Sisifo felice?

Tiziano Vecellio, Sisifo
Madrid, Museo del Prado

Dapprima un flash. L’immagine, in seguito, si delinea con contorni sempre più netti mentre lo sguardo scorre sulla prosa di Mela, lessico impeccabile, linguaggio sensoriale e animista, coppa di parole da cui bevo in un’unica sorsata, ogni volta. Centellino a una seconda lettura, degusto aggettivi e verbi, assaporo sostantivi. È una bevanda di carattere, sapida, dal retrogusto spesso amaro ma sempre stuzzicante e fonte d’ispirazione. “Futilità”, “estranea”, “disagio”, parole… superflue danzano sulle papille linguali.  Ne individuo sapore e qualità prima di deglutire.

La silhouette di Sisifo si definisce ora in modo preciso, lui e la pietra spinta verso la cima di un monte da cui sarebbe rotolata in eterno, sua condizione perenne. Un mito molto umano poiché rappresenta il coraggio che non ha nulla di extra-ordinario. Come cornice, le pagine di un libro che si sfogliano nella mente.

Chi non ha provato il senso di estraneità per breve o lungo tempo? Nessuno, credo, può dirsene immune, sempre che non senta nemmeno il richiamo del fermarsi a riflettere. «L’inquietudine nasce dal cuore dei vivi» scrive Camus in Il vento a Djemila (Nozze, Noces 1938, I^ ed.) La consapevolezza è una compagna che rende vitali nonostante il peso del macigno. Sisifo, appunto. Di fronte alla routine del quotidiano, è impossibile non porsi domande, anzi LA domanda.

Alzarsi, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno e lo svolgersi del lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì e sabato sullo stesso ritmo… Questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto, un giorno, sorge il “perché” e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore. “Comincia”, questo è importante. La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo. […]
Ed ecco l’estraneità: accorgersi che il mondo è “denso”, intravedere fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con quale intensità la natura, un paesaggio, possano sottrarsi a noi … […] Le scene, travisate dall’abitudine, ridiventano ciò che sono e si allontanano da noi. Come succede certi giorni, in cui, sotto il volto familiare di una donna, ritroviamo quasi una straniera in quella che mesi o anni addietro avevamo amata…¹

L’insoddisfazione è in agguato, anzi ha già collezionato le sue prede, la percezione di disagio incombe, tutto sembra assurdo, l’inadeguatezza penetra nella carne come un liquido. Ma, di preciso, cos’è “assurdo”? Ciò che mi circonda? Come e quel che sono? L’io voglio che contrasta con l’io posso?

Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo. [ …]
L’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo. È questo che non bisogna dimenticare; è a questo che bisogna aggrapparsi, poiché possono nascere le conseguenze di tutta una vita.¹

In un mondo ideale non esisterebbe conflitto, ma l’eden non è realtà, prende forma solo nel ricordo di una vita precedente, anteriore al peccato originale che anche i non credenti conoscono. Il contrasto tra l’umano desiderio di luce e il buio del mondo è invece innegabile, è l’essenza dell’esistere, «non posso cancellarla con un tratto di penna». «Se giudico una cosa vera, devo preservarla»¹ per vivere con dignità e consapevolezza.

L’assurdo rende l’uomo estraneo al mondo, ma non diamogliela vinta – esclama Camus – impediamogli di trasformare l’individuo in un estraneo a se stesso. Un calcio allora a illusioni, false speranze, sintomo di rassegnazione di fronte all’oggi. «Vivere è dar vita all’assurdo. Dargli vita è innanzitutto saper guardarlo»¹: dritto negli occhi, senza timore, con l’atteggiamento del ribelle che rifiuta di sottomettersi alla sua condizione senza però fuggirla, anzi vivendola con lucidità.

