La montagna parla ai sensi

La poesia è sempre in agguato quando sono in questo angolo di paradiso. Spesso tuttavia non servono molti discorsi : una simile bellezza parla alla vista.

 

 

Camminare, osservare, ammirare, non fermare gli occhi all’orizzonte ma puntarli dritti all’infinito.

Assenza di rumore confuso, solo il ritmo di passi su sentieri rocciosi o terreno erboso. L’udito apprezza, gode di tonalità quasi dimenticate, ritrova la sensibilità che la città ha anestetizzato. Per qualche giorno è stato, è e sarà così.

Sensazione di libertà: non importano né abbigliamento né pettinatura, alla montagna vera non interessa chi si è e cosa si fa nella vita, le sta a cuore dove si sta andando e come si percorrono le sue strade. Con rispetto, pazienza e tranquillità.

And you think you have to want more than you need
Until you have it all, you won’t be free

Society, you’re a crazy breed
…………………
Society, crazy indeed

Queste parole, tratte dal brano Society di Eddie Vedder – come non rivivere Into the Wild ? – le ho canticchiate mentre giravo il video e sentite molto vicine ai miei pensieri, al desiderio di a bigger place e more space.

 

 

Qui la base musicale non serve, la colonna sonora è naturale…

Il profumo di pini mescolato all’olezzo di stalla è cornice al tatto che carezza l’acqua fredda mentre spruzzi freschi punzecchiano la pelle.

Quest’anno la cartolina da quassù è il dinamismo delle sensazioni.

 

 

Trekking con rima baciata

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Passeggio al ritmo dei Pink Floyd che in giornate come questa mi avvolge di energia positiva quando…

Toh, un pertugio.
Entro senza indugio.

Senso di frescura.
Ah! La penombra perdura…

Filtra una luce,
un raggio mi seduce.

A rilento, cammino.
Attenta, mi chino.

Basso è il soffitto,
difficile il tragitto.

L’apertura è stretta,
non bisogna avere fretta!

Una curva a gomito,
svolto con un fremito.

Improvviso chiarore,
quasi acceca il bagliore.

Appare un quadro ovale
con cornice naturale.

Alla roccia mi affaccio.
Senza fiato, mi taccio.

Meraviglia!
E ora, chi si ripiglia?

Le emozioni ricomponendo,
l’immensità riprendo.

E in una delicata carezza,
afferro e catturo bellezza.

 

Tre cime di Lavaredo viste da una trincea austrica

Tre cime di Lavaredo viste da una trincea austriaca

 

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Un affettuoso saluto ad amiche e amici che passeranno di qui.

A voi, ovunque siate, mari, monti o città, l’augurio di un mese d’agosto tutto da godere. 🙂

 

Sulle tracce degli Alpini

L’estate in Val Badia significa ogni volta, per me, relax e tuffo nella storia.
Lo è stato particolarmente quest’anno, centenario della Prima Guerra Mondiale. Montagne circostanti come Lagazuoi, Sass de Stria, Col di Lana furono teatro di cruente battaglie tra Alpini e Kaiserjäger.

Col di Lana e Sief dal Passo Valparola (Ma bohème - foto by Primula

Col di Lana e Sief dal Passo Valparola
(Ma bohème – foto by Primula

(cartolina)

(cartolina)

Il Passo Valparola che mette in comunicazione l’Alta Badia con il Passo Falzarego e, da qui, con la Conca d’Ampezzo (ultimo tratto della Valle del Boíte) da una parte e con l’Alto Agordino dall’altra, e che oggi si percorre per raggiungere Cortina da San Cassiano, nel 1915 era un pezzo del fronte dolomitico italo-austriaco.

– – – Linea approssimativa del fronte austriaco – ∙ — Linea approssimativa del fronte italiano – – – Confine prebellico fra Austria e Italia

               –  –  –            Linea approssimativa del fronte austriaco
          –  ∙  —         Linea approssimativa del fronte italiano
–  –  –     Confine prebellico fra Austria e Italia

Essendo a San Cassiano, in pratica trascorro la mia vacanza percorrendo sentieri calpestati all’epoca dai soldati Kaiserjäger e capita, anche semplicemente passeggiando, di vedere lapidi come questa

Sulla strada che conduce da San Cassiano a Passo Valparola (Ma bohème - foto by Primula)

Sulla strada che conduce da San Cassiano a Passo Valparola
(Ma bohème – foto by Primula)

Allo scoppio della Grande Guerra, la difesa del confine con l’Italia fu affidata a una fanteria un po’ sguarnita, agli artiglieri delle fortezze della zona, agli uomini della gendarmeria, a giovani e anziani del battaglione Standschützen Mareo appoggiati in seguito dall’Alpennkorps inviato dalla Germania.
I Ladini, fedeli all’Austria, aiutarono a predisporre le prime trincee in difesa delle loro montagne, consapevoli di un imminente attacco italiano che non si fece attendere.

PROCLAMA DI S. M. IL RE

24 Maggio 1915
SOLDATI DI TERRA E DI MARE!

L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata.

Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il Comando Supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire.
Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza; ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo.
SOLDATI!
A voi la gloria di piantare il tricolore sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.

Gran Quartier Generale, 24 Maggio 1915
VITTORIO EMANUELE

Vittorio Emanuele III

La cima Falzarego, il Castelletto, il Lagazuoi, il Col di Lana divennero palcoscenico di duri combattimenti. I soldati ladini arretrarono dal confine di stato verso postazioni più favorevoli e facilmente dominabili dalle cime.
Gli Italiani non ebbero vita facile; dovevano attaccare dal basso verso l’alto su ripidi ghiaioni. Alpini e Kaiserjäger rimasero bloccati in una guerra di posizione e logoramento.
Per difendersi non solo dalle granate ma anche da intemperie e valanghe, iniziarono a scavare gallerie e ripari nelle rocce.

