L’estate del Villaggio

 

Paolo Villaggio e Faber, l’amico di sempre

 

«Due giovani: io avevo vent’anni appena compiuti e una ragazza di quindici anni che poi è diventata mia moglie. Eravamo abbracciati in un boschetto di pitosforo in una notte di primavera incredibile… Abbraccio questa ragazza, ne ero attratto fisicamente… Mi venne un’idea balzana. C’era un venditore di pezzi di noce di cocco, corro fin lì e dico:
«Mi dia un bicchiere.»
«Cosa vuole dentro?»
«Solo un bicchiere.»
Perché? Il cielo era a quei tempi, tempi non inquinati, pieno di lucciole lampeggianti in una notte senza luna. Allora, ho riempito il bicchiere di lucciole, l’ho rovesciato sul palmo della mano destra e con questa luce, una lanterna magica, ho illuminato il viso di mia moglie. L’emozione è stata enorme… Ho scoperto, a quella luce speciale e magica, qualcosa che non avevo visto mai alla luce solare: tante piccole lentiggini. Posso confessare che quello è stato di gran lunga il momento più felice della mia vita.»

Parole che un Paolo Villaggio anziano ed emozionato pronuncia in un’intervista a Porta a Porta del 6 febbraio 2015. Raccontandosi a Bruno Vespa, ricorda l’amicizia e la collaborazione con Fabrizio de André, la celebre Carlo Martello peraltro lato B di un 45 giri del 1963 il cui brano principale è Il fannullone. In entrambi i casi, Villaggio scrive i testi. Riconosce in Canzone dell’amore perduto dell’amico Faber il brano d’amore «musicalmente più valido.»

Ho riletto altre sue dichiarazioni in un articolo dell’agosto 1992 comparso su Repubblica , anche in questa occasione un Villaggio ventenne e innamorato.

«Maura era di un carineria assoluta. Io la vedo bellissima anche oggi, figuriamoci com’era irresistibile a sedici anni. Non ci siamo più lasciati. Era il ’53, nel ’59 ci sposammo. La canzone del nostro amore, la canzone della nostra prima estate era… Ma lo sa che non c’ erano belle canzoni, a quell’epoca? Senza fine e Il cielo in una stanza arrivarono molto dopo, negli anni Sessanta. La canzone che vide divampare il nostro amore invece diceva così: Che mele, che mele, sono rosse come il miele, un motivetto molto allegro di Gorni Kramer.»

In seguito, le sue estati.

«Avevo vent’ anni e praticamente vivevo ai Bagni Lido di Genova. Da noi non esisteva l’ estate intesa come vacanza, come viaggio, come andare altrove. La vacanza la facevi lì, a quaranta metri da casa. Si cambiava tipo di letture, un po’ meno impegnative data la stagione: si leggevano Urania e molti libri gialli, e si passava tutta la giornata al mare. Che naturalmente non era inquinato. Che aveva la riga del bagnasciuga piena di pomodori di mare. E aveva quella cresta che si chiama passeggiata dei granchi piena di ricci. Pesci-scoglio in quantità. Tanti gabbiani. E i cormorani… La nostra casa in corso Italia era inondata dal salino. Se stavi con la finestra aperta e poi ti passavi la lingua sulle labbra erano salate. I viali di tigli mandavano un profumo aristocratico, appena percettibile. Stordiva invece, a primavera, l’odore del pitosforo. Fare il bagno di notte, nelle notti senza luna, produceva un curioso effetto fosforescenza, la scia come quella di una cometa, stelline d’argento come in un cartoon di Walt Disney. Oggi credo che quella fosforescenza non esista più neanche ai Caraibi. E poi c’erano le mitiche lucciole di Pasolini. Migliaia e migliaia all’ inizio dell’ estate. Maura la illuminai con un bicchiere pieno di lucciole, una sera, nel boschetto dei pitosfori; non ho più smesso di amarla.»

«Il maestro Gimelli suonava la fisarmonica e le sue due sorelle – carine, capelli rossi, molto corteggiate – cantavano. Da un lato stavamo noi, dall’altro le ragazze. Portavano gonne scampanate molto larghe, si truccavano poco, avevano i capelli ancora umidi di mare e non usavano né deodorante né profumo. Quando ti piacevano, il loro odore era meraviglioso. Bevevano gazzosa, orzata, chinotto. La coca cola non me la ricordo, gli alcolici erano impensabili. Noi ragazzi portavamo gli zoccoli con la fascia di spugna, pantaloni con le pinces color carta da zucchero poiché i jeans non esistevano, e magliette da gondoliere a rigoni bianchi e rossi oppure bianchi e blu. Io ero un pessimo ballerino con mani spugnate, ma mi lanciavo ugualmente perché la danza era l’ unica occasione per avvicinare una donna. Si ballava il mambo, la raspa, il fox, lo slow, e le canzoni duravano anche quattro estati… Quando si ballava, o si tentava di ballare il boogie-woogie, ci levavamo gli zoccoli che puntualmente ci venivano rubati. La nostra canzone, credo fosse una raspa, era deliziosa. Diceva: che mele, che mele, sono rosse come il miele, sono rosse, sono grosse, sono buone da mangiare, abbiam pure le banane, il cocco e l’ananàs, tutta frutta prelibata che vien da Caracàs. Quell’ Italia così di provincia era un incanto. Maura era un tipo bizzarro e anticonvenzionale. Stavamo insieme dalle nove del mattino a mezzanotte senza stancarci mai e mia madre era assai diffidente perché in quegli anni le ragazze non avevano il permesso di uscire di sera.»

