Madri

 

Graziella Borgna, La Memoria, acrilico/tela

Graziella Borgna, La Memoria, acrilico/tela

Sono giorni in cui si parla di madri. Naturali, surrogate, genitrici, incubatrici, donatrici, egoiste, generose, possessive, distaccate. Giorni in cui si riflette sulla gratuità dell’amore, giorni in cui si discuterà sul ruolo della donna e la sua emancipazione: compagna più o meno felice, mamma più o meno consapevole, lavoratrice, disoccupata, sfruttata, valorizzata, realizzata, fallita, indipendente, sottomessa.
Come se il riflettore dell’attualità avesse fatto emergere la complessità di situazioni vere che sembrano tuttavia poco verosimili data la loro lontananza con la generalità delle combinazioni. Come se si percepisse la loro esistenza osservando il proscenio della cronaca dominato da un caso personale, facendole all’improvviso uscire da dietro le quinte dove normalmente stazionano. Passerà la notizia del giorno e ritorneranno in quel limbo d’indifferenza che di solito le avvolge.

La realtà assume sempre più le sembianze di un mosaico di eccezionalità con cui dobbiamo fare i conti, volenti o nolenti. Ciascuno con la propria sensibilità, cultura, formazione.

Tra le pagine di un libro, incontro la figura della Grande Madre, arcaica, archetipo femminile. E forse l’essenza è qui: un amore che si deposita nel tempo e nello spazio, il grande cuore di Lucy, una potente dignità nonostante le prove dolorose, la lotta per la sopravvivenza e le parole inacapaci di esprimere il fardello della memoria.

Da leggere e ascoltare.

Lucy la negra

Ero fortunata, mi dicevo:

i miei figli erano forti, e sani e rispettosi,
cacciavano come nessun altro del branco,
d’ebano la pelle splendevano al sole

e le femmine, com’erano belle le mie bambine!
I seni eretti, puntati verso il cielo, odoravano
d’acqua e di savana. Presto amore le rubò da casa.

La sera dalla mia grotta frugavo fra le stelle
le parole che premevano senza suono nel mio cuore,
che la mia lingua le mie mani non sapevano dire.

E quando venne il tempo di dormire
posai i miei segreti accanto al fuoco,
i piccoli dolori, le piccole malinconie.

Dalla memoria cocciuta delle ossa li vidi i miei nipoti,
i figli pallidi delle mie bambine, Ursula, Xenia, Tara, Helena,
Velda, Katrine, Jasmine, comprare e vendere i cugini.

Vidi le catene, gli specchi, i sassi colorati soffocare
nei miei figli la dignità e la voce, i villaggi distrutti, le donne stuprate,
vidi contro le vetrine morire senza rumore i bambini.

Fu allora che ruzzolarono dai miei pensieri le parole
e gridai a tutti la mia bocca spogliata di carne e di colore
muta del verde sussurrare delle foglie che non poteva cantare.

Eugenia Tumelero La Trama di Penelope, Apostrofo Editore 2015

 

 

Voce di Gaziella Borgna. Musiche di Fabio Turchetti e Luciano Poli. Dall’album Quaderni di Buenos Aires

Eugenia Tumelero è una poetessa cremonese alla sua opera prima con Trama di Penelope e tuttavia già vincitrice di premi importanti con composizioni singole: “Concorso Internazionale di poesia Cinque Terre” (Presidente di giuria Sirio Guerrieri), “Concorso Internazionale di poesia Città di Quarrata” (Presidente di giuria Piero Santini), “Concorso Nazionale di poesia Casentino” (Presidente di giuria Silvio Ramat), “Concorso Internazionale di poesia Ettore Gozzano” (Presidente di giuria Sirio Guerrieri), premio speciale della giuria “Città di Salò” (Presidente di giuria Gian Carlo Molignoni).