Trincea alle Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Trincea alle Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Trincea Prima Guerra Mondiale - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Trincea Prima Guerra Mondiale – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

La conquista delle vette con assalti diretti era praticamente impossibile.
Si passò alle esplosioni (famosa è quella della Cengia Martini), ma nessuna ebbe influenze decisive sull’andamento della guerra. La linea del fronte non cambiò di molto fino alla fine del conflitto.
Durante il periodo bellico, le valli ladine attraversarono momenti difficili. La paura era tanta. Diventarono retrovie con accampamenti, ospedali da campo e luoghi di prigionia.

Resti di Ospedale Prima Guerra Mondiale - Col del Bois Lagazuoi (Ma Bohème - foto by Primula)

Resti di Ospedale Prima Guerra Mondiale – Col del Bois Falzarego
(Ma Bohème – foto by Primula)

In occasione del Centenario della Grande Guerra, in Val Badia sono stati organizzati molti eventi: mostre fotografiche, escursioni guidate fra trincee, camminamenti e gallerie, reading di racconti e poesie di grandi scrittori – da Marinetti a Gadda, da Ungaretti a Erri de Luca – ma anche di memorie e lettere dal fronte in cui emergono l’umanità dei soldati e gli orrori della Guerra: pensieri, che toccano profondamente per la semplicità con cui comunicano una tragedia, preghiere, illusioni, desideri, emozioni, paure.
Particolare l’iniziativa di alcuni famosi cuochi locali che hanno contribuito al ricordo proponendo, in alcune baite, ricette contenenti gli alimenti umili consumati al fronte, piatti serviti nelle classiche gavette ispirate all’epoca. Iniziativa, questa, solo apparentemente più ludica delle precedenti perché accompagnata da spiegazioni su cosa, come e quanto (non)mangiavano i soldati sia austriaci che italiani.

Purtroppo sono mancata agli appuntamenti; le date non coincidevano con la mia permanenza in Val Badia.

Condivido qui la mia personale immersione nella storia, quella fatta di dettagli appena accennati sui libri, d’immagini probabilmente sconosciute a molti. Nota polemica sulla maggiore rilevanza che questa materia dovrebbe avere a scuola, ma il discorso porterebbe davvero lontano.

Se l’estate scorsa mi sono improvvisata “reporter” del fronte-lato-austriaco con la visita alla posizione Edelweiss ai piedi del Sass de Stria, quest’anno ho seguito le tracce degli Alpini nella zona delle Cinque Torri dove si insediò il Comando del gruppo di Artiglieria da montagna dell’esercito italiano.

Rocce e ghiaioni sulle Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Rocce e ghiaioni sulle Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Qui furono dislocate le batterie di cannoni puntate contro le postazioni austriache del Lagazuoi e del Sass de Stria

Lagazuoi, Falzaego, Sass de Stria viste dalle Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Cime Lagazuoi, Falzarego, Sass de Stria viste dalle Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Cime Sas de Stria, Laazuoi, Falzarego viste dall'interno di una trincea - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Cime Sass de Stria, Laazuoi, Falzarego viste dall’interno di una trincea – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

I lavori di recupero hanno ripristinato il sistema di trincee esistente qui. Da qualche anno sono quindi visitabili.
Lo scenario dolomitico è incantevole e mi chiedo come si sia potuta ignorare tanta bellezza.
Le trincee si sviluppano sul versante nord delle Cinque Torri di fronte alla spettacolare parete sud della Tofana di Rozes

Parete sud della Tofana di Rozes vista dalle Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Parete sud della Tofana di Rozes vista dalle Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Si percorrono tracciati, camminamenti di collegamento e trincee in pietra, posti per osservatori e vedette creati dietro massi e talvolta in nicchie naturali.

Camminamento di collegamento tricee Prima Guerra Mondiale - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Camminamento di collegamento trincee Prima Guerra Mondiale – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Trincea osservatorio - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Trincea osservatorio – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Postazione Prima Guerra Mondiale - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Postazione Prima Guerra Mondiale – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

In alcune, come anche nelle baracche, sono stati preparati allestimenti scenici per dare una visione concreta della vita di guerra in trincea.

Trincea con allestimenti scenici - CInque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Trincea con allestimenti scenici – CInque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Trincea con allestimenti scenici - CInque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Trincea con allestimenti scenici – CInque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Guardare con i propri occhi come i soldati abbiano scavato nella roccia, costruito postazioni, come e dove abbiano edificato baracche-ricovero per cucinare il rancio, fare sostare i muli, custodire granate, riporre fucili e mitragliatrici non solo è di grande interesse storico, ma fa riflettere davvero moltissimo e coinvolge emotivamente.

Baracche-ricovero viste dall'alto - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Baracche di legno e cartone catramato viste dall’alto di un camminamento – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Barache-ricovero - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Baracche-ricovero – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Baracca cucina - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Baracca cucina – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Trincea Prima Guerra Mondiale ista dall'alto di un camminamento - Cinque torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Trincea Prima Guerra Mondiale vista dall’alto di un camminamento – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Sul sentiero si sale a fatica, eppure da questo passaggio gli Alpini hanno trasportato armi pesanti da valle! E all’epoca niente scale, solo roccia, resa anche viscida dalla pioggia e ricoperta in inverno da una spessissima coltre di neve.