È questa l’immagine di Paolo Villaggio che mi accompagnerà: la dolcezza nei sentimenti, la poesia nelle descrizioni, insieme ai suoi monologhi televisivi ricchi di comicità paradossale, iperbolica, a tratti surreale, lo straordinario acume che gli faceva esprimere giudizi intelligentemente tranchant. Non è stato solo Fantozzi e Fracchia, ma anche magnifico interprete con Monicelli, Luciano Salce, Corbucci, Comencini e Pupi Avati per citare sono alcuni grandi maestri con cui ha lavorato. Non scorderò mai il prefetto Gonnella in La voce della luna di Fellini o il colonnello Sebastiano Procolo in Il segreto del bosco vecchio di Olmi, ruoli che gli valsero il David di Donatello nel ’90 e il Nastro d’argento nel ’94 sempre come migliore attore protagonista.

Nei numerosi memoriali comparsi su varie testate, mi stupisce che sia  ricordato soprattutto come il ragionier Fantozzi. Splendida caricatura, senza dubbio, rappresentazione tragi-comica di una realtà personale e lavorativa. Ho riso e mi sono commossa con i quadri grotteschi pennellati nei libri, in particolare il primo del ’71, dal linguaggio imprevedibile, volutamente scorretto, caustico e sardonico nel dipingere un ambiente di prevaricazione e vessazione. Ho amato molto i romanzi, un po’ meno i film in tutta sincerità. Ho sempre considerato Villaggio prima di tutto scrittore e autore.

Non piaceva a tutti, ma non gliene importava nulla. Credo che oggi riderebbe dell’attenzione che gli è riservata anche da chi, in vita, l’ha criticato e ha preso le distanze. Lo disse pure nell’intervista del ’92 a Repubblica:

«Come molti attori e molti artisti che si distruggono con le loro mani, anch’io provo un’enorme curiosità per quell’evento, so che la morte mi darà finalmente una vera grandissima emozione. Sarà un gran funerale, il mio. Verranno anche tutti quegli intellettuali che oggi mi snobbano e non mi salutano, e che mi hanno costretto a cambiare vita, a fare l’attore per davvero.»

Un saluto, quindi, e un grazie con una scena tratta dal film Il Belpaese di Luciano Salce, pellicola del 1977, storia di Guido Belardinelli  ambientata negli anni di piombo, un italiano medio che incappa, suo malgrado, nella criminalità organizzata ma incontra Mia. E l’Italia, che avrebbe voluto lasciare di nuovo ripartendo per la piattaforma petrolifera da cui era ritornato, gli appare diversa. Un lavoro secondo alcuni non perfettamente riuscito – e mi dissocio – una trama in certi momenti datata, ma non certo nella scena finale.

 

 

 

Città vecchia

 

Acrilico su cartoncino della copertina “La città vecchia – Delitto di paese” di Fabrizio De André

Acrilico su cartoncino della copertina “La città vecchia – Delitto di paese” di Fabrizio De André

Amo la parte vecchia di una città. Spesso dedali di piccole strade chiuse al traffico, scorci urbani simili a quadri, muri segnati da rughe profonde e ferite non rimarginate che trasudano esperienze e trasmettono lo scorrere del tempo, finestrelle senza soluzione di continuità alcune, oggi, con tendine candide ai vetri, altre spoglie a testimoniare anni non facili.

Si cammina, si osserva, s’immagina, si rivive come in una pellicola in bianco e nero.

Porte d’ingresso si alternano a negozietti e bar, antiche osterie oggi diventate perlopiù locali trendy, ma che uno sguardo attento non può non associare a epoche passate, agli incontri tra gli abitanti del quartiere. D’inverno, vetri appannati e inumiditi dal vapore dell’interno, sagome d’individui avvolti nel fumo, vociare confuso, luce fioca al soffitto. D’estate, tavolini all’aperto, partite a carte, chiacchiere in dialetto davanti a un buon bicchiere di vino, profumo di tabacco volteggiante in spirali al passaggio di un raro refolo di vento.

La parte vecchia è l’anima della città, quella che più la fotografa, che s’identifica con l’immagine di chi l’ha abitata, donne e uomini umili che alla vita hanno chiesto poco e ricevuto ancor meno. Una città nella città.

Oggi i turisti portano il nuovo, i loro portafogli si aprono generosamente per accaparrarsi un ricordo, fanno tintinnare le casse; il loro via vai non riesce tuttavia a cancellare le impronte di scarpe consunte o ciabatte slabbrate, proprio come i souvenir appesi ai mattoni a vista non tamponano gli spazi di un tempo che fu.

Amo gli odori della città vecchia: l’umidità ammuffita emanata dalle grate sui marciapiedi, cantine oggi forse dimenticate, il profumo del ragù, della frittura di pesce, delle frittate… , la città vecchia è simile ovunque nel risvegliare sensazioni.
Amo anche l’odore di umanità, della folla multietnica che si accalca nelle ore di punta e si sovrappone, si fonde e confonde, nell’immaginario, ai personaggi di un tempo, icone di una vita libera, istintiva, autenticamente antiborghese.

Città vecchia

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

(Umberto Saba, Trieste e una donna, 1910-1912; in Il Canzoniere, vol I, Einaudi, 1945, prima ed.)

Una via oscura, turpe in cui il suo pensiero si fa più puro.
Paradosso? No. La gente che popola la città vecchia è molto vicina all’autenticità dell’esistenza: la sua vitalità è per Saba un valore positivo, nella sua umiltà ritrova l’infinito, in questo detrito umano riconosce la presenza di un Creatore, di un Padre capace di elevarlo e conferirgli la dignità che una tranquilla mentalità benpensante ha tolto. La sofferenza purifica queste creature della vita e, con esse, chi osserva.

Quadri di vita popolare in un quartiere portuale: è la Trieste di Saba, è la Genova di Faber.