Nessuna mimosa ma cappuccino e brioche

Ieri, un magnifico sabato di inizio marzo. Il sole tiepido che accarezzava i cappotti mitigava l’aria ancora un po’ frizzante e ricordava che la primavera è ormai alle porte.
Era davvero piacevole passeggiare per le vie di Brescia annusando il sano profumo di neve che qualche refolo di vento trasportava dalle montagne circostanti!
Nel pomeriggio il centro brulicava di persone. Vado spesso in questa città; mi piace per il suo dinamismo, anche culturale, la sua storia e, ovviamente, le amicizie che amo rivedere non appena possibile. Legami di vecchia data, solidi, alimentati da incontri non frequentissimi ma di sostanza, con i quali sono sufficienti una telefonata o una cena per riprendere i contatti con la naturalezza e la spontaneità di sempre come se ci si fosse lasciati il giorno prima.
Ecco, ieri era uno di “quei” momenti: chiacchiere, risate alternate a discorsi più seri e impegnativi, in una parola “condivisione” attorno al tavolino di un bar nella bella cornice di Piazza del Duomo.
Complice la bella giornata, hanno fatto la loro comparsa le prime terrasse all’aperto e ne abbiamo approfittato.

Tra un tè, un caffè e qualche pasticcino, i camerieri che sembravano volteggiare con i loro cabaret, un “cosa desidera?” e un “avete scelto?”, ho notato due donne che si accomodavano al tavolino di fronte al nostro.
Mentre amici e marito continuavano nel loro cazzeggio cameratesco, le ho osservate per un rapido istante. Belle, raffinate, eleganti, non appariscenti e di colore. Ho provato un moto di soddisfazione guardandole depositare sulle sedie le buste griffate. Vedevo insomma davanti a me due signore nere, dall’aria per bene, che avevano trascorso un normale sabato pomeriggio facendo shopping in centro. Come altre, come me. 

Felice per loro, ho distolto lo sguardo.
Purtroppo il quadretto idilliaco si è poco dopo trasformato in una deludente realtà.

Una donna africana si è avvicinata ai tavolini. Camminava a fatica. Sotto la lunga gonna dai colori sbiaditi s’intravedevano dei sandali calzati sui piedi nudi; il giubbotto che indossava era di almeno due taglie inferiori alla sua e metteva in evidenza un seno non più giovane che aveva forse conosciuto lunghi periodi di allattamento. I capelli erano nascosti da un copricapo a turbante, quello sì, bello, colorato, pulito.
Vendeva oggettini che estraeva da una specie di tascapane e mostrava sul palmo della mano.

L’ho osservata mentre sostava accanto alle due signore raffinate, eleganti e nere come lei; ho visto la scena distintamente e sentito le parole altrettanto chiaramente. Purtroppo.
Che c…o vuoi?” un marcato accento bresciano sottolineava la sgradevolezza della frase pronunciata da un gradevolissimo viso. Un contrasto davvero insopportabile; un rifiuto amplificato dal gesto della mano e lo sguardo di disgusto.
Io ero basita.
La donna non ha insistito. Evidentemente non era la prima volta che subiva un tale trattamento.

Si è avvicinata al nostro tavolo. Gli altri attorno a me non avevano notato nulla; alcuni davano le spalle e altri erano impegnati in chiacchiere. Inoltre tutto si era svolto con una tale rapidità!
Hai fame?” ho chiesto soffocando la rabbia che mi avrebbe fatto comprare l’intera sacca.
Mi hanno risposto i suoi occhi.
Tu as faim? Assieds-toi!” ho tentato mentre spostavo una sedia vuota accanto a me.
Oui, ça fait deux jours que je ne mange pas …
Vero o no, non me ne importava nulla.
Ho ordinato cappuccino e brioche, una bibita e qualche pizzetta. E mentre lei si dimenticava delle chincaglierie da vendere, i miei occhi hanno incrociato quelli della bella signora elegante e nera: non dimenticherò mai la smorfia abbozzata sulle sue labbra mentre mi guardava.