Sentiero di collegamento alle postazioni - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Sentiero di collegamento alle postazioni – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Ecco un deposito per munizioni

Deposito per munizioni - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Deposito per munizioni – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Lo stesso deposito di munizioni in una fotografia dell'epoca della Guerra - Cinque Torri (Ma Bohème - foto by Primula)

Lo stesso deposito di munizioni in una fotografia dell’epoca della Guerra – Cinque Torri
(Ma Bohème – foto by Primula)

Leggo sul cartello informativo:

All’artiglieria erano a disposizione abbondanti munizioni. Le truppe alpine disponevano di fucileria e di tutto il materiale occorrente per un attacco, per la difesa del luogo conquistato e per potervi vivere; tronchi d’albero, murali, tavole, sacchi a terra, paletti da reticolati, filo di ferro spinoso e liscio, scudi da trincea; viveri di riserva, ghirbe per acqua, legna da ardere per il riscaldamento e per il rancio, gerle … calzari da trincea, cappotti di pelliccia … I mezzi venivano spostati di preferenza di notte
(Comando delle Brigate Torino al Comando della 17ª divisione)

Be’, descritto così sembra che non se la passassero poi male … Ma è ovviamente una dichiarazione ufficiale … la mia sensazione è di un’ estrema discrepanza rispetto allo stato reale delle cose. Come quando leggo, sempre su un altro cartello, che

Le trincee erano rese abitabili (?!?!?) con pavimentazione fatta di tavole, tronchi d’albero, stuoie e paglia, zolle, sacchi a terra e pietrame

Trincea Prima Guerra Mondiale - Cinque Torri Kaiserjäger

Trincea Prima Guerra Mondiale – Cinque Torri
Kaiserjäger

Non vedo nulla di tutto ciò nemmeno ora che sono state ricostruite.

Ed ecco che mi ritornano alla mente alcuni passi dei diari di guerra che ho letto e che mi sembrano il commento migliore al mio “reportage”, come queste memorie di Oreste Agnelli, detto “Zampa”, di Roma, Caporale del 46° Reggimento Fanteria, Brigata Reggio.

15 giugno 1915. Abbiamo l’ordine di avanzare e prendere la trincea nemica del Sasso de Stria. Giunti a pochi metri si apre il fuoco. Io sono a fianco del ten. Lais. Sembra che siamo invulnerabili, tanto le pallottole ci rispettano. Verso le ore 16 il battaglione ha quasi terminato le cartucce. Il cap. Diana domanda un soldato senza paura e di buona gamba. Vengo presentato. Ricevo un biglietto da portare a tre plotoni di riserva … E via di corsa tra il continuo fischiare delle pallottole … Siamo presi di mira dal nemico il quale ci fa piovere una vera grandine di palle … Si alza un nebbione fittissimo. Il battaglione ha l’ordine di dare l’assalto alla baionetta per ben 4 volte al grido “Avanti Savoia!” La fucileria nemica da dietro le trincee fa una vera strage dei nostri.

1 luglio. … Tutto il primo plotone si reca ad un torrente per lavare la biancheria, ma è più quella che buttano essendo piena di clausi ¹ che quella che lavano. Che fortuna che io mi portai la biancheria … Porto più peso, ma però posso cambiarmi quando mi pare, cioè quando pare ai clausi che non mi danno requie. Faccio tutte le volte che lavo bollire con il sapone, ma non giova. Siamo proprio tutti impestati.

9 luglio. … Mangiato il primo rancio e fattami una lunga fumata mi metto con il piccozzino a tagliare radici d’abete e scavare terra onde se questa sera si rimane al medesimo posto, possa riposare. … Il zaino fa da cuscino ma è duro come una pietra; ormai però ci sono abituato … Mi ritiro nella mia tana. Durante la notte si sentono ad intervalli scariche di fucileria. Proprio nella valle sotto gli occhi miei è stata piantata la tenda della Croce Rossa con tutti gli attrezzi per il soccorso dei feriti. Che brutta vista, e pure tanto necessaria. Spero in Dio che non mi occorra mai nulla di ciò.

11 luglio. Sveglia alle 5 ½ , distribuzione del caffè, poi ci viene ritirata la scatoletta di carne che ieri ci avevano data in previsione che non si potesse avere il rancio. Per questo succede una confusione. Nessuno se la sente di restituirla. Il comandante … raccomanda, per quanto sia possibile, la pulizia personale e ordina che vengano tagliati i capelli a chi li à lunghi avvertendo che chi non obbedisce sarà messo ai ferri, ossia legato con una catenella con le mani di dietro addosso ad un albero. Siamo appena tornati al nostro posto che l’artiglieria nemica c’invia una vera pioggia di granate sul nostro accampamento con tiro preciso. Tutti i soldati di corsa vanno a rifugiarsi sul dorso opposto del monte.
Io e i due sardi non ci moviamo affatto essendo che la nostra tana è scavata in un punto quasi al sicuro, dico quasi perché le granate ci scoppiano proprio sotto di noi alla distanza di una ventina di metri sollevando con lo scoppio terra e sassi che ricadono come una pioggia. Si godiamo questo spettacolo e da un minuto all’altro anche noi possiamo essere colpiti …

