Il volo della Tortorella – 3 –

⇒ Il fascino dell’enigma
cap. 1 cap. 2

Angolo tra via dei Rustici e vicolo Polluce ripreso dall’ex casa della Tortorella

– 3 –

Rivivendo l’episodio alla luce del mattino seguente, Ester non si scompone. Non sarà certo un militare mezzo ubriaco a farle paura; si sente sicura in casa, la palazzina non è isolata e le inferriate al piano terra le infondono senso di protezione.
Il campanile di Sant’Agostino rintocca le dieci e mezza. Si è fatto tardi, deve uscire per la spesa, l’amico Ezio merita una buona cenetta. Si appoggia al letto per indossare le scarpe. La lettera è ancora lì sul comodino, dove un portaritratti funge da fermacarte. Li afferra entrambi e inizia a leggere:
“Caro Annibale,
ò ricevuto tuo telegramma. Grazie che ài capito. Forse vengo a Genova a trovarti, magari faccio anche trasloco…”
Decide di terminarla l’indomani, avrà modo e tempo per raccontare tutto per benino a suo cognato. Prima di uscire, un rapido sguardo alla fotografia che ritrae la sorella Erminia, la piccola della famiglia Demicheli. Di tre anni più giovane, erano sempre insieme, passeggiavano per Cremona in coppia e molti le notavano. Si erano poi separate. Erminia, già donna matura, aveva sposato Annibale Rossi, ma, povera sorella!, il matrimonio le concesse solo un breve periodo di gioia: morì due anni dopo all’età di ventotto anni.

Riflettendoci, la famiglia Demicheli era stata un groviglio di vissuto. Non se la passavano male, in fondo. Il padre Luigi, classe 1841, aveva sempre esercitato un mestiere ricercato all’epoca, trebbiatore e in seguito mediatore, una vera e propria professione che richiedeva abilità ed era allora pure discretamente pagata. Non potevano certo definirsi benestanti ma, rispetto ad altri poveretti che vivevano e lavoravano in campagna, sarebbe stato scorretto lamentarsi. Per la sua competenza, Luigi era chiamato in varie cascine e la famiglia dovette cambiare residenza parecchie volte. Sapeva anche leggere e scrivere; nessuno di loro era analfabeta, nemmeno mamma Regina, semplice contadina giornaliera, neppure la sorella maggiore Luigia e il fratello Giovanni diventato addirittura scrivano presso il gEzio militare.

Soffermandosi sul viso di Erminia, Ester ripensa a quando vivevano uniti sotto lo stesso tetto. I problemi non mancavano: loro figlie erano tutte sarte, ecco perché lei s’intende di cuciture e tessuti e ha scelto Gesuina come confezionatrice di camicie e gonne. Poi, si sa, la vita può giocare brutti scherzi: alla morte della mamma, nel 1892, Luigi sposò solo un anno dopo, a cinquantun anni, una ragazza, Maria Cavallieri, venticinquenne e ben più giovane dei suoi figli. Una donnina allegra. La decisione aveva gettato malumore e scompiglio nei rapporti familiari e provocato una diaspora.
Ben presto le sartine non cucirono più abiti per rivestire i corpi, s’interessarono piuttosto ai corpi. Fu così che Erminia conobbe Annibale, Luigia incontrò Filippo Maiorino, s’innamorarono e lasciarono Cremona, la prima per Genova, l’altra per Salerno, dove morì. Anche il fratello Giovanni se ne andò a lavorare a Pavia dove vive tuttora. Loro due gli unici sopravvissuti, Ester la sola ad avere scelto di rimanere nubile: niente matrimonio, per carità! Ha troppa esperienza degli uomini.
Sta declinando pure la proposta del cognato Annibale che, rimasto vedovo, le chiede da tempo e con insistenza di diventare sua moglie. Ma lei non accetta. Ostinata e risoluta, difende una libertà anche affettiva e, inoltre, non le va affatto di essere la seconda scelta di qualcuno. Proprio questo vuole chiarire nella lettera, oltre all’informazione che l’eventuale trasloco a Genova l’avrebbe deciso unicamente per risolvere i suoi problemi economici. Un ennesimo rifiuto per Annibale, «come lo prenderà?» L’ultima volta non troppo bene, sembra rodersi nel saperla con altri uomini e assillato dall’idea di averla. «Leggerà e capirà, deve capire…»
«Chissà dov’è finita Maria… Più vista.» Non è tuttavia preoccupata, anzi! Non ha voglia di pensare che se la sia goduta con i pochi guadagni sudati da papà togliendoli ai figli. Le è venuta in mente così, questa matrigna ragazzina che seconda mamma non è mai stata e della quale si sono perse le tracce.

Flash di ricordi affollano la mente di Ester mentre ritorna dalla spesa. Rientrata, saluta Erminia alla quale ha dato il pomeriggio libero. Ezio sarebbe arrivato verso sera, vuole farsi trovare sola in casa e regalargli una cena preparata con le sue mani.
Nessuno conosce la reale natura del rapporto con Ezio Michelotti, giovane tipografo romano residente a Milano, che gli obblighi di leva avevano trattenuto per qualche tempo a Cremona, uno dei rari militari cui era permesso varcare la soglia di vicolo Polluce. La Tortorella ha una certa fama nel quartiere e oltre, il pettegolezzo morboso è pane quotidiano per molti ma Ester non se n’è mai curata. D’altra parte, passare la serata da non significa automaticamente andare a letto con ed Ester lascia che il mondo mormori. In realtà, Ezio e lei sono davvero solo buoni amici. Può scapparci qualche giochino nel letto di tanto in tanto, attimi d’intimità non programmati e, soprattutto, non venduti. Il suo mestiere è quello che tutti sanno, inutile negarlo, e benché possa sembrare paradossale ai più, cerca di esercitarlo con discrezione, persino signorilità a detta di conoscenti e amiche. Il paragone con le battone scamiciate di via Bardellona non regge.