Il brano, uscito nel 1964 in un singolo, fu inserito due anni più tardi nell’album Tutto de André.

tutto de André

Dalla poesia di Saba ai versi in musica di De André è trascorso più di mezzo secolo, eppure sembra che nulla sia cambiato.
La prostituta diventa la bimba che canta la canzone antica della donnaccia, che imparerà il mestiere con l’esperienza, poco importa se manca la vocazione. È il suo destino, lì, e diventerà anche lei, forse, l’ossessione di un vecchio borghese bavoso, magari professore, schiavo delle sue voglie, capace di chiamarla con disprezzo pubblica moglie di giorno (specie di troia nella versione originale censurata) e disposto a pagare qualunque prezzo di notte per provare la gioia del sesso trasgressivo.
Il vecchio che bestemmia si trasforma in quattro pensionati avvinazzati che cercano la felicità dentro a un bicchiere per dimenticare di essere stati presi per il sedere.

L’ambientazione e le osterie: a Trieste, a Genova, nei bassifondi di Milano o Roma, Napoli o Palermo si assomigliano tutte, luoghi simbolici del degrado, dell’emarginazione e vite difficili, che sia il detrito di Saba o i quartieri di Faber dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, un Dio troppo impegnato a scaldar la gente d’altri paraggi.

Di fronte a tale realtà, l’osservatore può giudicare, provare disgusto, condannare oppure scoprire nel profondo un’umanità comune a tutti.

Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non son gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

canta Faber

sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

scrive Saba.

Per entrambi, individui come specie di eroi illuminati da Dio o dimenticati dai raggi della sua luce. Diversa idea di fondo, ma medesimo senso di solidarietà, stessa pietas e assenza di commiserazione.
Un’umanità da cambiare, da redimere forse? Non vedo desiderio di risolvere i mali del mondo: la città vecchia è così, è quella reale, la visione disillusa è ben lontana da sentimentalismo o utopie irraggiungibili. La sintesi è nella comprensione mostrata da chi ne percorre angoli e vicoli, nella capacità di riconoscersi umili e bisognosi di uno sguardo umano. Tutti, indistintamente.

 

Leggere Spoon River con #TwiFaber

Fine febbraio e inizio marzo 2015: due settimane dedicate all’unione tra poesia e musica.
Non una serie di conferenze, nemmeno un programma di concerti o spettacoli teatrali, ma un reading collettivo su un social network.
Twletteratura nasce con questo obiettivo: unire persone leggendo e commentando insieme su “Twitter libri e contenuti culturali”, recita la bio dell’account.
A cent’anni dalla sua pubblicazione, ecco la proposta di ricordare la Spoon River Anthology (New York, 1915) di E. L. Masters attraverso la stupenda versione italiana di Fernanda Pivano del 1943

antologia-di-spoon-river_fronte

e la reinterpretazione in musica di alcune poesie in Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio de André.

De André1

De André

Ed ecco Leggi Spoon River con #TwiFaber dal 18 febbraio al 7 marzo con un calendario ben preciso.
Anche se reiterati in un arco temporale abbastanza lungo per le modalità comunicative di Twitter, 140 caratteri non mi bastano per esprimere ciò che provo mentre leggo alcuni versi e ascolto la voce profonda e calda di Faber; questo spazio vuole dunque essere un contributo all’iniziativa e un tributo all’artista, un altro.

I testi di Non al denaro, non all’amore né al cielo s’ispirano ad alcune poesie dell’Antologia di Spoon River, non ne sono la trasposizione letterale messa in musica. I versi di De André e Bentivoglio sono creature nuove che, sollecitate dalla lettura di un libro coinvolgente, spiccano il volo da sole. È del tutto naturale quindi cogliere affinità e differenze.

Spoon River è un luogo immaginario. E. L. Masters l’ha creato unendo idealmente le due cittadine dell’Illinois, Petersburg e Lewistown – quest’ultima non lontana dal fiume Spoon – dove l’autore trascorse i suoi anni di bambino, adolescente, ragazzo ventenne osservatore critico del mondo, in grado di percepire le contraddizioni umane e le bassezze di una ristretta comunità borghese, quella del reinventato Spoon River appunto.
Masters immagina la collina della piccola città, il cimitero dove sono sepolti i suoi abitanti che, uno dopo l’altro, iniziano a parlare recitando i loro epitaffi: racconti di vita, emozioni vissute, ingiustizie perpetrate o subite, prove affrontate e spesso non superate. Ogni poesia è un monologo in cui i vari personaggi si esprimono con sincerità: in ironico distacco e anche rifiuto delle scritte incise sulle loro lapidi, sollevano il velo di un’immagine finta e idilliaca che li ha accompagnati fino alla sepoltura, tolgono la maschera d’ipocrisia e si propongono per ciò che veramente sono stati.
La morte rende onesti; non dovendo più programmare un futuro e non avendo più nulla da perdere, la finzione diventa inutile. Non solo. La morte rende uguali; esiste nulla di più democratico?

THE HILL         E.L.Masters
Where are Elmer, Herman, Bert, Tom and Charley,
The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter?
All, all are sleeping on the hill.
One passed in a fewer,
One was burned in a mine,
One died in a jail,
One fell from a bridge toiling for children and wife –
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.
Where are Ella, Kate, Mag, Lizzie and Edith,
The tender heart, the simple soul, the loud, the proud, the happy one?
All, all are sleeping on the hill.
One died in shameful child-birth,
One of a thwarted love,
One at the hands of a brute in a brothel,
One of a broken pride, in the search for heart’s desire,
One after life in a far-away London and Paris
Was brought to her little space by Ella and Kate and Mag –
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.
Where are Uncles Isaac and Aunt Emily,
And old Towny Kincaid and Sevigne Houghton,
And Major Walked who had talked
With venerable men of the revolution? –
All, all are sleeping on the hill.
They brought them dead sons from the war,
And daughters whom life had crushed,
And their children fatherless, crying –
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.
Where is Old Fiddler Jones
Who played with life all his ninety years,
Braving the sleet with bared breast,
Drinking rioting, thinking neither of wife nor kin,
Nor gold, nor love, nor heaven?
Lo! he babbles of the fish-frys of long ago,
Of the horse races of long ago at Clary’s Grove,
Of what Abe Lincoln said
One time at Springfield.
LA COLLINA        F. Pivano
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.
Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutti, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione? *
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

