Gino Strada: «mestiere» e missione

“Chirurgo di guerra? E che vuol dire?” è la domanda inevitabile che mi viene fatta da molti. E allora comincio con lo spiegare che faccio sì il chirurgo, ma che non sono un militare, ché anzi li detesto, e che non sono neppure al loro servizio.
Il mio mestiere può sembrare insolito. Ma parlando di quel che succede in giro per il mondo, e che riempie comunque buona parte dei giornali e dei tiggì, si riesce il più delle volte a far capire che non è poi così strampalato, o quantomeno che serve a qualcosa, vista la quantità di guerre grandi e piccole che ogni anno funestano il pianeta, e la quantità di poveri disgraziati che ci vanno di mezzo.
È a questo punto che, normalmente, arriva il domandone: “Sì, va bene, c’è bisogno. Ma tu perché lo fai?”.
La cosa curiosa è che, dieci anni dopo, ancora non lo so con precisione.
C’è chi invece, come i miei amici più cari, non ha dubbi di sorta sulle ragioni delle mie scelte: è semplice – dicono – quello è matto. E poi attaccano la lista delle supposte dimostrazioni. Le loro argomentazioni non mi sono mai sembrate, però, molto convincenti, non fosse altro perché non tutti i matti, posto che esistano davvero, fanno il mio mestiere.
E ben conoscendo i miei amici, so benissimo che tra loro “normali” alberga chi faceva l’autostop al casello della Milano-Venezia con un cartello con la scritta “Polo Nord”, e chi ha fabbricato “divani a erba” (per capirci, schienale in cuoio e sedile in prato inglese!) e righelli storti.
C’è poi, tra loro, chi da sempre passa le notti a leggere di filosofia e friggere patatine, per dormire poi quando il mondo si sveglia, e chi sta cercando invano da quindici anni di barattare cinque arnie per le api con una piccola barca a vela…
Così non mi sono mai preoccupato molto, se quelli ritengono che io sia un po’ strano.
Però, a furia di sentirsi far domande e di ricevere salaci sfottò, va a finire che uno inizia davvero a cercare delle risposte.
Questo mestiere mi piace, anzi non riesco a immaginarne un altro che possa piacermi di più. Potrei perfino dire che mi diverte, se non rischiasse di suonare offensivo per tutti quegli sfortunati cui tocca di avere a che fare con il mio lavoro. Mi piace trovarmi spesso di fronte a nuove difficoltà, a problemi inaspettati, mi piace lavorare in condizioni e situazioni così diverse, spesso complesse e anche rischiose, ma sempre stimolanti.
In fondo, ma non vorrei essere frainteso o accusato di snobismo, è un gioco. Nel senso più vero. Come gli scacchi o il bridge. Attività libere, non condizionate, senza secondi fini, che si praticano solo perché piacciono. E perché piace vincere, come mi piace vincere nel mio lavoro. Dimostrare che si può fare, che si può riuscire in qualcosa di utile anche quando sembra impossibile, quando le porte sembrano tutte chiuse.
Accettare la sfida, misurarsi con le difficoltà.
Ma è una sfida particolare, in qualche modo diversa dal raggiungere in bicicletta il Polo Nord. Perché riguarda molti, perché sono in tanti a vincere, quando si vince, e perché è importante che questo gioco continui, che dopo una gara ne cominci un’altra.
Serve che ci sia, questa sfida. Perché nei luoghi di guerra dove andiamo a lavorare non ci sono alternative.
Si parla tanto di “diritti umani”. E quel diritto elementare di essere curati quando si è feriti o malati, che viene calpestato con regolarità impressionante?
Può capitare anche nell’evoluta Europa, beninteso, e capita. Ma nei teatri di guerra del mondo è una regola costante. Non ci sono medici né medicine, e il poco disponibile è riservato in modo esclusivo a militari e combattenti.
Per centinaia di migliaia di donne e bambini non resta nulla, con buona pace delle tante agenzie “umanitarie” dell’Onu che foraggiano i governi responsabili di quelle politiche.
Quel che facciamo, noi e tanti altri, quel che possiamo fare con le nostre forze e risorse limitate, è forse meno di una gocciolina nell’oceano, come si usa dire. Lo sappiamo bene, ci è davanti agli occhi ogni giorno l’inadeguatezza delle nostre azioni, l’enorme sproporzione rispetto ai bisogni.
Spesso ci sentiamo depressi e frustrati, qualche volta abbiamo voglia di piantare tutto. Ma poi basta poco per riprendere, una stretta di mano, una madre che ritrova il sorriso, un bambino che riprende a giocare, o più semplicemente perché ci sentiamo stanchi la sera ma convinti che il glomo non sia passato inutilmente.
Sentirsi in pace? Forse.
Ma ne ho sentiti tanti, troppe volte, di censori che puntano il dito contro chi fa qualcosa “solo per lavarsi la coscienza”, del tutto indifferenti al fatto che la loro, di coscienza, continua a puzzare lontano un miglio e non viene lavata da lustri.
Resto dell’idea che è meglio che ci sia, quella gocciolina, che se non ci fosse sarebbe peggio, non solo per me.
Tutto qui.
Nessuna liturgia né retorica, niente significati trascendenti e universali. Non servono, non c’entrano, possono perfino essere dannosi. Questo deve restare un mestiere, anzi deve cominciare, finalmente, a diventare un mestiere, una professione. Il chirurgo di guerra come il pompiere, il vigile, il fornaio.
Perché solo se diventa mestiere, lavoro, occupazione permanente, può acquistare dignità, guadagnare in competenza, diventare intervento di qualità, essere professionale.
La chirurgia di guerra non è terreno di avventura o improvvisazione. Qui non basta la voglia, splendida e generosa, di essere utili, per essere utili davvero.
È un lavoro faticoso, quello del chirurgo di guerra, da imparare sul campo giorno per giorno, esercitando l’umiltà di ascoltare e la disponibilità a non avere certezze.
Ma è anche, per me, un grande privilegio. Ricevo uno stipendio per fare il lavoro più bello, quello che ho sempre sognato di poter fare, anche gratis.

 

Gino Strada, Pappagalli verdi, cronache di un chirurgo di guerra, 1999 (prima edizione Feltrinelli)

I diritti d’autore del libro – come lo «stipendio» di cui parla Gino Strada – tutti devoluti a EMERGENCY.

Non poteva essere diversamente.

Grazie Gino, per ogni tua azione e parola, anche per quelle subite sempre con estrema dignità.

21 aprile 194813 agosto 2021