13 luglio. Alle 3 mi sveglio tutto gelato. Mi metto a camminare per sgranchirmi. Vengo chiamato dal Sig. Tenente Manno perché sia di scorta a lui … Mi dice se posso alla meglio accomodargli la trincea ove è lui che veramente è debolissima. Do di piglio ad un piccone e giù finché faccio uno scavo della larghezza di un tre metri, profondo circa un metro e mezzo … Vado a tagliare un po’ di frasche d’abete e formo un letto splendido. Chiamo il tenente onde venga a prendere possesso dell’appartamento …Solo verso le 11, si arriva all’accampamento. M’involto nella coperta le gambe. Mi butto sopra il telo da tenda e così sotto l’acqua finisco di passare la notte, ma come io solo lo so. L’acqua mi scorre per la vita, le scarpe sono piene, ma che fare al punto ove sono …

14 luglio. Come Dio vuole, fa giorno. Sono intirizzito. Accendo la pipa e fumo onde scaldarmi le mani con la pipa. Pian piano arrivo alla nostra tana che trovo occupata, ma son costretti a sloggiare e mi butto come un morto. Mi cambio tutto e son costretto a stare con pantaloni e giubba di tela, ma almeno è roba asciutta …

31 luglio … Qui si sta sempre sotto il fuoco delle granate e degli shrapnel, ma ho scritto che sto al sicuro, almeno non staranno tanto in pensiero per la mia vita.

Da questa data in poi “Zampa” non scrisse più nulla … ennesima vittima dell’artiglieria austriaca.

Questo è il resoconto del mio piccolo percorso “sulle tracce degli Alpini”, sui sentieri che hanno calpestato, in trincee dove si sparava, si “viveva”, si moriva, e sulle orme della loro sofferenza.

Il commento finale?

Sei ore passate nell’osservatorio servono a espiare tutti i peccati che un uomo normale può commettere durante una vita intera.

Non sono parole di un Alpino, ma di un tenente d’artiglieria austriaco, Franz Weber.

Fa differenza?

¹ pidocchi

Dalla montagna con sentimento

Mi affaccio per un breve istante dalle “mie montagne” per augurarvi di cuore una serena settimana di Ferragosto, ovunque voi siate, mare, monti, lago, città d’arte, casa o lavoro.

Vi saluto da quassù, da San Cassiano in Alta Val Badia, dal Gruppo delle Conturines che lo domina, bellissimo all’alba e al tramonto quando, dopo una giornata di sole, le rocce si tingono di rosa.

Alba sulle Conturines - San Cassiano  (foto personale)

Alba sulle Conturines – San Cassiano – Val Badia
(foto personale)

 

Tramonto sulle Conturines - San Cassiano  (foto personale)

Tramonto sulle Conturines – San Cassiano – Val Badia
(foto personale)

Amo la roccia, e lo spettacolo che offrono Le Cinque Torri è davvero straordinario

Le Cinque Torri -  Dolomiti (foto personale)

Le Cinque Torri – Dolomiti
(foto personale)

Ma la montagna non è solo roccia. È anche passeggiare sui prati

Un alpeggio sotto la Varella - San Cassiano (foto personale)

Un alpeggio sotto la Varella – San Cassiano – Val Badia
(foto personale)

ascoltare la musica rilassante di un ruscello o di una piccola cascata

Ruscello sul sentiero che conduce al Santa Croce sopra San Cassiano - Val Badia (foto personale)

Ruscello sul sentiero che conduce al Santa Croce sopra San Cassiano – Val Badia
(foto personale)

 

Cascate del Pisciadù - Colfosco Val Badia (foto personale)

Cascate del Pisciadù – Colfosco –  Val Badia
(foto personale)

ammirare i fiori che crescono anche tra le rocce

Camminando sul sentiero che conduce al gruppo del Cir - Passo Gardena - Val Badia (foto personale)

Camminando sul sentiero che conduce al gruppo del Cir – Passo Gardena – Val Badia
(foto personale)

o sui prati

Ai poiedi del Sass de Stria - Passo Falzarego - Dolomiti (foto personale)

Ai piedi del Sass de Stria – Passo Falzarego – Dolomiti
(foto personale)

 

Credo che le parole di Reinhold Messner rendano alla perfezione lo stato d’animo di chi ama la montagna.

Camminare per me significa entrare nella natura.
Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai.
La Natura per me non è una palestra.
Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi.
Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori.
Le alte montagne sono per me un sentimento

(Reinhold Messner, La Montagna a modo mio, 2009, Corbaccio editore)

Che questo sentimento arrivi a ognuno di voi.

Un abbraccio e a presto ❤

Dolomiti: vacanze e storia in controluce

Panorama della Val Badia dal Passo Gardena

Panorama della Val Badia dal Passo Gardena    (foto by Primula – Ma Bohème)

San Cassiano, in una vallata laterale della splendida Val Badia, ultimo paese prima del Passo Valparola se si esclude il piccolo centro abitato di Armentarola.

San Cassiano - Alta Badia

San Cassiano – Alta Badia   (foto by Primula – Ma Bohème)

San Cassiano dal Passo Valparola

San Cassiano dal Passo Valparola   (foto by Primula – Ma Bohème)

Fra il Monte Lagazuoi e il Sass de Stria, la strada conduce rapidamente al Passo Falzarego, e poi giù fino a Cortina! Siamo nel cuore delle Dolomiti.

Passo Valparola - sullo sfondo il Monte Averau

Passo Valparola – sullo sfondo il Monte Averau   (foto by Primula – Ma Bohème)

Qui trascorro gran parte delle mie vacanze estive da molti anni, una trentina circa, forse di più; conosco quindi bene questi luoghi, i prati, i sentieri, le rocce.
Ricordo San Cassiano quando ancora era formato da un gruppetto di case, un paio di hotel, quelli “storici” oggi diventati di lusso, che allora erano quasi delle baite. L’ho visto svilupparsi negli anni, arricchirsi di negozi anche esclusivi, ma l’atmosfera per me non è mai cambiata. È aumentata l’affluenza dei turisti, è vero; basta tuttavia pochissimo per ritrovarsi pressoché in solitudine su una roccia o in mezzo ai boschi per rilassarsi e godere delle bellezze della natura.
Passeggiare in montagna è spesso faticoso; lo sforzo è comunque sempre ricompensato dallo splendore del paesaggio, soprattutto se contemplato dall’alto di una cima.