Tutti, indistintamente, dall’uomo forte all’abulico, dalla donna vittima all’idealista, dai Generali agli orfani di guerra

All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill
Tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina

Un individuo in particolare si staglia in questo quadro e spicca sugli altri: Old Fiddler Jones , il vecchio suonatore Jones, l’unico capace di giocare con la vita fino alla fine – who played with life all his ninety years –-, il solo che abbia tratto godimento da ogni esperienza senza alcun timore.

drinking rioting, thinking neither of wife nor kin,
Nor gold, nor love, nor heaven
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo

Non è un semplice personaggio, è una voce che babbles / ciancia delle sue storie passate, non grandi avventure ma una scelta di vita che l’ha reso felice.
Cos’è diventata La Collina nella penna della coppia De André – Bentivoglio?

 

DORMONO SULLA COLLINA
Dove se n’è andato Elmer
che di febbre si lasciò morire
Dov’è Herman bruciato in miniera.
Dove sono Bert e Tom
il primo ucciso in una rissa
e l’altro che uscì già morto di galera.
E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
dal ponte volò e volò sulla strada.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella e Kate
morte entrambe per errore
una di aborto, l’altra d’amore.
E Maggie uccisa in un bordello
dalle carezze di un animale
e Edith consumata da uno strano male.
E Lizzie che inseguì la vita
lontano, e dall’Inghilterra
fu riportata in questo palmo di terra.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
Dov’è Jones il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant’anni
e con la vita avrebbe ancora giocato.
Lui che offrì la faccia al vento
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo.
Lui sì sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate
sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
“Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”

 

I personaggi sono gli stessi: medesimi i nomi, medesime le cause dei decessi; ci si chiede ripetutamente ancora dove siano e la risposta è la morte, giudice implacabile che non guarda in faccia nessuno e che, dovuta a incidente, sentenza, violenza o durezza del lavoro, mette tutti sullo stesso piano.
Considerata la sensibilità di De André per alcune tematiche, è logico che abbia enfatizzato la riflessione sulla guerra. Già Masters la considera un male; i Generali e i Comandanti tuttavia restano coraggiosi uomini d’onore, mentre Faber li assimila a guerrafondai orgogliosi dei “cimiteri di croci sul petto” e responsabili di inutili morti eroiche.
E il suonatore Jones? Be’, in Faber diventa un personaggio quasi mitico, e lo è con ancor più forza nell’omonima canzone, poiché si riconosce in lui.

In Spoon River La Collina è una sorta d’introduzione ai veri e propri epitaffi.
L’umanità che anima le pagine dell’Antologia è varia: bambini e adulti, mariti e mogli, prostitute e ladri, assassini e suicidi, ubriaconi e banchieri, scienziati e filosofi, poeti e contadini. La diversità è annullata dalla morte.
Il tono dei loro monologhi può apparire distaccato, privo di sentimentalismo languido; prevale lo sguardo oggettivo poiché contano sincerità e verità. Qua e là si percepiscono tuttavia alcune sfumature di tenerezza, qualche accento di fragilità, segno del coinvolgimento emotivo dell’autore che entra nella narrazione. Non può soffocare la sua sensibilità quando queste anime parlanti, dall’aldilà, inneggiano alla vita e all’amore.

Francis Turner è straordinario.

FRANCIS TURNER    E.L. Masters
I could not run or play in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink-
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines–
There on that afternoon in June
By Mary’s side–
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.
FRANCIS TURNER    F. Pivano
Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

Il suo “cuore malato” l’ha messo nella condizione di non poter partecipare alla vita come gli altri; eppure la sua è finita in un atto d’amore: un bacio dato con l’anima.

Francis Turner diventa Il malato di cuore di Faber.

 

UN MALATO DI CUORE
Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo.
Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.
Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.
Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no non ricordo,
se fu troppo sgomento o troppo felice.
E il cuore impazzì e ora no non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce.
E fra lo spettacolo dolce dell’erba
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.
E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non mi riesce di sognare con loro.

È amplificata l’inadeguatezza fisica; il dinamismo e la vitalità altrui scorrono davanti ai suoi occhi, lui può solo guardare e desiderare.
Ma non prova mai invidia, pur essendo nelle condizioni di farlo. La menomazione non ha annientato la sua voglia di vita e ha potuto regalare un sorriso in un ultimo ed estremo atto d’amore di cui ricorda poco – le cosce color madreperla rimasero forse un fiore non colto – perché il suo “cuore impazzì” ma rimase sulle labbra di lei. E l’anima partì insieme a questo bacio.
Come racconta lo stesso Faber a Fernanda Pivano ¹, umanamente si salva chi trova un’alternativa: “a trionfare sono i disponibili”.

Il violinista Jones è un altro “disponibile”.
La sua esistenza piena e felice fa di lui un personaggio positivo nell’Antologia. Un uomo realizzato, a modo suo, appagato dalla musica che arricchì di passione e senso di libertà una vita povera e dura.


FIDDLER JONES        E.L. Masters

The earth keeps some vibration going
There in your heart, and that is you.
And if the people find you can fiddle,
Why, fiddle you must, for all your life.
What do you see, a harvest of clover?
Or a meadow to walk through to the river?
The wind’s in the corn; you rub your hands
For beeves hereafter ready for market;
Or else you hear the rustle of skirts
Like the girls when dancing at Little Grove.
To Cooney Potter a pillar of dust
Or whirling leaves meant ruinous drouth;
They looked to me like Red-Head Sammy
Stepping it off, to “Toor-a-Loor.”
How could I till my forty acres
Not to speak of getting more,
With a medley of horns, bassoons and piccolos
Stirred in my brain by crows and robins
And the creak of a wind-mill–only these?
And I never started to plow in my life
That some one did not stop in the road
And take me away to a dance or picnic.
I ended up with forty acres;
I ended up with a broken fiddle–
And a broken laugh, and a thousand memories,
And not a single regret.