Sisifo spinge la pietra verso la cima e, dopo uno sforzo immane, la meta è raggiunta. Dall’alto, la osserva precipitare e sa che deve farla risalire di nuovo. Quindi torna al piano. «È durante questo ritorno che Sisifo m’interessa»¹: potrebbe buttarsi dalla rupe, rotolare insieme al masso ed essere schiacciato, correre oltre giù per il pendio. Invece, prende coscienza che il macigno gli appartiene, «è cosa sua», che quei gesti sono il suo destino, la sua stessa vita, si concentra non sulla fatica dell’ascesa ma su di sé e il suo atteggiamento mentre scende. Ogni passo lento e graduale è una tappa verso un cosciente disprezzo ma un’altrettanto cosciente assunzione dell’atto: questa è la sua vittoria sul fato.

«Caro Albert, credi sia facile per un operaio che ripete ogni giorno lo stesso lavoro accettare una simile concezione della vita? O per chi è in situazioni che non ama e nelle quali si è ritrovato suo malgrado?.»
«Mia cara, Sisifo potrebbe diventare altro da sé ma non può. La sua alternativa è dominare le azioni, libero dalle paure, in balia solo della propria ragione che dà un senso anche a quanto all’apparenza non ne ha, trasformarle in una scelta, una lotta continua. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.¹»

«Un’ombra di rassegnato fatalismo me lo concedi?»
«E perché mai? Sisifo sa di essere padrone dei propri giorni. Torna al suo macigno e quindi sceglie, accetta la sfida non l’imposizione. Impegnati a immaginare che sorrida all’assurdo del mondo e che si tuffi con cinismo tra le onde indifferenti della realtà. La sua è comunque una vittoria.»

Mi arrendo al maestro. Chiudo il libro la cui (ri)lettura è davvero un’esperienza intellettuale e non solo. Sembra pura speculazione filosofica, eppure quando penso che chi la propone ha conosciuto povertà e malattia, la tubercolosi contratta a soli 17 anni, è vissuto in un quartiere umilissimo alla periferia di Algeri, cresciuto praticamente senza padre, morto pochi mesi dopo la sua nascita, con una madre che sgobbava da mattina a sera come donna delle pulizie e rientrava la sera sfiancata e muta per la fatica, non devo sforzarmi troppo per calarla nel quotidiano. Vero che Camus è stato un grande intellettuale, vincitore di Premio Nobel nel 1957, ma non era certo un membro dell’intellighenzia borghese parigina formatasi all’Ecole Normale, persone che avevano avuto tutto fin dalla nascita mentre lui si è dovuto sudare la vita. Nessuna difficoltà perciò a tradurre nel reale la sua lucida e laicissima analisi dell’esistenza.

¹ Il mito di Sisifo

 

 

Albert Camus uomo “mediterraneo”

7 novembre 2013: cent’anni dalla nascita di Albert Camus, un grande della letteratura del ‘900.
In questa occasione, da qualche mese, sono stati scritti articoli e varie recensioni sulla sua produzione letteraria.
Nel mese di settembre è stata pubblicata la traduzione italiana della biografia di Virgil Tanase Albert Camus – Una vita per la verità (ed. Castelvecchi, Roma, trad. di Alessandro Bresolin); nel mese di ottobre, a cura dello stesso editore, è uscita in libreria un’antologia di scritti, molti dei quali tradotti per la prima volta in italiano, Calendari della libertà (trad. di Alessandro Bresolin).

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Proprio giovedì 7 novembre, MicroMega ha ricordato il centenario con un eBook Camus Filosofo dell’avvenire la cui prima parte propone un’intervista alla figlia Catherine, la seconda un saggio del direttore di MicroMega Flores d’Arcais, pubblicato nell’Almanacco di filosofia 1996 che riprende il testo di una conferenza tenuta a Grosseto il 25 maggio 1984 per il convegno internazionale dedicato a “Albert Camus: la scrittura e l’impegno”.

Amo molto questo autore e ho letto praticamente quasi tutto.

Non potevo perciò perdere l’opportunità; ho scaricato l’eBook che ho letto ieri in pochissimo tempo.