Gruppo Conturines La Varella, sopra San Cassiano, al tramonto

Gruppo Conturines La Varella, sopra San Cassiano, al tramonto   (foto by Primula – Ma Bohème)

La Tofana

La Tofana    (foto by Primula – Ma Bohème)

Mentre ci si inerpica su tracciati talora ripidi e difficili e si osservano i meravigliosi scenari naturali, è spontaneo pensare agli avvenimenti bellici di cui queste montagne sono state teatro e ai numerosissimi caduti della Prima Guerra Mondiale.

Partire in escursione sulle Dolomiti non è solo sinonimo di vacanza. È anche andare a camminare sulle tracce di una storia recente, che è la nostra, capirne la drammaticità che un testo, forse, non riesce a trasmettere fino in fondo. È riviverla “in controluce”, come se la pagina scritta messa contro un vetro permettesse di vedere ciò che, leggendo, si può solo intuire.
Credo sia questo spirito ad avere animato il bellissimo progetto di Paolo Rumiz su Repubblica Paolo Rumiz “La Grande Guerra, i sentieri del sangue perduto” resoconto a puntate di “ un viaggio … sul fronte italo-austriaco per scoprire un’Italia meravigliosa e terribile”.

Ma attenzione! Voglio premettere che ciò che segue non è affatto una lezione di storia! È semplicemente la condivisione di una giornata particolare trascorsa sulle Dolomiti quest’estate e, se volete, anche un consiglio, perché no?, per un momento di vacanza un po’ diverso.

Le possibilità di ripercorrere alcune tappe della Grande Guerra non mancano in Val Badia.
Il Sass de Stria, il Lagazuoi, Le Cinque Torri, il Col di Lana sono praticamente musei all’aperto: durante la guerra furono costruite postazioni, scavati tunnel, trincee e camminamenti da qualche anno visitabili grazie al lodevole lavoro di recupero ad opera degli Alpini della Protezione Civile, con patrocini e finanziamenti vari.

Il Sass de Stria ripreso dal Passo Valparola

Il Sass de Stria ripreso dal Passo Valparola   (foto by Primula – Ma Bohème)

Le Cinque Torri

Le Cinque Torri   (foto by Primula – Ma Bohème)

Cinque Torri - Trincea Prima Guerra Mondiale

Cinque Torri – Trincea Prima Guerra Mondiale   (foto by Primula – Ma Bohème)

Cinque Torri - camminamento trincee Prima Guerra Mondiale

Cinque Torri – camminamento trincee Prima Guerra Mondiale   (foto by Primula – Ma Bohème)

Galleria del Lagazuoi

Galleria del Lagazuoi  (foto by Primula – Ma Bohème)

Oggi i sentieri che conducono sulle cime di queste montagne coincidono per quasi tutto il percorso con camminamenti, trincee e gallerie. È impossibile non riflettere: si suda, salendo, si ansima … e si ripensa alla tragica fatica di quei soldati, giovani, ragazzini, che avanzavano piegati sotto il peso degli zaini e degli armamenti che dovevano trasportare, “come pecore sotto il loro stesso peso” li descrive uno Standschützen (tiratore al bersaglio) in un suo diario. Nel giugno del 1915, mese dei primi scontri a fuoco, qui c‘era la neve.

Sul Passo Valparola, tra l’alta Val Badia (Trento, Alto Adige) e il Passo Falzarego (Belluno, Veneto) esiste un fortino austriaco costruito tra il 1897 e il 1901 dall’esercito austro-ungarico. Fu bombardato durante il primo anno della guerra e rimase sotto forma di rudere per molto tempo.
Da alcuni anni il Forte 3 Sassi ospita il Museo della Grande Guerra.

Museo Valparola
È una magnifica giornata di agosto: cielo terso, scarsissime nubi, fatto molto inusuale da queste parti. Decidiamo di trascorrere una mattinata immersi in quella che ho chiamato “la storia in controluce” e ci fermiamo al fortino.

Forte 3 Sassi

Forte 3 Sassi   (foto by Primula – Ma Bohème)

Al Forte 3 Sassi - Sentinella con uniforme degli Jäger bavaresi. Sulla destra uno scorcio del Sass de Stria

               Al Forte 3 Sassi – Sentinella con uniforme degli Jäger bavaresi. Sulla destra uno scorcio del Sass de Stria                    (foto by Primula – Ma Bohème)

Incontriamo un ragazzo che funge da guida all’interno e all’esterno del Forte. È un volontario, come tutti in questo museo. Parliamo un po’ con lui, gli chiedo se posso citarlo in un mio eventuale resoconto della visita e riportare alcuni dei suoi racconti. Mi autorizza lasciando trasparire un certo orgoglio, lo stesso con cui indossa l’uniforme del bisnonno.

