Forse …

Sono giornate davvero intense queste, sia fuori sia dentro casa. Alle normali occupazioni quotidiane si sovrappongono lavori straordinari.
Capita che l’appartamento sia animato dalla presenza di elettricisti, muratori, imbianchini e di avere pochissimo tempo per sé. Scrivere diventa difficile, leggere pressoché impossibile.

E tuttavia, anche fra quattro mura, la vita offre spunti emozionanti; è sempre lì, pronta a regalare quadri esistenziali di sorprendente umanità se l’attraversiamo osservandola, ascoltandola e non ci limitiamo semplicemente a guardarla, a sentirla.

Così, succede che in un momento di pausa l’elettricista di fiducia si sieda al tavolo della cucina un po’ sotto sopra, beva un caffè insieme agli altri, aspetti che se ne vadano e, davanti alla tazzina vuota, inizi a parlare.
Una conoscenza di vecchia data basata su normali contatti di lavoro; da tempo si è passati al tu, ma non è proprio possibile definirsi amici né tantomeno confidenti. Grande stupore quindi quando nella conversazione su argomenti vari e anche banali spunta improvvisamente un “Sai che mi succede?
E lui inizia a raccontare; dell’attività che prosegue non senza fatica, ogni tanto uno stop e poi la ripresa; della famiglia e dei problemi con il figlio adolescente.
Qualche esitazione tra una frase e l’altra; non entra in dettagli, ma s’intuisce una triste storia che riguarda il suo secondogenito, una vicenda che ha scoperto per puro caso e in seguito alla quale si è “trovato costretto” (parole sue) a rivolgersi a un medico. Per sé.

Il racconto è molto breve e sintetico, sufficiente tuttavia a farmi percepire sofferenza, malessere interiore, sentire il pudore del “Sai, mia moglie non sa nulla” e cogliere la vergogna del “tengo le medicine nel magazzino del negozio”.
Io non parlo, non voglio farlo al suo posto; credo che lui desideri solo essere ascoltato nel suo ora, da qualcuno che non conosce il suo prima e non può quindi fare confronti che probabilmente lo imbarazzerebbero e aumenterebbero il suo senso di disagio.
Forse – mi dico – questo è il motivo che lo spinge a nascondere i farmaci; forse vuole schivare indagini e richieste di precisazioni, i vari “non dovresti reagire così”, “so bene cosa provi”, “se sei in questa situazione è perché …” e l’immancabile “mi dispiace”,  forse evitare di mostrarsi nudo nel suo essere diverso da prima.

Scusa lo sfogo” mi dice alzandosi. Abbozzo un sorriso e faccio solo un cenno del capo socchiudendo gli occhi.  Anche un “Figurati!” mi sembra inopportuno.
Raggiunge gli altri che lavorano nella parte opposta della casa.

È il suo ultimo giorno qui da me, ecco forse perché si è lasciato andare…
Cerco una spiegazione mentre depongo le tazzine nel lavello.
Bisogno forse di un ascolto senza pregiudizi? Forse di una presenza occasionale, neutra che lo liberasse dal peso di dover rimanere fedele all’immagine che chi lo conosce ha di lui? Forse da un fastidio simile a quello che si prova quando, presentandosi presso amici con un brufolo sul mento, si è accolti da un “Ma cos’è! Come mai? Non ne hai mai avuti..!” che rovina tutta la serata?
Paragone forse banale, forse calzante, non so – mi dico. Ma penso a quanto sia psicologicamente gravoso vivere nell’idea di dovere sempre essere uguale a se stessi, senza fragilità, senza punti deboli. Forse è la ragione di tante cadute.

Abbiamo un enorme bisogno di essere ascoltati, e già in questo qualcuno forse trova una risposta, da solo; forse riesce a giudicare e valutare, da solo, i suoi problemi in un monologo interiore pronunciato a voce alta. Forse.

Le tazzine sono ormai nella lavastoviglie. Raggiungo il gruppo che lavora di là e con un semplice “A che punto siete?” torna la normalità. Forse un po’ anche per lui. Forse.

Incontri

salone torino

Il Salone Internazionale del Libro di Torino che si tiene ogni anno nel mese di maggio non è più una novità.
Giunto alla sua 27ª edizione, non sembra affatto sentire il peso degli anni, anzi! Attira sempre, ovviamente, l’interesse di espositori e case editrici che intravedono prospettive commerciali (i dati sono incoraggianti) e conserva il suo indiscutibile fascino per chi, come me, ama leggere.