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Camus: un vero gigante della letteratura.
Vincitore del Premio Nobel nel 1957 a soli 44 anni, il più giovane a ricevere questa onorificenza dopo Kipling (a cui venne assegnato nel 1907 all’età di 41 anni), romanziere, drammaturgo, giornalista, saggista; … filosofo… ? Ho sempre avuto dubbi al riguardo.

Lui stesso ha rifiutato questa definizione:
Non sono un filosofo e non ho mai preteso di esserlo. L’uomo in rivolta non presume di essere uno studio esauriente della rivolta, che dovrei dunque completare e rettificare. So tutto quello che gli manca, da questo punto di vista, nell’informazione e nella riflessione. Ma ho voluto soltanto descrivere un’esperienza, la mia, che so essere anche quella di molti altri.” (Gazette des Lettres, 15 febbraio 1952)
Confortano anche le parole della figlia Catherine che, alla domanda sul pregiudizio tutto francese riguardo al suo valore come filosofo, risponde: “Ha sempre detto che non era un filosofo, se per filosofia si intende un sistema, non aveva esprit de système. In questo senso non è un filosofo. Se la filosofia è riflettere sulla condizione umana, allora è un filosofo. Che però non ha mai edificato sistemi

L’intervista è davvero bellissima.
L’ho letta con gioia perché mi ha ripresentato l’immagine del Camus che adoro: l’uomo innamorato della luce, del sole, del cielo terso, del mare.
L’autore di Nozze (1939), di L’Estate (1945), di brevi saggi che lui stesso chiamava “saggi solari”, opere pervase dal sentimento della comunione tra uomo e natura, dall’esaltazione della luce e del mare, dalla celebrazione del momento presente.
Una dichiarazione d’amore al mondo come in “Nozze a Tipasa” (uno dei quattro racconti che compongono Nozze).

In primavera, Tipasa è abitata dagli dei e gli dei parlano nel sole e nell’odore degli assenzi, nel mare corazzato d’argento, nel cielo d’un blu crudo, fra le rovine coperte di fiori e nelle grosse bolle di luce, fra i mucchi di pietre. In certe ore la campagna è nera di sole. Gli occhi tentano invano di cogliere qualcosa che non sian le gocce di luce e di colore che tremano sulle ciglia.
[…….. ]
Arriviamo al villaggio che s’apre già sulla baia. Entriamo in un mondo giallo e turchino dove ci accoglie l’alito odoroso e acre della terra algerina d’estate. […….. ]
Già, ai piedi del faro, grosse piante grasse, dai fiori violetti, gialli e rossi, scendono verso le prime rocce che il mare succhia con un mormorio di baci. Ritti nel vento leggero, sotto il sole che ci riscalda una sola parte del viso, guardiamo la luce scendere dal cielo, il mare senza increspature, e il sorriso dei suoi denti smaglianti. Prima di entrare nel mondo delle rovine, per l’ultima volta siamo spettatori.
Dopo pochi passi, gli assenzi ci prendono alla gola. La loro lanugine grigia copre le rovine a perdita d’occhio. La loro essenza fermenta sotto il caldo, e dalla terra al sole si leva su tutta la distesa del mondo un alcool generoso che fa vacillare il cielo. Andiamo incontro all’amore e al desiderio. Non cerchiamo insegnamenti, né l’amara filosofia che si cerca nella grandezza. All’infuori del sole, dei baci e dei profumi selvaggi, tutto ci sembra futile. […….. ]
È il gran libertinaggio della natura e del mare che si impossessa completamente di me. […….. ]
Quante ore passate a calpestare gli assenzi, ad accarezzare le rovine, a tentare di accordare il mio respiro con il sospirare tumultuoso del mondo! Immerso negli odori selvaggi e fra i concerti d’insetti assonnati, apro gli occhi e il cuore alla grandezza insostenibile di questo cielo saturo di calore. Non è così facile diventare ciò che si è, ritrovare la propria misura profonda. Ma guardando il dorso solido dello Chenoua, il mio cuore si colmava di una strana certezza. Imparavo a respirare, mi integravo e mi compivo. […….. ]
… poi immergermi nel mare, ancora tutto odoroso delle essenze della terra, lavare queste in quello, e allacciare sulla mia pelle la stretta per la quale da tanto tempo sospirano, labbra a labbra, la terra e il mare. […….. ]
In certo senso, è proprio la mia vita che io recito qui, una vita che sa di pietra calda, piena dei sospiri del mare e delle cicale che cominciano a cantare adesso. La brezza è fresca e il cielo turchino. Amo questa vita con abbandono e voglio parlarne liberamente: essa mi dà l’orgoglio della mia condizione d’uomo. Pure, spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Sì, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, il mio cuore che balza di giovinezza, il mio corpo che sa di sale e l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e nell’azzurro. È per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie risorse. Qui tutto mi lascia integro, non abbandono nulla di me tesso, non indosso alcuna maschera: mi basta apprendere pazientemente la difficile scienza della vita che vale tutto il loro saper vivere. […….. ]
Mare, campagna, silenzio profumi di questa terra, mi riempivo d’una vita odorosa e mordevo nel frutto già dorato del mondo, turbato di sentire il suo succo dolce e forte colare lungo le mie labbra. No, non ero io che contavo, né il mondo, ma soltanto l’accordo e il silenzio che fra il mondo e me faceva nascere l’amore. Amore che non avevo la debolezza di rivendicare per me solo, cosciente e orgoglioso di esserne partecipe con tutta una razza nata dal sole e dal mare, viva e saporosa, che attinge la propria grandezza dalla semplicità e in piedi sulle spiagge rivolge il proprio sorriso complice al sorriso splendente dei cieli.