È questo che gli extracomunitari integrati hanno imparato da noi?
È questo che noi civili occidentali stiamo comunicando?
Egoismo, menefreghismo, mancanza di sensibilità e rispetto, indifferenza?
Perché si dimenticano così facilmente origini e radici?
Inoltre, è questa la solidarietà femminile?

Ebbene, oggi 8 marzo, niente mimose per favore, ma un cappuccino e una brioche.

Woman’s day

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Non amo particolarmente le giornate “dedicate a ……”; hanno per me il sapore di ricorrenze da celebrare quasi per obbligo, ma se non vi si partecipa, anche solo idealmente, si appare insensibili o disinteressati.

Sicché … è giunto anche l’8 marzo, il Woman’s Day di cui tutti, credo, conoscono genesi e successivo sviluppo.

È una giornata (ma anche un’intera settimana) costellata di manifestazioni e iniziative: donne che scrivono di donne, donne che cantano di donne, uomini che in varie forme e modalità ne esaltano le qualità e l’ormai raggiunta (secondo loro) parità.

Alzi la mano chi non si è mai sentita porre la fatidica domanda: “Come festeggi l’8 marzo?”, frase che stride alle mie orecchie anche solo per l’uso del verbo “festeggiare”. Non è una festa, è semmai una “giornata” se proprio volessimo ricordarne l’importanza storica.

Ebbene, la mia risposta è: “Nulla”, o meglio “Nulla di straordinario, di fuori dal comune.
Non vado fuori a cena con le amiche per l’occasione; non desidero mazzetti di mimosa molto belli a vedersi ma, siamo oneste e sincere, di cui ci lamentiamo dopo due giorni perché il gradevole profumo iniziale è completamente sparito, il giallo intenso della fioritura è virato verso un indefinito marroncino e il tavolino del salotto, il pavimento o il tappeto sottostanti sono cosparsi da fastidiose piccole palline lanuginose.

Conclusione? Mi dedico alle mie abituali occupazioni: casa, lavoro, lettura, scrittura se possibile. Con un particolare pensiero alle donne che non ce l’hanno fatta, che ci hanno lasciato troppo presto e non per loro volontà, che hanno subito le conseguenze di scelte sbagliate e di falsi amori a costo della vita. A quelle che con forza e coraggio sono riuscite a superare situazioni difficilissime dimostrando che la fragilità non è un dato biologico ma uno stato culturale. Alle spose e madri che vivono la tragedia della guerra, cui è stato tolto il dono del sorriso di un figlio o la carezza di un compagno e che non conoscono più la dolcezza.

Libere ovviamente altre di partecipare a eventi particolari, dai mondani happy hour, alle esibizioni stile Full Monty, ai colti convegni letterari o spettacoli teatrali.

Personalmente, credo che sia giunto il momento, soprattutto oggi, di lasciare spazio alla concretezza dei gesti e abbandonare la retorica commemorativa.

Noi donne, in questo, se lo vogliamo, siamo molto abili con buona pace delle quote rosa e delle norme sulla parità di genere su cui, in questi giorni, si sta ampiamente filosofeggiando.

Questo non è amore

È il titolo del volume, edito da Marsilio editori, pubblicato nel febbraio 2013 e scritto dalle autrici del blog del Corriere.it La 27esima ora, un libro che raccoglie venti racconti di donne le cui vite rimarranno immortalate dalla scrittura per la loro quotidianità fatta di abusi, soprusi e violenze.
Storie vere ma simboliche al tempo stesso: le vicende tragiche di cui sono protagoniste e narratrici sono assolutamente autentiche ma i loro nomi sono di fantasia, eccezion fatta per l’assessore alle Politiche sociali e alle Pari opportunità del Comune di Opera che l’ha fatto, afferma “per andare fino in fondo. Per le mie due figlie. E per senso di responsabilità nei confronti del mio ruolo di amministratrice”.

violenza donne 2
Mi piacerebbe che oggi, 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ma soprattutto sempre, la retorica lasciasse spazio alla concretezza dei gesti, che le parole si riempissero di contenuti, che le analisi basate su dati, percentuali, le espressioni di legittima costernazione presenti ovunque in questa circostanza fossero animate dalla volontà di agire. E che tutto non si risolvesse all’interno di una delle solite “giornate dedicate a …” di cui non comprendo molto il significato se non sono seguite da un’effettiva progettualità.
La legge sul femminicidio è assolutamente importante, ma se non è sorretta da una coscienza comune del problema e da un tangibile cambiamento di mentalità rischia di essere, ancora una volta, un contenitore vuoto.

