L’ Umberto Eco che mi piace

Oggi, 20 febbraio 2016, il mondo piange la morte di Umberto Eco e, seguendo l’abituale cliché, una schiera di lettori assidui nonché esperti conoscitori si presenta all’appello.

Una vita che se ne va è ogni volta un dolore, eppure si dovrebbe sempre pensare che l’artista non muore mai. Non resta nemmeno nel semplice ricordo, la sua immagine potrebbe presto affievolirsi e svanire, perciò è e sarà continuamente presente nelle parole che ha lasciato.

Non annovero Umberto Eco tra i miei scrittori preferiti, anzi ammetto che come romanziere non l’apprezzavo affatto. Ho letto solo Il nome della rosa, davvero splendido, libro complesso dalle molteplici chiavi di lettura, ormai sviscerato praticamente da tutti.
Dopo questa felice esperienza, ho affrontato Il pendolo di Foucault: una sfida non vinta. Iniziato varie volte e abbandonato sempre allo stesso punto, pagina più pagina meno. Stessa sorte per Il cimitero di Praga. Dopo di che ho gettato la spugna. Non ho nemmeno acquistato Numero Zero uscito lo scorso anno. Eppure sono un’avida lettrice e per me è una sconfitta non portare a termine un libro. Ma ho dovuto arrendermi.
Il mio rapporto con l’Eco autore di romanzi è stato quindi conflittuale. Stile troppo sovraccarico, pagine densissime, percorsi narrativi simili a un labirinto. Non apprezzarle è senza dubbio, forse, una mia lacuna.

Umberto Eco era ed è per me altro: un intellettuale nel senso proprio del termine, ossia un cultore della mente, uno speculatore, un pensatore, inoltre un libero pensatore.
E, last but not least, un grande traduttore, un autentico maestro.

Umberto Eco

Questo manuale è stato per me un vero punto di riferimento e lo sarà sempre: ecco l’Umberto Eco che mi piace.