Grande Guerra4

foto by Primula – Ma Bohème

Era un soldato semplice, di fanteria” mi spiega “un soldato infanterist del 97° reggimento”. Sebastian Franzò ha 20 anni e molti aneddoti non li ha letti sui libri; li ha sentiti, quando era bambino, dalla viva voce proprio del suo bisnonno e più tardi dal nonno. Lo dice con la consapevolezza di chi sta testimoniando un impegno, un ideale, una vita sacrificata per quell’ideale.
Strano” replico “mi è difficile associare la parola ideale ad azioni di guerra”. Mi risponde che quei soldati, austriaci o italiani che fossero, onoravano un giuramento, “non quello fatto alla bandiera o alla nazione, ma quello fatto a se stessi con un incredibile senso del dovere verso i propri compagni”. “È a loro” prosegue “che è dedicato questo museo, a questi uomini normali cui sono state chieste azioni straordinarie e che in molti casi ce l’hanno fatta”.

Capisco che quella raccontata in questo luogo e su queste montagne non è la storia scritta dai Generali o dai politici, ma è quella di chi, mosso dal senso del sacrificio, ha avuto molti oneri ricevendone poi pochissimi (se non nessun) onore.
Forse sto pensando a voce alta o forse Sebastian interpreta la mia espressione di sdegno. Ci tiene infatti a sottolineare che, contrariamente a quanto avveniva nell’esercito austriaco, i militari italiani non ricevevano onorificenze importanti. Non si poteva mostrare all’opinione pubblica e alla stampa che chi stava davvero vincendo la guerra erano i soldati semplici. Nonostante i numerosi rapporti che attestavano il loro eroismo, al massimo era loro assegnata una medaglia di bronzo. Quelle d’oro erano riservate agli ufficiali e ai capi di Stato Maggiore.

Logica perversa che si aggiunge, aggravandola, all’assurdità della guerra.
Anche sentire l’espressione “vincere la guerra” quando l’Italia ha perso migliaia di uomini su queste montagne, e non solo, mi fa rabbrividire. Il bilancio già al primo assalto a fuoco in questa zona è stato di 249 morti tra gli italiani, 1 tra gli austriaci.
Un disastro …. e la guerra l’abbiamo vinta….

Il mondo era/è davvero a rovescio.

Questo inoltre è stato un conflitto non solo combattuto da uomini contro uomini, ma anche da uomini contro le montagne, “giganti di roccia che ci bloccano il cammino” come le avevano definite, dice Sebastian, i fanti della Brigata Reggio, giovani sardi che non erano certo abituati a questi colossi.
Scavare gallerie e trincee significava creare postazioni per assaltare il nemico e sorprenderlo, ma anche costruire ripari non momentanei, veri e propri posizionamenti in cui rimanere magari per moltissimo tempo. La guerra di trincea è statica e sulle montagne si combatteva, si sparava, si moriva, si “viveva” in condizioni disumane.

All’esterno del Forte si segue un sentiero che percorre l’Edelweiss, avamposto militare austriaco di prima linea al cui interno i soldati avevano scavato una trincea di collegamento.

Grande Guerra6

foto by Primula – Ma Bohème

Grande Guerra12

foto by Primula – Ma Bohème

Avamposto Edelweiss

Avamposto Edelweiss   (foto by Primula – Ma Bohème)

Camminamento avamposto Edelweiss

Camminamento avamposto Edelweiss   (foto by Primula – Ma Bohème)

La ricostruzione del 2004 permette oggi di vedere le simulazioni della vita del soldato nelle baracche.

Baracca cucina

Baracca cucina   (foto by Primula – Ma Bohème)

Interno della baracca cucina

Interno della baracca cucina  (foto by Primula – Ma Bohème)

Baracca degli Ufficiali

Baracca degli Ufficiali   (foto by Primula – Ma Bohème)

Interno della baracca degli ufficiali

Interno della baracca degli Ufficiali   (foto by Primula – Ma Bohème)

Foto del 1915 - ufficiali nella baracca in un momento di "relax" attorno al tavolo, elemento importante nella baracca

Foto del 1916 – Ufficiali in un momento di “relax” attorno al tavolo, elemento importante nella baracca

Interno di una baracca per i soldati comuni

Interno di una baracca per i soldati comuni   (foto by Primula – Ma Bohème)

Da una piccola finestra della baracca per soldati comuni

Da una piccola finestra della baracca per i soldati comuni   (foto by Primula – Ma Bohème)

Contrariamente alla baracca degli ufficiali, in cui i letti erano singoli, qui erano comuni. Destinati a 12 persone, in realtà ve ne dormivano anche venti. La stufa garantiva una temperatura costante di – 5 gradi, il massimo che si poteva avere. Ci si coricava vestiti, si mangiava nel letto quando il freddo era particolarmente pungente. Nel caso di attacco del nemico (italiano in questo caso) era difficilissimo sparare perché le mani congelate impedivano di premere il grilletto. Osservando l’ambiente, ora ordinato e pulito, è inevitabile immaginarlo pieno di uomini che non potevano uscire da lì: all’esterno il manto della neve arrivava all’altezza delle finestre, all’interno le condizioni erano di promiscuità e di scarsissima igiene; inoltre la postazione non era adeguatamente protetta (lo si può constatare ancora oggi) ed era facile bersaglio degli italiani sulle cime circostanti, ad esempio il Col di Lana.

la prima linea austriaca sotto il Sass de Stria

La prima linea austriaca sotto il Sass de Stria   (foto by Primula – Ma Bohème)

Il racconto di Sebastian è particolarmente appassionante.

Come detto, Forte 3 Sassi è stato un avamposto austriaco, ma questo giovane alpino sa trasmettere le emozioni di entrambe le parti in lotta l’una contro l’altra. Ora è italiano, il suo bisnonno gli ha testimoniato il punto di vista opposto e lui sa farne una sintesi obiettiva e avvincente.
La violenza della guerra, le difficoltà che tutti indistintamente hanno incontrato su queste montagne rendono uguali.