Mi sembra doveroso, anche in una sede piccola come quella di un blog personale, lasciare spazio alla testimonianza di una delle donne di questo libro.
Qualche frammento, riproposto con estremo rispetto, tratto dal suo racconto.

È stato un pessimo marito, ma un buon padre.
Anche per questo pensavo che fosse tutta colpa mia.

Ci ho messo quindici anni a lasciarlo. Ma ora che ho passato i cinquanta e vado in giro con un segnalatore satellitare che mi collega 24 ore su 24 al Centro antiviolenza, ho ricominciato a vivere. Sono libera. Perché non ho più paura. Prima, invece, avevo solo paura: così tanta che di notte me la facevo addosso, come una bambina.
La prima volta che mio marito mi ha picchiata sono rimasta sorpresa, ma l’ho presa come una dimostrazione d’affetto: anche mio padre da piccola mi picchiava sempre. E lui era l’amore della mia vita, il padre di mio figlio: se mi menava era perché mi amava. Me lo meritavo, avevo sbagliato io. Anche lui me lo diceva, stai buona, mi ripeteva, non capisci niente.
L’ho sposato per amore. Era bello, brillante, così bravo a parlare. Gli piaceva uscire, viaggiare, amava i bei vestiti. Era diverso da tutti gli uomini che avevo incontrato prima. Mi avvolgeva di parole, mi affascinava, riusciva a farmi vedere bianca una parete nera. Anche se era davanti a me, nera, lui mi ripeteva in così tanti modi che era bianca che io ci credevo. Come avevo fatto a non accorgermene prima? Era nera. Come avevo potuto dubitarne, se lo diceva lui? L’amore della mia vita.
Le botte sono iniziate dopo sei anni di matrimonio, quando nostro figlio ha cominciato ad andare a scuola e mio marito a tirare di coca. Aveva già dimostrato la tendenza a vivere al di là dei suoi mezzi, la cocaina era un altro modo di darsi ancora più importanza: ancora più brillante, ancora più splendido. Non se ne accorgeva nessuno: lui con gli altri è sempre gentilissimo, spiritoso, divertente. Ancora oggi è circondato da amici, nessuno sembra sospettare niente. Quella nervosa, con i problemi, ero io.
Teneva la droga in casa, si faceva anche lì: io non volevo, c’era nostro figlio. E allora lui mi riempiva di botte. Ma solo quando era in astinenza: da “fatto” era calmissimo, di una tranquillità innaturale, passava le ore a giocare con il bambino. Su di lui non ha mai alzato le mani: è stato un pessimo marito, ma un buon padre.
Anche per questo pensavo che fosse colpa mia. Pensavo: devo aiutarlo a uscire dalla sua dipendenza. Non è lui, è la droga: se smette passa tutto. Era colpa mia che non riuscivo ad aiutarlo. Per “salvarlo” dalla cocaina sono precipitata nella disperazione. Avevo perso tutte le energie [ …. ]