IL VIOLINISTA JONES       F. Pivano

La terra ti suscita
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Che cosa vedi, una messe di trifoglio?
O un largo prato tra te e il fiume?
Nella meliga è il vento; ti freghi le mani
perché i buoi saran pronti al mercato;
o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
Mai una volta diedi mani all’aratro,
che qualcuno non si fermasse nella strada
e mi chiedesse per un ballo o una merenda.
Finii con le stesse terre,
finii con un violino spaccato –
e un ridere rauco e ricordi,
e nemmeno un rimpianto.

La terra vibra come le corde del violino e come i battiti del cuore di Jones, “Suonare” gli “tocca per tutta la vita”, ma non è un sacrificio, è un dono che fa agli altri. Regala la sua arte e se stesso in un atto di disponibilità gratuita. Come avrebbe potuto coltivare le sue terre quando l’alternativa era elargire piacere con la sua musica esaudendo ogni richiesta? I campi rimasero incolti, Jones non diventò latifondista e finì con un violino spaccato. Ma nessun rimpianto. Non conobbe ambizione o desiderio di ricchezza, o non permise loro d’impadronirsi dei suoi giorni e dei suoi anni. La sua vita è stata una scelta e nella sua tomba hanno seppellito il suo corpo, non la sua libertà.

Per Jones la musica non è un mestiere, è un’alternativa” dice De André ¹ : naturale che nel disco Il Suonatore Jones diventi la sintesi del messaggio di Faber.

IL SUONATORE JONES
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Con il suo flauto, Jones è molto più di un personaggio fra tanti. Il musicista racchiude il significato dell’intero album: vivere esperienze, passioni, regalare emozioni senza rimpianti.
L’attenzione per l’altro e la disponibilità sono fonti di speranza e permettono di vincere rabbia, delusione, frustrazione.

 ¹ intervista del 25 ottobre 1971 stampata sul retro della custodia del vinile

Time goes by, no time to cry

A pochi giorni da alcuni pensieri sul Tempo, eccomi qui di nuovo a rifletterci ancora, da una prospettiva diversa: il suo scorrere incessante che accompagna l’esistenza in un divenire continuo e irreversibile.
È il nostro compagno da accogliere con lucida razionalità.

La vita è una parabola: nascita, infanzia, adolescenza, età adulta, maturità, vecchiaia, morte. La sua durata ha un limite e non ne siamo padroni. Non è fatalismo; è semplice e realistica presa d’atto. Non è nemmeno rassegnazione; è convivenza, più o meno felice, con i segni del Tempo che passa visibili anche sul nostro corpo.

Esistono tuttavia vite che definirei “privilegiate” perché in grado di sopravvivere al Tempo per quanto lasciano in eredità.
Sono le vite degli artisti che hanno un termine, come ogni altra, ma che non muoiono mai. Scompaiono un istante per riapparire sotto altre sembianze: versi, prosa, colori, note, parole, strumenti per superare la barriera della mortalità.
Lo si verifica con i grandi scrittori, pittori e fotografi; vale anche per musicisti, che siano grandi compositori del passato o più moderni cantautori recentemente e prematuramente scomparsi.
L’emozione provata a ogni rilettura, a ogni nuova contemplazione, a ogni riascolto strappa all’oblio uno scritto, un quadro, una fotografia, un brano musicale, il loro bagaglio di sentimenti e immagini che rinascono ciclicamente con il benefico effetto di cancellare il senso della separazione.

È così che penso a Pino Daniele – la cui scomparsa mi ha molto toccata – ma anche a Mango e Joe Cocker, Lucio Dalla, compagni di fasi diverse della mia vita; esattamente così come reincontro idealmente Giorgio Faletti o, per tuffarmi nel passato, Albert Camus, Rimbaud, Van Gogh (l’elenco sarebbe davvero lungo …).
Questo mio non è un puzzle disarmonico: l’artista è tale sempre e comunque se ha dato il meglio di sé e lasciato un’impronta tramite le sue personali scelte espressive.

Mi sono sempre chiesta come mai scrittori, poeti, musicisti abbiano spesso dedicato parole o note alla loro arte. Credo perché fossero loro stessi convinti del suo potere di rendere eterni pezzi di vita e parti di mondo.

Il mio canto se ne va
a cercare un’immagine che
bisboccia per tutta la casa
come fosse una rosa
una rosa senza età

canta Mango nel brano Nella mia città

Who knows what tomorrow brings
in a world where few hearts survive
all I know is the way I feel
when it’s real
I keep it alive

Chissà cosa ci porta il domani
in un mondo dove sopravvivono pochi cuori
tutto ciò che so è come mi sento
quando è vero
lo mantengo vivo

risponde Joe Cocker in Up where we belong

E la quasi “programmatica” Musica Musica di Pino Daniele?

Per la musica musica
quanto ho pianto non lo so
ma la musica musica
è tutto quel che ho

Il modo migliore per fare rivivere questi artisti non è commemorarli per un giorno, forse due; è ascoltarli, riascoltarli e ascoltarli ancora.
Inserisco i CD e la musica risuona per la casa esattamente come questa mattina le note di Quanno chiove uscivano dalla radio e riempivano la mia stanza ancora buia.