Sebastian ci mostra alcune uniformi italiane facendo notare come gli indumenti fossero inidonei per quei luoghi e le temperature invernali.

Alpino italiano

Alpino italiano   (foto by Primula – Ma Bohème)

È la classica uniforme della fanteria, quella da combattimento: una giacca grigio verde, senza tasche, molto povera, e la mantellina tipica di questo corpo dell’esercito italiano. Essendo di panno, la protezione contro il freddo, la pioggia, la neve e il vento era quasi nulla.
Del resto, la vita di un soldato valeva veramente poco.

In una bacheca vedo delle pinze.
Sono taglia reticolato” mi corregge Sebastian “ed erano usate dalle compagnie della morte italiane, volontari con il compito di uscire dalle trincee, soprattutto di notte, e di andare a tagliare e aprire dei varchi nei blocchi di filo spinato a cui gli austriaci avevano aggiunto piccoli cavi elettrici che, se recisi, facevano accendere luci o funzionare sirene per localizzare il nemico
I protagonisti del racconto di Sebastian mi sembrano un po’ diversi da quelli descritti ad esempio qui.
Ha letto questa testimonianza sicuramente in uno dei reperti cartacei ritrovati in zona.
Una notte, due assaltatori caddero in trappola e furono individuati dagli austriaci. Si liberarono dell’equipaggiamento che indossavano e riuscirono a raggiungere la trincea. Fecero rapporto al tenente che, anziché chiedere delle loro condizioni o se avessero aperto il varco, domandò dove avessero lasciato le pinze. Uno rispose di averle perse: gli austriaci li avevano individuati e loro avevano pensato solo a salvarsi. Il tenente ordinò di andarle a riprendere: erano strumenti importanti e costavano molto. Il soldato obbedì, uscì dalla trincea e non tornò mai più
Una pinza valeva più della vita di un uomo” mormoro guardando la bacheca.
Tra il rammaricato e il cinico, Sebastian mi spiega che “in effetti il suo prezzo era di 40/42 lire mentre un soldato italiano riceveva 1,40 lire al giorno, detratti i costi dell’uniforme che portava, la sua usura, i proiettili che sparava, il cibo e la legna che usava per scaldarsi
Resta il fatto che un oggetto, tagliafili, fucile, corazza che fosse, era più importante della vita di un soldato.

In questo dramma, era un grande aiuto recitare una preghiera, ricevere una benedizione, ascoltare la Messa.

Piccolo altare da campo

Piccolo altare da campo   (foto by Primula – Ma Bohème)

Il “prete da campo” o “prete da guerra” diventava allora una figura di riferimento non solo per il supporto morale che poteva dare ma anche perché era un tramite tra i soldati e le loro famiglie. I giovani alpini erano per lo più analfabeti e potevano dettare le lettere ai sacerdoti che, a loro volta, le comunicavano ai parroci delle località di provenienza dei ragazzi. Le loro parole venivano trascritte e lette ai familiari.
Che ruolo importante! E quanta tristezza in queste lettere dal fronte (ce ne sono molte nelle bacheche del museo), quanta nostalgia ma al contempo fierezza e desiderio di farcela per sé e per i compagni.
Sentimento di unità e senso di appartenenza davvero commoventi per gli atti eroici che hanno animato e che la storia della cengia Martini testimonia in modo emblematico.
Rumiz l’ha evocata in questo articolo del 23 agosto 2013 su Repubblica

Io lascio parlare Sebastian.

Il suo racconto è dettagliato, ma lo riporto integralmente perché mi emoziona proprio per questo: mentre lo ascolto mi sembra di vedere passare davanti ai miei occhi la scena di un film. Purtroppo è realtà.

Scorcio della cengia Martini nel 1917

Scorcio della cengia Martini nel 1917

La cengia Martini oggi

La cengia Martini oggi    (foto by Primula – Ma Bohème)

Questa cengia fu occupata a lungo da un gruppo di soldati toscani, comandati dal senese Ettore Martini.
Gli alpini non arrivarono qui arrampicandosi; era impossibile a causa degli austriaci che tenevano queste pareti sempre sotto tiro. Vi arrivarono scavando una galleria che sfocia sulla cengia e tennero questa posizione per due anni. Due inverni di guerra che passarono arroccati su questo balcone di roccia in condizioni di inferiorità sia numerica che strategica. Di fatto erano letteralmente accerchiati: sulla cima del Piccolo Lagazuoi c’erano KaiserSchützen e StandSchützen; i nemici sparavano ai lati della cengia; dietro di loro, a 500 metri in linea d’aria, anche la cima del Sass de Stria era austriaca. Ricevevano rifornimenti tramite quella galleria che avevano scavato per arrivare alla cengia.
Gli austriaci tentavano di colpirli ogni giorno con bombe a mano e mitragliatrici. A ogni sparo i soldati italiani rispondevano in tono canzonatorio “più a destra”, “più a sinistra”, “mancato il tiro”, “aggiusta la mira”. I militari dell’esercito austriaco erano ampezzani, di Cortina; capivano bene l’italiano, si sentivano presi in giro, anche stupiti che gli italiani fossero così di buon umore in quella situazione. Non riuscivano comunque a farli spostare dalla loro posizione.
Si decise quindi di distruggere la cengia con delle mine. Ne furono esplose quattro nell’arco di un anno

Il tempo durante la Grande Guerra su queste montagne era veramente dilatato.