Non è certamente una tranquilla libreria in cui sfogliare testi con calma!
Cercherò di rendere al meglio l’atmosfera per coloro che non si fossero mai recati a questa “fiera della cultura”.

Immaginate code lunghissime ai cancelli e all’ingresso delle varie sale in cui si succedono conferenze e incontri con gli autori a ritmo a dir poco frenetico.

foto Ansa

foto Ansa

I padiglioni sono affollatissimi; i corridoi che separano gli stand sono percorsi da un fiume di persone, una popolazione eterogenea che invade pacificamente il Lingotto: studenti di ogni età, spesso con pizze e panini in mano; bambine e bambini chiamati a raccolta da maestre urlanti che fanno perennemente la conta o l’appello; adulti single o in gruppo; mamme che spingono distrattamente passeggini e carrozzine ospitanti piccole creature ignare e indifferenti, spesso profondamente addormentate. Ogni volta mi chiedo la ragione che spinge alcuni genitori a catapultare bimbi di tre anni o poco più in un simile contesto. Mah! E ogni volta prego che non somatizzino inconsciamente l’avventura e che un domani, per reazione, non detestino i libri!

I rumori si sovrappongono: le conversazioni dei visitatori alle voci degli standisti, i discorsi pronunciati ai microfoni dagli intrattenitori di turno alle melodie cantate e suonate in alcuni corner da gruppi musicali.
L’impressione è di essere inghiottiti da un torrente straripante in un vortice di suoni e contatti fisici.
Netto il contrasto con il silenzio e l’attenzione che regnano nelle sale riservate alle personalità più note.

Non vorrei avere descritto una sorta di girone dantesco … in realtà l’atmosfera del Lingotto in questi giorni è davvero coinvolgente e allegra, fatta di immagini positive, come i numerosi giovani in coda per le conferenze e altri seduti per terra a sfogliare libri, e di incontri piacevoli: da cantanti e cantautori come Piero Pelù e Simone Cristicchi (tutti, o quasi, ormai scrivono libri), a politici come D’Alema e Brunetta, passando per il matematico Piergiorgio Odifreddi e il Cardinale Ravasi, giusto per sottolineare ancora una volta il carattere eterogeneo del Salone, non solo dei suoi fruitori ma anche dei protagonisti.

E capita di vedere materializzarsi figure rimaste a lungo virtuali nell’universo del web.

La conoscenza di Cristian e Francis è il degno coronamento di giornate gradevolissime. Un rendez-vous non casuale, programmato da tempo, ma pur sempre un’incognita!
Ebbene, già al primo saluto, d’istinto mi sembra di frequentarli da sempre; il piacere della conversazione, durata per ore, rende quella sensazione ancora più solida. Le parole, prima solo lette e scritte, ora dette, hanno la stessa autenticità.

Smentisco chi sostiene che il virtuale è per definizione un mondo di finzione. Può ingannare, è vero, ma solo se chi ne fa parte è ipocrita per natura, se è capace di crearsi una falsa personalità.
Dietro lo schermo di un pc o di un tablet ci sono persone; le parole scritte hanno un’anima, quella di individui che, se le sanno usare con il dovuto rispetto come strumento per comunicare se stessi e non per manipolare identità, non tradiranno le aspettative dell’altro.
Le parole, inoltre, contengono pensieri da gustare che, scritti o pronunciati, possono mutare nella forma, ma non nella sostanza se sono il frutto di una mente onesta.

La nostra chiacchierata riprende in tutta naturalezza dall’ultimo “a presto” scambiato sui reciproci blog, senza soluzione di continuità, senza nemmeno percepire la differenza di età che comunque esiste. Gli interessi culturali fanno molto di più che avvicinare; annullano il tempo, azzerano gli anni e la distanza tra chi è anagraficamente più giovane e chi è più adulto.
Blog-amici o, più semplicemente e verosimilmente, amici uniti nell’atemporalità della lettura di un romanzo o di una raccolta di poesie, nell’apprezzamento o nella critica di questa o quell’opera letteraria, nella condivisione o nella divergenza di punti di vista. Con l’aggiunta di qualche cazzeggio a rendere il tutto gioiosamente cameratesco.

Come definirei quest’anno la mia esperienza al Salone del Libro? Molto semplice: la magia degli incontri …