 

lineaSeparatrice

 

11 gennaio 2016

 

Il 14 maggio 2015 ci ha lasciati B. B. King. la leggenda del blues – genere che amo in modo particolare – ieri, 10 gennaio 2016, un altro grande artista, David Bowie, l’ha raggiunto; oggi, 11 gennaio, è l’anniversario della morte di De André.
A loro dedico le riflessioni sulla musica aggiungendo l’allegro invito proprio del Duca Bianco che, in coppia con Mick Jagger, inneggia alla musica e alla sua forza aggregante in Dancing in the street

All we need is music, sweet music
There’ll be music everywhere
……………………….
It’s an invitation across the nation,
a chance for folks to meet

E come non pensare immediatamente al  Suonatore Jones?
“Per Jones la musica non è un mestiere, è un’alternativa” dice Faber in un’intervista a Fernanda Pivano del 1971. Naturale che nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo Il Suonatore Jones diventi la sintesi del messaggio di De André.
“Suonare” gli “tocca per tutta la vita”, ma non è un sacrificio, è un dono che fa agli altri. Regala la sua arte e se stesso in un atto di disponibilità gratuita. Come avrebbe potuto coltivare le sue terre quando l’alternativa era elargire piacere con la sua musica esaudendo ogni richiesta? I campi rimasero incolti, Jones non diventò latifondista e finì con il “flauto spezzato”. Ma nessun rimpianto. Non conobbe ambizione o desiderio di ricchezza, non permise loro di impadronirsi dei suoi giorni e dei suoi anni. La sua vita è stata una scelta e nella tomba hanno seppellito il corpo, non la libertà.

Mi unisco quindi a due grandi, Joe Cocker e B. B. King, cantando insieme a loro, rispettivamente in Up where we belong e Everyday I Have The Blues con e per tutti gli artisti

Time goes by
no time to cry

I’m gonna pack my suitcase, move on down the line
Yes I’m gonna pack my suitcase, move on down the line
Where there ain’t nobody worried
And there ain’t nobody crying

Infine, un omaggio a David Bowie

 

De André e Villon: poesia tra infamia e misericordia

Oggi è il 15° anniversario della morte di Fabrizio De André (11 gennaio 1999), uno dei grandi cantautori/poeti che hanno arricchito il panorama musicale italiano.

In quest’occasione voglio ricordare l’artista che è stato e che é, in quanto reso immortale dalle sue composizioni, pubblicando parte di un lavoro che mi ha vista collaborare con una mia ex alunna, Margherita Campelli, ora studentessa universitaria di Lingue e Letterature Straniere.

Lei, come me, appassionata di De André, e, come me, amante di poesia e narrativa francesi.

Abbiamo unito forze e idee in un’analisi comparata tra alcuni brani del cantautore genovese e testi di François Villon, poeta cui è normalmente accostato, anche perché lui stesso ne ha tessuto l’elogio nella prefazione dell’opera, curata da Luigi de Nardis François Villon, Poesie (Feltrinelli Milano, 1996).

Una lettera che potrebbe essere stata scritta ieri, o addirittura oggi e in cui, a tratti, De André sembra stia parlando di sé, dei suoi testi, dei personaggi, delle figure, dei simboli che li animano, delle questioni che li sostanziano, della sua direzione ostinata e contraria.

Caro François,

Nel 1963 mi capitò di leggere su un quotidiano che in Sud Africa le autorità celebravano senza saperlo il cinquecentesimo anniversario  della tua scomparsa: la corte di Johannesburg aveva destinato all’impiccagione otto presunti  malviventi, naturalmente neri. L’estensore dell’articolo così descriveva il disperato infantile esorcismo del loro terrore: “Ballavano e cantavano sotto le corde prima di essere appesi”. Poi si dilungava appena nel macabro dettaglio del subito dopo. “Scalciarono per un po’, alcuni sono durati un attimo, altri qualche minuto.”

Mi prese la rabbia giusta per scrivere una ballata. [ … ] Se non avessi trovato in te un così importante predecessore probabilmente la mia canzone non porterebbe il titolo che tu mi hai suggerito: finalmente trovo l’occasione per ringraziarti.

Più di una volta nel chiudere il libro delle tue ballate mi sono chiesto che cosa si nasconda dietro i tuoi versi: la vita inquieta e mascalzona del poeta di strada o l’astuzia premeditata del cortigiano colto che di quella vita si è appropriato per conferire una credibilità altrimenti sospetta alla propria opera poetica. Sono domande alle quali ancora oggi mi viene da rispondere con un perentorio “chi se ne frega”. Che la leggenda corrisponda a verità, che la verità si sia fatta leggenda o che infine la leggenda sia diventata verità,  di assolutamente vero restano i tuoi versi  [ … ]

Biografie lacunose, poco più che pettegolezzi fortunosamente cuciti da brandelli di storia ti descrivono avventuriero e assassino prima che di te si perda la traccia e comunque io ti riconosco poeta della carità, per lo scandalo delle passioni sfrenate, per le risate scomposte a schermare inauditi dolori, per le inaccettabili sofferenze che sorgono dal tuo canto e toccano il cuore e la mente di chi ti legge, e ancora e soprattutto per i tuoi lasciti. Nel tuo testamento è sempre un regalare, anche scherzoso e crudele, qualche cosa a qualcuno, con la sgangherata prodigalità di chi è fuori da ogni casta e non appartiene a niente e a nessuno.

Così che nessuno, scrittore o poeta, pensatore o saggista, giurista o filosofo che abbia voluto trattare il dolore o la gioia del corpo e del cuore ha potuto rinnegare la tua eredità o esimersi dal confrontarsi con la magia della tua parola. [ … ]

Penso a tutti i poeti francesi che sono arrivati dopo di te [ … ]

C’è un filo, o piuttosto una corda spessa, che lega l’antico maestro ai suoi allievi dalle più disparate inclinazioni: per primo tra i profani tu hai dato alla forca dignità poetica, hai fatto dell’appeso qualcosa di sacro, di eterno, simbolo inquietante di impermanenza e disagio. Certo, quando si esce da una guerra – e quella durava da cento anni – le impellenze dei sopravvissuti sono molte e diverse: sradicati da ogni tabù gli impulsi, sfrenato il desiderio di recupero di una vita salvata, sì, dalla morte, ma impegnata a nascondersi, a scappare, a offendere e violare per non essere violata e offesa. Non erano tempi di regole quelli in cui sei vissuto svenandoti di poesia nell’osservare ogni verità mutare nel suo contrario [ … ]

Io ti scrivo da un’altra epoca illuminata di ragione e di tecnica, dove l’uso della corda che fa sapere al tuo collo quanto pesa il tuo culo si è fatto più raro e lontano senza tuttavia scomparire del tutto. La stessa guerra, rinnovatasi di cento in cento anni, non è ancora finita e gli uomini amano come allora menare le armi e le mani e se non ci sono più le caldaie per fare bollire i falsari, gli strumenti per dare la morte si sono perfezionati al punto che uno solo di quei cento onnipotenti … può decretare la fine dell’umanità in un tempo così breve quanto la pressione di un dito su un pulsante.

