Spazio e armonia

Vagabondando tra libri, fogli, immagini, pensieri  e riflessioni.

Paul Eluard, Le visage de la paix, 1951, éd. La Pléiade

[I]
Conosco tutti i luoghi dove abita la colomba
e il più naturale è la testa dell’uomo.

[2]
L’amore della giustizia e della libertà
ha prodotto un frutto meraviglioso.
Un frutto che non marcisce
perché ha il sapore della felicità.

[3]
Che la terra produca, che la terra fiorisca
che la carne e il sangue viventi
non siano mai sacrificati.

[4]
Che il volto umano conosca
l’utilità della bellezza
sotto l’ala della riflessione.

[5]
Pane per tutti, per tutti delle rose
L’abbiamo giurato tutti
Camminiamo a grandi passi
E la strada non è poi tanto lunga.

[6]
Fuggiremo il riposo, fuggiremo il sonno,
Coglieremo veloci l’alba e la primavera
E prepareremo giorni e stagioni
A misura dei nostri sogni.

[7]
La bianca illuminazione
Di credere tutto il bene possibile.

[8]
L’uomo in preda alla pace s’incorona di speranza.

[9]
L’uomo in preda alla pace ha sempre un sorriso
Dopo tutte le battaglie, per chi glielo chiede.

[10]
Fertile fuoco del grano delle mani e delle parole
Un fuoco di gioia si accende e ogni cuore si riscalda.

[11]
La vittoria si regge sulla fraternità.

[12]
Crescere non ha limiti.

[13]
Ciascuno sarà vincitore.

[14]
La saggezza è appesa al soffitto
E il suo sguardo cade dalla fronte come una lampada di cristallo.

[15]
La luce scende lentamente sulla terra
Dalla fronte del più anziano passa al sorriso
Dei bambini liberati dal timore delle catene.

[16]
E pensare che per tanto tempo l’uomo ha intimorito l’uomo
E fa paura agli uccelli che portava nella sua testa.

[17]
Dopo aver lavato il suo viso al sole
L’uomo ha bisogno di vivere
Bisogno di far vivere e si unisce con amore
Si unisce all’avvenire.

[18]
La mia felicità è la nostra felicità
Il mio sole è il nostro sole
Noi ci dividiamo la vita
Lo spazio e il tempo sono di tutti.

[19]
L’amore è al lavoro, egli è infaticabile.

[20]
Eravamo nel millenovecentodiciassette
e conserviamo la percezione
della nostra liberazione.

[21]
Noi abbiamo inventato gli altri
Come gli altri ci hanno inventato
Avevamo bisogno gli uni degli altri.

[22]
Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

[23]
Riempiremo l’innocenza
Con la forza che così a lungo
Ci è mancata
Non saremo mai più soli.

[24]
Le nostre canzoni chiamano la pace
E le nostre risposte sono atti per la pace.

[25]
Non è il naufragio è il nostro desiderio
A essere fatale e la pace inevitabile.

[26]
L’architettura della pace
Poggia sul mondo intero.

[27]
Apri le tue ali bel volto
Imponi al mondo di essere saggio
Poiché noi diventiamo veri.

[28]
Diventiamo veri insieme grazie allo sforzo
Alla nostra volontà di dissipare le ombre
Nel corso folgorante di una nuova luce.

[29]
La forza diventerà sempre più leggera
Respireremo meglio canteremo a voce più alta.

Paul Eluard, Il volto della pace, 1951 ¹

Ventinove quadri con pennellate di parole, arricchiti, nell’edizione originale Cercle d’Art del 1951, da ventinove illustrazioni di Pablo Picasso.

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Variazioni sul tema della colomba e il viso di Françoise Gilot, sua compagna dal 1943 al ’53 nonché modella, musa ispiratrice e madre di Paloma (colomba in spagnolo) e Claude. L’artista le utilizza per rappresentare il tema della pace.

Un simbolo caro a Picasso che già l’aveva proposto nell’aprile 1949 in occasione del Congresso Mondiale dei Combattenti per la Pace svoltosi a Parigi, il primo incontro tra stati che avevano aderito al Movimento per la Pace nato l’anno precedente a Breslavia in Polonia.

Una colomba dal folto piumaggio, a terra, con grosse zampe, per il cui disegno il pittore si era ispirato alla silhouette di un piccione milanese, regalo di Matisse notoriamente amante di questi pennuti.

Henri Matisse fotografato da Cartier-Bresson nella sua casa a Vence, 1944

Una colomba ben diversa da quelle che Picasso disegnerà più tardi da quando gli chiesero di creare ancora un emblema della Pace in occasione del Congresso del movimento pacifista a Vienna nel 1952. Ancora una paloma, questa volta però in volo e dedicata inoltre, nelle Lettres Françaises di novembre-dicembre 1952, alla memoria dell’amico Paul Eluard, morto il 18 novembre dello stesso anno.