Furono scavate tre differenti gallerie, ma le mine non risolsero nulla: ogni volta che esplodevano, nel corso del tunnel venivano deviate dalla roccia che sembrava quasi proteggere gli alpini. La postazione sulla cengia sembrava indistruttibile.
Ci provarono una quarta volta, nel luglio del ’17. I soldati italiani sentivano il nemico scavare e arrivare molto vicino a loro da dentro la montagna. Andarono a sentire direttamente là dove pensavano fosse stata piazzata la mina: erano abituati a questa operazione. Non sentire più il nemico scavare significava che la galleria stava per esplodere.
Quindi Martini ordinò ai suoi soldati di ritirarsi e di rifugiarsi proprio in quella galleria che loro stessi avevano scavato e che li aveva condotti lì. Tutti tranne uno che si offrì volontariamente di non lasciare scoperta la posizione nel caso in cui la mina non fosse esplosa. Si posizionò a una trentina di metri dal punto in cui si pensava fosse stata collocata.
La mina esplose alle due di notte; il corpo di quel volontario non fu ritrovato mai più.
Gli austriaci cominciarono a festeggiare. Guardando dall’alto della cresta del Piccolo Lagazuoi non vedevano più nulla, né cengia né uomini.”

Annuisco mentre Sebastian parla perché avevo già letto la storia di questa esplosione.
Alcuni dettagli però li ignoravo completamente e resto basita mentre ascolto ciò che avvenne in seguito.

Martini passò in rassegna i suoi uomini: alcuni erano feriti, molti intossicati dal gas dell’esplosione ma ancora in grado di rispondere ai suoi ordini. Chiese a tutti quelli che possedevano uno strumento di suonare, agli altri di cantare.

E tu Austria che scendi dai monti
Vieni avanti se hai del coraggio
E se la Buffa ti lascerà il passaggio
Noi altri alpini fermarti saprem

Gli austriaci ampezzani, che capivano, non potevano credere alle loro orecchie. Non solo gli italiani erano ancora vivi, ma avevano la forza di cantare.
Ebbene questo canto aveva uno scopo.
Dall’altra parte del Falzarego, sul Col Gallina, erano sistemati altri alpini che avevano assistito all’esplosione. Il loro comandante spiegò perché stavano cantando: non solo volevano far capire agli austriaci che la loro volontà di resistere non era stata distrutta, ma soprattutto intendevano comunicare ai loro compagni del Col Gallina che il fronte non era caduto, che la prima linea non si era spostata. A queste parole gli alpini, che avevano già impugnato le armi, tentarono di scendere dal Col Gallina, di attraversare il Passo Falzarego e quindi di rompere l’accerchiamento. Era notte, gli austriaci sparavano da tutte le parti; missione perciò difficile se non impossibile.
All’alba, i soldati di Martini uscirono dalla galleria e ripresero posizione sulla cengia. Notarono dei cambiamenti: l’esplosione aveva fatto cadere un enorme masso che si incastrò tra la cengia stessa e la prima posizione nemica. Servirà da ponte per andare a consegnare un messaggio agli austriaci, conservato perché trascritto dall’ufficiale nel suo diario.

“Grazie di averci prolungato la cengia. Molto presto verrete a fare la nostra conoscenza.
224a compagnia Alpini Minatori
W l’Italia “

Questi soldati rimasero su questa postazione fino alla disfatta di Caporetto. Caduto tutto il fronte italiano, anche loro furono costretti a ritirarsi nel basso Veneto, verso il Piave. Quando avvenne, gli austriaci si alzarono il cappello e non spararono; il loro comandante definì gli alpini italiani “non uomini, ma duri come la roccia”.
Finita la guerra, molti di loro restarono in montagna, qui o altrove, a continuare il lavoro che facevano anche prima; erano minatori e ora scavavano la roccia non più per uccidere ma per portare a casa un pezzo di pane.
Martini verrà a trovarli, si commuoverà nel vedere, come dirà, i loro “volti di bambini messi in corpi di uomini” ”.

Qui termina la celebre storia della cengia Martini e anche la nostra visita al Museo.
Salutiamo Sebastian, lo ringraziamo per la sua disponibilità, la sua esposizione coinvolgente.
Prima di uscire dal Fortino una scritta mi colpisce. Non posso esimermi dal fotografarla anche perché sintetizza una grande verità

Grande Guerra43

foto by Primula – Ma Bohème

Questa ruota non smetterà mai di girare.
Quante guerre ci sono ancora oggi nel mondo, più o meno dimenticate? Non impareremo mai dalla storia, purtroppo.

Fuori incontriamo la sentinella che ha lasciato la sua postazione per un momento di pausa e per fumarsi un sigaro. Ci fermiamo a scambiare quattro chiacchiere.
Complimenti per il vostro impegno. Questo è davvero un grande servizio per i cittadini. Verranno senz’altro molti studenti qui con i loro prof” chiedo interessata, da ex insegnante.
A dire il vero non molti” doccia fredda per me. “Poche scuole, anche delle zone attorno.
Non approfondisco. Mi arrabbierei troppo.
Ma come? Esiste la possibilità di far “vivere la storia” e non la sfruttiamo? Posso capire che l’organizzazione non sia delle più semplici, ad esempio per istituti lontani da qui. Ma le gite scolastiche oggi si chiamano “viaggi di istruzione” : mi sono sempre battuta per dare un senso a questa denominazione.
È vero che i ragazzi amano divertirsi in quei giorni, desiderio assolutamente logico e comprensibile. Tuttavia c’è tempo e spazio per ogni cosa: per lo “struscio” a Cortina, per un salto in discoteca la sera e per un tuffo nella nostra storia.
Basta pianificare e, soprattutto, basta volerlo.