Una sola giornata a Tipasa basta a riempire Camus di una strana gioia, a farlo godere del momento presente in un’armonia con la natura che non è un accordo solitario ma può espandersi e diventare il paradigma della vita dell’uomo.

Belle immagini, miti letterari anche, che hanno origine nella terra in cui lo scrittore è nato nel 1913, l’Algeria, e che hanno in qualche modo compensato la povertà della sua infanzia. Un padre mai conosciuto perché morto quando Albert aveva pochi mesi; una madre costretta a sfiancanti lavori come domestica per sostenere la famiglia e che la sera rientrava a casa sfinita, quasi muta per la fatica; un umile appartamento a Belcourt, un quartiere popolare di Algeri, composto di due stanze in cui vivevano in cinque.

La povertà … non è mai stata una sventura per me: la luce vi diffondeva le sue ricchezze. Persino le mie rivolte ne sono state rischiarate. […….. ] Per correggere un’indifferenza naturale, fui posto tra la miseria e il sole, a uguale distanza. La miseria mi impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto. Cambiare la vita, sì, ma non il mondo di cui facevo la mia divinità” (Prefazione de Il rovescio e il dritto, 1937)

Era profondamente mediterraneo” afferma Catherine e, mi permetto di completare, un mediterraneo epicureo.

Vero che Camus è stato profondamente deluso dalla vita e dagli uomini. Si pensi alla sua malattia, la tubercolosi contratta a soli 17 anni, all’esperienza sconfortante nel Partito Comunista a cui aderì come antifascista e antinazista più che come convinto marxista e di cui attaccò le contraddizioni denunciando i gulag e sostenendo i dissidenti, all’isolamento in Francia da parte del mondo degli intellettuali per ragioni politiche, di estrazione sociale e di origini, “uno dei rari scrittori francesi che non erano nati borghesi, e questo nei suoi rapporti con l’Intelligencija parigina costituiva un problema centrale. Veniva dal Sud, dalla periferia di Algeri, con quell’aria un po’ canaglia, troppo persino per dei borghesi di sinistra che amavano molto incanaglirsi. All’epoca, la maggior parte degli intellettuali francesi veniva dall’Ecole Normale, erano dei professori o, ad ogni modo, [….] dei borghesi che avevano avuto tutto fin dalla nascita” ricorda la figlia nell’intervista.