Una moderna forma d’indagine che studia gli uomini come masse di casi dividendo il risultato per il numero senza distinguerne i diversi individuali destini, ci informa che oggi siamo tutti molto più ricchi di quanto non lo fossero i tuoi contemporanei, eppure le richieste di aiuto da parte di poveri si fanno ogni giorno più disperate e impellenti ottenendo esiti peggiori della tua Istanza a Monsignore di Borbone perché ti facesse un prestito grazioso di sei scudi. Ancora oggi siamo capaci di forti sentimenti ma più volentieri li trasformiamo in lacrime seduti a teatro di fronte al dramma di Oreste o di Amleto e ritornando a casa a occhi asciutti non degniamo neppure di uno sguardo la nostra vicina intenta a contare gli spaghetti per sfamare i figli.

Se la tua grossa Margot – ti montava da sopra per non sciuparsi il frutto, qui da noi stimati professionisti violentano le bambine più volentieri mettendosele di sotto e usano una moderna tecnica di fissaggio delle immagini per immortalare lo stupro.

Oggi nessuno fugge più e se per te da qui a Rossiglione / non esiste macchia o cespuglio / che non porti un lombo del mio giubbone/ oggi le macchie, i cespugli, gli alberi e i boschi scompaiono rapidamente trasmutando in cataste di legna e denaro.

E poi dove fuggire? Ora si sa tutto di tutti: un mobile iridescente ci informa ogni giorno e in tempo reale, come si usa dire, sul dolore, sulla vergogna, sul fragoroso germogliare dei grandi riti e sulla fame. Si sa tutto di tutti senza capire niente di niente perché nessun obiettivo è capace, come lo erano i tuoi occhi, di trasformare l’emozione nella nostra stessa carne, così che tutto scorre e si mescola e non rimane che un confuso rumore di fondo, poco più che un ronzio.

Ora ti saluto consapevole del fatto che quando si tratta di poeti è meglio lasciar parlare loro e non perdere troppo tempo nel tentativo di spiegarli.

Ma ti lascio con la convinzione, caro François, che quel Dio che tanto teneramente hai saputo invocare tra una rissa, una taverna e un bordello, si sia comportato meglio degli accademici compilatori del catalogo della Pléiade: e se proprio come loro non ha voluto ricordare i tuoi versi, sicuramente non ha dimenticato il tuo volto.

Fabrizio De André

Parole stupende dell’artista De André, cantautore, poeta, narratore, affabulatore, con le quali ci consegna l’eredità di Villon, quello che ha rappresentato per la poesia francese, e non solo, e ciò che è stato per lui.

Gli si dichiara debitore della sua Ballada degli Impiccati, contenuta nell’album Tutti morimmo a stento del 1968, che in effetti ricorda alcuni aspetti dell’omonimo testo di Villon, conosciuto anche come Epitaffio Villon (1462-1463)

tutti morimmo a stento

La Ballata degli impiccati (De André)

Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce.

L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta.

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora.

Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo
di chi muore senza perdono.

Chi derise la nostra sconfitta
e l’estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.

Chi la terra ci sparse sull’ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch’egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.

La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

L’epitaphe Villon

(Ballade des pendus)

Frères humains, qui après nous vivez,
N’ayez les coeurs contre nous endurcis,
Car, si pitié de nous pauvres avez,
Dieu en aura plus tôt de vous mercis.
Vous nous voyez ci attachés, cinq, six:
Quant à la chair, que trop avons nourrie,
Elle est piéça dévorée et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et poudre.
De notre mal personne ne s’en rie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

Se frères vous clamons, pas n’en devez
Avoir dédain, quoique fûmes occis
Par justice. Toutefois, vous savez
Que tous hommes n’ont pas bon sens rassis.
Excusez-nous, puisque sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous préservant de l’infernale foudre.
Nous sommes morts, âme ne nous harie,
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

La pluie nous a débués et lavés,
Et le soleil desséchés et noircis.
Pies, corbeaux nous ont les yeux cavés,
Et arraché la barbe et les sourcils.
Jamais nul temps nous ne sommes assis
Puis çà, puis là, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charrie,
Plus becquetés d’oiseaux que dés à coudre.
Ne soyez donc de notre confrérie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

Prince Jésus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu’Enfer n’ait de nous seigneurie :
A lui n’ayons que faire ne que soudre.
Hommes, ici n’a point de moquerie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absoudre!

L’epitaffio di Villon

(Ballata degl’impiccati)

Fratelli umani, che ancora vivete,
Non abbiate per noi indurito cuore,
Ché, se pietà di noi miseri avete,
Grazia da Dio ve ne verrà maggiore.
In cinque, sei qui appesi ci vedete:
Quella carne, che troppo abbiam nutrita,
Da tempo è divorata e imputridita.
E noi, or ossa, sarem cenere e polvere.
Della nostra sventura non si rida,
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

Se vi chiamiam fratelli, non dovete
Disdegnare tal nome, anche se fummo,
Messi a morte dal boia: voi sapete
Che gli uomini hanno tutti poco senno;
Per noi, poiché siam morti, intercedete
Presso il figliuolo di Maria, Gesù,
Che la sua grazia ci spenga la sete,
E ci preservi dalla nera folgore.
Siam morti, uom non ci molesti più;,
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

La pioggia ci ha lavato e lisciviati,
E il sole disseccati e fatti neri;
Le piche e i corvi gli occhi ci han cavati,
E strappato dal cranio e ciglia e peli.
Non ci è dato ristare un sol momento;
E di qua e di là, a mutar di vento,
Senza posa balliamo a suo piacere;
Ditàli siam, dai becchi crivellati.
State lontani dai nostri peccati,
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

O Principe di tutto, Gesù eterno,
Fa’ non ci abbia in sua balìa l’Inferno:
Tra quello e noi nulla sia da risolvere.
Uomini, non c’è qui scherzo né scherno;
Pregate Iddio perché ci voglia assolvere!