Pablo Picasso lithograph, Colombe Volant, 1952

Seguirà la serie di Colombes de la Paix, la prima dipinta nel 1961, numerose versioni  raffiguranti tutte la colomba con un ramoscello d’ulivo nel becco.

Pablo Picasso lithograph, La colombe bleue, 1961

L’origine dell’immagine? Si pensa immediatamente al libro della Genesi, alla colomba che Noè ha inviato per due volte fuori dall’arca dopo il diluvio. Alla seconda uscita, l’uccello ritornò con l’ulivo, segno che le acque erano scese e la terra riemersa si presentava di nuovo abitabile.

Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra.
Allora Dio disse a Noè: «È venuta per me la fine di ogni uomo, perché la terra, per causa loro, è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme con la terra. Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori…
Ecco io manderò il diluvio, cioè le acque, sulla terra…
con te io stabilisco la mia alleanza. Entrerai nell’arca tu e con te i tuoi figli, tua moglie e le mogli dei tuoi figli. Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina. Degli uccelli secondo la loro specie, del bestiame secondo la propria specie e di tutti i rettili della terra secondo la loro specie, due d’ognuna verranno con te, per essere conservati in vita. Quanto a te, prenditi ogni sorta di cibo da mangiare e raccoglilo presso di te: sarà di nutrimento per te e per loro». Noè eseguì tutto; come Dio gli aveva comandato, così egli fece. (Genesi 6, 12-22)

Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. In quello stesso giorno entrò nell’arca Noè con i figli Sem, Cam e Iafet, la moglie di Noè, le tre mogli dei suoi tre figli: essi e tutti i viventi secondo la loro specie e tutto il bestiame secondo la sua specie e tutti i rettili che strisciano sulla terra secondo la loro specie, tutti i volatili secondo la loro specie, tutti gli uccelli, tutti gli esseri alati. Vennero dunque a Noè nell’arca, a due a due, di ogni carne in cui è il soffio di vita. Quelli che venivano, maschio e femmina d’ogni carne, entrarono come gli aveva comandato Dio: il Signore chiuse la porta dietro di lui.
Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca che si innalzò sulla terra. Le acque divennero poderose e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque si innalzarono sempre più sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto.
Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta morì.
Così fu sterminato ogni essere che era sulla terra: con gli uomini, gli animali domestici, i rettili e gli uccelli del cielo; essi furono sterminati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni. (Genesi 7, 12-24)

Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca. Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono. Le fonti dell’abisso e le cateratte del cielo furono chiuse e fu trattenuta la pioggia dal cielo; le acque andarono via via ritirandosi dalla terra e calarono dopo centocinquanta giorni. Nel settimo mese, il diciasette del mese, l’arca si posò sui monti dell’Ararat. Le acque andarono via via diminuendo fino al decimo mese. Nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti.
Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatta nell’arca e fece uscire un corvo per vedere se le acque si fossero ritirate. Esso uscì andando e tornando finché si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui. (Genesi 8, 1-12)

L’acqua può distruggere, ma pulisce e purifica. Non è il “naufragio a essere fatale”, scrive Eluard. La colomba vola via e non ritorna più in uno spazio chiuso.

La vita è altrove: in un’ipotetica casa della felicità, la facciata è aperta, le chiavi tintinnano e cantano, non chiudono, la porta è un trampolino di lancio, le finestre un’apertura per un viaggio nel mondo. Il movimento è centrifugo, spinta costante che sposta sempre più lontano con continui balzi in avanti.

L’essenziale si nutre di spazio, preferibilmente con sviluppo verticale ascendente, nella maggioranza dei casi orizzontale, mai discendente. Condividere e con-vivere è passare dalla casa alla strada, dalla strada alle piazze, dalle piazze alle pianure sconfinate. Salire è progredire. “Crescere non ha limiti”, scrive ancora Eluard.

Spazio aereo, quindi: ed ecco il vento, la brezza, la colomba, le piume, le ali. Per Eluard, l’aria è per eccellenza l’elemento dell’interscambio, abbrevia le distanze, è compartecipazione,  libertà, “speranza“. È una dimensione anche interiore: la “testa dell’uomo” diventa allora la dimora “naturale” della colomba. La “riflessione” ha le ali, scrive. La sua colomba, e quella picassiana il cui becco è inoltre proteso verso l’alto, sono pertanto metafora di un canto poetico-pittorico ad armonia, unione e concordia.

Come un uccello che vola ha fiducia nelle sue ali
Noi sappiamo dove conduce la nostra mano tesa
Verso il nostro fratello.

 

 

¹ Traduzione di Primula ©

 

 

 

 

Mattino di Pasqua

 

Copia di Pasqua

 

Cascata di luce del giorno nascente che bagna il mondo e la vita.

Rintocchi di campane che volano nel vento.

Primi riflessi che volteggiano in un candido battito d’ali.

Una colomba: la Pace, l’Amore, l’Eterno.

 

Buona  Pasqua !!

campane