Ezio finalmente arriva. Cenano, chiacchierano tanto, Ester gli racconta la discussione vivace con un soldato mai visto in passato, gli confessa che non era la prima volta e che si sente solo un po’ più impressionata del solito. Forse perché il fatto è recente, o forse quel battibecco le ricorda momenti e situazioni con certi personaggi, spesso esigenti.
La serata scorre gradevole. Dopo le nove, Ezio deve vedere alcuni compagni, si accomiata con un affettuoso «arrivederci» e raggiunge il gruppo di amici. Strada facendo, l’allegra brigata incontra due guardie di Pubblica Sicurezza in bicicletta che, osservando quei ragazzi così su di giri, sorridono e salutano: «Buona serata, giovanotti!»

Sono le 22 passate da un po’. La luce nella stanza da letto della Tortorella è accesa.

cap. 4 

Il fascino dell’enigma

Le storie di vita mi attraggono da sempre: biografie note, approfondite grazie alle rivelazioni delle corrispondenze, o sconosciute, scoperte tra i faldoni di qualche archivio, in articoli di vecchi giornali o incartamenti e fascicoli antichi.

Durante un lavoro di ricerca su numeri arretrati del quotidiano di Cremona La Provincia, mi soffermo su un titolo in evidenza a fondo pagina dell’edizione 7 marzo 1957 Delitti rimasti impuniti. Segue un elenco di casi irrisolti, omicidi efferati che risalgono fino ai primi anni del ‘900.

La Provincia di Cremona – 7 marzo 1957

Le vicende hanno suscitato scalpore e interesse all’epoca degli avvenimenti, ma non sono sfociate in alcuna soluzione nonostante attività investigative e talora iter giudiziari. Dubbi e ambiguità perciò restano quali essenza di un poliziesco a finale aperto. Scatta in me la molla della ricostruzione e il desiderio di riscrivere un  cold case.

Mi concentro su un delitto di cui oggi, a Cremona, nessuno parla più. Serve ritornare al 1916, il tempo ha sepolto anche la memoria storica di un orribile femminicidio. La mia personale indagine sfocia in un racconto, che pubblicherò qui a puntate: il fatto, effettivamente accaduto, è romanzato in molti punti e rivissuto in una dimensione narrativa allo scopo d’insinuare un dubbio interpretativo. Ho immaginato comportamenti, parole e gesti, integrato dialoghi. Gli episodi e i personaggi si ripropongono alla luce del quadro storico-sociale dell’epoca, inseriti in ambientazioni e aspetti caratteristici della comunità cremonese all’alba del XX secolo. Nomi e luoghi indicati nel testo sono reali, recuperati sui quotidiani di allora (La Provincia-Corriere di Cremona, L’Azione e il settimanale Interessi Cremonesi), su documenti in dotazione all’Archivio di Stato, presso l’ufficio anagrafe del Comune di Cremona e l’ufficio cimiteriale.

Il volo della Tortorella – questo il titolo che ho scelto – mantiene lo spirito del mistero e il postulato dell’enigma.

Per definizione, l’enigma è un racconto da decifrare nel tentativo di scioglierlo, impresa non semplice causa difficoltà o impossibilità di spiegarlo. Intervengono intoppi e intralci che tuttavia, anziché ostacolare il fluire della narrazione, la arricchiscono di sfumature oscure tanto intriganti e coinvolgenti per il lettore. I misteri appassionano, l’attrazione per l’indistinto, il non chiaro, lo sconosciuto è innegabilmente forte in tutti. Inoltre, più mancano dettagli più si moltiplicano domande, interpretazioni, congetture.

In un’epoca, la nostra, in cui basta un clic per accedere alle informazioni, ecco che il richiamo di segreti ed enigmi resiste e continua a sedurre. Non si giustificherebbe altrimenti, a mio avviso, l’audience di trasmissioni televisive, non certo capolavori del piccolo schermo seguite comunque da un discreto pubblico, con ampi spazi dedicati a reati e omicidi, ricche di analisi minuziose che vanno ben oltre la cronaca. Scandagliano vite private, ricercano il nascosto, sconfinano spesso nel proibito, rivelano retroscena inaspettati stuzzicando umana curiosaggine e indiscreta attenzione.

Il lavoro dello scrittore si basa sugli stessi meccanismi comunicativi dei media, moderati però da un filtro critico tipico della rivisitazione narrativa: soddisfa la brama del lettore d’intuire una soluzione, solletica il susseguirsi di «cosa succederà ora?», mantiene viva la suspense. L’epilogo incompleto o mancato può forse deludere, eppure un finale non definitivo, più supposizioni possibili, varie ipotesi interpretative costituiscono il fascino del mistero.

La seduzione dell’enigma risiede nell’itinerario percorso per raggiungere la meta piuttosto che nel puro e semplice punto di arrivo. Come scriveva Paul Celan in Microliti «gli enigmi non si sciolgono; si sciogliessero, non sarebbero tali.»

 cap. 1