E allora ho chiesto aiuto, non per lui, per me. Mi sono fatta ricoverare in clinica per depressione. Come se il problema fossi io. Una volta tornata a casa, ho continuato con la psicoterapia. Ma non andava bene neppure quello: mio marito non voleva. Per convincermi ha usato i suoi metodi: un giorno mi ha seguita, è entrato nello studio della psicologa nel pieno della seduta e ha spaccato tutto. La dottoressa lo ha denunciato, poi mi ha telefonato e mi ha detto che non poteva più ricevermi. Non mi ha dato l’indirizzo di qualcun altro, mi ha detto solo che non poteva più aiutarmi. Che era colpa mia se mio marito le aveva spaccato tutto.
Sono iniziati anni in cui lui continuava a picchiarmi e io continuavo a sopportare, anche se finivo in ospedale. “Che fa, viene tutte le sere?” mi dicevano al pronto soccorso. Io, a volte, inventavo delle scuse, a volte denunciavo. Allora i carabinieri facevano andare mio marito in caserma e ascoltavano le sue promesse. Poi mi chiamavano e chiedevano: “ Cosa vuol fare, vuole proseguire o si vuole mettere d’accordo?” E io ritiravo la denuncia. Ogni volta. Anche per loro le botte erano un “problema” che si doveva risolvere in famiglia. E io pensavo tutte le volte che magari era quella buona: sarebbe cambiato, avrebbe smesso di farsi. Era il padre di mio figlio, non lo volevo mandare in galera. In realtà ero dipendente: senza di lui non riuscivo a vivere. Mio marito aveva la coca, la mia droga invece era lui.

[ …. ]

Una vigilia di Natale è entrato in casa con un manganello nero, come quello delle guardie: io non l’avevo visto mai, solo in televisione. Ha iniziato a darmelo sulle gambe, era un dolore tremendo. Poi ha preso mio figlio e mi ha lasciata sola a casa, il 24 dicembre piena di lividi. La mattina dopo mi sono svegliata che avevo bagnato il letto. È stata la prima di tante volte.
Ad aiutarmi all’inizio non sono stati né i carabinieri né la psicologa, ma la Storia dell’Arte. In clinica avevo una compagna di stanza, Alessia. Era appassionata di pittura, ha iniziato a parlarmene, mi portava alle mostre: io non ne sapevo niente, ma mi è piaciuto subito. All’inizio non capivo l’importanza di un quadro. Allora ho iniziato a leggere le biografie dei pittori, prima quelli “maledetti”, a studiare la Storia dell’Arte da autodidatta, a interessarmi. Mi ha aperto la mente: ti dà un’altra sensibilità, lo spessore per capire le persone. Per la prima volta ho visto che avevo delle risorse. Non era vero che non capivo niente e che sapeva tutto lui.
Nello stesso periodo ho iniziato un percorso spirituale in una comunità cattolica. Al gruppo di preghiera mi hanno spiegato che non potevo “meritare” le botte: “Anche tu sei figlia di Dio, non è giusto che tu soffra così “ mi dicevano. Non ci avevo mai pensato. Alla fine mi hanno convinta a rivolgermi a un Centro antiviolenza, dove ho ricominciato la psicoterapia. Pian piano mi sono staccata da lui, ho iniziato e vedere le cose in modo diverso. Ci è voluto tempo, ma mi sono separata da mio marito. Sempre al Centro ho incontrato un’avvocata bravissima, Teresa Manente che è riuscita a portare il mio caso a processo. Erano passati dieci anni dalla prima volta che mi aveva picchiata ma il giorno dell’udienza ho fatto una cosa terribile. Ho spedito un fax in tribunale: ho ritirato il mandato all’avvocata e la richiesta di costituirmi parte civile. Mi hanno detto che la Manente, quando l’ha saputo, ha gettato la toga in terra. Ma io avevo paura. Mio marito non era cambiato: mi aveva minacciata e poi aveva bruciato il negozio di mia mamma, una donna di ottant’anni. Ho pensato: se ritiro la denuncia mi lascia stare. Non ero ancora pronta: continuavo a essere terrorizzata. Pensi sempre così. Se smetti di dare fastidio, se diventi invisibile, lui non ti picchierà più. Anche se non abitavamo più insieme andava e veniva da casa come voleva, minacciava chiunque avesse a che fare con me: avevo paura che, se fossi andata avanti col processo, avrebbe fatto del male alla mia famiglia.
Sono stata stupida, perché le cose non sono migliorate. Anzi, lui me l’ha fatta pagare: ha iniziato una vera persecuzione. Io lo vedevo e fuggivo. Lui mi aspettava, mi seguiva per strada, si materializzava a tutte le ore di fronte al mio negozio di alimentari.