Vero ancora che Camus non si lascia andare alla bellezza della natura, della terra e al mondo con uno slancio superficialmente romantico. Scruta, analizza, mette in discussione, dà voce alle angosce del suo tempo e alle sue inquietudini, perché ne ha, come il rifiuto netto di qualunque idea di trascendenza unita alla ricerca ansiosa della salvezza e della felicità, l’interrogarsi sul senso dell’esistenza o sul suo nonsenso.

Non è tuttavia il mondo a essere assurdo, né tantomeno l’uomo.

L’assurdo nasce da un paragone. […..] Non si trova né nell’uno, né nell’altro degli elementi paragonati. Nasce dal loro confronto. […..] non è nell’uomo (se una simile metafora potesse avere un senso), né nel mondo, ma nella loro presenza comune”. Camus definisce il mondo “irragionevole” e giudica assurdo “il confronto tra questo irrazionale e il desiderio struggente di chiarezza il cui appello risuona nel più profondo dell’uomo” (Il mito di Sisifo, 1942)

L’uomo è, come Sisifo, costretto a portare con sé un masso pesante che, metaforicamente, rappresenta il desiderio di infinito ostacolato dalla finitezza; ogni tentativo di dare un significato ai suoi sforzi si riassume in un gesto ripetitivo come quello di Sisifo.

Ma, nonostante tutto, la vita merita di essere vissuta.

Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva le rocce. […..] la lotta verso le cime basta a riempire il cuore di un uomo. Si deve immaginare Sisifo felice.” (Il mito di Sisifo)

Accettazione passiva? No, consapevolezza e presa di coscienza che fanno dire che una certa conciliazione con la vita sia possibile, che il “divorzio tra lo spirito che desidera e il mondo che delude, la […..] nostalgia di unità” siano colmabili in un atteggiamento epicureo di fronte alla vita stessa.

Perché non cercare di interpretare Lo Straniero (1942) alla luce di questa mediterraneità?

Meursault, il protagonista, è un uomo qualunque che vive una vita qualunque; la sua frase più ricorrente è “per me fa lo stesso”, nel senso di “come vuoi tu”, “come vuole lei”, “una cosa vale l’altra”, che usa in varie occasioni anche importanti, ad esempio la proposta di un avanzamento di carriera da parte del suo datore di lavoro o quella di matrimonio di Maria. L’esistenza sembra scorrergli addosso e procedere routiniera. Finché un giorno uccide un uomo. Arrestato, accusato di omicidio, assiste al suo processo con distacco, come se avvocati e giudice parlassero di un estraneo. Condannato a morte, trascorre le giornate nella sua cella.

Ebbene, paradossalmente dice “non ero eccessivamente infelice. Il solo problema, ancora una volta, era di ammazzare il tempo.” E, per farlo, ricorda: la sua casa, la sua stanza … “più riflettevo e più tiravo fuori dalla mia memoria cose sconosciute e dimenticate”. Scopre che lo rende felice rivedere non momenti della sua vita “sociale”, bensì quelli vissuti il giorno dopo il funerale della mamma: il bagno in mare e qui l’incontro con Maria, sua ex collega di lavoro, l’abbandono del suo corpo all’acqua e sul ventre di lei, lo sguardo rivolto verso l’alto mentre aveva “negli occhi tutto il cielo ed era blu e oro”, il film con Fernandel visto insieme, il bacio scambiato nel buio della sala, la notte trascorsa con lei.

Istanti di vita, brandelli di un’esistenza vissuta da straniero nei confronti delle regole della società ma non indifferente al mondo.
L’universo del condannato a morte è in fondo quello di un “mediterraneo” epicureo che, non potendo più organizzare o programmare la propria vita, si abbandona al momento presente.

La vigilia dell’esecuzione, dopo uno scontro furioso con il prete e una volta ritrovata la calma, si getta “esausto” sulla branda nella sua cella.

Devo avere dormito perché mi sono svegliato con delle stelle sul viso. Rumori di campagna giungevano fino a me. Odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La pace meravigliosa di quell’estate assopita entrava in me come una marea. […..] Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora.