Semplice quotidianità

foto by Primula - Ma Bohème

foto by Primula – Ma Bohème

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Si chiamano Adam, Omar, Iris, Annass, Princilia, Xinyi, Wissal, Iustina, Malwin, per citarne solo alcuni.
Sono ragazzi, principalmente adolescenti.
Iris è di famiglia italiana; Princilia proviene dalla Costa d’Avorio, Xinyi dalla Cina; Wissal è tunisina; Anass e i due fratelli Adam e Omar sono marocchini; Iustina è nata in Romania e Malwin in India, lui il maggiorenne e il ragazzone del gruppo.
Extracomunitari accanto a italiani o naturalizzati italiani; famiglie modeste, mamma e papà in qualche caso con lavori occasionali, ma tanta tanta dignità.

I nostri ragazzi: così li chiamiamo noi.

Mesi fa, una domenica pomeriggio, ci ritroviamo tra amici, conoscenti, insegnanti ed ex prof, a chiacchierare del più e del meno. Inevitabile che, a un certo punto, si parli di scuola nonostante i tentativi per evitarlo 😉 … e improvvisamente nasce un’idea.
Perché non dedicare un po’ del nostro tempo ad aiutare ragazzi bisognosi di un sostegno nello studio ma che non possono permettersi l’onere economico di “lezioni private”?
Andata!
Molto entusiasmo, ma … “Amici! Piedi ben saldi a terra” sottolineo “Dove, come, quando?”
Mettiamo a punto il progetto, cerchiamo rinforzi, identifichiamo la location, pubblicizziamo l’iniziativa e arrivano le prime adesioni.

I ragazzi sono parecchi, il loro numero probabilmente aumenterà nel corso dell’anno; questo dovrebbe fare riflettere, e non poco.

Iniziano le scuole e la nostra attività decolla.
Tutti puntualissimi all’ora stabilita e nei giorni fissati, loro e noi, tutti accomunati dal medesimo desiderio di lavorare. Chi ha bisogno di un supporto in Italiano, chi nelle lingue straniere, chi ancora nelle materie scientifiche … riusciamo a soddisfare le varie esigenze.

Una bella esperienza, un’atmosfera serena perché, ovviamente, spazio e tempo non mancano anche per “cazzeggiare” un po’.

foto by Primula -- Ma Bohème

foto by Primula — Ma Bohème

Niente di nuovo sotto il sole, potrebbe commentare qualcuno; iniziative simili esistono da tempo.
Vero; ma un particolare è forse interessante.
Ci riuniamo in una grande stanza nell’oratorio di una chiesa cattolica.
Nessun problema se il gruppo è formato da magrebini musulmani, un induista, una cinese di cui non si è ancora ben capita la confessione religiosa, da cattoliche praticanti e altre decisamente meno. Nessun imbarazzo; ciò che conta è l’incontro di storie, mondi, vite, individui, progetti, azioni. Eppure siamo nel cuore di un ambiente cattolico, s’incrociano preti e monache; anche questo dovrebbe fare riflettere, e non poco.

Vogliamo chiamarlo volontariato?
Mah, sono perplessa. Mi piacerebbe sganciare questa iniziativa da qualsiasi forma di elogio retorico. Mi limito a dire che non è tempo sottratto, non è compassione, non è concessione dall’alto della propria disponibilità, non è addirittura sacrificio: è un’assunzione di responsabilità, il riconoscimento di un ruolo messo a servizio di altri.
Semplice quotidianità, solo questo.

I ragazzi percepiscono immediatamente la spontaneità di gesti e parole. Noi non siamo lì per loro, ma con loro.
Il nostro intervento integrativo e compensativo – per usare il gergo da circolare ministeriale 🙁 – è una relazione, perché prima di fare qualcosa per qualcuno dobbiamo starci insieme, con autenticità. Non saremmo credibili, altrimenti.
Non servono eroi né doti eccezionali, né tantomeno un ego che si esalta in un altruismo di facciata. Basta essere se stessi, consapevoli che al centro ci sono degli adolescenti.
Ragionamento banale, forse anche scontato, date le profonde convinzioni.
Eppure sono state mosse obiezioni.

“Senti, ma … non dobbiamo nemmeno svalutare la nostra professionalità! Pensiamoci bene!”
“E se qualcuno ne approfittasse rubando tempo e spazio a chi ne ha effettivamente necessità?”
“E se si creassero gruppetti all’interno dell’oratorio?”

Affermazioni che si svalutano da sole, quelle sì; sovrastrutture mentali del mondo adulto.
I ragazzi, invece, escono alla spicciolata dalla sala; due o tre di loro si fermano a parlare, ridere e scherzare con un compagno reduce da una “lezione privata” a pagamento in una casa proprio di fronte.