[ …. ]

Mia madre e il resto della famiglia continuavano a ripetermi: “Non lo lasciare, sopporta, sennò ci fa del male.” E allora mi sono allontanata anche da loro. Era l’unico modo che avevo per proteggerli: mia mamma, che è anziana, non l’ho vista per un anno e mezzo.
Però per la prima volta ho iniziato a parlare di quello che mi succedeva con le mie amiche. Una mi ha detto. “Tu hai paura di morire, ma che hai paura a fare? Sei già morta, questa mica è vita.” Quelle parole mi hanno fatto scattare qualcosa: volevo vivere. Non avevo più niente da perdere. Per la prima volta dopo tanti anni ho cambiato la serratura di casa [ …. ] Appena ho avuto le nuove chiavi ho scritto su tutti i muri di casa, con il pennarello rosso: SONO USCITA DAL CANCRO, SONO USCITA DAL CANCRO.
A questo punto ho fatto un’altra cosa: ho chiamato l’avvocata Manente, anche se mi vergognavo, e le ho chiesto di riprendere il mio caso. Non ne voleva sapere. Le ho domandato scusa, le ho detto che sapevo di aver sbagliato. Mi ha fatto tribolare, ma poi mi ha mandato da un altro comando dei carabinieri, dove sapevano cosa fare, e hanno preso provvedimenti. L’avvocata mi ha fatto scrivere bene le denunce, in modo che non finissero al giudice di pace. Mio marito ha avuto subito il divieto di dimora nel Lazio. Poi è stato condannato per maltrattamenti a un anno, anche se per colpa mia non farà un minuto di carcere: mi sono ritirata dal processo, se fossi rimasta avrebbe potuto prendere quattro anni. Me ne sono pentita. Ma mi ha dato finalmente il divorzio. E ora dovrà affrontare un altro processo, per stalking.
Al Centro antiviolenza mi hanno messo in un programma speciale. Ho un dispositivo che mi permette di rimanere in contatto con la polizia 24 ore su 24: se vedo mio marito basta che prema un pulsante. Ma ora non serve più. Sono cambiata: ho visto che potevo fare delle cose, che la legge funziona. Lui intanto si è ammalato di tumore alla prostata e sono persino andata a trovarlo, forse per un vecchio rimasuglio della mia dipendenza, forse per mio figlio che abita con lui. Ma quando ho visto che non era in pericolo e che stava ricominciando con le sue persecuzioni, ho chiuso subito tutti i contatti. Non ho più paura, sono rinata. Lui non se lo sarebbe mai aspettato: la mia rinascita è stata la sua sconfitta.

Sara, cinquantasette anni, un figlio, dopo quindici anni ha lasciato il marito, che è stato condannato per maltrattamenti in famiglia ed è sotto processo per stalking. Ha appena ottenuto il divorzio ed è tornata a lavorare nel suo negozio di alimentari.

Non ho scelto a caso questo racconto, tra i tanti contenuti nel libro.
L’ho trovato particolarmente emblematico in quanto propone al suo interno delle dinamiche comportamentali frequenti in questi rapporti distorti e che hanno suscitato in me molta rabbia: l’atteggiamento della donna-crocerossina, la tendenza ad autocolpevolizzarsi ai limiti della perdita della dignità, la confusione tra amore e ciò che è solo desiderio di possesso.
Questa testimonianza è coinvolgente per un’altra ragione, oltre alla fine positiva della vicenda. Una presenza importante ha compensato il mio sentimento di sdegno: il ruolo salvifico, terapeutico anche, della cultura che, riprendendo le parole di Sara, “ dà lo spessore per capire le persone”, che non è un vanto ma un’esigenza, un bisogno primordiale.

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