(traduzione di Luigi de Nardis, François Villon, Poesie, Feltrinelli Milano, 1996)

La Ballata degli Impiccati è indubbiamente una delle liriche più note di Villon, composta probabilmente quando era in carcere, condannato a morte, pena mai espiata. La sua biografia è interessante, inquietante per alcuni aspetti; la sua vita è in gran parte avvolta nel mistero attorno al quale si è progressivamente, nei secoli, costruita un’autentica leggenda letteraria.

È un appello vibrante alla solidarietà e alla comprensione, umana e divina.

Da morti, gli impiccati si rivolgono ai vivi, che chiamano fratelli, fratelli nella miseria, invocando la loro pietas, sentimento di condivisione nel comune destino di una morte certa.  Pregano Cristo, l’unico che possa salvarli dall’Inferno e assolverli dal male commesso.

Un senso di pentimento pervade questi versi: al grido di disperazione si unisce la speranza della salvezza, la fiducia profonda nell’umanità dell’altro e nella misericordia divina, la totale assenza di un sentimento di odio e rancore verso una giustizia umana che li ha così barbaramente condannati.

Diverso l’approccio di De André.

Nessuna pietà per chi li ha fatti morire in modo atroce, lentamente, a stento. Infatti esalano l’ultimo respiro gridando la loro rabbia, pronunciando l’ultima bestemmia e augurando a chi li ha derisi di morire nello stesso modo soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo. Nessuno ha il diritto di trucidare un proprio simile.

Gli impiccati di De André muoiono con la certezza di non essere perdonati; gli impiccati di Villon muoiono con la speranza di esserlo. Nessuno dei due ne è certo, ma è indubbio che la prospettiva sia diversa.

Rispetto alla tradizionale analisi comparata dei due testi che è solitamente proposta, a Margherita e a me è parso più vicino ai versi di Villon il brano di De André che conclude proprio l’album citato: si tratta di Recitativo (Due invocazioni e un atto d’accusa) e Corale (Leggenda del Re infelice) in cui il recitato di De André si alterna con strofe di Corale cantate da un coro di voci bianche.

Recitativo (Due invocazioni e un atto d’accusa) e Corale (Leggenda del Re infelice)

Recitativo
Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei
noi che invochiam pietà siamo i drogati
Dell’inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna
Corale
C’era un re
che aveva
due castelli
uno d’argento
uno d’oro
ma per lui
non il cuore
di un amico
mai un amore né felicità
Recitativo
Banchieri, pizzicagnoli, notai
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate.
Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca
Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l’umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all’orrenda agonia
votaste, decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?
Corale
Un castello
lo donò
e cento
e cento amici trovò
l’altro poi
gli portò
mille amori
ma non trovò
la felicità
Recitativo
Uomini cui pietà non convien sempre
mal accettando il destino comune
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine
Uomini, poiché all’ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce
come cresce il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce
Corale
Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà
per pietà
per pietà

Nel Recitativo parlano i protagonisti degli altri brani del disco: alle voci degli impiccati si aggiungono quelle dei drogati e delle prostitute che invocano pietas, la comprensione e il rispetto, insiti in ogni individuo, verso l’altro in quanto essere umano.

I drogati, che nel pensiero di De André rappresentano il rifiuto della realtà e del bene (ho rifiutato Dio, gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuoreCantico dei drogati in Tutti morimmo a stento) paradossalmente si rivolgono agli uomini senza fallo, a chi segue la retta via perché non abbiano vergogna di provare pietà.

Le prostitute sono anime semplici, vittime della società corrotta, in netto contrasto con i banchieri, i notai dai ventri obesi e la mani sudate, che hanno fatto del denaro il senso e lo scopo della loro vita seguendo la cultura della dissolutezza e le sue regole.

Le anime degli impiccati non invocano la pietà, ma chiedono ai giudici e agli uomini di legge di ricordarsi degli innocenti di cui hanno decretato la sorte.

Se nei versi di Villon, il sentimento di pietas nasce dalla fiducia in Dio e nell’uomo in quanto figlio di Dio, in De André è una manifestazione di fede nella solidarietà umana.

Non c’è riferimento alcuno all’idea di punizione poiché il castigo è già insito nell’esperienza del degrado.

In Villon le anime degli impiccati sono coscienti di essere dannate: hanno disobbedito alla giustizia umana, da cui la forca, e a quella divina, da cui l’Inferno. Solo l’intercessione delle preghiere dei fratelli umani può aiutarli a ottenere la misericordia di Dio.

Nonostante in De André la visione della vita sia animata da un evidente pessimismo, e l’idea della morte domini incontrastata sull’esistenza umana, è proprio la consapevolezza di una fine certa, della sua ineluttabilità che lo spinge a mettere in guardia sulla necessità di non aspettare l’ultimo momento per aprirsi alla pietas, alla gratuità dell’amore che non pretende nulla in cambio.

La pietà è l’unica possibilità di salvezza dell’uomo sulla terra, forse anche di felicità

Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà…

A distanza di secoli, De André e Villon si incontrano in questa visione della pietà che permette di sconfiggere il rancore e salvare l’uomo dallo sconforto dovuto al rifiuto della condivisione.

Almeno secondo Margherita e me.