restaurazione e la cosiddetta Monarchia di Luglio.
Inoltre, dato a mio avviso importantissimo, la struttura come una pièce teatrale dalle dimensioni importanti. Suddivide e classifica i romanzi in “scene” come se ognuno di essi costituisse uno o più atti della storia di quel mondo che egli vuole rappresentare.
Ogni romanzo ne svela un angolo, un’ambientazione, un’atmosfera: dai sentimenti contrastanti della vita familiare e personale all’impegno socio-politico della vita pubblica, dalla piccola città alla grande metropoli…
Ogni racconto è al contempo storia a sé e capitolo del “grande libro” che dà forma e sostanza alla Comédie.

Molti dei personaggi che Balzac ha creato riappaiono sistematicamente in vari romanzi, invecchiati, maturati, cambiati; in numerosi casi con un profilo umano e una posizione sociale diversi. Sono creature letterarie, ovvio, ma questa scelta le trasforma in esseri dotati quasi di vita autonoma e pertanto verosimili, se non veri.

Riflettendoci un po’ attentamente, anche il mondo di Twitter può essere immaginato come un grande palcoscenico.
I 140 caratteri sono brevi monologhi che proiettano alla luce della ribalta via via un giornalista, uno scrittore, un professionista, uno studente, un impiegato, una mamma, un papà, un insegnante…. (l’elenco sarebbe lunghissimo perché tanti sono i ruoli sociali) dandone a prima vista un’impressione fugace.
Twitter è veloce, si basa proprio sulla rapidità, l’immediatezza, la sintesi.
Ma il ritratto dapprima parziale si definisce progressivamente quando la stessa persona twitta dopo un certo lasso di tempo, breve o lungo che sia, dando di sé un’immagine sempre più completa.
È proprio come nella Comédie Humaine e, per analogia, come a teatro: i twitteri li immagino muoversi nella scenografia di una grande pièce, che in sostanza è la vita, come degli attori che entrano in scena, si eclissano dietro le quinte, scompaiono e riappaiono con le loro contraddizioni, le loro peculiarità, le loro gioie e i loro dolori, le loro domande, i loro dubbi e le loro certezze.
Se si potessero unire tutti i tweet di ogni singolo individuo, si potrebbero scrivere, credo, centinaia di racconti con un protagonista, delle comparse, un’ambientazione. Uniamo i contenuti twittati, e voilà .. ecco la trama.
In molti casi i tweet seguono, per ogni persona, un determinato orientamento: chi è dedito all’impegno socio-politico, chi evoca avventure sentimentali più o meno felici, chi interagisce con cordialità e gentilezza regalando abbracci e baci in abbondanza, chi è autoreferenziale, chi ancora è aspramente critico o fa satira.
Balzac avrebbe di che creare.
Rivedo in questi frammenti di storie di donne e di uomini le famose “categorie” che Balzac ha “classificato” nella sua Comédie: la vita pubblica, quella privata, la generosità dei sentimenti e dei comportamenti, l’astuzia e l’arrivismo di alcuni, la rivendicazione dell’integrità morale di altri.
Non dimentico infine che Twitter è un mondo virtuale, metafora dell’esistenza con le sue mille sfaccettature.
Anche in questo caso, tuttavia, è esattamente come il romanzo che è verosimile, non vero, in quanto rappresentazione.
Nel post del 22 nov. 2011 del suo Barbablog che redige su Vanity Fair, Daria Bignardi afferma: “trovo Twitter allegro, veloce, leggero come il meglio del nostro tempo”.
Condivido in parte questa affermazione.
Indubbiamente Twitter è specchio della nostra epoca, ma non tanto nella velocità che caratterizza le nostre vite, quanto piuttosto nella varietà di punti di vista e di identità umane che propone di volta in volta nei 140 caratteri che si susseguono rapidamente.
E ancora, non parlerei di “leggerezza”, che sembra quasi sottintendere una valutazione sulla mancanza di profondità.
La prospettiva da cui vedo questo fenomeno ormai dilagante è verticale piuttosto che orizzontale.
Mi domando incuriosita, e giocando anche un po’, quale sarebbe stata l’opinione di Balzac.